Archivi del mese: marzo 2011

Povera patria… un Paese alla deriva!

Un intero governo allo sbando!
E’ in guerra contro Gheddafi ma senza alcuna convinzione, diviso al suo interno e contraddittorio nelle dichiarazioni rilasciate ai media.
E’ alle prese con l’emergenza sbarchi determinata dalle rivolte arabe del nord Africa e non sa che pesci prendere: Maroni, ministro dell’interno leghista, non si sta dimostrando all’altezza della situazione mentre il suo capo, che è anche un ministro (!), si permette di rispondere in modo arrogante – e in dialetto (“Fora da i ball”) – a chi gli chiede quale possa essere la soluzione.
Berlusconi piomba intanto a Lampedusa dove recita il suo solito show: annuncia che farà aprire un casinò e che comprerà lì una villa!

In Parlamento intanto, la maggioranza, invece di affrontare i complessi problemi di politica estera e interna, cerca di forzare al massimo la mano sul processo breve (sic!) per salvare il premier dai processi in cui è imputato.
Ma non basta: c’è anche chi sta lavorando su un altro fronte delicato per rendere inoffensivi – con proposte vergognose – i talk show che si permettono di esercitare il diritto costituzionale di critica, la libertà di esprimere la propria opinione, una libertà sempre più difficile da esercitare.

Dopo tanti anni di governo, non vedo più dilettanti allo sbaraglio, vedo una cricca disposta a tutto per salvare se stessa, incurante del fatto che l’Italia è sempre più marginale e conta sempre meno sullo scacchiere europeo e internazionale.
In questo sconfortante panorama, la notizia (fonte: Guardia di Finanza) che forse dalla Puglia – la mia regione – la criminalità organizzata sta facendo arrivare a Gheddafi carichi di armi (che si vendono sempre al miglior offerente…), mi fa provare un senso di rabbia che non so dove incanalare: non mi riconosco più infatti neanche nelle forze di opposizione a questo governo, incapaci di creare un fronte unitario ed alternativo a chi sta facendo scempio della legalità, del territorio, della cultura e della formazione.

Sta cambiando in peggio anche l’identità stessa degli italiani, sempre più individualisti, egoisti, litigiosi, paurosi ed aggressivi verso il mondo intero!

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Italia – Libia: dai baciamano ai cacciabombardieri!

“Forse non ci sarà storia pacifica
mai sulla terra e sulle stelle, ma
questo è davvero motivo di tante
lacrime: gli uomini parlano tanto
ora di pace, ma nulla li avverte
come la grande pace sia impossibile
coi poveri pensieri di cui nutrono
se stessi e il mondo…”.

Sono i versi del poeta pugliese Claudio Damiani, che mi sono tornati in mente in questi giorni di guerra. Giorni in cui non riesco ad esprimere parola di fronte al precipitare delle operazioni belliche in cui anche l’Italia è coinvolta, pur dilaniata dalle solite divisioni, della maggioranza di governo e delle opposizioni. Sembra quasi che solo ora si scopra chi è il colonnello Gheddafi, il tiranno con cui tutti, chi più chi meno, sono scesi a patti, fornendogli armi e chiudendo tutti e due gli occhi di fronte ai massacri e alle violazioni continue dei diritti umani, che durano da decenni.
 
Chi oggi governa il mondo (non solo l’Italia) non ha la capacità di attivare in tempo utile i canali diplomatici (ci vogliono onestà, sapienza e pazienza per negoziare), s’incontrano al G8 ma non riescono a trovare punti di incontro per risolvere i complessi problemi posti dalla globalizzazione selvaggia che sta facendo arricchire alcuni (pochi) e travolgendo molti altri. La politica internazionale si dimostra da molti anni priva di una visione per il futuro di un mondo, che le sta sfuggendo di mano e che appare sempre più nebuloso ed oscuro. I popoli occidentali sono preda del timore di perdere i piccoli privilegi conquistati e il fragile benessere economico e chiudono gli occhi di fronte al desiderio (talvolta disperato) di tanti (soprattutto giovani), che tentano di dare una sterzata allo loro storia, al loro “destino”, anche fuggendo dai loro paesi di origine, per riappropriarsi del diritto di sognare una nuova vita, diversa e più serena, una vita in cui siano riconosciuti e rispettati i loro diritti di esseri umani.

Possibile che tutti i conflitti si trasformino in guerre?

Certo che se a tutti i livelli non si fa altro che litigare e aggredirsi, è scontato che manchi poi la capacità di ascoltare e dialogare con gli altri, con chi non la pensa come noi, con chi è portatore di istanze diverse. Anche in questa crisi libica, le potenze occidentali si muovono in ordine sparso, ognuna per conto proprio. L’Italia – presa in contropiede dalla Francia – non sembra assolutamente preparata (come altre volte nella storia…) ad affrontare la situazione determinata dalle rivolte e rivoluzioni che stanno destabilizzando una larghissima fascia del territorio nordafricano,  “un’area enorme che si dibatte in una sua difficile, acerba emancipazione” – scrive Rossana Rossanda, impressionata dal fatto che “nessuno abbia voglia di offrire a questo popolo un aiuto”.

Ma di quale aiuto hanno bisogno i popoli che stanno lottando – a costo della loro sopravvivenza – per avere “pane e libertà”? E se “il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia” denuncia con forza Gino Strada, perchè non iniziare i preparativi per bombardare il Bahrein?
“Che facciamo, si e ci chiede, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? (…) Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti?”. Ma “quando Israele attacca i palestinesi – constata sconsolato Giorgio Bocca – non si muove nessuno”. E – aggiunge Massimo Fini – perchè nessuno propone una “no fly zone” in Cecenia dove le armate russe dell’ “amico Putin” hanno consumato il più grande genocidio dell’era moderna: 250 mila morti su una popolazione di un milione?”

Domande terribili, che non mi lasciano indifferente e davanti alle quali non so che pesci prendere. Per questo, cerco di capire, leggo tra le righe, interrogo me stessa e poi… rimango muta e sconcertata. Che cosa posso pensare di una politica che passa disinvoltamente dai baciamano ai cacciabombardieri?

Con la Libia, noi italiani dobbiamo stare attenti:
100 anni fa (era il 1911) siamo stati capaci di confinare 5000 libici nelle isole di Ustica, Ponza, Favignana e Tremiti senza che se ne sapesse più nulla, la nostra aviazione bombardò a tappeto città e villaggi, facendo uso di gas e di armi chimiche mortali. Nel 1932 l’Italia fascista deportò in campi di concentramento 100.000 libici dell’altopiano della Cirenaica nel deserto della Sirte, provocando la morte di 40.000 persone a causa della denutrizione, di malattie e  delle uccisioni indiscriminate. Le nostre truppe confiscarono i centri spirituali ed assistenziali, disseminarono il confine tra Libia ed Egitto di mine, causando morti e mutilazioni. Per non parlare di migliaia di partigiani libici impiccati solo per aver difeso la loro terra dal dominio straniero. Finalmente anche questa tragedia viene raccontata nei nostri libri di storia, altro che “Italiani, brava gente!”.

Forse, la “nostra” guerra contro la Libia l’abbiamo già persa comunque, insieme alla faccia…

17 marzo, la festa della (dis)unità d’Italia

La prima reazione è di sconforto, mista a rabbia e a sdegno. Leggere che al Nord i leghisti si rifugiano al bar durante l’esecuzione dell’inno di Mameli m’indigna, soprattutto perchè i suddetti sono pagati mensilmente dai cittadini italiani con lauti stipendi! Sono bravate per riempire i giornali e rassicurare il loro elettorato (che digerisce di tutto) o sono atti che – giorno dopo giorno – stanno erodendo la nostra già fragile identità nazionale?

Simmetricamente i neoborbonici del Sud fanno un po’ d’ammuina e s’incontrano in dotti convegni per dirci che anche noi meridionali non abbiamo niente da festeggiare. Saremmo stati conquistati dai piemontesi ed obbligati a stare dentro lo stivale… Boh?!?

Io invece non ho alcuna intenzione di dimenticare in che stato versava l’Italia prima della sua Unità. Quante lotte, quanti morti per sconfiggere gli stranieri che spadroneggiavano in lungo e in largo dalle Alpi alla Sicilia! Io mi sento legata a questa terra, dalle montagne al mare, una terra ricca di cultura, di arte e di musica, che stiamo calpestando e abbandonando a se stessa.

Mi piace riportare qui i versi di una grande poetessa come Patrizia Cavalli, non a caso intitolati LA PATRIA:

Capita a volte
che hai un mezzo pomeriggio in una delle tante
belle città italiane di provincia.
Vai dove devi andare, non hai voglia
di fare la turista, e anzi scegli
stradine laterali, senza gente;
camminando t’imbatti in uno slargo
con una chiesa, di quelle un po’ neglette,
spesso chiuse; sei già in ritardo, ma guardi
la facciata che sonnecchia, e subito
i tuoi passi si allentano, si disfano,
si fanno trasognati finché non resti
immobile a chiederti cos’è
quel denso concentrato di esistenza
sorpresa dentro un tempo che ti assorbe
in una proporzione originaria.
Più che bellezza: è un’appartenenza elementare, semplice, già data.
Ah, non toccate niente, non sciupate!
C’è la mia patria in quelle pietre addormentata.

Bellissima!

Che emozione rivedere dopo tanti anni un mio ex-alunno!

Che grande gioia – lunedì 7 marzo – rivedere Vito, un ex-alunno che mi è sempre rimasto nel cuore! L’ho incontrato a Roma ormai trentenne, maresciallo dei carabinieri, in compagnia di sua moglie, una ragazza bella e forte, una donna in gamba. Non riesco a trovare parole per un’emozione così profonda, l’emozione di trovarsi di fronte una persona diversa dal bambino di un tempo, ma scoprendo nello stesso tempo che la sua essenza più vera, la sua sensibilità e la dolcezza del carattere, il desiderio di conoscenza, lo spirito di sacrificio e l’altruismo, le idee in cui crede, sono rimasti in lui come un imprinting.

Ho rivisto, come in un vecchio film, tanti momenti della sua infanzia: quando in prima elementare si affannava a cercare nei libri di casa le parole che imparava a riconoscere in classe e se riusciva a  trovarle, arrivava trionfante il giorno dopo a scuola con il suo libro, pieno di segnalibri improvvisati e mi mostrava quelle paroline, sprizzando soddisfazione da tutti i pori.
Insegnare a leggere e a scrivere può essere una gran fatica, ma poi ogni giorno si ricevono conferme del proprio lavoro, ciò che non mi succede con i ragazzi più grandi. 

Ricordo ancora quando seguiva con curiosità i primi esperimenti, passo dopo passo, e poi si metteva a disegnare e a registrare tutte le fasi che aveva osservato, cercando di usare le parole giuste. Non era di quelli che fanno i primi della classe, gli piaceva imparare e trascinava con sè anche i compagni. La sua presenza vivace in classe era una ricchezza per tutti, anche per me: un bambino così è sempre stimolante, ti fa superare i momenti di crisi e ti aiuta (anche se lui non lo sa…) ad andare avanti!

Quante cose avrei voluto dirgli, ma la mia antica timidezza mi ha spinto più ad ascoltare che a parlare. Ma tante cose le ho intuite comunque…