Archivi del mese: dicembre 2017

Cantavo un tempo…

Cantavo un tempo,
un tempo ormai lontano
io cantavo e
non sapevo,

no, non sapevo proprio di essere felice.
Mi sembrava quasi di volare quando

cantavo in coro,
ma anche per voce sola.
Cantavo

parole in musica,
la musica che amo
quella che ho sempre amato
e che volevo
imparare a suonare.

Cantavo un tempo
e oggi invece

non canto più,
non posso, non riesco più
a cantare,
balbetto triste
frammenti di parole,

batto il ritmo sì,
con tutto il corpo
e
muovo le dita
sui tasti di un pianoforte
immaginario,
quello che fin da bambina
volevo
imparare
a suonare.

Ora io forse riesco
ancora un po’
a cantare, 

canto dentro di me,
canto la gioia
e canto il dolore,
la nostalgia e la malinconia
di una voce che
nessuno più
potrà
ascoltare.

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Piccole vite migranti in una scuola del quartiere Libertà di Bari di Annalinda Lupis

#Natale2017
Mi piace ospitare in questo “mio” spazio un post letto per caso su Fb, grazie alla condivisione di un’amica comune. Io non ho altro da aggiungere.

La mamma di B è nigeriana. Viene spesso qui a casa. Suo marito è a rischio espulsione. Diniego e un ricorso per asilo politico appeso al giudizio di un tribunale. La mamma di C è cinese. Aveva un piccolo negozio che ha dovuto chiudere. Adesso fa piccoli lavori di sartoria in casa.
La mamma di D è barese e suo marito è senegalese. La mamma di S è barese e suo marito è georgiano. La mamma di F è barese e suo marito è marocchino.
La mamma di O è nigeriana e il suo compagno è barese. La mamma di R è eritrea e suo marito è barese. La mamma di A e F è barese e il suo compagno è nigeriano. La mamma di Princess è barese e suo marito è nigeriano.

Nella nostra scuola ci sono tante aule piene di piccole vite migranti. Meticciato ed esperienze differenti. Le recite scolastiche sono gli unici momenti in cui riusciamo a guardarci negli occhi tutt* insieme. A piangere tutt* insieme. Perché sono ogni anno più grandi queste creature. Perchè sono anime rimaste stranamente incontaminate.

Ho visto bambini armeggiare con un passeggino giocattolo. Cullare e dare un biberon a due bambole spelacchiate. Ho visto bambine cinesi con grosse difficoltà ad esprimersi in lingua italiana, supportate con passione ed entusiasmo dalle coetanee baresi. Ho visto mia figlia parlare in inglese con B e O perchè sono nigeriani e insegnare l’inglese alle altre bambine perchè “così giochiamo meglio”.

La mamma di B, nigeriana, ha avuto da poco una bimba e non riusciva a scattare le foto. La zia di G, barese, ha cullato la piccola fra le sue braccia sussurrando canzoncine affinché la sua mamma riuscisse a scattare tutte le foto più belle.
In quelle due ore trascorse in quell’aula scolastica, ho fatto scorta di umanità. Attraverso gesti banali che sarebbe tanto bello fossero il pane quotidiano, sono andate smarrite le forme di pregiudizio e gli stereotipi che accompagnano gli incubi della cittadinanza inconsapevole. Perché siamo cittadine e cittadini in un grandissimo quartiere multietnico.
Perché la propaganda imposta dal sistema, genera gli incubi e noi tutt* inconsapevolmente perdiamo il nostro diritto ad essere cittadin*.

E gli incubi generati dal sistema, costruiscono muri. Definiscono le sfumature di colore sulla pelle. Stabiliscono il confine tra le lingue. Firmano decreti e ordinanze per delimitare le distanze di classe sociale. Nutrono il pregiudizio morale costruito sulla strada del genere: i maschietti e le femminucce. La bambola per le bambine. I soldatini per i bambini.

In quelle due ore trascorse in quell’aula scolastica, ho trattenuto a stento, la voglia di mettermi in piedi sui banchi. Per parlare a tutt* con una prospettiva differente. Non come una leader. Decisamente capobanda.
Perché: ma avete visto? State guardando? E vi state guardando? Perché: ma io vi guardo. E io ci vedo benissimo. Siamo quell* che vanno di fretta al mattino.
Di fretta al pomeriggio. Molto spesso non siamo noi. Sono i figli più grandi, la zia, la nonna, la vicina di casa. Perchè noi abbiamo gli altri figli più piccoli a cui badare. Quelli in arrivo. Perchè siamo sempre incinte. Perchè siamo sempre troppo povere e ci dicono che per questo siamo sempre incinte.


Abbiamo biciclette e bus e piedi anzichè un’automobile. I carrelli della spesa trascinati nelle giornate piovose e senza mani per tenere gli ombrelli. Fazzoletti nelle tasche per pulire il naso dei nostri mocciosissimi figli. Tasche mai troppo grandi per contenere tutto ciò che serve. Pupazzetti, caramelle gommose, pastelli a cera consumati, gli avvisi della scuola e il telefonino. Che ci serve come il pane per stemperare l’ansia delle lunghe attese. In coda nell’ufficio postale aspettando un sussidio che mai arriva. Che arriva e ci brillano gli occhi, 100 euro… e ci sentiamo ricche. L’avvocato che mai risponde e papà è in galera. Le dirette su Fb che i nostri figli son piezz ‘e cor e ogni scarrafon è bello alla sua mamma. Ma gli scarrafon li teniamo in casa.
Li portiamo a scuola perchè entrano negli zainetti dei figli. Gli scarrafon non son razzisti. Non vedono il colore della pelle e gli sta bene lo zainetto nigeriano, somalo e barese.

Io vi guardo e ci vedo benissimo. E siamo terribilmente uguali. Disperatamente simili. E se vi illudete che sia soltanto un miracolo della recita di Natale, rassegnatevi. E se sperate che rimarrò in silenzio, rassegnatevi. E parlerò e parleremo. E riempirò quell’aula scolastica di fotografie inedite, pazzesche, assurde. Attaccherò ai muri i vostri incubi generati dal sistema.
Perché in realtà sono i sogni che cullano i nostri figli.

E crolleranno i muri, i confini, l’orgoglio e il pregiudizio. Intreccerete mani scure e capelli aridi come il deserto africano. Sussurrando canzoncine ad una bambina nera, in cinese, arabo e in barese. Mescolando merende di kebab e panzerotti. Prendendo fiato e riprendendo il tempo che abbiamo perso fino ad oggi.
Perché vi guardo e ci vedo benissimo. Festeggeremo ogni giorno Natale quando riaprirà la scuola. Promesso…

Postato da Annalinda Lupis sul suo profilo Facebook

 

Scrivere la vita delle donne

Questo breve intervento (vedi in basso) mi ha fatto pensare immediatamente a mia sorella Gabriella, morta troppo presto, prima di me e prima di poter raccontare le tante vite da lei vissute, la vita da studentessa di liceo e poi all’università di Bologna, quella di casalinga (che non amava…) e poi quella di madre di due figlie, il senso di solitudine provato rimanendo sola dopo la morte del coniuge, il sogno a lungo coltivato di aprire una sua libreria, il desiderio di relazioni sociali difficili da realizzare in una città che non è la tua, la diagnosi devastante di una malattia che non le ha lasciato scampo… 
“Sommersa da secoli di silenzio, la vita delle donne possiede una ricchezza infinita che occorre recuperare e narrare, non importa sotto quale forma. Perché ogni donna ha almeno una storia da raccontare: la sua” dice splendidamente Manuela Bonfanti nel suo blog.
E Gabriella sicuramente aveva una storia lunga e ricca da raccontare, anche se la sua vita è stata troncata così bruscamente! In me rimane un rimpianto che non finirà mai…

VOCI DAL SILENZIO

Faremmo meglio a interpretare un ruolo da protagonista nello sconosciuto e banale film della nostra vita” (La lettera G, p. 203)

Eravamo solo donne alla presentazione de La lettera G a Ginevra. La cosa non mi ha colto di sorpresa perché la letteratura è donna: la maggior parte degli uomini sembra avere altri interessi e priorità. E va bene così, anzi, va benissimo. Perché il mio romanzo ha come protagonista una donna, e questo per un motivo molto semplice: io sono una donna. Ecco perché scrivo di donne. Questa non è un’affermazione anodina: gli uomini hanno scritto molto, soprattutto sugli uomini e per gli uomini. Ma addirittura, essi hanno scritto (o parlato) anche delle donne. Attraverso i secoli e secondo i costumi del momento, gli uomini hanno definito le donne e le loro vite, hanno deciso quali dovessero essere le loro passioni e le loro…

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Aspettando il natale…

Se stasera potessi, mi piacerebbe scrivere una lettera a Babbo Natale.
Sì, lo so che sono troppo grande ma provo a farmi piccina e la scrivo.
Mi piace il fatto che la tua immagine sia quella di un vecchio bonario, quasi sempre sorridente e con le guance rosse, come se avessi finito di bere un ottimo bicchiere di buon vino.

I piccoli credono (o vogliono credere) in te, perché bisogna pur credere in qualcosa e poi tu sei quello che porti dei doni, giri intorno alla terra senza fermarti ai confini, superi muri e barriere e non fai differenze di razza, religione e di classe sociale. Sulle differenze di genere, non ti do alcuna responsabilità, visto che cerchi di accontentare le richieste di bambine e bambini. E pare che le bambine continuino a preferire le bambole, mentre i maschietti i giochi elettronici, ma come forse ti stai accorgendo anche tu, il mondo sta cambiando.

Perché ti scrivo stasera? Che cosa chiederti?

Ecco, in un momento di particolare serenità per me (la mia TAC dice che anche questa volta la malattia è ferma), ti chiederei di fermarti un po’ di più in quelle parti del mondo che oggi sono pieni di bimbi e di bimbe privati della loro infanzia, prigionieri di conflitti più grandi di loro, affamati di cibo e di attenzione da parte nostra, che ci sentiamo tutti più buoni soltanto una volta all’anno… Lascia perdere se puoi chi ha già tutto, una stanza tutta per sé e piena di giochi, di playstation, (spero anche dei libri), e fermati principalmente lì dove c’è bisogno di un po’ di luce e di allegria, come negli ospedali pediatrici, nei campi profughi o tra i piccoli in carcere con le loro mamme (ce ne sono tanti, purtroppo!).

Mio caro Babbo Natale, ho già tanti e tanti anni sulle spalle come te, ascolta una tua coetanea che come te ne ha viste e sentite tante; i bambini e le bambine di questo mondo dovrebbero avere eguali opportunità, sono tutti belli e meritano la tua attenzione, ma forse oggi sono troppi quelli che hanno già un fucile in mano o vengono usati come pedine per recapitare le bustine di droga, sono troppi quelli che lavorano per una miseria di salario, tante le bambine che per strada vengono usate dai tanti benpensanti o attirate dai pedofili in rete, bambini e bambine anche nel nostro Occidente che guardano il luccichio delle vetrine, pieni di desideri che non potranno essere soddisfatti.
Allora, vediamo se riuscirai ad ascoltare e ad accogliere questa mia proposta; in caso contrario mi rivolgerò alla Befana, da donna a donna, sperando che sia sensibile a queste mie richieste.

… Aspettandomi che almeno quest’anno il Natale non sia ridotto alla solita vecchia kermesse, che sia un po’ più sobrio dato che sono tanti quelli che non hanno più un lavoro.
Proprio ieri ho incontrato una cara vecchia conoscenza, una persona che un tempo aveva un lavoro qualificato e che ha un contratto precario in scadenza proprio tra pochissimi giorni, il 22 dicembre, alla vigilia di Natale, con un bimbo che ha bisogno più di tanti altri di aiuto e di sostegno… Il suo viso esprimeva tutto il suo stato d’animo e la mia serenità è un po’ appannata da questi pensieri, che ho cercato, caro Babbo Natale, di mettere giù così come venivano.

Ti auguro un “Buon viaggio” intorno al mondo, con una mappa aggiornata, mi raccomando!

quel che rimane

“Scrivere” è davvero come entrare nelle “orearovescio”, che è il titolo di questo blog che seguo con interesse e continuità. Ogni visita a questo blog mi riserva la sorpresa di trovare parole e immagini in cui mi identifico o che mi arricchiscono di nuove visioni e punti di vista. Grazie a Massimo, attento curatore del suo spazio virtuale che prende forma e corpo nelle sensazioni, emozioni e pensieri che ogni volta riesce a suscitare in me.

orearovescio

foto by c.calati

.. è nostalgia che lenta si sfarina e fine fine si deposita, polvere sul cuore, cocaina e cenere, un po’ vitale e un po’ mortale. Non ha più una provenienza né un volto a cui rivolgersi, col tempo ha perso i connotati ed un motivo per esistere, eppure è lì, palpabile e precisa. Così di te mi resterà come una nebbia senza più un nome

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Ci vorrà

OMBRA (ph. MCR)

Ci vorrà
tutto il tempo necessario
prima che possa anch’io
fare a meno di me
senza voltarmi,
andando,
per lasciare.

Mi hanno colpito molto questi versi di Francesco Scarabicchi (Ancona, 1951, anno di nascita di mia sorella Gabriella) tratti da un piccolo libro IL PRATO BIANCO, edito da Einaudi, che sulla sua caratteristica copertina riporta un’altra delle sue poesie che ha subito catturato la mia attenzione, perché parla delle parole, non quelle gridate ma quelle che amano la penombra.
Mi piace leggerle in silenzio una ad una e poi legarle insieme, in un nuovo significato spesso indicibile: “curare le parole per portarle in salvo”.

Porto in salvo dal freddo le parole,
curo l’ombra dell’erba, la coltivo
alla luce notturna delle aiuole,
custodisco la casa dove vivo,
dico piano il tuo nome, lo conservo
per l’inverno che viene, come un lume.

Sono versi che mi provocano una malinconia serena e qualche riflessione sparsa sul nostro tempo in cui tante parole stanno perdendo il loro significato, mi piacciono i versi che parlano della natura e dell’ambiente (le nuvole che vanno via tacendo, i prati, i fiori e gli alberi, la perdita progressiva di suolo) e quella metafora del “prato bianco” che riesce a farmi immaginare scenari diversi, come quando il poeta affronta l’idea della morte in modo lieve ma estremamente intenso.