“Ecco cosa significa, essere vivi…”

“Piccola città” era per me (fino a qualche giorno fa) soltanto il titolo di una bella canzone in cui Francesco Guccini descrive una città di provincia, chiusa e conformista. Ora ho qui sulla mia scrivania “Piccola città” di Thornton Wilder, un vecchio libriccino che ha resistito al tempo. E’ stato infatti pubblicato nel 1944 dall’editore Campitelli di Roma. L’ho trovato tra gli altri nella biblioteca di mio padre, che lo comprò a Bari il 4 marzo del 1946 (64 anni fa, quando aveva già 30 anni. Si sarebbe sposato l’anno successivo).
La data è scritta con un pennino ad inchiostro insieme al suo nome, nella sua inconfondibile grafia.

Prima di iniziare a leggere, ho tenuto tra le mani queste pagine ingiallite ed ho visto che è un’opera teatrale. Una commedia, ambientata in una cittadina immaginaria del New Hampshire di inizio ‘900, in cui si racconta il tranquillo procedere della vita dei suoi abitanti e di come, proprio nello svolgersi ripetitivo dei gesti quotidiani, sia possibile misurarsi con il senso della vita.
“E’ il tentativo – spiega infatti il suo autore – di trovare un valore supremo per tutti i piccoli eventi della nostra vita quotidiana”.

Non ho ancora letto il terzo atto, quello che scatenò le proteste del pubblico, come racconta Elsa Merlini in una lettera, che precede il testo. Ma è lì che voglio arrivare al più presto, perchè vedo tanti righi sottolineati a matita da mio padre che non c’è più, proprio come i personaggi della commedia. Nel terzo atto, essi sono già morti e vivono  “in cima a una collina, una collina battuta dai venti; tanto cielo, tante nuvole, e spesso tanto sole, e la luna e le stelle”. La scena si svolge nel cimitero della piccola città, dove “sembra che molte pene umane si siano acchetate”.

Leggo ciò che è sottolineato e mi sembra sia diretto proprio a me:
“Voi sapete come me, che i morti non serbano molto a lungo l’interesse per noialtri vivi. A poco a poco abbandonano la terra… e le ambizioni che hanno nutrito… e i piaceri che hanno goduto… e le cose per cui hanno sofferto… e le persone che hanno amato. (… ) Aspettano… Aspettano, forse, che la parte eterna che è in loro si manifesti…”.

E ancora: “Accade mai che ci sia qualcuno che comprenda la vita mentre è vivo?…” (…) “Ecco cosa significa, essere vivi… Muoversi entro una nuvola d’ignoranza; andare avanti e indietro pestando sul cuore di…  chi viveva attorno a noi. Passare e sperperare il tempo come se si avesse un milione d’anni da vivere”.

Chiudo il libriccino e mi metto a pensare…  Mi accorgo però di essere un po’ più tranquilla e forse, pur ripensando intensamente ai miei due amatissimi genitori, penso che non posso continuare a vivere nel dolore, che spero mi dia un po’ di tregua, non posso trascurare chi è vivo e mi ama (e che io amo!).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...