Archivi del mese: novembre 2012

“Amo le mappe…”

“Amo le mappe perché dicono bugie.
Perché sbarrano il passo a verità aggressive.
Perché con indulgenza e buonumore
sul tavolo mi dispiegano un mondo
che non è di questo mondo”.

Traggo questi splendidi versi di Wislawa Szymborska da un articolo pubblicato su “La lettura”  di domenica scorsa, 25 novembre), un inserto settimanale del Corriere della Sera. Attirata dal titolo, LE PAROLE PER DIRE “NON SO”, ho iniziato a leggere e mentre lo sguardo scorreva tra le righe, la mente correva in altre praterie. Pensavo alla mia vita, ai momenti in cui ho davanti le immagini della TAC o della PET che guardo come mappe interne del mio corpo e talvolta son contenta di non saperle leggere bene.

Sono i momenti in cui tutto ciò che sono, le cose o le idee che mi attirano, i pensieri quotidiani che mi fanno compagnia, il tempo, la vita e la morte, la malattia, la bellezza delle giornate, il potere, la guerra, l’amore e la felicità, la violenza che si respira in tante circostanze, la natura e gli eventi che sembrano metafore (la tromba d’aria che si abbatte sull’Ilva), iniziano a girare come in un vortice. Io sono lì, nel centro immobile con quelle mappe sfumate, che la scienza ci offre, ma che mai fotograferanno realmente il nostro corpo.

Annunci
Immagine

Monti si prepara al dopo-elezioni…

Amour, un film imperdibile

Un grigio pomeriggio di pioggia a Roma. Il desiderio di andare al cinema ed eccomi a vedere “Amour”. Un film imperdibile, secondo me. L’ho seguito momento per momento, scena dopo scena, vivendo la vita e il dramma di una coppia ormai molto avanti negli anni.
Avevo bisogno di vedere un film come questo, tenero e “straziante”, avevo bisogno di osservare la vita di due vecchi dopo aver vissuto, totalmente coinvolta, lo scorrere del tempo e le ingiurie degli anni nella vita insieme dei miei genitori, soprattutto di mia madre.
Mi sono commossa spesso, a tratti avevo paura di ciò che vedevo sullo schermo, senza filtro e senza censura, ma è stato anche bello vedere l’amore vero, fatto di gesti quotidiani, tra disperazione e speranza.

Mi ha colpito lo scorrere quieto della vicenda di Anne e Georges, insegnanti di musica in pensione (interpretati da due splendidi vecchi protagonisti come Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva).
Un ictus colpisce Anne sconvolgendo quel tranquillo tran tran fatto di amore e devozione, di storie raccontate per la prima volta, di tanti momenti vissuti insieme. Sconvolge lei che dopo il ricovero in ospedale torna a casa paralizzata e sconvolge lui che l’ama e che decide di assumersi personalmente il peso della difficile assistenza.  Su richiesta di Anne, le promette che non la porterà mai più in ospedale.
Haneke, il regista, ci fa vivere questa tragedia familiare attraverso sguardi e parole, lunghi silenzi e tempi colmi di tensione altissima ma lenti, come sono i tempi dei vecchi, quasi al rallentatore. Ci mostra la loro casa borghese, i paesaggi dei loro quadri, il pianoforte a coda, i libri e gli spartiti musicali, l’angolo luminoso della cucina dove mangiavano insieme fino al giorno in cui tutto questo si spezza.

Mentre scorrevano le scene impietose e non edulcorate di questo film feroce e coraggioso, riandavo alle parole di mio padre sulla vecchiaia, “una brutta bestia”, che agisce giorno dopo giorno con effetti a volte devastanti (ora ho negli occhi mia madre ferma ed immobile in poltrona, con lo sguardo fisso nel vuoto). L’amore dolce e tenero dei due vecchi ottuagenari viene messo a dura prova dalla rabbia, la disperazione e il senso di ribellione che ti prende quando vedi il corpo di Anne umiliato ogni giorno.

Il film ci dice senza mezzi termini che non abbiamo il controllo del nostro corpo, della nostra vita, ci racconta il dolore di Georges che vive e vede deperire la sua Anne, ammalandosi anche lui, preda di incubi e ossessioni.
Appena uscita dal cinema, non sono riuscita ad articolare parola, ho camminato in silenzio per le strade di Roma tra chiasso e rumori, avvolta in una nebbia di silenzio.