Nel silenzio di una mattina invernale…

Gironzolando un po’ per casa tra un servizio e l’altro,  improvviso s’accende un flashback.

Interno giorno, ora pomeridiana, ambiente spoglio e poco accogliente:
le persone sono sedute sulle sedie le une di fronte alle altre, due sorelline uscite dal collegio per vedere la mamma da tempo ricoverata in una clinica.
Si guardano, forse vorrebbero avvicinarsi, abbracciarsi, parlare, scambiarsi gesti affettuosi. Invece sono lì come impietrite.

E’ un’immagine dolorosa, la mamma – con un’aria tristissima – guarda smarrita le due figlie prima di rientrare come loro entro le mura: che gelo nell’aria, cliniche e collegi hanno il potere di ibernare i sentimenti, riducendo le persone a comparse che scivolano silenziose su un palcoscenico vuoto.

Se potessi tornare indietro (lo so che non si può, ma se potessi…) , non rimarrei  seduta brava brava su quella sedia, timorosa di tutto, con mille domande mute a cui non sarà mai più data una risposta. Mi alzerei, mi stringerei forte a mamma, cercherei di farle sentire che le le voglio bene, proverei a scuotere quel sentimento disperato che ci bloccava, prigioniere inconsapevoli – almeno in quel momento – di noi stesse e dei luoghi in cui eravamo costrette a vivere.

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