Archivi del mese: gennaio 2018

“Quando il respiro si fa aria”

Quando la vita t’insegna a convivere e a fare i conti giorno per giorno con il cancro, una patologia severa che ancora oggi spaventa tante persone, è abbastanza normale provare il desiderio di conoscere le esperienze degli altri.
Nei primi anni, tendevo voracemente a leggere di tutto, ma poi ho imparato a selezionare con una certa severità le mie letture: ora scelgo soltanto esperienze scritte (bene) da persone che riescono a parlare anche e soprattutto di sé e non solo della malattia, proprio come accade in un libro straordinario, che mi ha conquistata fin dal titolo “Quando il respiro si fa aria”.  La foglia morta che lievemente cade tra le parole del titolo della copertina rende benissimo il senso di tutto ciò che possiamo aspettarci.

L’autore, Paul Kalanithi, un neurochirurgo che si ammala di un cancro al polmone che lo stronca a soli 37 anni, scrive ben consapevole di avere un tempo limitato a disposizione: disteso a letto o rannicchiato in poltrona, scrive di sé sul suo inseparabile laptop, racconta la sua vita che ha improvvisamente cambiato direzione, confessa senza remore i momenti di difficoltà in cui si trova a dover conciliare il suo io-medico con la nuova condizione di io-paziente, del desiderio che non lo abbandona mai fino ai suoi ultimissimi giorni di vivere ogni attimo, scrive pagine bellissime che nonostante siano un diario del dolore non cedono mai all’autocommiserazione o a toni melodrammatici, anzi riesce sempre a mantenere la sua profondità e insieme la sua innata ironia.

Siamo di fronte ad un grande medico e a un grande scrittore, capace umilmente di mettersi a nudo nella sua fragilità, quando gli viene diagnosticato il cancro micidiale che lo ha colpito: “Mi ritrovai a essere una pecorella smarrita e confusa” scrive e si concede, lui così importante e venerato, “di restare aperto e vulnerabile, di lasciarsi confortare”.

Sono stata profondamente colpita dalla qualità della scrittura di questo medico umanista, che ricordando gli anni della sua formazione scrive:
“I miei libri divennero i miei più intimi confidenti,
lenti ben smerigliate che mi offrivano nuove visioni del mondo”.

Allora era infatti soltanto un ragazzo come tanti, che descrive con ammirazione e gratitudine gli sforzi di sua madre per consentirgli di ricevere un’istruzione di qualità, quella che gli permetterà negli anni cruciali degli studi di medicina di farsi domande difficili, prima di scegliere la specializzazione; l’interrogativo che si pone e che lo tormenta era quello di individuare “il punto d’intersezione tra biologia, etica, letteratura e filosofia”.

Si lascia andare a riflessioni che toccano il cuore della professione medica:
“I medici, scrive infatti, invadono il corpo in ogni modo immaginabile. Vedono le persone nei momenti di maggiore vulnerabilità, paura, intimità. Sono lì quando vengono al mondo, e quando se ne vanno. Considerare il corpo come materia e meccanica è l’altra faccia dell’alleviare la più profonda sofferenza umana”. La facoltà di medicina affinò in lui “la comprensione del rapporto tra significato, vita e morte”.
E ora da paziente, lui che è medico, si trova a riflettere su questo rapporto e ci chiama a dialogare con lui, ripercorrendo tanti momenti belli del suo breve “viaggio”.

Leggendo questo libro formidabile si va avanti, ma capita spesso di interrompersi e fermarsi a pensare a tanti aspetti della propria vita e a ciò che le dà significato; “per chi lavora in ospedale, è una di queste riflessioni, i documenti da compilare non sono semplici documenti: sono frammenti di narrazioni costellati di rischi e trionfi”.
E la mia mente è andata subito all’immagine e allo spessore raggiunto in sei anni di terapie del mio fascicolo sanitario, soltanto quello che riguarda il mio carcinoma polmonare, con cartelle piene di “rischi” e di momenti bui (quando sembrava che non ci fosse più una terapia efficace) ma anche di “trionfi”, come quelli in cui le TAC registrano la malattia ferma o in regressione.

Mi si è aperto il cuore quando ho letto che ad un certo punto, dopo la morte quasi inspiegabile di una sua paziente, egli s’impose “di trattare tutte le (sue) scartoffie come pazienti”, non certo come si comportano tanti medici che, magari dopo un primo sguardo distratto e superficiale, non hanno occhi che per le scartoffie o lo schermo del loro computer. Io stessa sono stata vittima di uno di loro, proprio nel momento terribile della diagnosi: nemmeno uno sguardo, solo l’ascolto di una sentenza nel momento in cui, distesa su un lettino della clinica, un’infermiera mi stava togliendo i punti della ferita causata dall’intervento subito.

Paul Kalanithi invece, neurochirurgo all’apice del successo, ci prende per mano con grande umanità e cammina con noi, decidendo di renderci partecipi del suo ultimo tratto di viaggio. Si legge e ci si sente a lui vicini in un percorso ricco di ricordi, di aneddoti, di riflessioni, del grande amore per la moglie Lucy (che scrive l’ultimo capitolo postumo) e per la piccolissima Cady (con lui nella foto in basso), la figlia fortemente desiderata, a cui egli dedica questo suo ultimo messaggio.

Lungo queste pagine, riservate a lettori forti e coraggiosi, egli riguarda tutta la sua vita, gli affetti, gli amori, la famiglia e il suo lavoro, è costretto a rivedere e a rielaborare (com’è capitato anche a me e a tante altre persone) la stessa nozione di tempo e forse proprio il tempo che gli è rimasto gli ha insegnato a morire.

Forse… perché questo è uno territori più difficili da esplorare: “La morte ti disorienta, eppure non c’è altro modo per vivere“, ci dice e in questo modo ci aiuta a diventare tutti più consapevoli di essere, come ogni organismo vivente, degli esseri che nascono, crescono e muoiono.

Ora lui non c’è più, ma rimangono queste sue pagine, che riescono a trasmettere il coraggio di un uomo che ha affrontato la malattia “con grazia e autenticità”, come dice la moglie Lucy nel dolente e radioso epilogo, facendoci appassionare alla vita. E di questo io gli sono sinceramente grata!

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Davanti ad un filo d’erba…

Questo è un blog pieno di parole,
di frammenti di vita che non vorrei dimenticare,
di pensieri
e di riflessioni
che amo condividere,
di silenzi
che a volte
non trovano le parole
per esprimere
stati d’animo,
non sempre
ben chiari
nemmeno
a me stessa.

Mi è capitato ieri, andando in una casa di campagna
che mi è cara,
dove sono arrivata con la testa pesante e un corpo
che si muoveva
a scatti
come un robot,
dove ho iniziato
a camminare
a piccoli passi
e di rimanere folgorata dalla luce del cielo
e delle nuvole bianche
di questo inverno meridionale.

Mi sono guardata intorno e
pure un po’ intontita…
mi sono sentita
più leggera
davanti ai rami
di un albero,
quasi commossa guardando i fili d’erba tra luce e ombra, curiosa
di vedere
se riuscivo
a scoprire
un quadrifoglio nascosto in un prato di trifogli. 

Mi accade
sempre più spesso
di rimanere attonita davanti
allo spettacolo cangiante
della natura,
che non ha
come noi
le parole,
ma che scrive
a modo suo
un racconto.

Lo scrive
con i colori
delle acque
e delle piante,
della roccia
della pietra
e del terreno,
con i colori del cielo mai uguale
a se stesso,
così ricco
di sfumature

e di tonalità diverse a seconda della luce o dell’ombra,
solcato da gabbiani
o da uccelli in volo.

Un racconto
pieno d’aria
grazie alla bellezza invisibile del vento 
che muove le foglie
e i rami di un albero

e che senti
sulla pelle, un racconto tenace come le radici nascoste nel buio o di quelle lunghe, forti e dirompenti che emergono in superficie, aprendosi un varco verso la luce persino attraverso l’asfalto delle strade.

Vivo sempre più spesso la natura come una ricchezza che mi viene donata e m’immergo in essa, provando ad immaginare,  come scrive Edmond Jabes,  “il pensiero come una pianta, come un albero,
come un fiore, come un frutto.
E anche come un filo d’erba
e l’impensato come il cielo”.

Con leggerezza e profondità… #capodanno2018

 

#Capodanno2018

Non credo più da tempo allo scandire obbligato del tempo, anche se di fatto sono costretta dalle circostanze a pensare che ogni anno che passa dal momento della diagnosi di cancro (fine anno 2011) io mi trovo ad un giro di boa, perché calcolo il tempo di vita vissuto, guadagnato, inizialmente insperato…

Ed è per questo che vorrei provare anch’io oggi ad augurarmi qualche cambiamento, provando a riconfigurare i ritmi delle mie giornate.

Leggendo le parole di Island, il famoso romanzo di Aldous Huxley, credo di aver capito che per me “è buio perché mi sto sforzando troppo”.  Non sono ancora capace infatti di lasciar accadere le cose e forse è davvero arrivato il momento di “gettare via un certo bagaglio” e stilare un decalogo, non di buoni propositi, ma decisioni per migliorare me stessa e la mia vita:

1) dosare con maggiore saggezza i miei impegni extra-sanitari, imparando a diluirli ogni volta che è possibile;

2) dedicare più tempo a me stessa anche per pensare, riflettere e meditare in silenzio (è una cosa che mi piace tanto);

3) riprendere in mano i libri che amo, provando a non farmi turbare come mi accade spesso da tutti i rumori del mondo;

4) dedicare i momenti sereni alle persone che amo e che mi sono sempre vicine;

5) capire (e sarebbe ora…) che il riposo per il mio corpo non è una perdita di tempo, ma è necessario per riprendere le forze;

6) imparare ad inciampare – senza cadere – negli inevitabili ostacoli e nelle numerose difficoltà della mia vita in questa fase;

7) aggrapparmi a chi sa tendermi la mano per non affondare “nelle sabbie mobili della paura” e riacquistare le mie energie fisiche e interiori;

8) lasciare che tante cose accadano senza voler sempre controllare tutto;

9) “imparare a fare le cose con leggerezza”, a camminare più lentamente e a vivere con maggior leggerezza, senza rinunciare alla profondità;

10) non dimenticare mai che “nessuna fatica e nessun dolore devono impedirmi di continuare a credere nella vita” (queste ultime sono parole di incoraggiamento del mio oncologo).