Archivi del mese: gennaio 2011

C’è un paio di scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze  Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas.

C’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…
 
Joyce Lussu riesce a farci trattenere il respiro con questi suoi versi,
a tutti comprensibili, che ci obbligano a non dimenticare,
soprattutto i bambini…

Ieri mattina l’ho letta in classe.
Era sul quaderno di Y., una ragazza che mi ha portato tanta documentazione raccolta ai tempi della scuola elementare con la sua maestra:
frammenti di pagine di diario, poesie e immagini.
L’ho letta a tutti con emozione, immersa nel silenzio profondo
che si crea quando c’è un vero ascolto.

Intanto ogni giorno leggo ad alta voce
qualche pagina del diario di Anne Frank,
una ragazzina-simbolo familiare a tutti.

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“Un mondo che non esiste più”

E’ il titolo di un libro che mi ha regalato Simona, uno di quelli che non puoi mettere in libreria tra gli altri volumi. Intanto, appena ricevuto ho incominciato subito a sfogliarlo, a guardarlo e a leggerlo. E’ un libro affascinante questo!

Folco, il figlio di Tiziano Terzani, ci restituisce – selezionando foto e testi – la personalità del padre che faceva il giornalista, andando in giro con una vecchia Leica al collo.

«L’immagine è un’esigenza, diceva, là dove le parole da sole non bastano». E ancora, per farci capire meglio il senso di quegli scatti: «Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e i filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea. Bisogna capire cosa c’è dietro i fatti per poterli rappresentare. La fotografia – clic! – quella la sanno fare tutti».

Ecco che cosa c’è in questo libro, «… trent’anni di fotografie in bianco e nero di un mondo che non esiste più» con i commenti che Tiziano Terzani stesso scriveva la sera, quando si fermava dopo il suo peregrinare tra la gente del Vietnam, della Cina, del Mustang, del Laos e della Birmania. 
«Le due cose sembravano scorrere in parallelo: quel che vedeva nella luce del sole era quel che la sera, sotto una zanzariera, appuntava nel suo blocchetto o raccontava intorno alla nostra tavola. Mentre con le foto inchiodava l’impressione del momento, le parole gli servivano per rifletterci sopra. … Queste foto – conclude suo figlio con grande amore – sono il ritratto di un mondo, ma anche di lui stesso, come quella faccia pensosa, malinconica e serena, del rinunciatario con la barba bianca nel tempio indiano. E non solo di quello che ha cercato, ma di quello che ha trovato. È questo il bello delle fotografie, che non sono idee astratte, invenzioni. Hanno qualcosa di concreto. Il mondo è stato proprio così, almeno per un attimo».

Mi sono innamorata…

Domenica pomeriggio mi sono innamorata, un colpo di fulmine!
Eppure mi ero preparata all’incontro… Le mie aspettative erano alle stelle, ma appena l’ho visto mi sono resa conto che davanti a me avevo qualcosa d’inaspettato. Ho incominciato a guardarmi intorno, giravo la testa come in una danza lenta, camminavo con circospezione perchè ogni particolare mi sembrava messo lì non a caso, ero invasa dall’emozione. Dalla terra al cielo, mi sentivo letteralmente avvolta come in un abbraccio.


Dall’esterno (bellissimo!) all’interno, il Maxxi è un edificio corposo ma agile che non ti lascia indifferente, il cemento sembra leggerissimo e la luce entra dalle ampie vetrate confondendo interno ed esterno. Percorri spazi ampi aperti e segnati da tubi rossi che ti suggeriscono il cammino, lungo corridoi che sembrano sentieri, ti fermi in quelli più chiusi e raccolti, guardando ed ascoltando, pensando ed emozionandoti.


Io quasi non ero più io, fuori dal tempo ed immersa negli spazi di questa splendida struttura architettonica. Intuivo che l’arte ha davvero il potere di farti sentire nuova, diversa, libera. Zaha Hadid, architetta anglo-irachena, è riuscita ad inserire nell’ambiente circostante questo audace museo contemporaneo, che sa come accoglierti per farti vivere un’esperienza artistica e culturale, umana e sociale, difficile da dimenticare.

Mentre calava lentamente il giorno, i colori dei palazzi della Roma antica che si specchiano nelle vetrate assumevano pian piano contorni sempre più sfumati, fin quasi a (con)fondersi nel paesaggio urbano. Domenica scorsa non avevo con me la mia cara macchina fotografica, per questo ho inserito immagini trovate in rete. Se ho violato il copyright, vi prego di segnalarmelo, provvederò al più presto a cancellare la foto. Spero infatti di poter fotografare io questo edificio, scovando punti di vista inediti…

Anno nuovo, auguri vecchi! Che noia…

E’ mai possibile che ogni anno ci sottoponiamo tutti alla tortura di augurare sempre un anno migliore del precedente? Sempre la stessa, noiosa canzone.
Poi ci sono quelli che vogliono fare gli originali a tutti i costi, ma non sanno trovare le parole ed allora t’ inviano quelle frasi retoriche copiate da internet o riciclate: che gaudio! Nei prossimi giorni sarà un diluvio di “Buon anno!” con i conoscenti incontrati per strada, al rientro al lavoro, o con gli amici.

Sì, forse qualcuno mi dirà che non sono nello spirito giusto, è vero, ma la noia l’avverto da un po’ di anni. I giornali che si riempiono degli eventi successi mese per mese (chi li sceglie?), poi l’elenco delle diete per smaltire il sovraccarico glicemico delle feste. Sarà che ho troppi anni, ma non ne posso più!
A ottobre in città vedo già le prime vetrine natalizie, un’orgia di luci, di colori, di chiacchiere, di rumori; la parata dura ben tre mesi, poi subito dopo capodanno fa capolino il carnevale, poi la festa del papà e dopo pasqua l’immancabile festa della mamma. E così via fino al termine di questo anno appena incominciato.
Certo, tutti speriamo che al giro di boa qualcosa di nuovo ci capiti, chissà.

Anch’io spero che il nuovo anno sia migliore del precedente, così carico di dolore e forse è questa la tristezza che mi stringe il cuore: aver perso per sempre la possibilità di godere la presenza dei miei genitori, di sentire le loro voci, di intenerirmi alle loro fragilità, di vedere i loro volti.

Una foto non basta…