Archivi del mese: maggio 2011

La svendita di un patrimonio di valore inestimabile

Quando m’imbatto in un articolo firmato da Salvatore Settis, scatta immediatamente il mio sistema di allarme interno. Sicuramente si stanno emanando leggi o decreti che possono provocare nuovi seri danni al paesaggio, ai nostri beni culturali e architettonici.
A volta sono sufficienti poche parole di una leggina o di un decreto per aprire voragini, lasciando campo libero alle cricche degli affaristi del momento. Lo sanno bene i legislatori, molto meno i cittadini (soprattutto quelli che non leggono) che se ne accorgono quasi sempre dopo, quando il danno è ormai consumato…

L’ultimo esempio? Un minuscolo comma inserito nel Decreto governativo sullo Sviluppo (lo stesso che intende scippare il referendum sul nucleare): stabilisce che la tutela si applica agli edifici di 70 anni e non più di 50 anni; inoltre sugli edifici senza tutela si può intervenire anche in assenza del parere della soprintendenza.
Qualche esempio per chiarirci lun po’ le idee:

il Palazzo del Lavoro a Torino (in foto), la Stazione Termini, il Palazzo dello Sport o lo Stadio Flaminio a Roma firmati da Pier Luigi Nervi, il Padiglione Arte o il grattacielo Pirelli di Giò Ponti a Milano o altri edifici pubblici (e l’Italia ne è piena) costruiti tra il 1941 e il 1961, che rischiano ora di più rispetto al passato.

Lo stesso decreto rende meno vincolanti anche le autorizzazioni paesaggistiche per rendere più attuabile l’infausto e sgangherato provvedimento del “federalismo demaniale”, quello che consegna le proprietà del demanio nazionale a regioni e comuni, che alla perenne ricerca di fondi non sono in grado di restaurarli o valorizzarli e sono quindi costretti a venderli – o meglio svenderli – al miglior offerente.
Altro che l’art. 9 della nostra sempre più inattuata Costituzione!

La privatizzazione di un patrimonio, ecco qual è il senso dell’allarme che in queste ore sta percorrendo le soprintendenze, gli Archivi di architettura contemporanea, Italia Nostra e il nostro Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, che negli ultimi anni è uno dei maggiori protagonisti della battaglia contro l’abbandono e la svendita del nostro patrimonio culturale.

… e poi si piangono lacrime di coccodrillo, quando i grandi flussi del turismo culturale mondiale abbandonano l’Italia e scelgono altre mete!

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Tra insegnante e alunni/e, una corrente di fluido affettivo…

I miei alunni di seconda hanno saputo oggi che andrò in pensione e che l’anno prossimo ci sarà un nuovo insegnante al mio posto. Appena l’ho detto, la classe è piombata in un silenzio strano, irreale, erano tutti lì a guardarmi increduli o giravano lo sguardo tutt’intorno. Poi c’è chi ha preso frettolosamente un libro e abbassando gli occhi ha fatto finta di leggere, qualcun altro si è coperto il viso con un foglio di carta, un altro ha iniziato a piangere ed ha continuato per tutta l’ora: mi ha ricordato quei bimbi di prima elementare che piangono quando vedono andar via la mamma. Qualche ragazza mi ha guardato un po’ indispettita, altre erano sinceramente dispiaciute, una mi ha sussurrato con grande tristezza “non andare via!”.

Ho iniziato a sdrammatizzare, ho parlato a lungo, ma se sapessero quanto dispiace anche a me lasciarli… Ho dovuto controllare la mia emozione per le cose belle che mi hanno detto (“per me sei come la rosa per il piccolo principe!”). E’ vero che dopo 40 anni d’insegnamento, sono un po’ stanca, ma un altro anno con loro l’avrei trascorso volentieri, anche se alzarmi prestissimo la mattina mi pesa sempre più. Mi hanno fatto trascorrere un anno bellissimo, abbiamo ragionato insieme ed affrontato discorsi importanti, mi hanno rivolto domande profonde ascoltando attenti le mie risposte, sempre un po’ problematiche. Mi facevano sentire importante (per loro, naturalmente!).
Quasi tutti (quasi…) studiano con passione, molti leggono – anzi divorano – libri e vengono a scuola abbastanza volentieri.
E’ quella che si suol dire “una bella classe!”. Davvero!

Ciao, ragazz*, ciao a tutt*, con un mondo di bene!

1° maggio 2011, primo anniversario

Caro papà,
    sei via da un anno e non riesco ancora a farmene una ragione. “La vita continua” mi ripetono banalmente le persone, lo so bene anch’io che tutto continua a scorrere, ma la tua assenza mi fa male, è un dolore anche fisico e in questi giorni ti sto “scrivendo” un mare di lettere, lettere silenziose, segrete, in cui si affastellano discorsi spesso confusi.
Il pensiero va un po’ di qua un po’ di là, mentre sfoglio il quotidiano (ultimamente alternavi il Corriere alla Repubblica) e mi fermo sulle pagine che sicuramente ti sarebbero piaciute: gli editoriali senz’altro, qualche buon articolo di cultura (oggi c’era Claudio Magris che a te piaceva tanto). La politica invece era via via sempre meno appassionante. Anzi, ti vedevo sempre più sconfortato di fronte a comportamenti per te inammissibili, “indecorosi” dicesti una volta.
Ti leggevo il disorientamento sul viso, scuotevi la testa e scambiavamo qualche amara considerazione su ciò che leggevamo.

Quante cose mi ricordano te, la tua precisione, il gusto delle citazioni e delle battute! Mi mancano le tue battute e quell’espressione sorniona che facevi, per vedere se ci erano piaciute…
Sai che cosa c’è oggi sulla mia scrivania?
Il catalogo di una mostra – “Segni dai lager – testimonianze di due internati militari” – che ho visitato con profonda commozione a Trieste nella Risiera di San Sabba e di cui ti racconterei ogni particolare. Se solo tu fossi qui!

Appena entrata sono rimasta come fulminata, i campi di cui si parla (Sandbostel e Benjaminovo) sono quelli in cui sei stato anche tu, insieme a Guareschi, tuo compagno di prigionia, di cui sono riprodotte molte pagine del suo “Diario clandestino”. I disegni riproducono la (tua) vita quotidiana in questi luoghi dell’orrore, “abbandonati da tutti, come cani” dove voi internati leggevate persino, per dimenticare la fame!
Pensando a te mi piace leggere, ed è come se stessi leggendo con te queste parole, ciò che Guareschi scrive ne “Il grande diario”:

“Io non mi considero prigioniero, io mi considero combattente e perciò non posso passare al nemico in nessuna maniera. Sono un combattente senz’armi, e senz’armi combatto. La battaglia è dura perchè il pensiero dei miei lontani e indifesi, la fame, il freddo, la tubercolosi,  la sporcizia, le pulci, i pidocchi, i disagi non sono meno micidiali delle palle di schioppo. Ognuno muore come può per la sua idea. Fra tante fesserie, Mussolini ha detto una cosa sacrosanta: “Si serve la patria anche facendo la guardia a un bidone di benzina”. Io la servo facendo la guardia alla mia dignità di italiano e se per far questo muoio di polmonite, o di fame o di tifo petecchiale, non sono meno morto di colui che muore per un colpo di 381″.

Forse è questa la tua eredità: fare la guardia – nel corso della vita – alla propria dignità, senza barare nè con gli altri, nè con se stessi. Vero papà?

Il 1° maggio, una data così simbolica per andar via, lo trascorriamo insieme, tutti e quattro i tuoi figli, pensando a te e a mamma, che ti ha amato più di se stessa!
Ciao papà!