“Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso?”

Sempre più spesso mi capita di vivere una giornata difficile, vuota e quasi inutile, una di quelle che vorremmo cancellare, in cui mi sembra di non aver vissuto.  Avviene quasi sempre subito dopo un giorno vissuto bene, piena di energia, di incontri e di protagonismo sulla piccola scena del mio mondo circoscritto.

Poi il flop! Come un palloncino che si sgonfia, perdendo progressivamente tutta l’aria che lo rendeva bello e forte, pronto a volare sempre più in alto fino a scomparire.
Faccio ancora molta fatica ad accettare giornate come queste, nonostante ormai tutta la mia vita sia ormai un continuo saliscendi, come una montagna russa… e allora per non “perdere il senso” e non farmi trascinare dai pensieri, vado in cerca delle parole. A volte non le trovo e solo la notte mette fine alla sequenza lenta di queste ore, ma anche oggi come già un’altra volta è Christian Bobin che mi viene in soccorso e riesce a placare questa insoddisfazione che mi prende quando arriva la sera…


Io mi fermo qui e cedo il posto alle sue parole, trovate in un altro dei suoi bei libri, intitolato non a caso “Elogio del nulla”. Sono parole che mi aiutano a capire e che riescono a riempire in qualche modo il silenzio che ha avvolto queste mie ore.

“Cosa dà senso alla mia vita? Nulla […].
Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso? Per salvarli?
Ma [la vita] non ne ha bisogno. Non c’è perdita nelle nostre vite, perché le nostre vite sono perdute da sempre, perché continuano a svanire momento dopo momento. Nella sua lettera una parola mi infastidisce. La parola «senso». Mi permetta di cancellarla.
Guardi cosa diventa la sua domanda, come si presenta bene adesso. Aerea, agile: «Cosa le dà la vita». Stavolta la risposta è facile: tutto. Tutto ciò che non è me e mi illumina. Tutto ciò che ignoro e che aspetto. L’attesa è un fiore semplice. Germoglia sui bordi del tempo.


È un fiore povero che guarisce tutti i mali.
Il tempo dell’attesa è un tempo di liberazione. Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare, per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno.
Lo avrà senza dubbio notato: la nostra attesa – di un amore, di una primavera, di un riposo – viene sempre soddisfatta di sorpresa. Come se quello che speravamo fosse sempre insperato. Come se la vera formula dell’attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l’imprevedibile. Non aspettare niente, se non l’inatteso.

Questo sapere mi viene da lontano. […] Mi viene dall’unico maestro che io abbia avuto: un albero. Tutti gli alberi nella sera trepida. Mi ammaestrano con il loro modo di accogliere ogni istante come una buona ventura.


L’amarezza di una pioggia, la follia di un sole: tutto è nutrimento per loro. Non hanno preoccupazione di nulla, e soprattutto di un senso. Attendono, di un’attesa radiosa e tremula. Infinita. […] Un albero che risplende di verde. Un viso inondato dalla luce. Questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede. Smarrirsi nei libri, o nei boschi. La natura sommerge i libri. L’erba ricopre il pensiero. Il verde assorbe l’inchiostro. […]

L’arte di camminare è un’arte contemplativa. All’inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa. Non si è più una traversata luminosa del paesaggio. Si è soltanto, se stessi, una farfalla morta, polverizzata dal vento.
Non si lotta più con l’aria, con il vuoto dell’aria, con gli angeli nel vuoto. […] Si è nelle migliori mani che ci siano, quelle del vento, del nulla innocente di ogni giorno. Portati via, abbandonati, ripresi. Che altro?
Il lavoro: nulla. Il pensiero: è niente. Il mondo: è niente. La scrittura che è lavoro, pensiero, mondo: niente.


Resta l’amore che ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla. […] L’amore non revoca la solitudine. La porta a compimento. Le apre tutto lo spazio per bruciare. L’amore è niente più che questo bruciare, come bruciare al calor bianco. […] Una luce nel respiro. Niente di più. E tuttavia mi sembra che una vita intera sarebbe leggera, affacciata su questo nulla.
Leggera, limpida: l’amore non oscura ciò che ama. Non l’oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo. Lo lascia andare e venire. […] Elogio del poco, lode del debole. […] L’amore […] si accompagna alla gioia. La gioia è una scala di luce nel nostro cuore. Porta ben più in alto di noi, ben più in alto di sé: là dove non c’è più niente da afferrare, se non l’inafferrabile”.

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Una risposta a ““Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso?”

  1. illuminante, parole semplici e profonde. togliendo senso, dà senso, motivo, al nostro stare al mondo.
    ml

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