Curare i luoghi della cura

Il “Giardino Perenne” del sant’Anna di Torino

So che l’estate è la stagione delle vacanze, dei pensieri in libertà e della leggerezza. Ma la malattia non va in vacanza…

Un giorno, sfogliando pigramente un magazine dello scorso mese di aprile (Vanity Fair) vengo attratta da un titolo: L’arte che ti cura.
Si parla dell’Ospedale sant’Anna di Torino, che ha recentemente riqualificato i propri spazi, coinvolgendo dipendenti, pazienti e familiari.


Sale di attesa con pareti variopinte e fiorite, ringhiere e scale dipinte con colori energetici per le migliaia di persone che vi transitano, con particolare cura per alcuni luoghi simbolici: il Giardino Perenne, per esempio, “luogo dell’origine del mondo e della sua cultura, sintesi perfetta tra artificio e natura, per allietare le attese, che sono spesso percepite come un’eternità”.


«L’arte, scrive una paziente, ci fa sempre vedere il verde nel nero. Il giardino perenne mi ha fatto compagnia».

Oggi si parla molto di umanizzare la medicina, sempre più tecnologica, di curare i luoghi della cura, cioè gli ambienti ospedalieri spesso tristi e anonimi, di come rendere meno freddo il rapporto medico-paziente e anche quello tra i medici stessi e gli altri operatori della sanità. Si parla di medicina narrativa, di terapie complentari ed io sono particolarmente sensibile a questo argomento, dato che da circa sei anni frequento periodicamente questi luoghi – l’Oncologico di Bari in particolare – e noto come sono arredati gli ambienti, il modo di fare del personale sanitario, quali ricerche sono in atto e così via…

foto del dr. D. Galetta in un corridoio dell’Oncologico di Bari

Chi come me frequenta questi luoghi  attraversa momenti di grande fragilità, in cui basta un nonnulla per sentirsi a disagio, per stare male o viceversa per riacquistare calma e tranquillità. L’essere bene accolta aiuta a sentirsi a proprio agio, un semplice sguardo o un sorriso riesce spesso a domare l’ansia, mentre un comportamento brusco ha una risonanza molto negativa.


Nelle attese, mi guardo intorno e osservo non solo le persone, ma tutto l’ambiente intorno a me: le pareti e il loro colore, se sono nude o arricchite di manifesti o di immagini significative, la comodità di sedie e poltroncine, come si forma una lunga fila ad uno sportello…


Io ho avuto la fortuna di incontrare un oncologo che non ha bisogno di manuali per instaurare con i pazienti dei rappporti umani ricchi di empatia, improntati alla condivisione reale del percorso di cura. Il mio dottor G. – fin dal primo momento – ha intuito di che pasta sono fatta ed è riuscito a farmi digerire, con parole chiare, oneste e corrette, anche “medicine” piuttosto amare… Lui è uno che non ti abbandona, ti segue passo dopo passo e tu sai che non sei sola ad affrontare una patologia così difficile da trattare.
Gli altri medici della sua équipe lo affiancano con vera passione e talvolta mi “leggono” nei pensieri, in particolare una dolcissima oncologa.


Infatti la dr.ssa A.C. in un periodo molto difficile per me, accorgendosi che avevo bisogno di aiuto, mi ha consigliato (e permesso) di inserirmi in un Progetto di Terapie Complementari, che mi hanno fatto scoprire nuove possibilità e nuove strade per aprire finestre interiori e riuscire piano piano a conquistare un nuovo benessere.


Mi riferisco in particolare all’Armonizzazione sonora e alla Musicoterapia, che prima singolarmente poi in gruppo sono state per me come un balsamo.


Ho riempito un quaderno con un po’ di appunti e di disegni dopo ogni incontro ed ora che siamo in estate, rileggo ciò che ho scritto a caldo, risento quei suoni e quelle vibrazioni, il canto della dr.ssa L., musicoterapeuta, che mi aiutano a rilassarmi, riuscendo a scoprire dentro di me potenzialità nuove.

Suoni e colori, come “vitamine musicali”, perchè qualcosa di bello può germogliare. Anche dal dolore!

L’albero visualizzato dopo il primo incontro di “massaggi sonori”, coccole musicali li chiama la bravissima musicoterapeuta dr.ssa F.L.

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15 risposte a “Curare i luoghi della cura

  1. Ciò che hai scritto mi tocca nel profondo. Ti mando un abbraccio grande

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  2. Combattere la malattia, il cancro, è solo questione di medicinali? di terapie, dalla chemio alle immunoterapie? o è anche altro?
    Fai bene a sottolineare il ruolo del tuo oncologo, il dr. D. G. che sin dal primo incontro ha cominciato ad abbattere il muro che si frappone fra il paziente e il suo nemico. Ti, anzi ci ha aiutato a saper “accarezzare” questo ospite indesiderato e a sminuire la sua aggressività, a saper guardare il futuro con speranza e forza di vivere. Fai bene a ricordare anche il suo staff e in particolare la dr.ssa A.C., capace di instaurare un raporto da donna a donna ricco di profondi significati.
    L’aspetto che più mi ha colpito di qiueste persone, di questi medici, oltre alla loro indiscutibile professionalità, è la loro umiltà, la loro forza di essere e non di apparire come invece accade spesso dove si rincorre la forma, le stanze super attrezzate che forse nascondono limiti di diversa natura…
    E poi i tuoi disegni sono lampi di speranza, grazie per aiutarmi ad essere forte con te.

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    • Oggi, mio caro e dolce compagno di vita, ho letto il tuo commento dopo aver appena terminato la mia terapia. Mi guardavi mentre leggevo le tue parole e i nostri occhi lucidi e commossi mi hanno comunicato un mondo di amore, di condivisione e di forza reciproca: io ho bisogno di te come tu hai bisogno di me. Ed è questa certezza che mi spinge ad accettare la difficile convivenza con la malattia, che talvolta mi stanca e mi deprime. Voglio dirti pubblicamente grazie, perché non è facile accompagnare i giorni di una persona cara e vicina che si è ammalata di cancro.

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  3. è molto importante, tutto questo

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  4. Hai perfettamente ragione, a volte basta poco 💜😘

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    • Sai? Penso che non sia facile per gli oncologi (quelli più sensibili) coniugare “ascolto, assistenza, scienza e sensibilità”. I migliori non sempre godono della visibilità che meriterebbero (sui media in generale, perché invece il “passaparola” funziona alla grande!). 😉

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  5. Io all’Irst di Meldola ho seguito un laboratorio di scrittura espressiva Sentieri di Parole dal quale è nato un libro. Ci farò un post sul mio blog

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  6. Bellissime iniziative.
    Ho vissuto venti anni in sala operatoria come anestesista. Purtroppo i tempi non erano maturi, ma più di un paziente ha potuto ascoltare con cuffia musica coll’aiuto della mia voce rilassante.
    Bisognerebbe poter fare di più, ma i costi della Sanità non prevedono un aiuto allo spirito di chi soffre… o almeno non lo prevedevano quando ancora esercitavo.
    Buon pomeriggio della domenica.
    Quarc

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    • I passi avanti in ogni campo sono un merito di chi fa da apripista, con tutte le difficoltà relative, talvolta anche l’isolamento e lo scetticismo.
      Io ho la fortuna di aver conosciuto medici che vivono la loro professione in senso anche umanistico, alcuni sono ricercatori e nello stesso tempo vivono giornate intere in ospedale tra i reparti, in giro negli ambulatori e studiando anche nelle loro ore libere. Noi pazienti però dobbiamo saper fare la nostra parte e in questo senso sono stata chiamata a relazionare in un convegno sulle possibilità di collaborazione tra ospedale, associazioni, pazienti e familiari. I fondi sono necessari e quasi sempre indispensabili, ma ci sono strade percorribili che hanno bisogno soprattutto di sensibilità, di idee concrete e facilmente realizzabili, oltre che di volontà “politica” per realizzare progetti di umanizzazione dei luoghi di cura.
      👁‍🗨 Bellissima comunque l’idea di far ascoltare in cuffia della musica e una voce che li aiutasse a rilassarsi, in momenti di grande tensione.
      Grazie della visita e del commento, quarc! 😊

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      • Giustissimo quello che dici e bellissimo quello che è accaduto a te. Purtroppo sono le tue “mosche bianche” perché la Medicina è sempre più tecnologica e coi paraocchi nei riguardi delle medicine naturali.
        BUON GIORNO.
        Quarc

        P.S.: Il discorso è troppo lungo.

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