Tullio De Mauro. Per me è come se fosse morto un amico…

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È morto Tullio De Mauro, mi ha laconicamente detto stamattina mio marito, non sapendo che mi stava comunicando la morte di una persona, che è stata fondamentale sia nella mia vita professionale da insegnante di italiano, sia come cittadina che ama con passione tutto ciò che riguarda la lingua che noi usiamo.

Una passione che forse ho ereditato da mio padre, che amava scavare nelle parole, andando alla ricerca dei legami con la storia, la cultura e il fluire delle società umane. Aveva sempre a sua disposizione un mare di libri da consultare su etimologie (il passato che vive nel presente), frasi celebri e modi di dire, significati e contesti delle citazioni, libri che oggi io conservo come un’eredità preziosa. “L’avventura delle parole” (è uno dei titoli) è stata una ricerca costante della sua vita, perennemente curiosa del mistero che ogni parola nasconde nel percorso tortuoso che l’ha modificata nel tempo, nella forma come nei significati.

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Ho sempre seguito Tullio De Mauro nella sua vita di linguista, come lui amava definirsi, uno studioso militante di sinistra senza camuffamenti di sorta; l’ho visto, ascoltato, letto e studiato per una vita con interesse, simpatia e grandissima stima. Uno dei pochi grandi che non era mai arrogante, pur non sottraendosi mai ad esprimere con chiarezza e onestà intellettuale il suo pensiero e i suoi punti di vista. Come quando ultimamente ha definito la “Buona scuola” come “un passo nel vuoto” o si lamentava giustamente dell’abuso delle parole, in particolare della parola “riforma” per ogni provvedimento, anche il più banale! Per non parlare dell’alluvione di inglese, “la nuova antilingua – diceva – che imbroglia ma non spiega”, non solo nel testo della “Buona scuola”: comfort zone, problem solving, design challenge, digital divide, gamification, nudging, digital makers e via dicendo, ma anche nella definizione dei vari provvedimenti governativi, come l’ormai famoso “Jobs act”, con l’introduzione dei “voucher”…

Alcuni dei suoi libri.

Alcuni dei suoi libri.

E intanto mentre dilagava l’inglese maccheronico con l’uso delle slide, cioè delle vecchie diapositive, Tullio De Mauro lanciava l’allarme sull’analfabetismo di ritorno, mettendo in relazione questo fenomeno grave e preoccupante con la situazione politica italiana. Infatti molti anni fa, uno studio condotto su un campione significativo aveva portato a conclusioni poco confortanti per quanto riguarda la capacità di comprensione degli italiani: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”.
Apro e chiudo una parentesi: ricordo ancora quando insegnavo con quanta testardaggine cercavo di trovare strategie efficaci per migliorare i vari livelli di comprensione di un testo, mettendo in evidenza le difficoltà e i processi interessati. Un lavoro lungo e spesso oscuro, che tanti genitori ignoravano, pretendendo dai figli risultati che non potevano al momento realizzare.

Insomma, le ricerche di De Mauro ci dicevano che “più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta e molti anche quella parlata”. È chiaro quindi che chiunque abbia in mano le leve del potere e quindi anche dell’informazione (che da noi non è completamente libera, come si dice…) riesca furbamente a pilotare una larga parte dell’opinione pubblica, con slogan semplici da bravo venditore e frasi fatte ripetute all’infinito, orientando di conseguenza anche le scelte elettorali.
Il quadro che emerge (pubblicato tempo fa da Il fatto quotidiano) è davvero preoccupante: il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni è sostanzialmente analfabeta, cioé non in grado di distinguere lettere e cifre; il 38% degli italiani sa leggere, cioé riconoscere lettere e numeri, ma ha difficoltà evidenti di lettura; il 33% degli italiani che sa leggere con fluenza ha difficoltà di comprensione del testo. Di fatto, il 76% degli italiani non riesce a comprendere concetti scritti e a rielaborarli in forma autonoma.

Il  ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Il ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Come insegnante, queste cifre mi hanno sempre colpito al cuore, facendomi capire tante cose della nostra società: la bassa diffusione della lettura di quotidiani e di libri, soprattutto al sud, il degrado inarrestabile del parlare e del vivere quotidiano, infarcito di parolacce, insulti e cattive maniere, che dilagano anche in Tv, sui giornali e in politica. È un fatto che non mi piace naturalmente, ma che De Mauro (che amo anche per questo) sdrammatizza con la sua proverbiale ironia: ammette infatti che sono fenomeni sicuramente sgradevoli, ma poi con la saggezza di chi studia e vede lontano li bolla come marginali, ricordandoci che “la lingua di Dante è molto più complicata e non si lascia sconvolgere tanto facilmente, neanche dalle cattive abitudini e dalle parolacce dei politici”.

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9 risposte a “Tullio De Mauro. Per me è come se fosse morto un amico…

  1. le parole di paola-illaboratoriodipetunia2

    Un dispiacere x cuore e intelletto:-(

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  2. Hai fotografato in modo impeccabile la situazione di degrado in cui versa il nostro povero Paese e i suoi abitanti.

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    • In realtà è stato proprio Tullio De Mauro a interessarsi più che della lingua in astratto, dei parlanti, continuando a studiare e a comunicarci le continue evoluzioni del linguaggio, che poi è la nostra carta di identità, come singoli e come comunità. Ci lascia un’eredità immensa, non solo di sapere, ma di etica, di moderazione (intesa nel senso più nobile), di sobrietà e di umiltà.

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  3. nel 1974 ebbi il piacere di conoscerlo, insieme al gruppo di drammaturgia guidato da Giuliano Scabia di cui facevo parte nei primi anni del DAMS bolognese (“Il Gorilla Quadrumàno”). Lo incontrammo a casa sua e si parlò di italiano popolare, visto che lavoravamo sui testi del ‘teatro di stalla’ dei contadini emiliani. Un piacere ascoltarlo. Poi dopo un po’ di tempo, ci dedicò anche una recensione su Paese Sera in cui prendeva spunto dal nostro lavoro teatrale e dall’intraccio di italiano colto, italiano, popolare, dialetto per ricordare come le lingue uniscano sempre in un eterno presente il passato e il futuro, nonessendo mai ‘cose’ statiche. http://www.nuovoteatromadeinitaly.com/wp-content/uploads/2014/07/Scabia_gorilla_de-mauro_paese-sera.pdf

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    • Mi piace, caro Giovanni, quando racconti esperienze così importanti della tua vita (e non solo della tua). Spesso sottovalutiamo (non tu…) quanto sia importante lasciare tracce di vita, di esperienze, di persone che – se non raccontate – è come se non fossero mai esistite. Non mi riferisco ai grandi come De Mauro o Scabia, ovviamente.
      Grazie e continua a commentare qui; se poi aggiorni anche il tuo blog… non fai male! 😊

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    • Il link all’articolo di Paese Sera è interessantissimo. Sono contenta che venga archiviato in questo mio blog, anche perché si tratta di un bel pezzo della tua vita da studente.

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  4. Amore per la lingua italiana. Amore, appunto.

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