Archivi del mese: giugno 2018

#RestiamoUmani: le migrazioni, un fenomeno sempre più complesso nell’era della globalizzazione


Apriamo i Porti italiani:
questo l’appello lanciato ieri da un’associazione studentesca di Bari, Zona Franka, per una manifestazione a cui ho partecipato con convinzione.
Contro la decisione brutale del ministro dell’Interno, in accordo con quello ai Trasporti, di bloccare una nave con 629 persone a bordo, migranti che erano stati soccorsi in sei diverse operazioni, tra cui una particolarmente complessa, con un gommone che si è rovesciato facendo cadere in mare le 40 persone che lo stipavano. Tra questi 629, ben 123 sono minorenni non accompagnati, 11 sono i bambini e 7 le donne in stato di gravidanza. Per fortuna sulla nave è presente il personale di Medici senza frontiere e in seguito sono state inviate dall’Italia altre navi con scorte di viveri e di materiale per la sopravvivenza di persone, che si sono riparate dal sole, che batteva sulla loro pelle arsa dalla salsedine, sotto dei teli di fortuna, come si vede benissimo nei servizi che Sky TG24 ha mandato continuamente in onda dai suoi elicotteri.

Ci sono tanti e tanti modi per affrontare un fenomeno complesso come questo: secondo me, questa cinica prova muscolare paga elettoralmente ma non contribuisce a risolvere la questione; Salvini infatti ha usato 629 naufraghi come ostaggi per negoziare con l’Europa sull’immigrazione.

Se oggi potessi recuperare alla mia memoria tutte le lezioni sulla migrazione dei popoli nella storia del mondo, lo farei volentieri: da sempre infatti l’umanità si è spostata in cerca di migliori condizioni di vita per sé e per i propri cari; dai tempi più remoti le guerre hanno prodotto distruzioni, vittime e un gran numero di profughi, costretti ad abbandonare tutto pur di salvare almeno la loro vita, per non parlare dei morsi della fame, quella vera che forse molti di noi non hanno mai provato, che spinge le comunità a cercare altri luoghi in cui vivere senza l’incubo continuo di non avere nemmeno quel minimo di sostentamento per il giorno dopo. Anche i disastri ambientali flagellano soprattutto le fasce più povere di una popolazione, quelle che vivono sotto un tetto precario e fragile e non hanno nemmeno la possibilità di andare lontano dai luoghi della catastrofe.

In Italia siamo da anni alle prese con il fenomeno dei flussi migratori, sempre visti e affrontati come se ogni volta fossero un’emergenza.
Oggi più che mai siamo un popolo nettamente diviso non solo sulla visione del nostro futuro e sulla soluzione da dare ai diversi problemi da cui siamo afflitti, ma anche se e come organizzare seriamente la prima e la seconda accoglienza. Vedo classi politiche che si alternano al governo senza riuscire a trovare una strategia condivisa da percorrere senza tentennamenti (e senza fare infantili prove di forza sulla pelle delle persone) per affrontare questo fenomeno sempre più complesso, che interroga il nostro modo di vivere (sprechi compresi…) e di vedere il mondo.

Anni fa, quando ero più giovane, sognavo e credevo possibile un’Europa realmente unita, e non solo sotto bandiere economiche, ma come un insieme di Stati che sapessero responsabilmente trovare convergenze ideali e concrete su vari terreni di fronte alle sfide dei colossi mondiali, penso alla Cina ma anche alla potenza della finanza internazionale, capace di spostare in un baleno i suoi capitali, mettendo in ginocchio intere comunità. E invece la politica degli stati europei viene posta al di sopra delle vite delle persone: capitali e merci viaggiano senza confini, si delocalizzano imprese da un giorno all’altro mettendo sul lastrico migliaia di persone, mentre si innalzano muri che bloccano solo i più disperati, quelli che rischiano la loro vita in mare (o in montagna) pur di approdare in un posto sicuro per rifarsi una vita.

Vedere un ministro dell’Interno che costringe la nave Acquarius a fermarsi in mare aperto, in attesa di sapere dove poter attraccare, mi ha provocato un senso di profondo disagio, disorientamento e indignazione: è vero che l’Italia ha fatto sforzi enormi ed è stata costretta per anni – insieme alla povera Grecia – a far fronte in modo solitario all’ondata di persone, arrivate con tutti i mezzi possibili sulle nostre coste, dopo aver peregrinato nel deserto o essere stati rinchiusi in campi di detenzione e aver pagato cifre enormi ai trafficanti di “merce” umana; capisco la rabbia delle fasce più deboli della nostra popolazione, quella che arranca ogni giorno ed è indotta a credere che il “nemico” sia il migrante che viene qui da noi a “togliere lavoro”.

Ma non riesco ad accettare che chi sa e può continui a fingere di credere a questa versione di comodo dei fatti: in Italia per fortuna molti giovani oggi non vogliono (e non resisterebbero nemmeno a) lavorare ore e ore nei campi del sud, chini sotto il sole, a raccogliere e a trasportare pesanti cassoni di pomodori, per una paga da fame, che fa comodo e arricchisce i caporali e i proprietari di queste coltivazioni: non è un caso che la patria di Giuseppe Di Vittorio sia stata la piana di Cerignola, un paesone della provincia di Foggia.

Molti dei miei ex-alunni, dopo aver tentato di tutto per trovare un lavoro, piuttosto che adattarsi a condizioni degradanti e ad essere mal pagati (tra l’altro dopo aver studiato un bel numero di anni), hanno preferito prendere un trolley (non più una valigia di cartone, come i nostri migranti di un tempo) e andare lontano dalla famiglia e dal loro ambiente di vita per trovare non soltanto un’occupazione, ma anche un posto dignitoso nella società attuale: oggi vivono fuori, sparsi per l’Italia, l’Europa e qualcuno oltre oceano, si sono integrati spesso faticosamente e tornano per le vacanze nei luoghi di origine.

Continuerò a riflettere come ho sempre fatto, ma ciò che non mi piace è vedere riproposta nell’Italia (e nell’Europa) del 2018 l’antica e deleteria divisione in fazioni, come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini, non mi piace vedere tanti cittadini accontentarsi degli slogan semplicistici di fronte alle difficoltà che abbiamo davanti, non sopporto gli insulti e le ridicolizzazioni che si mettono in campo per evitare ragionamenti anche dialettici, ma civili.

Chi parla di “invasione” non sa (o finge di non sapere?) che in Europa su 500 milioni di abitanti il 93% è autoctono e solo il 7% immigrato; purtroppo proprio la nostrana legge Bossi-Fini produce essa stessa clandestinità e i media si prestano facilmente a diventare strumenti di propaganda di una fazione o dell’altra: non dimentico che la scorsa estate fu diffusa la paura dell’immigrato-stupratore per connetterla a quella dell’invasione…
Penso che sia ora che la complessità venga finalmente affrontata: non solo per quanto riguarda l’immigrazione, ma anche tante altre problematiche importanti: dalla presenza pervasiva del fenomeno mafioso e criminale fino al debito pubblico, dalla sburocratizzazione delle procedure fino alle innovazioni necessarie per rendere più competitivi tanti settori dell’economia italiana e poter dare maggiore serenità a tanti che vivono in una precarietà permanente. Non certo a causa degli immigrati, che se regolarizzati contribuiscono all’economia italiana e anche a pagare parte delle nostre pensioni.

#RestiamoUmani

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Dedicato a Gabriella e al suo mondo…

Cara Gabriella, torna per il terzo anno il 2 giugno, tre anni che non ci sei più.
Se ci penso bene però, non è esatto dire che non ci sei, sei presente ogni giorno nella mia (e nella nostra) vita.
Credimi, ci sei ogni volta che mi capita tra le mani o se devo scegliere un libro di poesia, tu avevi una sensibilità particolare per il mondo dei poeti e delle donne-poeta.
Ti penso quando vedo il colore dei tulipani che amavi e poi ci sono gli oggetti che mi fanno compagnia, quelli che tu hai scelto e mi hai regalato, ci sei nei tuoi libri che parlano della tua curiosità e voglia di esplorare campi talvolta misconosciuti.

Su suggerimento di un’amica blogger (che non conosco di persona) ho viaggiato tra i tuoi libri, non so dirti cosa provavo, li ho guardati quasi tutti, ho letto non solo i titoli ma prendendone alcuni in particolare mi sono fermata su ciò che hai sottolineato. Mi sono soffermata molto sulle poesie che amavi e alcuni mi riprometto di riprenderli per leggerli e gustarli con calma in tua compagnia, mi piacerebbe infatti avere tutto il tempo per prenderli uno ad uno e leggerli con te accanto che magari sorridi…

Ci sono tra questi alcuni titoli che dopo la tua uscita di scena da questa vita acquistano un significato simbolico per me che sono rimasta qui, alludo a “Buio” di Paolo Mauri per esempio (“Ma lo sai che nei grandi spazi interstellari la luce viaggia nel buio?”) o a “Quello che ho amato”, “La vita vera” e poi quei volumetti di Sellerio i cui titoli esprimono bene il tuo interesse per il mondo dei libri, la collana di poesia inconfondibile nelle sue bianche copertine, e quella bellissima “Lettera ai disperati sulla primavera” del poeta Giuseppe Conte, sottolineato in tanti punti, da cui ho tratto solo qualche breve frammento che voglio inserire in questo post.

Oggi ti scrivo come se potessi leggermi, ma anche per dedicarti più tempo del solito; sapessi quante cose da dirti mi ha provocato questo strano “viaggio” attraverso i tuoi libri…

Ci hai lasciati  proprio in primavera, nella stagione che precede l’estate, a cui già guardavi con speranza, con la tua voglia di uscire all’aperto, dopo un autunno e un inverno difficilissimi, che sembravano non finire mai.

“La primavera… il sentiero per indicarci un futuro da inventare”.

“Le primavere – scrive ancora Conte – non le ho alle spalle, sono in me, sostanza della mia fiducia in tutto ciò che vive”: ci sei tu in queste parole che ci tengo a pubblicare, perché vedere le tue sottolineature e rileggerle mi commuove ogni volta!

Gabriella cara, ti sbagliavi quando dicevi (e ne eri anche convinta… o forse no?!?) che ci saremmo dimenticati presto di te! E invece ogni mattina al risveglio vieni a darmi il “buongiorno”, poi mi auguri una buona giornata dalla foto del soggiorno in cui agiti la mano in un saluto (che stretta al cuore ogni volta che la guardo), ci passo davanti ogni mattina per andare dalla camera da letto in cucina per la colazione e poi ancora mi capita spesso di vederti mentre mi guardi: è successo proprio qualche giorno fa, durante il cambio di stagione, mentre davanti allo specchio mi guardavo, mentre provavo e sceglievo cosa mi stava ancora bene e cosa invece mettere da parte. Guardavo me e vedevo te… risentendo certi tuoi commenti ironici sui vestiti ormai di parecchi anni prima che m’invecchiavano. Allora senza pensarci su li ho regalati.

Non morirai mai Gabriella cara, anche se non il vederti più tra noi è una sofferenza che non riesce ancora ad ammorbidirsi, mi manchi tu, mi manca tutto di te, il positivo e il negativo; era bello vederti scherzare, così com’era doloroso vederti soffrire per i colpi che la vita non ti ha risparmiato.

Ora mi accontento di guardare ciò che mi parla di te, di ricordare il tuo amore per la bellezza, come questi tre piccoli oggetti di cui ricordo i momenti in cui li hai scelti per regalarmeli, senza un motivo qualsiasi. Solo per il gusto di vedermi sorridere, forse!
Ma mi piace pubblicare anche le copertine del bel libro di Tadini, che ti piaceva tantissimo e di cui abbiamo parlato a proposito dell’arte e della sua influenza benefica su di noi. Ciao Gabry, a domattina, buonanotte!