Archivi del mese: maggio 2019

Finalmente sono ritornata a cinema!

Amo il cinema e mi piace andarci,  uscire da casa e immergermi nel buio della sala per entrare nella storia. Finalmente dopo tanti mesi di arresti domiciliari (per motivi di salute, non fraintendetemi…), ho rotto il ghiaccio! Una rapida occhiata alla programmazione che da tempo non guardavo quasi più ed ecco un film che desidero vedere: è Il grande spirito, di Sergio Rubini, che qui recita anche come co-protagonista con Rocco Papaleo.
Si tratta di un racconto un po’ neorealista un po’ magico, a tratti è anche una commedia, una specie di western urbano surreale, ambientato nella periferia di Taranto, tra gli stretti vicoli che portano al mare.

Sergio Rubini – Tonino, il Barboncino – Immagine tratta dal film

La trama è piuttosto semplice: un ladruncolo fallito e piuttosto malconcio,  Tonino, detto “Il Barboncino”, mentre partecipa ad una rapina, relegato dai suoi complici a fare il palo per un vecchio errore, approfitta della loro distrazione per rubare l’intero bottino e fuggire affannosamente sui tetti.
Lo vediamo scappare salendo e sgusciando sui grigi tetti della città, su su fino a ritrovarsi su un terrazzo dove improvvisamente gli appare un uomo, che dice di essere “Cervo Nero”: ha una bandana rossa sulla fronte e una piuma d’uccello dietro l’orecchio. Lui infatti si ritiene un indiano Sioux in lotta contro i bianchi, gli “yankee” dice lui, uno che sogna ad occhi aperti di andarsene lontano, in Canada, dove un tempo c’erano i bisonti che ora non ci sono più…

Rocco Papaleo – Cervo nero – Immagine tratta dal film

Lo stralunato personaggio è Renato, che vive da solo in un abbaino fatiscente, un lavatoio arredato come un appartamento, un povero matto, anzi un “minorato” come lo chiama con disprezzo Tonino, che però si rivelerà presto la sua ancora di salvezza, poiché nella fuga si è ferito ad una gamba, cadendo dall’alto di un cantiere. I due reietti, costretti a convivere e ad aiutarsi, diventano pian piano l’uno l’uomo del destino dell’altro, scoprendo un’intesa e affinità impensate tra loro e alla fine diventando quasi amici.

Tonino è Sergio Rubini, protagonista e regista di questa favola, con un grande Rocco Papaleo, un credibile Cervo Nero, che alterna momenti ieratici di contemplazione a scene in cui lo vediamo muoversi su e giù attraverso i piani del condominio come un folletto: scende e poi risale, si arrampica fino al “suo” terrazzo, dove finalmente trova un po’ di pace guardando il cielo e l’orizzonte, in compagnia di un gabbiano e delle nuvole.

La macchina da presa indugia sui miseri particolari della quotidianità, va a frugare negli angoli più bui  e nascosti, ci porta in giro a scoprire i quartieri di Taranto, spazia da un tetto ad una terrazza, ci presenta una città verticale dove si svolge quasi tutta la parabola di Tonino e Renato, mentre sullo sfondo quasi sempre scuro il paesaggio appare dominato dai fumi emessi dalle ciminiere dell’Illva, la fabbrica che diffonde nell’aria i suoi veleni minacciosi: vediamo immagini fortemente simboliche mescolate alle fiamme di un fuoco “sacro” acceso da Cervo Nero.

Solo sui tetti i due si sentono al sicuro, soprattutto Tonino, l’infame, con i complici sempre alle calcagna che gli danno la caccia senza tregua, per riprendersi il denaro rubato e ucciderlo, ma anche Renato che gli salverà la vita, scoccando una freccia che colpirà alle spalle uno dei criminali inseguitori, che era riuscito finalmente a trovarlo.

TARANTO e i fumi della fabbrica – Immagini del film

L’incontro e l’umanità di questi due uomini soli, feriti dentro e fuori, mi ha coinvolto fin dall’inizio, mentre ascoltavo sorridendo il dialetto di Tonino, poi via via presa da una leggera vena di malinconia fino a momenti di una commozione intensa e a tratti amara, tra scene in altezza da cui si assiste alle incursioni della malavita laggiù, tra le strade della città, terra di conquista per bande in lotta tra di loro. Un film in cui si mescolano poesia, follia, il genio e la tenerezza, in bilico tra sogno e realtà, dalla parte degli ultimi, di questi due perdenti protagonisti di un cammino che tra rabbia e speranza va dal basso verso l’alto, accompagnato dalla bellezza della colonna sonora, le splendide musiche di Ludovico Einaudi.

Nota a margine:
Parlavo del film con Silvia, una mia carissima amica (ed anche ex-alunna). Aveva appena dedicato alla città queste sue impressioni, che mi fa piacere riportare qui. 

Le luci di Taranto

di Silvia Rizzello

La luce di Taranto
è così sfrontata e bella
che acceca nel suo buio,
in quel dolore
complessivo e personale di molti
che straripa gli argini
del mar Piccolo
e si getta
nell’immensità del Grande.

La luce di Taranto
è il brusio del Fadini,
della frutta fresca e colorata
che non contempla
i veleni dell’Illva,
eppure sono lì in cassetta…

La luce di Taranto
che tanto acceca
sino a sera
è i circoli e la Raffo
la sua gente girare
i buoni cornetti
e tutto il gustare,

i nuovi turisti
con l’arrivo delle crociere
e il tempo che fu
oggi scortese.

Ma la luce di Taranto
ora propone un’altra Storia
conforta tutto il dolore
che non ha più candore.
E ad ogni passo
che a qualcuno lo avvicina
c’è chi indietreggia
spostandosi di lato,
andando sul ponte
e correndo verso
un più promettente orizzonte.

Mercoledì 22 maggio 2019

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Momenti di non trascurabile felicità

Finalmente! È difficile oggi riuscire ad esprimere la gioia e la commozione che mi prende nel momento in cui mi accorgo di sentirmi un po’ meglio, dopo mesi e mesi di astenia profonda, di difficoltà di ogni genere e soprattutto di noiose giornate tutte uguali in casa, ferma su una poltrona, cercando di schivare pensieri negativi e talvolta catastrofici.

Il diagramma comincia a salire verso l’alto, sento ritornare un po’ di energia fisica e anche l’umore cambia e si adegua.

Oggi, finalmente immersa nel verde, godo della luce, dell’aria primaverile e del silenzio che mi avvolge.

Osservo con uno stupore nuovo il verde tenero delle foglie e l’intensità del colore di alcuni fiori, la roverella che è diventata altissima, l’imponente arbusto della canfora con i suoi rami che scendono leggeri, il melograno con le prime gemme rosa e il bellissimo colore rosso-violaceo del prunus, che contrasta con il verde e l’azzurro del cielo di oggi!

Tra i mattoncini della siepe sbuca con forza la pianta del cappero che ogni estate ci rallegra con la sua fioritura.

A momenti mi gira la testa, mi sento come se stessi su una giostra che gira e mi lascio andare finalmente al piacere di essere all’aperto.
Non m’importa il fatto che non posso espormi al sole, sto benissimo anche all’ombra. L’importante ora per me è che la terapia in corso sia efficace (come sembra) in modo da riprendere al più presto quella più importante contro la neoplasia.

Riesco a dire che mi sento felice! Almeno ora…

Per distrarre la mente

Quando mi accorgo che la mente diventa pericolosamente irrequieta, i pensieri iniziano ad affollarsi e si accavallano disordinati e invadenti, mi fermo e cerco una via di uscita. Provo ad aprire il libro che sto leggendo ma spesso le frasi, le parole e i personaggi rimangono lì sulla carta; forse ascoltare un po’ di musica mi farebbe bene, ma rimango ferma quasi catatonica ad aspettare. Non so nemmeno io cosa.

Ciò che sto pensando non mi piace, mi fa male e penso a come liberarmene. Allora, decido (saggiamente) di aprire un album da colorare, lo sfoglio alla ricerca del disegno che mi attrae maggiormente, guardo i pastelli, uno ad uno, ne scelgo qualcuno e inizio a riempire quegli spazi bianchi con un’attenzione e una precisione da certosina.

Vado avanti così, faccio trascorrere lentamente il tempo e intanto i colori mi attraggono, mi aiutano a non pensare, mi concentro sul lavoro con un impegno degno di miglior causa.

Intanto però mi accorgo che sono riuscita a distrarre il cervello, questo organo potente che vuole fare di testa sua, cavalcando praterie spesso piene di ostacoli e di difficoltà. Mi sento più tranquilla ora, guardo i colori, provo a sfumarli e lentamente la nebbia interiore si è un po’ diradata. Anche quei pensieri aggrovigliati come in una rete che mi ingabbiava si sono sciolti.
Colorare mi fa bene e quando serve è una terapia che funziona.
Con ottimi effetti collaterali!