Archivi categoria: Frammenti di vita

Pensieri, emozioni, momenti della mia vita che voglio condividere

“Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso?”

Sempre più spesso mi capita di vivere una giornata difficile, vuota e quasi inutile, una di quelle che vorremmo cancellare, in cui mi sembra di non aver vissuto.  Avviene quasi sempre subito dopo un giorno vissuto bene, piena di energia, di incontri e di protagonismo sulla piccola scena del mio mondo circoscritto.

Poi il flop! Come un palloncino che si sgonfia, perdendo progressivamente tutta l’aria che lo rendeva bello e forte, pronto a volare sempre più in alto fino a scomparire.
Faccio ancora molta fatica ad accettare giornate come queste, nonostante ormai tutta la mia vita sia ormai un continuo saliscendi, come una montagna russa… e allora per non “perdere il senso” e non farmi trascinare dai pensieri, vado in cerca delle parole. A volte non le trovo e solo la notte mette fine alla sequenza lenta di queste ore, ma anche oggi come già un’altra volta è Christian Bobin che mi viene in soccorso e riesce a placare questa insoddisfazione che mi prende quando arriva la sera…


Io mi fermo qui e cedo il posto alle sue parole, trovate in un altro dei suoi bei libri, intitolato non a caso “Elogio del nulla”. Sono parole che mi aiutano a capire e che riescono a riempire in qualche modo il silenzio che ha avvolto queste mie ore.

“Cosa dà senso alla mia vita? Nulla […].
Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso? Per salvarli?
Ma [la vita] non ne ha bisogno. Non c’è perdita nelle nostre vite, perché le nostre vite sono perdute da sempre, perché continuano a svanire momento dopo momento. Nella sua lettera una parola mi infastidisce. La parola «senso». Mi permetta di cancellarla.
Guardi cosa diventa la sua domanda, come si presenta bene adesso. Aerea, agile: «Cosa le dà la vita». Stavolta la risposta è facile: tutto. Tutto ciò che non è me e mi illumina. Tutto ciò che ignoro e che aspetto. L’attesa è un fiore semplice. Germoglia sui bordi del tempo.


È un fiore povero che guarisce tutti i mali.
Il tempo dell’attesa è un tempo di liberazione. Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare, per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno.
Lo avrà senza dubbio notato: la nostra attesa – di un amore, di una primavera, di un riposo – viene sempre soddisfatta di sorpresa. Come se quello che speravamo fosse sempre insperato. Come se la vera formula dell’attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l’imprevedibile. Non aspettare niente, se non l’inatteso.

Questo sapere mi viene da lontano. […] Mi viene dall’unico maestro che io abbia avuto: un albero. Tutti gli alberi nella sera trepida. Mi ammaestrano con il loro modo di accogliere ogni istante come una buona ventura.


L’amarezza di una pioggia, la follia di un sole: tutto è nutrimento per loro. Non hanno preoccupazione di nulla, e soprattutto di un senso. Attendono, di un’attesa radiosa e tremula. Infinita. […] Un albero che risplende di verde. Un viso inondato dalla luce. Questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede. Smarrirsi nei libri, o nei boschi. La natura sommerge i libri. L’erba ricopre il pensiero. Il verde assorbe l’inchiostro. […]

L’arte di camminare è un’arte contemplativa. All’inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa. Non si è più una traversata luminosa del paesaggio. Si è soltanto, se stessi, una farfalla morta, polverizzata dal vento.
Non si lotta più con l’aria, con il vuoto dell’aria, con gli angeli nel vuoto. […] Si è nelle migliori mani che ci siano, quelle del vento, del nulla innocente di ogni giorno. Portati via, abbandonati, ripresi. Che altro?
Il lavoro: nulla. Il pensiero: è niente. Il mondo: è niente. La scrittura che è lavoro, pensiero, mondo: niente.


Resta l’amore che ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla. […] L’amore non revoca la solitudine. La porta a compimento. Le apre tutto lo spazio per bruciare. L’amore è niente più che questo bruciare, come bruciare al calor bianco. […] Una luce nel respiro. Niente di più. E tuttavia mi sembra che una vita intera sarebbe leggera, affacciata su questo nulla.
Leggera, limpida: l’amore non oscura ciò che ama. Non l’oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo. Lo lascia andare e venire. […] Elogio del poco, lode del debole. […] L’amore […] si accompagna alla gioia. La gioia è una scala di luce nel nostro cuore. Porta ben più in alto di noi, ben più in alto di sé: là dove non c’è più niente da afferrare, se non l’inafferrabile”.

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Gracias a la vida: il potere di un canto

La lettura di un buon libro, i colori e i pennelli e poi… e poi c’è la musica, quella che amo, che mi dà gioia, che mi aiuta a smaltire la malinconia, mi regala benessere, porta via la tristezza e talvolta anche il dolore.

…quando il sonno tarda a venire

Mi è successo stamattina, la giornata non si presentava delle migliori per dei dolori odiosi e sciocchi. Ho dato un’occhiata distratta al cellulare e su WhatsApp, dove c’era un link che non avevo aperto. L’ha inviato al gruppo di musicoterapia la carissima E.T., una ragazza aperta e piena di energia, anche se la vita le ha teso una trappola com’è capitato a me.


Ho iniziato ad ascoltare la voce dolcissima di Mercedes Sosa e una dopo l’altra ho ascoltato tutte le sue canciones, da Todo Cambia fino a quella che mi cattura l’anima: Gracias a la vida, che ha cantato con Joan Baez, un’altra grande cantautrice di cui amo lo stile vocale, la sua tenacia nel perseguire l’impegno pacifista per i diritti civili e che mi ricorda quando da ragazza cantavo anch’io con lei la ballata di Sacco e Vanzetti Here’s to You o We Shall Overcome


Non ho perso l’entusiasmo e la voglia di lottare, ma ora devo fare i conti con molti limiti come un corpo che non risponde più come prima, con la voce che rimane in gola, con terapie che hanno i loro effetti collaterali, ecc.
Ma stamattina quel link aperto quasi svogliatamene ha dato inizio ad un concerto costruito su misura per me, quella musica è riuscita a cambiare verso alla giornata, almeno una metà, poi il pomeriggio è andato in un’altra direzione.
Grazie cara amica, che generosamente ci mandi dei link musicali e le foto dei luoghi in cui ti trovi, io viaggio con te, sull’onda della musica che parla il suo linguaggio universale!

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me dio dos luceros, que cuando los abro,

Perfecto distingo lo negro del blanco
Y en el alto cielo su fondo estrellado

Y en las multitudes el hombre que yo amo

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado el oido que en todo su ancho

Graba noche y dia, grillos y canarios,
Martillos, turbinas, ladridos, chubascos,

Y la voz tan tierna de mi bien amado

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado el sonido y el abecedario;

Con el las palabras que pienso y declaro:
Madre, amigo, hermano, y luz alumbrando
La ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la marcha de mis pies cansados;
Con ellos anduve ciudades y charcos,

Playas y desiertos, montanas y llanos,
Y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me dio el corazon que agita su marco

Cuando miro el fruto del cerebro humano,
Cuando miro al bueno tan lejos del malo,
Cuando miro al fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la risa y me ha dado el llanto

Asi yo distingo dicha de quebranto,
Los dos materiales que forman mi canto,

Y el canto de ustedes que es mi mismo canto,
Y el canto de todos que es mi propio canto
Gracias a la vida que me ha dado tanto

Momenti di solitudine e silenzio

Qualche giorno fa un’amica mi ha sorpreso in un momento di fragilità, quando in genere io mi nascondo anche a me stessa. Guardandomi mentre cadeva la “maschera”, mi ha detto che attraverso ciò che scrivo, io sembro una donna forte, senza cedimenti. Ho cercato di riprendermi subito, perché mi è difficile mostrare agli altri la mia fragilità. Non è un caso che per strada la gente rida quando si trova ad assistere alla caduta di una persona…

Un tronco forte e ruvido, ma ferito…

Bene, allora oggi, in questo spazio pubblico-privato, ho deciso di scrivere di getto e di non correggere, rivedere, limare, smussare, togliere un po’ qui un po’ là per poi pubblicare. Niente di tutto questo, scrivo e basta.

Perché oggi è uno di quei giorni di cui è difficile parlare, un giorno senza né capo né coda, un giorno iniziato abbastanza bene con mille desideri che via via sono rimasti tali. Ho colorato due disegni, colori forti e allegri, che non rispecchiano affatto il colore interiore, che nemmeno saprei definire. Infatti quando prendo uno di questi album da colorare, vuol dire che qualcosa scricchiola dentro di me, quindi meglio indirizzare e obbligare la mente verso colori, abbinamenti e margini da rispettare.

Le ore sono scivolate via un po’ leggere un po’ pesanti e mi ritrovo ora quasi al termine di questo giorno a sfogliare un pacco di piccoli libri (otto per essere precisi) appena consegnato: sono alcune opere di Christian Bobin, un autore che non conoscevo, nato nel 1951, lo stesso anno di nascita di mia sorella Gabriella, solo che lei non c’è più!

Li ho guardati, li ho sfogliati un po’, mi piace la carta spessa e un po’ ruvida con cui sono stati confezionati e mi sono piaciuti subito. Forse per dare un senso a questo giorno che muore, decido di leggerne uno, così senza dargli molta importanza. E invece qualcosa succede, come spesso capita con i libri e con certi autori. Me ne accorgo subito, fin dall’incipit. Mentre leggo, pagina dopo pagina, capisco che forse questa giornata non è del tutto persa, forse qualcosa si salva… Istintivamente, ho scelto come primo libro: Mozart e la pioggia.

E Bobin mi sta dando le parole per dirmi come mi sento oggi: ” A volte, scrive a pag. 27, perdo quel ritmo che mi si addice da sempre, un ritmo a due tempi, presenza-assenza, parola-silenzio, e non mi resta che uno solo di questi stati nel quale sprofondo all’infinito: un chiacchiericcio sordo, un silenzio respingente (“… un bavardage sourd, un silence refusant…”) – nient’altro che false note”. Mi piace anche il fatto di poter leggere il testo in lingua originale, il francese che amo e che – se non mi avesse sorpreso la malattia – avrei voluto riprendere a studiare per ricordarlo, magari arricchendolo ulteriormente.

Sul segnalibro, inserito tra le pagine, leggo altre sue considerazioni: “Scrivere è un modo di rispondere alla vita. Abbiamo sempre bisogno di rispondere a un dono con un altro dono, non per sdebitarci, ma per continuare a donare e ricevere, senza fine“.

Ecco, grazie a Bobin, ho capito perché stasera ho scritto qui in questo spazio virtuale, ma che in questo momento mi sembra molto più reale di tutto ciò che mi circonda. Domani continuerò a leggere.

“Per accogliere la luce di stasera… metto un disco, qualche aria di Mozart, poi mi allontano, vado in un’altra stanza”. Per questo mi fermo qui anch’io, esco dal mio studio, spengo il Pc e vado in un’altra stanza. Anche perché fortunatamente non sono sola, di là c’è chi mi aspetta. Pazientemente…

 

 

Incontri silenziosi con la poesia dei luoghi

Un invito in campagna, da una cara amica di vecchia data.


Sapeva già che avrebbe trascorso momenti di puro benessere, per l’accoglienza sempre affettuosa e per tutto il paesaggio intorno, che a lei piaceva ogni volta contemplare in silenzio, facendo spazio dentro di sé a sensazioni, pensieri ed emozioni in libertà.


Accolse con gioia l’invito a fare una passeggiata per quei viottoli, sicura di scoprire particolari nuovi e felice di rivedere ciò che amava, gli ulivi maestosi in particolare, alcuni sicuramente centenari, ben radicati in quella terra rossa tipica del Salento.


C’era una luce che ammorbidiva tutte le superfici, facendo brillare germogli e fogliame, una luce che variava di ora in ora e che ogni volta la stupiva, come fosse la prima volta.


Stavano camminando lentamente lungo un solitario sentiero campestre di terra battuta e passo dopo passo si guardava intorno alla scoperta dei piccoli tesori nascosti: le piaceva tutto di quei luoghi, il silenzio innanzitutto, l’orizzonte che cambiava continuamente e poi le antiche pietre dei muretti a secco, frutto del paziente lavoro e della fatica dei contadini, pietre ricche di vita silenziosa vegetale e animale, i cespugli solitari e quel fiore che si appoggiava ad un muretto bianco di calce, quasi volesse raggiungere il cielo.


Passo dopo passo, erano giunti davanti a un piccolo trullo e si erano fermati davanti alla sua vecchia porta d’ingresso, sbarrata sul buio, con un rametto secco di palme, forse benedette.


Intanto sentiva spirare una brezza leggera che finalmente si faceva largo nel caldo afoso di quei primi giorni di agosto, mentre il cielo si stava colorando di rosa, perdendo progressivamente la luce del giorno per fare spazio alle ombre della sera… Il silenzio della campagna di Contrada Cinera, vicino Ostuni, la stava avvolgendo, rendendo vellutate anche le parole, le voci amiche, un silenzio anche interiore che la isolava dal mondo circostante, da cui arrivavano attutiti tutti i rumori del mondo.


Si guardava intorno con stupore, osservava felice le piantine spontanee leggere come libellule, quel finocchietto selvatico e quelle foglie eleganti e affusolate e non riusciva a dire parola:
che nome dare alle emozioni che si facevano largo dentro di lei e a cui si lasciava andare segretamente?


Le piaceva aprire finestre interiori e farsi abitare pian piano da quegli incontri silenziosi, come li chiama Duccio Demetrio nella sua “Green Autobiography”, incontri con la poesia dei luoghi, con i colori, i profumi, le forme uniche delle piante selvatiche e il movimento delle lucertole, delle formiche e di tutti quei piccoli esseri, a noi spesso sconosciuti.


Tutto intorno a lei sembrava parlarle. Le era sembrata bella qualche giorno dopo persino una panchina di plastica bianca abbracciata dalle foglie di una rampicante, vista in un altro giardino a Monopoli, mentre le provocava rabbia e dolore la vista di un albero secco.

In questi incontri silenziosi, si accorgeva di oscillare continuamente dal particolare all’universale, sempre in bilico tra realtà e immaginazione. E pensava a come dipingere tanta bellezza, che guardava non più solo con gli occhi ma viveva con tutto il suo essere.

OMBRE

Comunicazione inconscia

Leggendo leggendo, mi sono accorta che il post che segue forse parla anche di me, almeno in questa difficile fase della mia vita. Spesso infatti mi rendo conto che le parole che talvolta cerco di dire, come fossero S.O.S. o messaggi in bottiglia…, non vengono accolte (disturbano, anzi, forse perché esprimono un profondo disagio interiore…).
Sono davvero rare le persone che – quando ti guardano – riescono a cogliere il tuo sguardo e tutto ciò che esso vorrebbe comunicare. Anch’io, come dice Gigi, l’autore di questo post che ringrazio, cerco di sorridere, ma senza fingere, solo… quel mio sorriso nasconde me stessa a chi non (mi) sa leggere!

gecolife

A volte capita di percepire la presenza di persone che comunicano, senza volerlo, qualcosa di importante anche senza che le conosciate, anche se le vedete per la prima volta, anche se non sapete affatto chi sono, perchè misteriosamente stimolano la vostra curiosità, da come si muovono, dagli sguardi che hanno, che non sono adatti a quelle persone con cui si accompagnano in quel momento, perchè c’è un velo di insoddisfazione che voi percepite e quegli altri no. Semplicemente non sono nel contesto adatto a loro. Sanno fingere abilmente e col sorriso, perchè sono forti, sanno che nella vita ci può essere di più di quello che stanno vivendo, ma si vivono il momento e va bene così.
Si capisce che forse sono prigioniere di una situazione che non hanno cercato ma che si fanno andar bene perchè hanno abbastanza forza per reagire ed aspettare che qualcuno, arrivato chissà come e…

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Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

#WeAreInPuglia? Il rifiuto della bellezza (la mostra)

Ebbene sì, “siamo in Puglia, dove spesso gli Ori e gli orrori sono uno accanto all’altro” spiega nelle sue note di ‘regia’ Giovanni Rinaldi , che si è impegnato quotidianamente per ben cinque mesi nel suo lungo réportage, che parte da Foggia e dalle strade di ogni giorno, per spostarsi man mano verso le periferie residenziali, strade comunali e provinciali, fin dentro il cuore dei Monti Dauni e del Gargano, nel paesaggio oscuro dei rifiuti, degli scarti, dell’inquinamento e del degrado.
“Le ‘cose’ in sé, conclude l’autore di questa mostra un po’ atipica, non hanno colpa… noi ci passiamo accanto, con l’abitudine di spuntare le spine che sentiamo dentro…”

MemoRandom

Presentazione

Saverio Russo
Presidente Fondazione Banca del Monte di Foggia

Dopo tante mostre dedicate alla bellezza, dell’arte, dei volti fotografati, dei paesaggi, dei libri, una mostra dedicata alla bruttezza e al rifiuto, sia pure riprese da un grande fotografo, Giovanni Rinaldi. Non sembri fuori tema per la nostra Fondazione: siamo da sempre impegnati nella promozione del territorio e non può essere fuori tema dare maggiore diffusione alla denuncia del degrado, che ci impoverisce tutti e che non ha un solo responsabile, ma tanti.

Vogliamo dare, con questa mostra itinerante, un sostegno a quanti si battono per contrastare questa pericolosa deriva, a quelli che non si limitano al post su facebook e allo strillo qualunquista, ma dedicano il loro tempo a “pulire il mondo”, agli amministratori spesso soli a risanare gravi situazioni che hanno ereditato. Per far capire a tutti che l’immondizia depositata nel greto del torrente, come i rifiuti pericolosi…

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La mente che viaggia ad occhi chiusi

Quando la notte si allontana…

Capita sempre più spesso: appena apro gli occhi al mattino e guardo di sfuggita l’orologio, vedo che è troppo presto per alzarmi. La mente è sveglia ma il corpo è stanco. Allora rimango a letto con gli occhi chiusi e inizia uno strano lungo viaggio:
vicende personali e familiari si confondono tra loro, si affacciano i volti delle persone care e inizio dei ragionamenti mentre affiorano dei ricordi, disegno mentalmente immagini astratte e s’intrecciano in un groviglio contraddittorio emozioni diverse, la paura con la gioia, la tristezza e la rabbia con il senso di pace e di tranquillità che mi dona il buio della stanza, desideri che vorrei soddisfare, sogni che rimarranno tali e viaggi ormai impensabili.

Che strani percorsi fa la mente, io cerco di dare un ordine logico a ciò che sta passando in quel momento e poi mi ritrovo su un altro sentiero sconosciuto, vago senza meta mentre il tempo scorre ed io sono in compagnia di una folla multiforme, pensieri e parole, immagini e luoghi, persone e comunità, presente e passato insieme, tutto come in un immenso frullatore che talvolta mi stanca.
Ed è allora che dico: basta! e decido di alzarmi.

“L’alba è il momento in cui non si respira, l’ora del silenzio. Tutto è paralizzato, solo la luce si muove”.
L. Carrington

Lascio il buio della notte appena trascorsa e mi affaccio alla luce del nuovo giorno, con la testa ancora piena, il corpo stanco e il desiderio di una musica dolce che possa cullarmi fino a farmi arrivare ad una silenziosa pace, soprattutto con me stessa.

La nostra esistenza, un viaggio che non sappiamo mai dove ci porti

Uncertain Journey di Chiharu Shiota

Uncertain Journey di Chiharu Shiota

Penso che capiti un po’ a tutti noi di sfogliare dei giornali e di rimanere colpiti da una frase o da un’immagine; a me è successo oggi, riprendendo un vecchio numero de L’Espresso (23 ottobre 2016).

Forse perché anch’io sento sempre la mia esistenza in bilico, forse perché un mio familiare sta lottando per la vita, quelle gracili barche in ferro nero mi hanno immediatamente fatto pensare al viaggio della vita e alla sua incertezza.

Chiharu Shiota, l’artista giapponese che ha creato questa installazione, esposta nel novembre dello scorso anno alla Galleria Blain/Southern di Berlino,  spiega infatti che secondo lui “la nostra vita è come un viaggio senza meta. Anche se non sappiamo dove stiamo andando, non possiamo fermarci”.

La trama dei fili rosso sangue della Penelope di Osaka, Chiharu Shiota

La trama dei fili rosso sangue della Penelope di Osaka, Chiharu Shiota

Ben 250 kg di lana rosso fuoco, pazientemente annodata per formare un cielo alto fino a sette metri e mezzo di ricami rossi. “La trama dei fili e le loro reti, ci spiega, simboleggiano l’interno del corpo umano, le connessioni neuronali nel cervello, come una rete vasta e complessa”.

Un viaggio nella nostra esistenza incerta, ma meravigliosa

Un viaggio nella nostra esistenza incerta, ma meravigliosa

Ma poi aggiunge – e questo è ciò che mi ha colpito ancora di più – questi fili intrecciati “rappresentano e riproducono le memorie e le relazioni tra le persone, i loro rapporti umani, quelli che ci tengono a galla, con le barche che ci portano in un viaggio verso il nulla, un viaggio pieno di incertezza ma anche di meraviglia”.

E allora ho ripensato a Dacia Maraini che il giorno del suo ottantesimo compleanno ha detto che la geografia della sua vita è fatta di amicizie. “Non credo ai legami di sangue, che spesso non significano nulla. L’amicizia è un sentimento grande, che prevede stima, fiducia assoluta. Tanto più quando si va avanti con gli anni”.
Quegli anni che non sempre corrispondono alla nostra carta d’identità!

Scorcio dell'installazione

Scorcio dell’installazione “Uncertain Journey” di Chiharu Shiota a Berlino, novembre 2016

#WeAreInPuglia? La discarica tossica di Giardinetto (2)

Non aggiungo parole al réportage che Giovanni Rinaldi ha pubblicato sul suo blog (oltre che Fb). Un disperato tentativo di smuovere chi ha responsabilità ad intervenire per avviare la bonifica o almeno la messa in sicurezza di questa fonte di veleni a cielo aperto.

MemoRandom

Località Giardinetto nei pressi di Troia, Foggia, Puglia, Italia.
Discarica abbandonata e non bonificata di rifiuti tossici e pericolosi provenienti da tutta Europa. A diciassette anni dal suo primo sequestro, dopo un primo processo annullato (2004) e un secondo chiuso con la prescrizione (2015), attende la bonifica, senza che sia stata effettuata nemmeno la sua messa in sicurezza. 250.000 tonnellate di rifiuti, residui di lavorazioni industriali contenenti metalli pesanti e pericolosi, in parte ammassati nelle bigbag ormai marcescenti nei depositi le cui coperture in amianto degradandosi si disperdono nell’aria, e nella massima parte tombati nel sottosuolo dei piazzali tutto intorno per una superficie complessiva di 70 ettari.
Reportage fotografico di Giovanni Rinaldi, realizzato nel dicembre 2016 (parte 2).

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