Archivi del mese: aprile 2010

Il saluto della sera (in hospice)

Dopo un’intera giornata trascorsa insieme, arriva la sera e il viso ormai stanco non riesce ad abbozzare nemmeno un sorriso, il corpo è pesante e non risponde più. Capisco con una stretta al cuore che è il momento di andare per lasciar riposare (dormire no, è troppo difficile) mio padre che ora si trova in un hospice, una moderna struttura alle porte della mia città, molto confortevole e dotata di un’équipe multidisciplinare che lo cura con attenzione e gentilezza.


Purtuttavia, com’è triste il saluto della sera. Noi familiari possiamo stare con lui tutto il tempo che vogliamo, giorno e notte, ma arriva comunque il momento dei saluti, il giorno dopo bisogna essere al lavoro e dunque si torna a casa. Questa – nella foto – è la sua stanza, da cui riesce a vedere un po’ del verde degli alberi e l’azzurro del cielo. Io spero che presto riesca ad alzarsi almeno un po’.

Ieri ho trascorso con lui momenti belli, fatti più di sguardi che di parole, in un turbinio di pensieri. Quando la vita si avvia al traguardo, ci si disfa di tutti gli orpelli e ci si aggrappa alla sostanza delle relazioni affettive più vere.

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Il saluto della sera (in ospedale)

Un corpo abbandonato, uno sguardo tristissimo, un debole cenno della mano, lo sforzo per un sorriso che rende quel viso caro una maschera quasi tragica: ogni sera quel saluto affettuoso a mio padre – prima del buio notturno – si trasforma poi in sofferenza, in un dolore cupo e sordo, per la paura di non rivederlo più vivo. Esco dalla sua camera e percorro il lungo corridoio del reparto incrociando altri visi, altri sguardi, altre sofferenze. Quando sono fuori, mi porto dietro tutto di lui.

Se ne sta andando un uomo colto (è come se bruciasse un’intera biblioteca), un uomo capace di ironia fino alla fine, un uomo davvero fuori dal comune.

Con il cuore a pezzi…

Stasera ho il cuore a pezzi e solo la bellezza di questa orchidea della Murgia barese riesce a darmi  un po’ di respiro…

Quando mancano le parole per dirlo…

Un blog si apre per comunicare, con parole o immagini, con video o dei suoni, insomma con qualcosa di concreto, di visibile. Oggi sono invasa da sentimenti ed emozioni troppo forti, contraddittorie tra loro, ma non riesco a trovare parole.

Come faccio a descrivere ciò che prova una figlia di fronte al padre malato che – lucido come non mai – chiede di avvicinare la sua fine?

A chi gli vuol bene chiede aiuto, un atto d’amore… Se si partecipa a un dibattito su questo tema, è relativamente facile intervenire per esprimere idee e punti di vista in merito. Ma se ci sei dentro fino al collo, cambia tutto; è come se non sapessi più pensare razionalmente, le categorie di “giusto” e “sbagliato” si confondono e tu sei lì con la testa e il cuore in subbuglio. Ti fai mille domande senza risposte, ci giri intorno e ti accorgi che non fai nemmeno un passo.
Per questo mi mancano le parole per dirlo… “perchè la più inquietante intensità della vita è la morte”, come scrive Philip Roth nel suo potente romanzo “Everyman”, che si apre con i versi di John Keats in ‘Ode a un usignuolo’:

Qui dove stanno gli uomini, ascoltando gli alterni lamenti;
dove un tremito scuote gli ultimi radi e tristi capelli grigi,
dove la giovinezza impallidisce, si fa spettrale e muore,
dove il solo pensare è tutto un tormento…  (appunto! N.d.R)