Archivi del mese: luglio 2011

A Rosa Marina, mio ‘buen retiro’

Fammi un quadro del sole –
Che l’appenda nella mia stanza – …
 
Disegnami un pettirosso – su un ramo –
Che io l’ascolti, sarà il sogno…
……………………..

Alzarsi e vedere i riflessi della luce, le ombre luminose del giardino, l’immancabile cicala che monta in servizio ed inizia il suo canto monotono e cadenzato e “le farfalle – che fioriscono” come leggo in un libretto dell’amata Emily Dickinson. Scorrere le pagine e gustare frammenti di poesia, guardarsi intorno, ritrovare i miei alberi, gli alberi che non mi stanco mai di guardare in ogni stagione, le foglioline della menta così piccole e quasi trasparenti, gli arbusti vigorosi come la canfora che salgono al cielo, le forme irregolari dei massi di pietra bianca, i tronchi rugosi degli alberi (m’incanto sempre ad osservare tutte le loro pieghe e le gocce di resina), i fiori bianchi, viola, rossi o rosa, questa brezza leggera che fa dondolare i rami “incantati”…

Quante volte ho sentito mia madre desiderare un piccolo giardino, aveva ragione, è un incanto ad ogni ora del giorno, al mattino presto come a notte fonda quando le ombre si fanno lunghe e par di vedere qualche fantasma sgusciare silenzioso dietro i cespugli.

“Sola, non posso stare –
Perché mi vengono a far visita –
Ospiti al di là della memoria –
Ospiti che ignorano la chiave di casa.
……………
A volte corrieri interiori
ne annunciano l’arrivo –
Ma mai la partenza –
perché non se ne vanno mai più.”

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Mia madre è un fiume

Il titolo di questo libro mi ha immediatamente colpita, è bellissimo!
L’ho memorizzato subito, in attesa di fare quattro passi in libreria per sfogliarlo, leggere qua e là qualche brano e vedere se provavo l’impulso di acquistarlo.

Una sera ero a Roma e passeggiavo con tranquillità, quando ho visto una libreria aperta, una libreria invitante. Entro e mi aggiro come faccio sempre tra i libri per il gusto di vedere titoli, copertine, la loro disposizione, prenderne qualcuno e leggere di che cosa si tratta. Poi mi sono ricordata del titolo di questo libro ed ho chiesto se era disponibile. Eccolo!

Anche la copertina è molto curata, con una bella foto di Francesco Paolo Michetti scattata del 1892 circa. E’ un nome che mi riporta ai miei genitori, ai tempi in cui andavamo in villeggiatura a Francavilla al mare. Michetti infatti, pittore e fotografo, ha lavorato ed è morto lì e ricordo che visitai una mostra delle sue tele con mio padre.
Oggi questo libro è nelle mie mani, l’ho letto lentamente, ho riletto tante pagine, ho sottolineato (come faccio spesso) ciò che non voglio dimenticare, ciò che mi ha riportato a mia madre.
“Di lei è rimasta l’assenza” scrive Donatella Di Pietrantonio, l’autrice abruzzese (che nella vita fa la dentista per bambini!), e poi ancora della madre divorata lentamente dalla malattia, “ha quella faccia di luna dolorosa” e noi “siamo malati, con lei”.

Quante volte mi sono seduta accanto a lei, muta ed impenetrabile, alla ricerca delle parole che potessero raggiungerla. Quante volte io e mio padre siamo rimasti seduti “a lungo in silenzio,” evitando “d’incrociare gli sguardi per non specchiarci nel dolore dell’altro”.
Poi a pag. 133 ritrovo il titolo “Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili… […] Mia madre era un fiume di parole, ora di frasi stereotipate. […] E’ un fiume in secca…”. E poi ancora a pag. 147 “Mia madre era una piccola farfalla… […] E’ stata il principio di tutti i miei desideri, la madre di ogni solitudine”.
Come non pensare a lei, che sentivo cantare a bocca chiusa il coro della Butterfly o canticchiare le vecchie canzoni del suo tempo giovanile, quando leggo a pag. 163 che “mia madre era strumento della musica, una viola il suo corpo, quando cantava a labbra chiuse vibrando le corde”?

Questo libro mi è entrato nel cuore anche per la scrittura poetica, ma sofferta, “un dialogo per voce sola” com’è adesso il mio “dialogo” con una mamma da cui sono stata allontanata molto presto (avevo solo 11 anni), mentre crescevo ed avevo bisogno di lei, della sua presenza e del suo calore, dell’affetto profondo e gratuito che solo lei ti sa dare. Un rapporto complesso ed affascinante quello tra madre e figlia, che non ci stancheremo mai di indagare…

Il bell’INCIPIT del libro

Certi giorni la malattia si mangia anche i sentimenti. È un corpo apatico, emana l’assenza che lo svuota. Ha perso la capacità di provare. Allora non soffre, non vive. Le visite di controllo servono a me. Mi rassicurano, non l’ho ammalata io e l’evoluzione è lenta. Alcune abilità sono in parte conservate. L’accompagno, mi occupo di lei, sono una figlia sufficientemente buona.
Il lungomare è deserto a quest’ora, arriva il rumore buio delle onde e l’acqua della risacca che macina sabbia e conchiglie. Ho parcheggiato lontano per passeggiare un po’ insieme. Mia madre cammina separata, ma ha rallentato il ritmo.  La prendo sottobraccio, la manica della giacca sa di Adriatico. Sulla sponda opposta Fioravante prigioniero soffriva la fame di una patata lessa al giorno. Si rilassa, accordiamo l’andatura. Chiedo se le piace l’odore del mare. Dice che sì, insomma, ma lei è nata in montagna, preferisce il profumo delle erbe, dei fiori, non si è mai distesa su una spiaggia. Le avrebbe fatto bene alle ossa, osservo. Ride, adesso è tardi, non se lo metterebbe un costume da bagno.[…]

Il mio ultimo giorno di lavoro

Ecco la mia ultima scuola, quella dove ho insegnato gli ultimi 17 anni.

Sto per diventare ufficialmente una pensionata, una cioè che non fa più parte della popolazione attiva. Non so ancora bene che cosa significa, di quali trasformazioni sarò protagonista, quale percezione di me avranno gli altri (anche se lo capirò presto…).
A me oggi sembra proprio strano, dopo 4 decenni, non avere più un’occupazione. Sarò libera… di fare cosa? E perchè, finora non ero libera?

Il lavoro di insegnante mi ha sempre stimolata a leggere, a conoscere, a sentirmi una cittadina attiva ed impegnata, che voleva trasmettere curiosità, desiderio di ampliare i propri orizzonti a ragazzi e ragazze che aprivano i loro occhi sul mondo, diventando persone aperte e solidali. Non sempre mi è andata bene, ho conosciuto sconfitte e delusioni, ho vissuto frustrazioni profonde, ma ho anche ricevuto riconoscimenti che cercherò di non dimenticare.

Incomincio una vita nuova e diversa, mentre lascio una scuola statale in balia di tagli dissennati, di ore lavorate ma non pagate, di dirigenti che non sanno come faranno ad aprire i plessi decentrati per mancanza di personale ausiliario, una scuola che i cittadini italiani (e non solo il governo) hanno abbandonato a sè stessa, anche se dentro ci vivono i loro figli, il futuro di questa nostra povera Italietta!