Proviamo a salvarci*

A volte ho paura
di non poter trovare altre parole.
E’ come se solo il silenzio
potesse toccare l’intensità del dolore.

Non è facile aver passato due anni della propria vita ad aver girato in lungo e in largo l’Italia e l’Europa raccontando a centinaia di migliaia di persone la vergogna disumana dell’accordo Italia-Libia ed oggi essere ancora qui a dover cercare altre parole per continuare a doverlo fare.
Altre parole per cercare di ottenere attenzione da un mondo, quello della politica e della sua comunicazione, fiero della sua vanitosa distanza, della sua inumana estraneità e della sua feroce parzialità.

Non ci dovrebbe più essere nulla da dimostrare.
Più nulla da spiegare.

La storica vergogna delle deportazioni di esseri umani volute e finanziate dall’Italia nel deserto libico è sancita. Inconfutabile segno della perdita di civiltà di un piccolo vecchio mondo, arroccato nella sua scricchiolante posizione di privilegio.

Non avremmo più bisogno di altri racconti.
L’unico bisogno di cui ora dovremmo occuparci è provare a salvare la nostra tradita dignità.

Migliaia di donne, uomini e bambini ci riconoscono con chiarezza come amici potenti, come padrini dei loro disumani carnefici, dei loro violenti stupratori.        
Padrini di carnefici stupratori.

Se tali vogliamo essere
non dobbiamo fare altro
perché già lo siamo.

Se vogliamo provare
a dare alla nostra vita
un significato diverso
allora dobbiamo reagire.

Per ottenere semplicemente che tutto ciò cambi.

L’Italia deve chiedere scusa a migliaia di esseri umani
e sulla base di quelle scuse rivedere completamente gli accordi con la Libia.

L’Italia deve salvare i 245 profughi eritrei e somali deportati a Brak, perchè deve salvare sé stessa.
In quelle celle di cemento, polvere e sangue è detenuta la nostra dignità di esseri umani.
Proviamo a salvarla.

Proviamo a salvarci.

…E’ come se solo il silenzio potesse toccare
l’intensità di questo dolore.

*Andrea Segre

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