Manduria: la morte annunciata di un uomo abbandonato da tutti

Lunedì 29 aprile 2019
Oggi si è celebrato il funerale di un uomo crocifisso
, morto una settimana fa dopo 18 giorni di agonia nell’ospedale di Manduria, una cittadina di 30 mila abitanti in provincia di Taranto, un’amministrazione sciolta per mafia e attualmente commissariata, uno dei centri più ricchi della Puglia per depositi bancari e conosciuta anche per il suo vino primitivo. Una cittadina piena di turisti ora che è primavera, persone amanti di un territorio che regala tanta bellezza.

Qui, in questo lembo d’Italia, un uomo di 66 anni, ex-operaio dell’Arsenale di Taranto, Antonio Stano, “lu pacciu (il pazzo) del Villaggio del Fanciullo” com’era stato etichettato, può morire dopo aver subito per anni violenze psicologiche e fisiche, insulti vessazioni e soprusi, aggressioni subite anche in pubblico, pietre che lo avevano colpito al capo (intervenne il 118!), incursioni ripetute in casa sua da parte di bande numerose di bulli quasi tutti minorenni, che si sono divertiti diffondendo tra di loro i video delle loro sevizie, oggi al vaglio degli inquirenti.

Conoscevano tutti questo pover’uomo, che viveva in un tugurio, dove gli mancava persino il letto, immerso nel degrado che nasce dall’abbandono prolungato e dalla solitudine estrema: una persona che non esisteva per nessuno, nemmeno per i Servizi sociali, né per il Centro di Salute mentale, la cui sede si trova quasi di fronte alla casa non certo isolata, in cui viveva la vittima.
Com’è possibile? Si sa che nei paesi il controllo sociale funziona ancora abbastanza bene, eppure questi ragazzi hanno vigliaccamente agito indisturbati – senza che nessuno li fermasse – mentre infierivano contro un uomo totalmente indifeso.

“Quando la situazione degenerava si chiamavano le forze dell’ordine ma non succedeva mai nulla” dichiara uno dei vicini, che più volte avevano segnalato la situazione; ma agli atti della polizia risulta un’unica denuncia, datata 3 aprile, che troppo tardi ha spinto le forze dell’ordine (sic!) ad agire, bussando ripetutamente alla porta del povero pensionato, ridotto ormai in fin di vita.

Il vescovo di Oria dice che aveva segnalato più volte ai genitori ciò che stava accadendo, senza ricevere risposte; anche il parroco della chiesa di don Bosco, che abitava a un passo da casa Stano, chiama in causa tutti, nessuno escluso! Dov’erano le famiglie (per bene) di questi ragazzi, la scuola che frequentano, i loro compagni e gli amici che sicuramente sapevano e che hanno taciuto, la cosiddetta “comunità” cittadina: emerge un quadro desolante che mi lascia smarrita e piena di interrogativi.

A che serve il benessere economico, quando mancano tutti gli altri ingredienti per formare una comunità di cittadini uniti, solidali e consapevoli? Il cinema è fallito, nessuno spazio di aggregazione, il campo dell’oratorio è occupato da lavori in corso, rimane soltanto la strada che si trasforma per alcuni in una giungla…

Eppure sono tempi in cui si sprecano le parole che invocano sicurezza sociale, si addita nel migrante il nemico esterno che ci minaccia e poi un intero paese scopre di essere vulnerabile e permeabile non solo dalla mafia, ma da una disumanizzazione che avanza inesorabilmente, un nemico interno molto più subdolo e difficile da sconfiggere, soprattutto in mancanza di un orizzonte diverso, da costruire collettivamente tra le generazioni.

Quanti genitori, anche giovani, sembrano smarriti e non riescono a penetrare nel mondo – reale e virtuale insieme – dei loro figli, che sembrano vivere vite parallele: “Io non sono la mamma di un mostro – dice una signora che non si sottrae ad un’intervista – ma non siamo riusciti a indicare la linea di confine tra il bene e il male”. E continua dicendo che il figlio “è uno sportivo, non si droga, non ha mai avuto più soldi in tasca del dovuto”.

Penso anch’io che questi ragazzini non siano dei mostri, è “la banalità del male” che mi si para davanti agli occhi, quella terribile forma di individualismo che chiude ognuno nel cerchio di un destino già scritto, un paese dove regna sovrana l’indifferenza e dove è morta la solidarietà verso gli esclusi e i marginali, quelli che come Donato Stano il pazzo, non hanno più voce, sono fantasmi invisibili a tutti, anche a chi aveva il dovere e la responsabilità di vedere.
Solo per il funerale si scopre anche che c’era una famiglia… e per sabato la città sta organizzando anche una (inutile per me...) fiaccolata. Che tristezza per ciò che stiamo diventando!

Dobbiamo avere la forza  di rivendicare il diritto di tutti alla propria umanità, rifiutando il principio che “chi non ha nulla non è nessuno”,
come scrive  il sindacalista nero Aboubakar Soumahoro nel suo libro appena pubblicato “Umanità in rivolta”.

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13 risposte a “Manduria: la morte annunciata di un uomo abbandonato da tutti

  1. E’ davvero terribile e avvilente per tutti questa storia 😦

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  2. a parte la colpevole indifferenza della città, a me agghiaccia l’atteggiamento di questi bulletti che non distinguono tra una bravata e un omicidio. Sono piccoli mostri, altrochè, se arrivano a filmarsi in un’idiota gara di emulazione al ribasso, è più figo chi fa più male, chi è più spavaldo nel torturare, chi non mostra il minimo barlume di pietà.
    ml

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    • Nel vuoto culturale e sociale, pur in un territorio ricco e benestante, l’avere ha la preminenza sull’essere e i genitori sono purtroppo i primi a riempire di “cose” la vita apparente dei loro figli, senza capire ciò che invece si muove sotto traccia, con il gruppo dei loro pari. E poi chi parla davvero con loro, chi si preoccupa dei loro bisogni immateriali, chi intercetta i momenti di debolezza e di crisi dei più gregari? Ho lavorato tanto a scuola con queste tematiche e c’era sempre chi mi chiedeva: E il
      Programma?!? Fortunatamente essere un’insegnante di lettere mi dava modo, tempi e contenuti per formare, istruendo. Vorrei poterli guardare negli occhi ad uno ad uno quei ragazzi, prima tutti insieme poi separandoli: quando manca la forza del gruppo, ridiventano “piccoli” e disorientati (a parte la recita del “capo-branco”).
      Mi manca molto questo contatto con loro.
      Cristina

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  3. “A che serve il benessere economico, quando mancano tutti gli altri ingredienti per formare una comunità di cittadini uniti, solidali e consapevoli?”
    Domanda giusta. Ma come si forma una comunità di cittadini uniti, solidali e consapevoli? La risposta, a mio avviso, è semplice ma difficile per chi ci amministra: sono le politiche di prevenzione che aiutano ad intervenire laddove il bisogno nasce. “Chi non ha nulla non è nessuno” e si rivolge lo sguardo altrove. magari per farsi un selfie sorridente …

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    • La prevenzione – in tutti i campi – è un impegno di lungo periodo, condotto tenendo in considerazione il presente ma riuscendo, con dati di realtà, ad immaginare il futuro. È un lavoro che si fa collettivamente, in continuità tra chi inizia e chi prosegue, con lo sguardo puntato agli obiettivi finali. E monitorando spesso i passi in avanti e gli sviluppi, per modificare in itinere il percorso programmato e in corso di svolgimento. Non porta vantaggi ai singoli (e nemmeno voti, dal punto di vista politico-elettorale) ma alla collettività, che dovrebbe fare un salto di consapevolezza e di senso di responsabilità. Utopia oggi in Italia?!? A Manduria, e non solo, semplicemente il paese non è più una comunità.

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  4. Oggi, fanno anche una manifestazione di solidarietà…
    Io la chiamo la manifestazione dell’ipocrisia!
    Dov’ erano quando tutti sapevano quanto accadeva di così terribile e disumano?
    Credo poco che i genitori non avessero mai “intuito” quanto il figlio, fosse degenerato nel delirio della violenza…
    Un genitore che ama il proprio figlio si accorge dei cambiamenti, dell”oblio” che sta sovrastando la vita del figlio amato. Anche la scuola ha tradito il senso sacrale della vita!
    Perché dentro a sterili lezioni, il vero insegnante ha l’inestimabile compito di trasmettere ai giovani, fin dalla tenera età, la bellezza della vita, la bellezza dell’altro nella sua unica, splendida diversità

    Un caro saluto
    Adriana

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    • Credo anch’io che qui siano in troppi ad avere la responsabilità di essere stati complici di queste bande di ragazzini: leggere alcuni particolari pubblicati su segnalazioni ai genitori mi provoca una gran rabbia, poiché chi le ha fatte (un’insegnante fu sostegno, il Vescovo) poi si è fermato davanti a risposte evasive o “conclusive”: “Mio marito ha messo in punizione mi figlio”. E poi?!? Tutto continua come e peggio di prima, superando ogni limite, ogni senso della misura (come dicevano gli antichi greci).

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    • Un caro saluto anche a te, cara Adriana!
      Cristina

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  5. Non so mai se certi principi “si perdono” o non sono mai esistiti davvero, se la comodità del silenzio e dell’indifferenza ha avuto una notevole forza in ogni tempo, considerando che una volta non solo i “matti”, ma anche le persone fastdiose o scomode si allontanavano, chiuse in istituti spesso per sempre. Certo comunque non abbiamo ancora imparato a prenderci cura di chi ne ha bisogno, e se ci sono stati momenti in cui si è sperato che l’altruismo potesse crescere, questa parentesi oggi sembra rimpiazzata da un menefreghismo più becero che mai. Ma ci sono anche i Simone, ci sono sicuramente migliaia di ragazzi che senza parere, ognuno a suo modo, resistono a questa non-cultura e si sforzano davvero di “restare

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    • Nella vicenda di Manduria, ciò che colpisce è l’indifferenza è la mancanza di responsabilità degli adulti, dalle famiglie alla scuola, dalla Chiesa alle Istituzioni. Una vicenda che si trascinava scandalosamente da anni. So che i ragazzi non sono tutti così, ma la “banda” era numerosa e ha agito indisturbata per troppo tempo, fino alla morte di una vittima fragile e innocente.

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      • Sì, certo. Intendo dire che questa indifferenza e mancanza di responsabilità sono di lunga data, e difficilissime da sconfiggere, anche se a volte sembra che le cose possano migliorare e in questo momento sembrano invece peggiorare.

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