Archivi del mese: marzo 2018

“Se la cerchi non la trovi…” – La poesia nel nostro tempo

Se la cerchi sui giornali non la trovi, eppure c’è. Nella classifica dei libri non esiste ma ognuno ne ha qualche traccia dentro di sé. A scuola te la insegnano e tu la snobbi, poi perlopiù la ignori ma quando te ne ricordi la rimpiangi. Tanti ne scrivono, ma pochi la leggono. Tutti ne parlano con riverenza e si sentono in colpa per la sua assenza. Qualcuno sostiene che vive altrove, nessuno osa dire che ha fatto il suo tempo. La mancanza di poesia è oggi la misura della nostra infelicità”.
Scriveva così Michele Trecca ben 18 anni fa su La Gazzetta del Mezzogiorno.

Ebbene, forse oggi più che la poesia, sembra prevalere la prosa, nel senso più deteriore del termine, il linguaggio pubblico è sceso a livelli di superficialità e volgarità insopportabili, quello privato si sta riducendo a balbettio, ma se si scava in profondità la si trova nascosta in tante situazioni, in momenti improvvisi di felicità, nel sorriso inaspettato di un bambino felice, nella bellezza di tanti dettagli spesso invisibili: “Ho conosciuto il mare meditando su una goccia di rugiada” scrive Khalil Gibran e questa è poesia, che sa “risvegliare dal nulla la parola” come recita il primo verso di una poesia di Alfonso Gatto, un poeta che amo, insieme a tanti altri e altre.

Io sono un’amante della poesia come lo era mia sorella Gabriella, con cui continuo a sentire un legame e una sintonia al di fuori del tempo.

Oggi non potrei vivere senza, la poesia è diventata con gli anni come l’aria che respiro, la sento quando guardo la luce del giorno che cambia ad ogni ora e ad ogni stagione, quando con passi lenti cammino in riva al mare e osservo l’orizzonte che lo unisce ai colori del cielo, la vivo lungo un sentiero in aperta campagna, tra terra rossa e germogli, fiorellini spontanei e maestosi ulivi secolari, la percepisco nel profumo inconfondibile dell’erba bagnata, immergendomi in un universo senza confini e distaccandomi da terra. Talvolta riesce anche a darmi pace, ma più spesso mi aggredisce e mi fa precipitare nel vuoto, si diverte a disorientarmi ed io mi perdo…

Mi fa bene anche quando i suoi versi sono duri e forti e fanno male al cuore, perché è vero che le parole a volte “sono pietre”. Le parole della poesia, quella vera, cadono ed affondano dentro di me, ad una ad una e tutte insieme mi regalano silenzio, quando scendono in me lente e leggere come piume che sembrano immobili e invece m’interrogano lasciandomi senza fiato, come sospesa e senza risposte…

Cantano a volte i versi della poesia ed io mi lascio andare seguendo l’armonia dei loro suoni, battendo il ritmo ora lento ora veloce, sono musica e colore, luce ombra e tenebra, gioia pura e improvviso dolore, sofferenza cupa sorda e amara, paura del nulla e speranza di vita!

Leggere poesia mi dà coraggio e forza, è la voce dei momenti sereni e felici ma anche di quelli oscuri, quelli più bui e più neri, che nascondo anche a me stessa.

A volte anche un’immagine come questa è poesia, forte e dura, senza bisogno di parole…

 Sabbia

Amore senza parole,

ma le parole d’amore
chi mai le canta nel sole?
Certo, qualcuno ne muore.

Parole senza l’amore,
il miele delle parole
è il verme del fiore
che muore.

Parole sole, più sole
sabbia di vita brulla,
il soffio delle parole
cadute nel nulla.

Alfonso Gatto

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17 marzo, il giorno in cui ci prendemmo per mano (dedicato a Carlo)

Era il 17 marzo del lontano 1969, il giorno in cui ci siamo presi per mano e non ci siamo più lasciati! Eh sì, ancora oggi camminiamo insieme come quel giorno luminoso che annunciava la primavera imminente, la nostra prima stagione d’amore.

Fantasia di colori!

Passo dopo passo, mano nella mano, abbiamo vissuto una miriade di momenti diversi, gioia e felicità pura, tenerezza e complicità, difficoltà personali di coppia e familiari, perdite pesanti da elaborare e il dolore di affrontare insieme anche una malattia grave come il cancro. Ci è sembrato di correre, di cadere talvolta, di non ritrovarci più, ma tutto aiuta a non spezzare il filo: le parole e i silenzi, gli sguardi, i conflitti, l’amore che attraversa tante fasi e cambia con gli anni, che si colora di sfumature da cogliere al volo.

Non è il nostro anniversario di matrimonio, ma il giorno in cui finalmente due timidi come noi, complice la luce primaverile della nostra bella città, parlando e camminando si sono ritrovati insieme e quasi senza guardarsi si sono incamminati lungo un percorso che continua… da ben 49 anni!

E mi piace dirti pubblicamente “grazie!”

“Avvolgi la tua lingua tra stoffe di seta…”


Ho tra le mani un piccolo libro La crudeltà ci colse di sorpresa – Poesie dal Kurdistan, un piccolo gioiello poetico, pubblicato lo scorso anno dalle Edizioni dell’Asino, una testarda casa editrice controcorrente.

I versi sono della poetessa curda Choman Hardi che ci racconta il dramma del suo popolo, la ricerca di una patria, di una famiglia scomparsa, tra mille persecuzioni. “E lo fa con una voce femminile che è forte, disperata e solitaria come le montagne del loro altipiano”.

 

Domani è di nuovo l’8 marzo e io scelgo la voce di una donna che “intreccia nei suoi versi memoria personale e storia collettiva, diventando cronista di distruzione e restituendo a un popolo cancellato la voce poetica di una lunga tradizione”.

È una testimonianza poetica in una lingua proibita, come ricorda Hevi Dilara nella sua palpitante nota in fondo al volume:
“poiché era vietato tramandare la storia del popolo curdo, la poesia si è appropriata di un ruolo fondamentale. Nel corso dell’ultimo secolo, infatti, la poesia d’autore curda è diventata, da genere elitario qual era, uno strumento per rivelare gli obiettivi, i dolori e la gioia di un popolo smembrato, ed è giunta a tutti trasformandosi in una potente arma indigena nella lotta per l’autodeterminazione, la libertà e la democrazia”.

 

Prima di partire

“Avvolgi la tua lingua tra stoffe di seta
ogni parola separata dall’altra
per non farle scontrare, graffiare.
Non dimenticare le parole che non usi mai,
col passare degli anni i dettagli svaniscono
e potrai averne bisogno.

Riempi una valigia
con le tue montagne assetate
prospereranno in quella pioggia.
Raccogli le voci del tuo quartiere
in un carillon, ben chiuso
per il lungo viaggio.
Prendi con te i dibattiti degli intellettuali,
le loro dispute appassionate, i libri pieni
delle loro discussioni.

Portati il calore di tua madre nella pelle,
il suo odore nelle sue vesti.

Donne combattenti kurde

Tuo padre sarà sempre con te
ogni passo che fai,
ogni decisione che prendi, o che non prendi.
I pianti delle vedove, i bambini
abortiti, e il cancro strisciante resteranno
nei tuoi sogni, non ne sentirai la mancanza.

Trascinati dietro le tue scuole mentre vai,
le panche imploranti,
le lezioni di lacrime.”

(Fotografie tratte dal web)

Sul sito de L’INDICE onlineF. Cavagnoli, scrittrice e traduttrice, ci ricorda che “senza la poesia nulla ricorderemmo di quanto accadde tra il 23 febbraio e il 6 settembre 1988 ad Anfal, quando l’Iraq diede inizio al genocidio contro sei regioni del Kurdistan rurale e l’esercito iracheno rovesciò su 281 insediamenti gas tossici che all’inizio odoravano di mele dolci.
Più di 2000 villaggi vennero distrutti, 182.000 civili persero la vita e finirono nelle fosse comuni, mentre un numero ancora più alto di persone fuggì.
Cosa è rimasto di tutti loro?
“Pettini, / rosari, specchi, carte d’identità, in un mucchio, a inzupparsi di pioggia”.

Bambini kurdi nei territori liberati