Archivi del mese: ottobre 2010

Correggo i compiti e intanto vago con la mente in lungo e in largo…

“Mi guardo allo specchio, ancora niente! Sono sempre la stessa ragazzina, fisicamente infantile. Sento di crescere dentro, ma non è un cambiamento visibile. Ogni giorno che passa sono sempre la stessa, eppure sono diversa. Mi sembra di osservare tutto con occhi nuovi…”.

E’ l’incipit di un testo che ho sotto gli occhi, un testo scritto da A., un’alunna di terza media (che ha soltanto 12 anni), piccola di statura, ma con una personalità forte. Continuo a leggerlo, anche perchè poi devo correggerlo e valutarlo, e mi stupisce la capacità di riflessione di questa ragazza:
“Quand’ero bambina li vedevo perfetti (si riferisce ai genitori), ogni loro decisione mi sembrava quella giusta, non contestavo mai le loro punizioni credendo di essere sempre io dalla parte del torto! Adesso invece mi accorgo dei loro difetti, di quando commettono un errore con me. Capisco di farli riflettere con un mio gesto o una frase, mi rendo finalmente conto della stanchezza nei loro occhi alla fine della giornata… So quand’è il momento di lasciarli soli, mentre prima gettavo “sale sulle ferite” senza rendermene conto!”

Leggere questi testi, mi riporta alla mia preadolescenza, vissuta a Milano, lontano (molto lontano) da casa e dalla mia famiglia, circondata da suore e da compagne “prigioniere” come me di un collegio per ragazze benestanti…
Benestanti? Ma questa parola non significa “stare bene”? E invece io non stavo affatto bene, sradicata dal mio ambiente, senza un minimo di spazio personale, tra persone estranee; mi sentivo come sperduta nell’universo e appena il giorno stava per finire e calava la sera, con il buio e il silenzio, rivedevo i fantasmi della mia solitudine prendere forma e spaventarmi per il vuoto d’amore in cui mi sentivo costretta a vivere.

Ai miei alunni leggo spesso “Il piccolo principe” – anch’egli solo nell’universo, dopo aver abbandonato la sua piccola rosa sul suo piccolo pianeta – e so che la mia scelta non è casuale.
Sono così coinvolta nella lettura, che tutti – anche quelli che si distraggono spesso – mi ascoltano con un’attenzione ed una partecipazione palpabile, si crea in classe un’atmosfera unica, un silenzio profondo in cui tutti ci sentiamo immersi!

Quante ore dedico alla correzione di certi compiti in classe! Mi fanno fermare a pensare a chi l’ha scritto, a riflettere sul grado di maturità raggiunto, mi fanno pensare a me e al filo della mia vita, immersa oggi in un’altra fase di passaggio, verso la vecchiaia, una parola che solo a dirla (riferita a me stessa) mi sembra impossibile da metabolizzare.
L’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, la maturità… Volate via, per sempre! Che nodo in gola, è meglio che io riprenda a leggere (e a correggere) i compiti degli altri ragazzi, che li aspettano con ansia.

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L’immagine di Sara e i volti dei miei alunni

Stamattina in classe, festeggiata con allegria e tanto affetto (per il mio compleanno) da ragazze e ragazzi delle ‘mie’ classi, non potevo fare a meno di guardare con simpatia i loro volti, le espressioni, i movimenti infantili e quegli sguardi tra loro complici. Li guardavo con dolcezza mista a un velo di tristezza.

Nella mia mente l’immagine dolcissima di Sara Scazzi, una ragazza appena 15enne piena di sogni, con tanta voglia di volare, desiderosa di amare ed essere amata. Una ragazza barbaramente uccisa dai familiari…

Se fossi la sua insegnante, non so come riuscirei a sopportare il dolore e l’angoscia di quel banco vuoto, mi sentirei catapultata in un enorme buco nero, buio e pauroso come un incubo, per il massacro a cui Sara è andata incontro in un pomeriggio d’estate come tanti.

Quando sto con i miei alunni e le mie alunne, mi sento dentro un supplemento di energia, di vita, di gioventù e non riesco nemmeno a pensare che possa succedere a loro qualcosa di così terribile! Oggi li guardavo mentre mi sorridevano e alla loro immagine di vitalità si sovrapponeva quella ormai senza vita di questa ragazzina.

Sento montare dentro di me uno sdegno incontenibile per la strage silenziosa di donne, vittime di violenza da parte di persone (soprattutto uomini) primitive rimaste all’età della pietra, pronte a ghermire una preda da distruggere ed abbandonare dopo l’uso…

La normalità, il quotidiano…

Mesi e mesi trascorsi con i miei genitori, lunghi pomeriggi a contatto con la loro sofferenza, il distacco e il ritorno a casa tardi la sera con il cuore frantumato…

Ora che non ci sono più, amo rimanere in casa appena posso. Riscopro pian piano il sapore dimenticato della quotidianità, il lasciarmi andare a vivere giornate normali, quelle abbastanza tranquille in cui non succede nulla. Il mio tempo si è come dilatato e mi piace essere immersa in quella normalità confortante, che – come dice Pessoa – “… ha il sapore delle cose che nella vita danno calore.”