Archivi del mese: ottobre 2014

La gioia, un’arte che s’impara. Una non recensione

Poche volte mi è capitato nella vita di non riuscire a staccarmi da un libro, come se esercitasse su di me un magnetismo nascosto. Ora mi succede
nuovamente con L’arte della gioia di Goliarda Sapienza; sono quasi al termine delle sue 500 pagine e non voglio che finisca, non mi decido a
completarlo, perché poi non avrei più alibi: dovrebbe raggiungere gli altri suoi compagni nella mia libreria. Perciò leggo e poi rileggo, torno indietro e
poi mi fermo.

arte gioia copertinaE’ un libro così diverso da tutti quelli letti finora, difficile da definire, un romanzo intenso e memorabile, di una strana bellezza, che è qui con me sulla scrivania e mi tiene compagnia.

Stavolta non trovo le parole per dirlo, per esprimere ciò che mi ha provocato la lettura di questa saga, tanto che prendo in prestito qualche osservazione che mi ha colpito:
“L’arte della gioia – scrive Domenico Scarpa – è un romanzo spazioso, e intimo come una cesta per i gatti. Questo libro è un grembo dove non si è costretti a stare rannicchiati“.  “… è un romanzo, secondo Patrizia Tufo, che racconta il “diritto alla Vita”, alla libertà e all’accettazione di se stessi e degli altri”.
“Un romanzo vero – scrive ancora Catherine David, sul Nouvel Observateur – che vi trascina e vi scombussola, un romanzo pieno di febbre e d’intelligenza, concreto al massimo, visivo al massimo, erotico e famigliare, psicologico e politico, radicato in un’isola popolata di mandorli selvatici e di vendette. Un romanzo che ci presenta lo sguardo di una donna eccezionale sulla nostra vita, i nostri pregiudizi, la nostra attualità”.

Sono ben pochi i libri che mi sono rimasti attaccati, che sono ormai parte di me: penso a Memorie di Adriano della ‘mia’  Yourcenar, penso a La lingua salvata di un grande come Elias Canetti, a La donna abitata di Gioconda Belli…  Li metterò tutti insieme questi libri, entrati prepotentemente nella mia vita, perché mi sono cari.

Ora finalmente ho incontrato un altro libro straordinario, in una fase della mia vita in cui stanno cadendo ad uno ad uno tutti i pregiudizi, una fase in cui non sopporto lo smantellamento sistematico o la noncuranza per i diritti civili. Una fase della vita più solitaria, dove paradossalmente mi sento più aperta al mondo, più di quando nel mondo ci vivevo da soggetto attivo…

L’arte della gioia (che ha richiesto ben dieci anni della vita di Goliarda per la sua stesura) è con me da un anno (con altri libri che si sono alternati),
l’ho iniziato il 15 ottobre 2013 e so che tra un po’ me ne dovrò staccare, mi aspettano altri mondi da esplorare e chissà che tra di essi non ci sia qualcun
altro capace di rapirmi e di trascinarmi fuori dal mio mondo per poi riportarmi dentro me stessa.

Ecco il suo incipit folgorante:
“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace”.

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