Archivi del mese: luglio 2010

Enrica, che mi ricorda mia madre…

Arrivare presto sulla spiaggia è una sensazione particolarmente gradevole. La luce del mattino è pulita, poche persone, il profumo e il suono del mare, tutti i rumori sono come ovattati.

Due giorni fa ho rivisto con piacere Enrica, una cara amica, che ha avuto un altro figlio. Ora ne ha quattro.
La guardo mentre segue i suoi piccoli con tenerezza, vedo come sorride senza innervosirsi. Dedica tutto il “suo” (?)  tempo a loro, che pasticciano con la sabbia, corrono, vanno in acqua, ritornano sotto l’ombrellone, la chiamano per attirare la sua attenzione. Lei ha uno sguardo per il più piccolo e tanta attenzione per gli altri tre. Mi piace osservarla mentre è seduta sotto l’ombrellone o quando gioca con i suoi bambini sulla sabbia, quando inizia i lunghi preparativi per il rientro a casa…

Più la guardo, più ripenso alla giovane mamma che tanto tempo fa ci seguiva costantemente (anche noi eravano quattro), ricordo bene che non ci toglieva gli occhi di dosso. Mentre ero in acqua, io la guardavo lì  sulla riva ed incontravo immancabilmente il suo sguardo, quel suo sorriso aperto che mi rassicurava e mi faceva sentire felice.
Mia madre amava il mare, amava nuotare, ma quando eravamo piccoli era tutta per noi! Sembrava che non si stancasse mai. Sembrava…
Ora so che non è così, so che ci sono donne che dimenticano sè stesse per dedicarsi completamente alla cura dei loro figli. Col senno di poi, penso che dovremmo tutte imparare a riservare ogni giorno un pizzico di tempo per noi stesse, ma è più facile dirlo che farlo quando ci sono quattro marmocchietti che assorbono tutte le tue energie…

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L’ultimo compleanno, l’ultima estate…

23 luglio 2009, l’ultimo compleanno di papà.
Tutti insieme a pranzo, poi nel pomeriggio il ricovero in ospedale per un intervento. Il ricordo è vivissimo, rivedo tutti noi seduti nel soggiorno, la tavola ben apparecchiata, anche mamma era con noi.

Non so gli altri, ma io avvertivo la consapevolezza di vivere un momento particolare. Internamente agitata da pensieri arruffati, guardavo papà ed avevo paura di non vederlo più ritornare a casa. Anche lui ci guardava e sorrideva con un velo di malinconia mal camuffata. L’intervento andò bene e lui ritornò tra di noi 5 giorni dopo, ma il benessere (si fa per dire!) durò tre mesi soltanto…

Quella dell’anno scorso è stata l’ultima estate dei miei genitori.
Lontani i tempi delle villeggiature insieme, il tempo lungo degli anziani trascorreva giorno per giorno tra l’attesa di una visita, la lettura di un giornale, qualche sprazzo di Tv, un po’ d’aria sul balcone commentando il rosso dei fiori dell’ibisco. Si parlava quasi sempre di salute, anzi di medicina/e.

La vita dei vecchi è scandita dalle visite del medico curante, dai farmaci da prendere ad ore fisse, dalla registrazione di dati importanti (la pressione, la glicemia, …) e basta poco per far nascere una nuova preoccupazione, il timore di qualche altra patologia, che va a sommarsi a quelle già esistenti.

Sfogliando l’ultima agenda quotidiana di mio padre, vedo che s’infittiscono i dati che riguardano le terapie, le analisi da fare e da rifare, i nuovi allarmi che inesorabilmente porteranno prima mamma, poi anche papà verso la fine.

Stanotte ho sognato mia madre, bella e serena come quando era giovane e stava bene. Al risveglio, una gran tristezza. Con l’amaro in bocca, ho masticato tre-quattro biscotti, bevendo latte e lacrime.

9 luglio 2010, nel giorno di silenzio dell’informazione…

E’ l’ora del Tg, ma la televisione oggi è spenta, i giornali non sono usciti, i siti internet degli organi d’informazione non sono stati aggiornati. Anche le agenzie hanno incrociato le braccia per protestare (ed a ragione) contro la Legge-bavaglio, la pretesa del governo Berlusconi di colpire il diritto costituzionale di informare e di essere informati in nome del diritto alla riservatezza. In silenzio per difendere una delle libertà più sacre in democrazia.

In questo black out, ho ripreso vecchi articoli conservati da mio padre, persona curiosa e ricca di interessi, che ogni giorno leggeva il suo quotidiano (talvolta anche più di uno) e che alle soglie dei novant’anni ha scoperto la bellezza di navigare in rete e di leggere anche i quotidiani online. Spesso stampava gli editoriali più interessanti per farmeli leggere e scambiare opinioni tra noi. Tra le sue carte c’erano anche i post di questo mio blog, stampati e raccolti insieme. Una grande emozione…

Per mio padre la vecchiaia non è stata l’anticamera della morte. “Giunto sul pendio in cui precipita l’età” provava spesso a scherzarci su, cercava di fare un po’ d’ironia sulla definizione di terza e quarta età, quasi a chiederci: che senso ha questo frazionamento della nostra vita che invece ognuno di noi sente come un fluido, come un lungo fiume che scorre? Mentre lo ascoltavo, pensavo alla mia di età (avendo superato anch’io gli ‘anta’) e mi chiedevo silenziosamente quale etichetta ‘esterna’ mi affibbiavano… Se ci penso, provo un senso di disagio, un fastidio che cerco di esorcizzare con il sorriso o una battutina di spirito (amaro).

La lunga vecchiaia di mio padre, che non ha mai perso la sua fame di vita, è stata quasi una scuola per me. Mentre parlava, mi sembrava di assistere come in un film alla sua vita lunga e ricca di esperienze, che si condensava in pensieri e riflessioni che di tanto in tanto emergevano dal suo mondo interiore, emergeva a tratti una vita che insieme alle gioie aveva affrontato momenti difficilissimi, di paura ed isolamento, di angoscia e dolore, di profonda solitudine e di un grande bisogno d’amore.

Mentre sfoglio gli articoli che lui aveva ordinatamente conservato in un portalistini, ne rileggo alcuni particolarmente belli: “La lunga durata” di Umberto Galimberti che recensisce da par suo un interessante libro di Hillman come “La forza del carattere” e poi “Le piccole grandi cose della vecchiaia” di Norberto Bobbio che a novanta anni si guardava intorno e confessava di sentirsi quasi un sopravvissuto. Ma c’è un altro ritaglio di giornale “Vecchiaia – Elogio del tempo ritrovato” di Giovanni Raboni, un poeta che io amo molto, che si sofferma su questo tempo della vita che può diventare un’occasione per assaporare nuovi aspetti dell’esistenza (a patto però di stare abbastanza bene in salute).

Quanto mi manca questo mio vecchio papà, scoperto forse un po’ tardivamente. Quand’ero ‘piccola’ e vivevo lontana da casa, lo vedevo come un gigante; un papà forte, a tratti autoritario, un uomo che si è pre-occupato di fare tutto ciò che era necessario, di non farci mancare nulla, anche se con sobrietà ed equilibrio. Un papà colto, che a volte m’incuteva timore. Da vecchio, ho scoperto la vera forza del suo carattere, la ricchezza di sentimenti a lungo nascosti (secondo la rigida educazione ricevuta), la fragilità fisica che rende tutti noi un po’ più umani ed attenti agli altri (ed anche a noi stessi).