Archivi del mese: agosto 2009

Impossibile per me guardare il mare

Impossibile per me, oggi, guardare questo mare…
Quelle acque che mi danno vita, gioia, energia…

Il Mediterraneo, ancora una volta teatro di una tragedia senza fine, ha inghiottito decine di persone, donne e uomini in fuga dalla miseria e dalla fame, dalla guerra.  E’ una strage: immigrati lasciati alla deriva per 20 giorni, raccontano i 5 fantasmi sopravvissuti. Partiti dal Nord Africa in 78, sbarcati in 5!
Come potevano passare inosservati? Non posso credere a tanta distrazione, in un periodo in cui il mare è più affollato della terraferma. Chissà quante imbarcazioni li hanno visti e sfiorati (autorità comprese!) e sono passate avanti senza offrire un aiuto, un soccorso ad un gommone pieno di gente disperata.

Non sentiamo più il dovere (umano) di dare una mano a chi è in difficoltà? Che cosa siamo diventati? Come si fa a girare la testa dall’altra parte? Di fronte ad una notizia come questa, sono piena di rabbia e indignazione e provo un dolore vero, cupo e sordo, ma purtroppo anche un terribile senso di impotenza.
La “gente” sembra diventata meno sensibile, non so nemmeno con chi condividere i miei sentimenti, mi rintano nel mio blog…

DEDICATO A CHI NON E’ MAI ARRIVATO A RIVA…

Ho perso la parola, il suono
   di Mohamed Akalay, Marocco

Ho perso la parola il suo suono
La lacrima il suo sapore
Il sorriso il suo smalto
Mani di sassi seppellirono
L’ultima radice
Ai piedi dell’oblio
Rimane l’ombra errante
Sudore dei venti
Spezzato tra scirocco e maestrale
Su onde senza faro né porto

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Volevo imparare a suonare il pianoforte…

 

“Il ricordo puro non ha data. Ha una stagione”.  
(G. Bachelard)
Da piccola volevo imparare a suonare il piano, non uno strumento qualsiasi, proprio il pianoforte! Amo il suono dei tasti che scorrono, rimbalzano e sussurrano, amo le pause di silenzio, quei suoni hanno sempre un’eco dentro di me, le mie dita vorrebbero muoversi, quasi inseguire (o sostituire?) quelle che stanno suonando al posto mio…
Volevo imparare a suonare il pianoforte, ma mio padre non voleva!

Ricordo che ho provato a toccare tutti i “tasti” nelle mie continue richieste (desiderio, preghiera, supplica, rabbia, dolcezza) ma non sono mai stata presa sul serio. Chissà perchè lo chiedevo solo a lui, forse perchè era lui l’autorità davanti ai miei occhi di bambina, non ho mai pensato (nemmeno una volta…) alla possibilità di chiederlo a mia madre e me ne accorgo troppo tardi…
Forse se avessi tentato, lei ci sarebbe riuscita (chissà), ma non ne sono molto sicura. Certo, anche lei doveva avere le sue “armi” segrete per sgretolare quella roccia che papà ci appariva.

Guardo oggi le mie mani, non proprio ideali per suonare il piano, non belle nè affusolate, sono mani piccole ed anche un po’ tozze. Ma il mio bi-Sogno partiva da dentro, era il desiderio di aprire un canale di comunicazione verso il mondo per esprimere qualcosa di me, non volevo diventare una pianista di professione.
Ad un tratto, ho smesso di chiedere (rassegnata), anche se ho continuato sempre a desiderare di potermi sedere un giorno davanti alla tastiera e imparare quel codice “segreto”. Ma forse oggi non mi piacerebbe più sentirmi strimpellare, la musica che ho dentro – e che talvolta affiora quando leggo o guardo il mare, un volto, il cielo, quando ascolto un pezzo particolare – mi riempie e mi appaga.

… e il rimpianto si spegne per lasciare il posto ad una sottile malinconia: ero una bambina timida e mite, mi sentivo goffa, tutta l’aggressività la contenevo dentro di me, mi sentivo incapace di affermarmi e di farmi considerare, obbedivo anche per mancanza di coraggio, per paura di affrontare un conflitto.
Perchè avevo bisogno di essere amata.
Io mi amavo?

“I vecchi dovrebbero essere esploratori” (T.S. Eliot)

Oggi è una giornata difficile e devo prendere in prestito le parole degli altri per riuscire a far emergere pensieri e stati d’animo. Quando qualcosa mi tocca profondamente, o scrivo un capolavoro (si fa per dire) o rimango completamente muta!  😐

Sto pensando a mio padre, un uomo di carattere, un uomo forte che ha attraversato la vita riuscendo a sopravvivere ai campi di concentramento tedeschi, al difficile dopoguerra e a mille piccole e grandi vicende personali e familiari. In questi anni però, gli anni della vecchiaia, ha scoperto giorno dopo giorno il senso della fragilità del corpo (e non solo). Lui forse non lo sa, ma è proprio questo che lo ha avvicinato a noi figli, la sua fragilità ce lo rende più simpatico e umano, ci rispecchiamo nel suo desiderio di affetto, di compagnia, di rassicurazione.

Mentre penso a lui ora, prendo in mano un libro di James Hillman, intitolato LA FORZA DEL CARATTERE. Mi aggrappo alle pagine, per scovare qualche parola che mi dia forza…
“Gli ultimi anni della vita confermano e portano a compimento il carattere… dice Hillman, il carattere ha bisogno di quegli anni”. Dunque un binomio, vecchiaia e carattere insieme: “Così come il carattere guida l’invecchiamento, l’invecchiamento disvela il carattere”.

I libri mi aiutano, sono degli amici sempre disponibili e questo ora è un buon compagno. Lo leggo e penso alla vecchiaia dei miei genitori, ma soprattutto a quella che sta vivendo mio padre, un uomo che colpisce tutti quelli che hanno a che fare con lui. Un uomo colto, ironico, curioso (a 93 anni) del mondo che ci gira intorno, una persona con cui è bello conversare di cose importanti. E’ una persona con cui è piacevole trascorrere il tempo, anche quando – preso dallo sconforto di una quotidianità pesante – si sforza di camuffare il tremolìo interiore, gli occhi umidi e parla, parla, parla, per allontanare le ombre…

Un libro straordinario

Sto leggendo un libro straordinario, la “Gerusalemme perduta” di Monika Bulaj e Paolo Rumiz, edito da Frassinelli.

Un reportage di scrittura e fotografia, emozionante e a tratti struggente, che ci racconta un viaggio di seimila chilometri in tre mesi dalle Alpi a Gerusalemme, per strade deserte e luoghi dimenticati, spesso misteriosi e sconosciuti ai più.

Un’esperienza umana che si trasforma – anche per chi legge – in un’avventura dello spirito, collegando con un filo invisibile culture lontane e…luoghi all’apparenza diversissimi, dove s’incontrano le religioni di occidente ed oriente, sulle tracce di una convivenza possibile.
Nei luoghi dove i monoteismi altrove in conflitto generano, a sorpresa, terreni di coabitazione.

Le fotografie intense, discrete e significative di Monika Bulaj, una fotografa-scrittrice polacca che vive oggi in Italia, documentano e commentano il viaggio, fissandosi non su capitelli o affreschi, ma ritraendo persone, di volta in volta semplici o straordinarie. Mi commuove qualcuna di esse, come quella che a pag. 49 ritrae le donne slave nella cripta della basilica di san Nicola a Bari, donne venute da molto lontano e che assorte in preghiera con il capo coperto, accendono “centinaia di ceri come fosse Natale”…

Mentre leggo, non posso fare a meno di sottolineare ed evidenziare frasi che mi colpiscono all’improvviso, come quella che forse riassume bene lo spirito del viaggio, una frase di Gregorio di Nissa, che risale al quarto secolo: “E’ lo stupore che ci fa conoscere, le idee invece creano idoli”.
E Rumiz ci ricorda subito dopo che “Le idee, sosteneva Hannah Arendt, hanno generato il totalitarismo”.

E’ un libro davvero stupendo che Marisa e Vito, due amici cari, ci hanno regalato due anni fa – il 3 agosto 2007 – con una bella dedica: “…perchè nella vita, nonostante l’età, c’è sempre qualcosa da cercare: un’emozione, un ricordo, un’idea, un amico… tanti amici”.

La “Gerusalemme perduta” l’ho presa tra le mani alle cinque di mattina, quando dopo poche ore di sonno, il caldo mi ha catapultato fuori dal letto. Era ancora buio, non sapevo proprio cosa fare. Un po’ per caso, ho sfogliato vecchi articoli, conservati in una cartellina, ne ho letto qualcuno e mi sono imbattuta nel nome di Paolo Rumiz. Un’illuminazione: ho un libro di questo autore. E allora, presolo tra le mani un po’ assonnata, ho incominciato a sfogliarlo per vedere un po’ di che cosa parlava, poi ho guardato distrattamente qualche foto, ho iniziato a leggere la prefazione “Epifania di un viaggio contromano” e parola dopo parola, ho continuato la lettura, emozionata e felice di questa scoperta.

Il silenzio e il chiarore dell’alba hanno creato l’atmosfera giusta e allora mi sono messa in viaggio anch’io…