Archivi del mese: settembre 2013

La mia casa, i miei stati d’animo

Mai come in questo periodo amo ogni angolo di casa mia, dove ogni stanza mi comunica impercettibilmente degli stati d’animo diversi. A volte mi rannicchio in una stanza interna in penombra, altre volte preferisco la luce che entra prepotente dalle vetrate.

...una vecchia trottola, un gatto di legno, la foto di una bimba incontrata in Cina...

…una vecchia trottola, un gatto di legno, la foto di una bimba incontrata in Cina…

Non sto sempre nella stessa stanza, mi piace cambiare e abitare tutto lo spazio a seconda delle fasi che attraverso. Per lunghi periodi non faccio che trascorrere ore nel mio studio, dove – in compagnia dei miei libri (amici e compagni di strada) – me ne sto seduta alla scrivania a leggere e scrivere, navigare in
rete e riordinare il caos, ma anche a rivedere e gustare vecchie cose (ritagli di giornale, ricordi del tempo di lavoro, fotografie mai messe a posto, bigliettini, link da esplorare).

Tanti oggetti della casa dei miei genitori che mi parlano di loro...

Tanti oggetti della casa dei miei genitori che mi parlano di loro…

Poi come se il tempo fosse improvvisamente scaduto, una mattina non entro nemmeno nel mio studio e mi siedo invece al tavolo del salone dove ci sono tanti oggetti della casa dei miei genitori. Lì rimango per giorni, circondata da giornali non letti, taccuini  pieni di appunti che forse non mi serviranno a nulla, calendari di iniziative a cui vorrei partecipare ma che poi lascio che accadano senza muovermi da casa.

Sì, perché questo è un periodo di semi-clausura. Guardo le giornate luminose del nostro settembre meridionale e penso che fino a qualche anno fa avrei dato chissà cosa per avere delle mattinate libere dal lavoro, per uscire e godere della luce autunnale, sedermi ad un bar senza l’incubo del tempo contingentato.
E invece ora me ne sto chiusa nel mio guscio, al riparo da tutto ma non da me stessa, vago da uno spazio all’altro ma tutto avviene dentro di me, trascorro lunghi momenti assorta in un’idea o nel ricordo di un tempo inesorabilmente passato (ma che per fortuna non rimpiango).

La mia casa racconterebbe di me lunghe storie se potesse parlare. Questa che abito è infatti l’unica casa che sento veramente mia e le sono grata perché è uno spazio accogliente, ricco di oggetti importanti per me.  Amo questa casa che mi protegge e mi aiuta a riconoscermi.

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Il “Big Killer”

Trovate una cura per il cancro del polmone!

Trovate una cura per il cancro del polmone!

“All’80% perderai i capelli”

Eccola la frase che temevo di sentire.

Già ho cercato di ingoiare tutto l’amaro che il risultato (atteso) dell’ultima PET mi ha provocato, nell’immaginare le cellule malate via via sempre più attive e pronte a colpirmi e di convincermi che ricorrere a nuovi cicli di chemioterapia è purtroppo necessario.
Significa trascorrere nuove giornate tra casa e ospedale a contatto diretto con la malattia, la tua e quella di tante persone come te, ore e ore adagiata su una poltrona a controllare la flebo che scende lentamente, goccia a goccia, guardando i volti delle altre donne. Osservo i loro movimenti e vedo come trascorrono quel tempo sospeso, cerco di intuire sensazioni e pensieri che attraversano il loro corpo e ascolto il tono delle parole scambiate al telefono con i familiari, il marito, il figlio o la figlia, talvolta un nipote o una sorella: ognuna di noi vive la sua/nostra malattia in modo diverso. C’è chi entra nella sala della terapia in modo energico (‘Sarà una donna forte come sembra?’), c’è chi invece arriva in punta di piedi, c’è chi chiede spiegazioni dettagliate alle infermiere e chi si lascia somministrare tutti i flaconi senza aprire bocca, c’è chi parla di sè e della sua famiglia e c’è chi invece ama rimanere in silenzio, come me.

Io trascorro quel tempo riflettendo su mille particolari e guardandomi intorno: gli attuali ambulatori dell’Oncologico della mia città sono ambienti piuttosto piccoli, quattro pareti nude senza una sola immagine da guardare (ma Tv e crocifisso non mancano), con una finestra alta da cui entra poca luce senza riuscire a scorgere nemmeno un lembo di cielo.
Peccato, perchè ci sono ambienti più ampi e luminosi, affacciati sul parco che circonda la struttura: lì – durante i primi cicli di chemio (aprile-agosto 2012) – sono riuscita ad allontanarmi mentalmente da quel luogo, guardando il cielo che cambiava aspetto col passare delle ore e dei giorni, osservando le sfumature di verde delle diverse piante o lo stormire delle fronde piegate dal vento, le prime rondini in arrivo e qualche passero di passaggio.
Guardare quella porzione di cielo attraverso quegli ampi finestroni mi faceva sentire il piacere di essere viva.

In questi ambulatori invece mi sento un po’ prigioniera, costretta a pensare alla malattia, a fare i conti con questo cancro che invade la tua vita e di riflesso anche quella di chi ti vive intorno e ti vuole bene. La Tv non riesce a distrarmi, anzi spesso è davvero disturbante, specialmente se sei invasa dalla nausea e sullo schermo scorrono immagini di tavole imbandite e di cuochi che cucinano…
Mi preparo dunque a iniziare nuovi cicli di chemio e ad affrontare i disagi di quelle ore di terapia in ospedale con il corollario delle giornate difficili che vivo a casa.

Ma per me la perdita dei capelli è una calamità.
Stamattina, quando l’oncologo guardandomi negli occhi mi ha detto che all’80% perderò i capelli, sono riuscita esteriormente a controllarmi mentre dentro di me si è scatenato un putiferio! E ora penso continuamente al momento in cui inizieranno a cadere. Non ho mai visto il mio viso completamente nudo, privo cioè di quella ‘corona’ che lo incornicia dandogli una certa espressione.
Forse solo i parrucchieri sanno e capiscono quanto siano importanti i capelli per noi donne.

Mi diranno (ma io lo so già!) che non sono nè la prima nè l’ultima a dover affrontare questo devastante effetto collaterale, le vedo le altre donne che coprono il capo ormai calvo con parrucche, turbanti o foulard, anzi dentro di me ammiro molto anche quelle che si sentono a loro agio e riescono a mostrare al mondo la loro testa nuda. Un po’ come le mamme in attesa che hanno imparato a mostrare le proprie pance.
Io però, che sono una persona da sempre insicura nonostante le apparenze, so che raramente mi piace l’immagine che ogni giorno lo specchio mi rimanda ed è da una vita che mi sforzo di accettare senza troppi drammi quella che sono fisicamente, anzi confesso che l’accumulo degli anni mi aveva regalato una sensazione nuova di libertà. L’essere non più giovane è stata infatti per me quasi una liberazione, anche se non è facile accettare i piccoli malanni quotidiani, la sensazione improvvisa di incapacità nel fare cose consuete, scendere a patti con le rughe che si fanno più numerose e la comparsa di qualche macchia.

Tutto questo finchè non è piombato nella mia vita di neo-pensionata (che sfiga!) quell’uragano che “trasforma il Dna psichico”, quel tumore che spaventa tutti come la peste e che solo dopo tempo e sforzi continui sono riuscita in parte a metabolizzare, cercando di trovare “le parole per dirlo”.
Ora devo riuscire a guardare e ad accettare – oltre che un corpo malato – anche un’immagine inedita del mio viso, scoprire l’effetto che fa sulle persone che incontrerò (è come avere un’etichetta davanti a tutti), vedere le loro reazioni e buttare giù tutto, pensando che il mio obiettivo è uno e uno solo: bloccare l’incremento (moderato, per fortuna) dell’attività metabolica di queste maledette cellule!
Fortunatamente la calvizie è un’esperienza temporanea e reversibile, i miei capelli lisci ricresceranno (crespi!). Intanto io spero di riuscire a guadagnare tempo…

la-vie-est-belle