Mia madre è un fiume

Il titolo di questo libro mi ha immediatamente colpita, è bellissimo!
L’ho memorizzato subito, in attesa di fare quattro passi in libreria per sfogliarlo, leggere qua e là qualche brano e vedere se provavo l’impulso di acquistarlo.

Una sera ero a Roma e passeggiavo con tranquillità, quando ho visto una libreria aperta, una libreria invitante. Entro e mi aggiro come faccio sempre tra i libri per il gusto di vedere titoli, copertine, la loro disposizione, prenderne qualcuno e leggere di che cosa si tratta. Poi mi sono ricordata del titolo di questo libro ed ho chiesto se era disponibile. Eccolo!

Anche la copertina è molto curata, con una bella foto di Francesco Paolo Michetti scattata del 1892 circa. E’ un nome che mi riporta ai miei genitori, ai tempi in cui andavamo in villeggiatura a Francavilla al mare. Michetti infatti, pittore e fotografo, ha lavorato ed è morto lì e ricordo che visitai una mostra delle sue tele con mio padre.
Oggi questo libro è nelle mie mani, l’ho letto lentamente, ho riletto tante pagine, ho sottolineato (come faccio spesso) ciò che non voglio dimenticare, ciò che mi ha riportato a mia madre.
“Di lei è rimasta l’assenza” scrive Donatella Di Pietrantonio, l’autrice abruzzese (che nella vita fa la dentista per bambini!), e poi ancora della madre divorata lentamente dalla malattia, “ha quella faccia di luna dolorosa” e noi “siamo malati, con lei”.

Quante volte mi sono seduta accanto a lei, muta ed impenetrabile, alla ricerca delle parole che potessero raggiungerla. Quante volte io e mio padre siamo rimasti seduti “a lungo in silenzio,” evitando “d’incrociare gli sguardi per non specchiarci nel dolore dell’altro”.
Poi a pag. 133 ritrovo il titolo “Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili… […] Mia madre era un fiume di parole, ora di frasi stereotipate. […] E’ un fiume in secca…”. E poi ancora a pag. 147 “Mia madre era una piccola farfalla… […] E’ stata il principio di tutti i miei desideri, la madre di ogni solitudine”.
Come non pensare a lei, che sentivo cantare a bocca chiusa il coro della Butterfly o canticchiare le vecchie canzoni del suo tempo giovanile, quando leggo a pag. 163 che “mia madre era strumento della musica, una viola il suo corpo, quando cantava a labbra chiuse vibrando le corde”?

Questo libro mi è entrato nel cuore anche per la scrittura poetica, ma sofferta, “un dialogo per voce sola” com’è adesso il mio “dialogo” con una mamma da cui sono stata allontanata molto presto (avevo solo 11 anni), mentre crescevo ed avevo bisogno di lei, della sua presenza e del suo calore, dell’affetto profondo e gratuito che solo lei ti sa dare. Un rapporto complesso ed affascinante quello tra madre e figlia, che non ci stancheremo mai di indagare…

Il bell’INCIPIT del libro

Certi giorni la malattia si mangia anche i sentimenti. È un corpo apatico, emana l’assenza che lo svuota. Ha perso la capacità di provare. Allora non soffre, non vive. Le visite di controllo servono a me. Mi rassicurano, non l’ho ammalata io e l’evoluzione è lenta. Alcune abilità sono in parte conservate. L’accompagno, mi occupo di lei, sono una figlia sufficientemente buona.
Il lungomare è deserto a quest’ora, arriva il rumore buio delle onde e l’acqua della risacca che macina sabbia e conchiglie. Ho parcheggiato lontano per passeggiare un po’ insieme. Mia madre cammina separata, ma ha rallentato il ritmo.  La prendo sottobraccio, la manica della giacca sa di Adriatico. Sulla sponda opposta Fioravante prigioniero soffriva la fame di una patata lessa al giorno. Si rilassa, accordiamo l’andatura. Chiedo se le piace l’odore del mare. Dice che sì, insomma, ma lei è nata in montagna, preferisce il profumo delle erbe, dei fiori, non si è mai distesa su una spiaggia. Le avrebbe fatto bene alle ossa, osservo. Ride, adesso è tardi, non se lo metterebbe un costume da bagno.[…]

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