17 marzo, la festa della (dis)unità d’Italia

La prima reazione è di sconforto, mista a rabbia e a sdegno. Leggere che al Nord i leghisti si rifugiano al bar durante l’esecuzione dell’inno di Mameli m’indigna, soprattutto perchè i suddetti sono pagati mensilmente dai cittadini italiani con lauti stipendi! Sono bravate per riempire i giornali e rassicurare il loro elettorato (che digerisce di tutto) o sono atti che – giorno dopo giorno – stanno erodendo la nostra già fragile identità nazionale?

Simmetricamente i neoborbonici del Sud fanno un po’ d’ammuina e s’incontrano in dotti convegni per dirci che anche noi meridionali non abbiamo niente da festeggiare. Saremmo stati conquistati dai piemontesi ed obbligati a stare dentro lo stivale… Boh?!?

Io invece non ho alcuna intenzione di dimenticare in che stato versava l’Italia prima della sua Unità. Quante lotte, quanti morti per sconfiggere gli stranieri che spadroneggiavano in lungo e in largo dalle Alpi alla Sicilia! Io mi sento legata a questa terra, dalle montagne al mare, una terra ricca di cultura, di arte e di musica, che stiamo calpestando e abbandonando a se stessa.

Mi piace riportare qui i versi di una grande poetessa come Patrizia Cavalli, non a caso intitolati LA PATRIA:

Capita a volte
che hai un mezzo pomeriggio in una delle tante
belle città italiane di provincia.
Vai dove devi andare, non hai voglia
di fare la turista, e anzi scegli
stradine laterali, senza gente;
camminando t’imbatti in uno slargo
con una chiesa, di quelle un po’ neglette,
spesso chiuse; sei già in ritardo, ma guardi
la facciata che sonnecchia, e subito
i tuoi passi si allentano, si disfano,
si fanno trasognati finché non resti
immobile a chiederti cos’è
quel denso concentrato di esistenza
sorpresa dentro un tempo che ti assorbe
in una proporzione originaria.
Più che bellezza: è un’appartenenza elementare, semplice, già data.
Ah, non toccate niente, non sciupate!
C’è la mia patria in quelle pietre addormentata.

Bellissima!

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