Ci vuole un nuovo senso della degenza*

marina terragni foto

Mi imbatto per caso in queste poche parole di Guido Ceronetti: “La maggior parte delle mie paure, circa i mali fisici, riguarda i medici e le loro cure, non la malattia” (“Pensieri del tè”, 1987).

Conferma del fatto che solo la poesia sa dire le cose in modo così essenziale e radicale, raccontando l’esperienza che è di tanti: tenersi un male, non dirlo a nessuno, rimandare e rimandare per paura di una diagnosi con relativa prognosi, e di certe terapie che sembrano doverti fare prima di tutto ammalare, perché tu possa avere chance di guarire.
Paura del medico, di quel Grande Santo Crudele che te le prescrive, paura di te infantilizzato, desoggettivizzato, numerificato, soppesato, analizzato, inquinato, bucato, tagliato, intubato e tutto quello che sappiamo. Paura della voragine d’amore che diventi in quelle circostanze, e di non averne mai abbastanza, separato dagli altri, bisognoso di tutto come sei mentre ti arrampichi con quelle poche forze su vetri scivolosi, nel tentativo di tornare a quella vita che ti ha espulso. E di cui ora ti pare di rimpiangere ogni cosa, invidioso di tutto: della pioggia, degli ombrelli, delle arrabbiature, della stanchezza di fine giornata, della noia di tante serate invernali e dispeptiche davanti alla tv…
La nostra vita diventa mediamente sempre più lunga, ma anche sempre più acciaccata: cresce in quantità, diminuisce in qualità. Il tema malattia-cura è destinato a diventare centrale. Da occasionale, la malattia diventa lungo tempo di vita, compagna con cui adattarsi a convivere, in cerca di un punto di equilibrio. Con la possibilità di dover vivere da “malati” una parte cospicua della propria esistenza. La cura che deve diventare sempre meno sanzione punitiva, sempre più ragionevole, confortevole e compassionevole. Il malato che non può più essere “isolato” fuori dalle mura della civitas, i confini che sfumano tra sano e non-sano. Un’idea di guarigione diversa da quella di perfezione. Servono nuovi paradigmi, nuovi pensieri, capaci di reintegrare il malato nel tessuto della vita quotidiana, perfino di dargli un ruolo, un significato importante per tutti.   Quando si parla di trasformazione e di innovazione non dobbiamo solo pensare all’angusto turn over della politica. Quello che si deve trasformare è ben altro. Quello che deve cambiare è ben altro.

Mi ha colpito molto questo intervento di Marina Terragni *, (su IO DONNA del 19 gennaio), per ovvi motivi. Chi si trova a fare i conti con la malattia, quella con cui devi imparare a convivere, sa che cosa significa la parola ‘paura’, sa che a volte si nasconde e ti dà una tregua, ma è diventata una compagna inseparabile della tua vita. Timore, paura, difficoltà, timidezze, davanti al groviglio in cui sei cascata,  davanti al tran tran delle terapie e soprattutto davanti a quel “Grande Santo Crudele” che è il medico.
Io per mia fortuna ho incontrato finora un medico di base sereno e attento, tranquillo e amichevole, un oncologo competente, simpatico e ironico, capace di trasmettermi calma e fiducia. Ma il chirurgo che mi ha comunicato la diagnosi poco più di un anno fa meriterebbe una lunga nota di biasimo per il modo brutale e poco rispettoso verso chi come me stava per avere conferma di tutte le sue paure. Non ce la faccio a rievocare quel momento terribile, ho ancora troppa rabbia dentro di me.
“Quello che deve cambiare, conclude infatti Marina Terragni, è ben altro”, altro che pensare sempre e soltanto alla politica!

Annunci

Una risposta a “Ci vuole un nuovo senso della degenza*

  1. “un nuovo punto di equilibrio” è questo è il vero percorso della vita. Essa ci chiama quotidianamente a trovare , con forza, sempre un nuovo punto di equlibrio. Quante volte il suo scorrere ci mette di fronte una realtà che non pensavamo di affrontare: da un esame universitario in cui ti senti preparatissimno e invece è un flop, a una grande amicizia che poi si scopre fragilissima,da un lavoro che trovi per tutta vita ( e meno male che lo trovi) ma che non è il lavoro che volevi,alla perdita dei genitori che d’improvviso ti fanno capire che non sei più un bambino al di là delle età, e anche alla scoperta di una malattia subdola che pone il problema del proprio futuro ecc.
    Ecco la nostra grande scommessa: essere noi il punto di equilibrio forte e sereno fra la nostra voglia di vivere (e bene) e gli avvenimenti che ci colpiscono, la capacità di affrontarli senza farci “fregare”. ..e questo tu lo sai benissimo con la forza del tuo sorriso.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...