Archivi del mese: ottobre 2009

Una telefonata che non è arrivata…

33 anni di matrimonio oggi! 
Anni felici insieme al mio compagno di vita, condividendo idee e passioni, momenti di grande gioia e di dolore, sprazzi di felicità e di rabbia. Anni pieni di noi, noi due insieme e noi due da soli. Abbiamo vissuto lavorando, dedicando del tempo all’impegno per gli altri, vivendo momenti dedicati. L’amore che ci unisce è fatto di mille sfumature, ci ha trasformato lentamente in una coppia fatta di due persone che non si annullano l’una nell’altra. E’ forse questo il nostro “segreto”!

Ogni anno, per 32 anni, la prima telefonata della giornata era di mio padre, immancabile! Prima di andare al lavoro, lo squillo del telefono era un bell’augurio per la giornata che iniziava. Riusciva sempre a trovare parole non banali, condite con la sua proverbiale ironia. Quest’anno però la sua telefonata non è arrivata. Dimenticanza, niente di più. Eppure mio padre ieri mi ha chiesto come avremmo festeggiato. Sono rimasta un po’ male e do la colpa alla vecchiaia che è inesorabile, vero papà?

Ma prima che finisca il giorno, noi due passeremo da te e mamma per “prenderci” i vostri auguri, ne abbiamo bisogno. Il tempo passa anche per noi e non fa sconti!

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La resistenza silenziosa di mio padre: contro il nazifascismo, una lotta senza armi.

Quella che vedete è una scheda che mio padre, internato militare in un campo nazista (ne ha girati parecchi: Wietzendorf, Sandbostel, Beniaminovo ed altri), è riuscito a sottrarre al momento della sua liberazione l’8 maggio 1945 ad opera dei russi. Quasi a voler conservare una traccia visibile, concreta, di quell’esperienza terribile, a tratti indicibile, che ha condiviso con tanti altri militari italiani. Se guardo di tanto in tanto quel che resta oggi – qualche documento personale e pubblico insieme – di un pezzo di vita di mio padre e insieme un pezzo di storia italiana non posso fare a meno di provare una grande amarezza: la storia tragica dei 650.000 Internati militari italiani (Imi) che ebbero il coraggio di negare la loro adesione alla Repubblica sociale (RSI) è stata a lungo rimossa e dimenticata.
Eppure è stata la prima forma di resistenza silenziosa e disarmata contro il nazifascismo…

Mio padre, ne sono orgogliosa, era uno di questi internati militari italiani: solo molti anni dopo mi ha raccontato in parte ciò che ha vissuto dopo quel fatidico 8 settembre 1943, un giorno nero per il nostro Paese, in cui un intero popolo fu umiliato. Sbandato e smarrito, senza sapere più chi comandava, fu intercettato a Zara da una pattuglia di tedeschi, che lo catturarono il 28 settembre e – dopo 20 giorni in un campo provvisorio – spedito a Wietzendorf insieme ai suoi soldati. Stipati come bestie nei vagoni, furono poi deportati nei campi nazisti in Germania, dopo aver peregrinato nel cuore dell’Europa.

Sembra incredibile che tanti uomini, educati fin da bambini dal fascismo, abbiano avuto la forza di accettare una prigionia durissima piuttosto che capitolare davanti al collasso della nazione, provare a resistere piuttosto che tradire la divisa e il giuramento al re (e non a Mussolini). “Siamo soli, scrive il capitano medico Guglielmo Dothel, non combattiamo più per nessuno ma solo per noi stessi in nome della nostra coscienza, del nostro onore, della nostra dignità di uomini”.
Quell’8 settembre le truppe tedesche disarmarono quasi 1 milione di italiani, “di cui 196.000 fuggono o vengono liberati, 94.000 aderiscono subito (alla Repubblica sociale), oltre 13.000 muoiono prima di arrivare nei lager e ben 710.000 vengono deportati con lo status di Imi”.

Lo si racconta in un importante libro da poco pubblicato per le edizioni Einaudi (“Gli internati militari italiani” di Avagliano e Palmieri). Sono uomini che si apprestano a resistere ad una condizione difficile perchè questa massa di persone scopre ben presto di essere totalmente abbandonata da quel che resta dello Stato italiano, sottoposta a pressioni continue perchè aderisca alla RSI e torni a casa dai suoi familiari.
 Dire ripetutamente di no, resistendo a condizioni igieniche pietose, al freddo intollerabile del rigido inverno tedesco e alle malattie che dilagavano, alla fame onnipresente, è un’impresa eroica. La fame è per tutti il nemico numero uno, tanto che per alcuni diventa un’ossessione: come può infatti bastare un pasto fatto da una brodaglia in cui galleggiano bucce di patata?

l “no” continuo ai carcerieri nazisti, ex-alleati, rende davvero commovente questa lotta senza armi.


Ecco uno dei foglietti disegnati nel campo di Sandbostel il giorno di Natale del 1944, in cui la stella cometa illumina il sogno di una casa che tutti sperano di rivedere…

Tra i documenti conservati da mio padre però ce ne sono alcuni che forse spiegano in che modo questi uomini siano riusciti a farsi forza tra di loro.
Fu lì che nacque quella comunità di persone che Giovanni Guareschi (che mio padre ha conosciuto proprio lì) chiamò più tardi “Città Democratica”: nelle lunghe serate in baracca, questi uomini infreddoliti, stanchi, affamati ed esausti riuscivano a ridere e a scherzare tra di loro (c’era anche l’attore Gianrico Tedeschi), riuscivano a parlare di letteratura, di filosofia e storia, di politica, di musica e di teatro, compilando – con i titoli dei volumi – una biblioteca ideale.

Sfogliare questo libriccino, costruito con pagine di risulta e compilato in una situazione così paradossale, mi fa provare ammirazione per quest’uomo che è mio padre, uno degli ultimi testimoni: è forse anche da lì che nasce il mio amore per la letteratura, per la conoscenza del passato, per la politica intesa come servizio, l’amore profondo per le arti figurative e per la musica?
Leggere quelle righe mi fa uno strano effetto: autori e titoli elencati e classificati con precisione su fogli di carta riciclati e rilegati.

Purtroppo chi riuscirà a ritornare a casa – reduce da questa esperienza devastante – si accorgerà subito che dovrà rielaborarla per conto proprio, custodirla in silenzio, quasi vergognandosene (a parte incorniciare una medaglia):

la drammatica storia di queste migliaia di persone, che fa onore all’Italia, rimane fuori (come tante altre vicende) dalla memoria collettiva.

Mi piace ricordare le parole orgogliose di Giovannino Guareschi: «Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire.»

L’unica resistenza celebrata però – ieri come oggi – è quella dei partigiani. Non c’è posto per questi uomini traditi, disprezzati e poi dimenticati, come constata amaramente uno storico tedesco.  Solo negli ultimissimi anni, si è mosso qualcosa. Ma che amarezza vedere ciò che è diventata l’Italia di oggi, frutto amaro delle continue rimozioni del suo passato…