Archivi categoria: Frammenti di vita

Pensieri, emozioni, momenti della mia vita che voglio condividere

La paura

… perché soltanto se sai cos’è la paura, capisci quanto è bello vivere!

Vincenza63's Blog

Risultati immagini per paura dalweb

La paura ha tante facce, molte ombre, innumerevoli buchi, procura ferite, spinge ad agire come anche a fuggire. Quanto altro ancora?

Qui quelle identificate, intuite, respirate, assorbite, espulse in vita mia. Fino a questo momento.

Paura…

di ammalarmi
di soffrire
di pensare prima di morire
di perdere chi amo
di ferire e restare ferita
di dire la verità su di me
di parlare con me stessa
di staccarmi da ogni certezza
di lasciare le cose come stanno
di cambiare le cose a modo mio

di essere infelice
di godermi le tante felicità
di essere toccata da uno sconosciuto
di seguire l’istinto di femmina
di essere la donna di chi mi attrae
di chiedere troppo
di non ricevere
di essere madre
di aspettare
di non avere tempo

di capire
di essere consapevole
di esserci
di invadere
di disperarmi
di ballare
di cantare
di urlare
di tacere
di sognare

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Il concerto-evento dei Radiodervish, una festa collettiva

Ho vissuto martedì sera (10 aprile), al teatro Petruzzelli di Bari, una serata musicale ricca di felicità, quella che riconosci subito e che provi magicamente in alcuni momenti della vita!
Si festeggiavano i vent’anni di musica e di vita artistica dei Radiodervish, il gruppo italo-palestinese formato inizialmente da due giovanissimi Michele Lobaccaro e Nabil Salameh che nel 1997 iniziarono in Italia la world music mediterranea.

Foto tratta dal sito web della Camerata musicale barese

Un concerto-evento, perché per la prima volta hanno suonato con l’Orchestra sinfonica ICO Magna Grecia: il risultato è stato un concerto assolutamente diverso e innovativo, un’immersione totale in musiche e sonorità esaltate dai nuovi arrangiamenti proposti da Valter Sivilotti, musicista e direttore d’orchestra raffinato e appassionato oltre che simpatico, dagli strumenti dell’orchestra e dalla bellissima e inconfondibile voce di Nabil che ci ha fatto ripercorrere tutti insieme il loro cammino di ricerca e di esplorazione di mondi, di culture e tempi differenti.

 

Generalmente cerco di rimanere distaccata dall’enfasi a buon mercato, soprattutto televisiva, che accompagna spesso la descrizione di alcuni eventi, ma ieri sera aleggiava nell’aria del grande teatro un’atmosfera un po’ magica che abbiamo avvertito un po’ tutti, dai più giovani ai più anziani, la magia di un incontro tra Oriente e Occidente che la musica rende reale e palpabile, una musica ricca di poesia e di reciproco ascolto e incontro tra persone, che amano condividere l’esperienza della bellezza, quella citata più volte da Nabil, la bellezza di canzoni che riescono a toccare le corde più profonde di noi esseri umani.

Un momento del concerto-evento

Amo i Radiodervish da quando sono nati, ho seguito la loro evoluzione e il coraggio continuo di esplorare e di aprirsi sempre a nuovi approcci, ma ieri sera i versi e la musica delle loro canzoni sono stati esaltati come non mai da quell’insieme armonico di strumenti che è un’orchestra sinfonica: in alcuni momenti ho provato la sensazione di potermi sollevare dalla poltrona del teatro, di poter volare fuori da quegli stucchi e da quei velluti per cantare fuori e tutti insieme i bellissimi versi di “lingua contro lingua/labbra contro labbra/cuore contro cuore/fiore d’ogni fiore…”.

 

Non è stata una sensazione soggettiva, tutto il pubblico fino al loggione pieno di giovanissimi era tutt’uno con ciò che stava accadendo su quel pacoscenico, dove si alternavano la gioia e il dolore, la poesia e il racconto, la malinconia e la tristezza dell’esilio e lo smarrimento del viaggio verso l’ignoto: “Viaggio con la mia anima/Giro con la mia anima/Viaggio all’infinito”, cantava Nabil, che alle 22.00 circa ha intonato la splendida Ave Maria.
E mentre l’ascoltavo commossa, mi è venuto in mente che cantavamo e pregavamo, al di là di ogni credo politico e religioso, per la sofferenza di migliaia di bambini, di donne e uomini della Siria martoriata, che chiedono aiuto a un mondo che non li ascolta, a noi che assistiamo impotenti ad un massacro che sembra non avere fine.

Il teatro Petruzzelli dopo il concerto

La musica ha un potere enorme, può essere anche un rifugio e una consolazione, ma ha la forza di esprimere sentimenti e passioni intraducibili, riesce a unire al di là delle parole e a superare qualunque barriera come capita agli aquiloni, la musica ti fa ridere commuovere e piangere contemporaneamente.

 

Cantando interiormente con Nabil, ieri sera ho espresso a tratti anche il dolore della malattia e la paura della morte che mi porto dentro e che non scompaiono mai, ma ho anche avvertito la forza della speranza in un “centro del mundo” in cui potremo un giorno incontrarci. Mi sono sentita felice di essere ancora viva, di essere lì in quel teatro, in armonia con una parte di mondo, chissà… forse con quella parte che cerca in ogni occasione di costruire ponti e relazioni. Ostinatamente!

Nel ritornare a casa, custodivo dentro di me questa serata per non dimenticarla, ho guardato la mia città con occhi sereni, tutto mi sembrava più bello e sfumato nelle strade quasi deserte della notte ormai alle porte…

Le luci che illuminano sapientemente palazzo Mincuzzi


“Se la cerchi non la trovi…” – La poesia nel nostro tempo

Se la cerchi sui giornali non la trovi, eppure c’è. Nella classifica dei libri non esiste ma ognuno ne ha qualche traccia dentro di sé. A scuola te la insegnano e tu la snobbi, poi perlopiù la ignori ma quando te ne ricordi la rimpiangi. Tanti ne scrivono, ma pochi la leggono. Tutti ne parlano con riverenza e si sentono in colpa per la sua assenza. Qualcuno sostiene che vive altrove, nessuno osa dire che ha fatto il suo tempo. La mancanza di poesia è oggi la misura della nostra infelicità”.
Scriveva così Michele Trecca ben 18 anni fa su La Gazzetta del Mezzogiorno.

Ebbene, forse oggi più che la poesia, sembra prevalere la prosa, nel senso più deteriore del termine, il linguaggio pubblico è sceso a livelli di superficialità e volgarità insopportabili, quello privato si sta riducendo a balbettio, ma se si scava in profondità la si trova nascosta in tante situazioni, in momenti improvvisi di felicità, nel sorriso inaspettato di un bambino felice, nella bellezza di tanti dettagli spesso invisibili: “Ho conosciuto il mare meditando su una goccia di rugiada” scrive Khalil Gibran e questa è poesia, che sa “risvegliare dal nulla la parola” come recita il primo verso di una poesia di Alfonso Gatto, un poeta che amo, insieme a tanti altri e altre.

Io sono un’amante della poesia come lo era mia sorella Gabriella, con cui continuo a sentire un legame e una sintonia al di fuori del tempo.

Oggi non potrei vivere senza, la poesia è diventata con gli anni come l’aria che respiro, la sento quando guardo la luce del giorno che cambia ad ogni ora e ad ogni stagione, quando con passi lenti cammino in riva al mare e osservo l’orizzonte che lo unisce ai colori del cielo, la vivo lungo un sentiero in aperta campagna, tra terra rossa e germogli, fiorellini spontanei e maestosi ulivi secolari, la percepisco nel profumo inconfondibile dell’erba bagnata, immergendomi in un universo senza confini e distaccandomi da terra. Talvolta riesce anche a darmi pace, ma più spesso mi aggredisce e mi fa precipitare nel vuoto, si diverte a disorientarmi ed io mi perdo…

Mi fa bene anche quando i suoi versi sono duri e forti e fanno male al cuore, perché è vero che le parole a volte “sono pietre”. Le parole della poesia, quella vera, cadono ed affondano dentro di me, ad una ad una e tutte insieme mi regalano silenzio, quando scendono in me lente e leggere come piume che sembrano immobili e invece m’interrogano lasciandomi senza fiato, come sospesa e senza risposte…

Cantano a volte i versi della poesia ed io mi lascio andare seguendo l’armonia dei loro suoni, battendo il ritmo ora lento ora veloce, sono musica e colore, luce ombra e tenebra, gioia pura e improvviso dolore, sofferenza cupa sorda e amara, paura del nulla e speranza di vita!

Leggere poesia mi dà coraggio e forza, è la voce dei momenti sereni e felici ma anche di quelli oscuri, quelli più bui e più neri, che nascondo anche a me stessa.

A volte anche un’immagine come questa è poesia, forte e dura, senza bisogno di parole…

 Sabbia

Amore senza parole,

ma le parole d’amore
chi mai le canta nel sole?
Certo, qualcuno ne muore.

Parole senza l’amore,
il miele delle parole
è il verme del fiore
che muore.

Parole sole, più sole
sabbia di vita brulla,
il soffio delle parole
cadute nel nulla.

Alfonso Gatto

17 marzo, il giorno in cui ci prendemmo per mano (dedicato a Carlo)

Era il 17 marzo del lontano 1969, il giorno in cui ci siamo presi per mano e non ci siamo più lasciati! Eh sì, ancora oggi camminiamo insieme come quel giorno luminoso che annunciava la primavera imminente, la nostra prima stagione d’amore.

Fantasia di colori!

Passo dopo passo, mano nella mano, abbiamo vissuto una miriade di momenti diversi, gioia e felicità pura, tenerezza e complicità, difficoltà personali di coppia e familiari, perdite pesanti da elaborare e il dolore di affrontare insieme anche una malattia grave come il cancro. Ci è sembrato di correre, di cadere talvolta, di non ritrovarci più, ma tutto aiuta a non spezzare il filo: le parole e i silenzi, gli sguardi, i conflitti, l’amore che attraversa tante fasi e cambia con gli anni, che si colora di sfumature da cogliere al volo.

Non è il nostro anniversario di matrimonio, ma il giorno in cui finalmente due timidi come noi, complice la luce primaverile della nostra bella città, parlando e camminando si sono ritrovati insieme e quasi senza guardarsi si sono incamminati lungo un percorso che continua… da ben 49 anni!

E mi piace dirti pubblicamente “grazie!”

Il Narcisismo Digitale

Guardando alcune pagine Facebook – in ambito sanitario – di reparti e di primari, riflettevo sul narcisismo e sull’enfasi, sulla propaganda che si autopromuove e di quanto possa diventare pericoloso per chi si lascia irretire da post mirabolanti, senza cercare la sostanza e la realtà dei fatti e dei comportamenti.
Mi sembra quindi molto appropriata la conclusione di questa riflessione sul narcisismo digitale, affidata alle parole lapidarie del Dalai Lama, “Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra, per occultare il vuoto della stanza“.

Psiche Nessuno e Centomila

Psiche Nessuno e Centomila

Il narcisismo ha di per sé un’accezione positiva: indica l’amore sano e legittimo per se stessi. Perde tale connotazione quando si lega ad un bisogno abnorme di attenzione, affermazione, apprezzamento, gratificazione esterna. Quando cioè si traduce in un modo ego-riferito di stare al mondo, strettamente legato ad un vissuto di superiorità e al bisogno di ottenere riscontro e gratificazione da parte di un pubblico plaudente. L’Io allora diviene il prevalente o unico oggetto di investimento libidico e la relazione con l’altro viene relegata sullo sfondo a vantaggio dell’affermazione di Sé. Si tratta di un’alterazione del rapporto Io/Altro. Il narcisista patologico è bulimico di approvazione

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Davanti ad un filo d’erba…

Questo è un blog pieno di parole,
di frammenti di vita che non vorrei dimenticare,
di pensieri
e di riflessioni
che amo condividere,
di silenzi
che a volte
non trovano le parole
per esprimere
stati d’animo,
non sempre
ben chiari
nemmeno
a me stessa.

Mi è capitato ieri, andando in una casa di campagna
che mi è cara,
dove sono arrivata con la testa pesante e un corpo
che si muoveva
a scatti
come un robot,
dove ho iniziato
a camminare
a piccoli passi
e di rimanere folgorata dalla luce del cielo
e delle nuvole bianche
di questo inverno meridionale.

Mi sono guardata intorno e
pure un po’ intontita…
mi sono sentita
più leggera
davanti ai rami
di un albero,
quasi commossa guardando i fili d’erba tra luce e ombra, curiosa
di vedere
se riuscivo
a scoprire
un quadrifoglio nascosto in un prato di trifogli. 

Mi accade
sempre più spesso
di rimanere attonita davanti
allo spettacolo cangiante
della natura,
che non ha
come noi
le parole,
ma che scrive
a modo suo
un racconto.

Lo scrive
con i colori
delle acque
e delle piante,
della roccia
della pietra
e del terreno,
con i colori del cielo mai uguale
a se stesso,
così ricco
di sfumature

e di tonalità diverse a seconda della luce o dell’ombra,
solcato da gabbiani
o da uccelli in volo.

Un racconto
pieno d’aria
grazie alla bellezza invisibile del vento 
che muove le foglie
e i rami di un albero

e che senti
sulla pelle, un racconto tenace come le radici nascoste nel buio o di quelle lunghe, forti e dirompenti che emergono in superficie, aprendosi un varco verso la luce persino attraverso l’asfalto delle strade.

Vivo sempre più spesso la natura come una ricchezza che mi viene donata e m’immergo in essa, provando ad immaginare,  come scrive Edmond Jabes,  “il pensiero come una pianta, come un albero,
come un fiore, come un frutto.
E anche come un filo d’erba
e l’impensato come il cielo”.

Scrivere la vita delle donne

Questo breve intervento (vedi in basso) mi ha fatto pensare immediatamente a mia sorella Gabriella, morta troppo presto, prima di me e prima di poter raccontare le tante vite da lei vissute, la vita da studentessa di liceo e poi all’università di Bologna, quella di casalinga (che non amava…) e poi quella di madre di due figlie, il senso di solitudine provato rimanendo sola dopo la morte del coniuge, il sogno a lungo coltivato di aprire una sua libreria, il desiderio di relazioni sociali difficili da realizzare in una città che non è la tua, la diagnosi devastante di una malattia che non le ha lasciato scampo… 
“Sommersa da secoli di silenzio, la vita delle donne possiede una ricchezza infinita che occorre recuperare e narrare, non importa sotto quale forma. Perché ogni donna ha almeno una storia da raccontare: la sua” dice splendidamente Manuela Bonfanti nel suo blog.
E Gabriella sicuramente aveva una storia lunga e ricca da raccontare, anche se la sua vita è stata troncata così bruscamente! In me rimane un rimpianto che non finirà mai…

VOCI DAL SILENZIO

Faremmo meglio a interpretare un ruolo da protagonista nello sconosciuto e banale film della nostra vita” (La lettera G, p. 203)

Eravamo solo donne alla presentazione de La lettera G a Ginevra. La cosa non mi ha colto di sorpresa perché la letteratura è donna: la maggior parte degli uomini sembra avere altri interessi e priorità. E va bene così, anzi, va benissimo. Perché il mio romanzo ha come protagonista una donna, e questo per un motivo molto semplice: io sono una donna. Ecco perché scrivo di donne. Questa non è un’affermazione anodina: gli uomini hanno scritto molto, soprattutto sugli uomini e per gli uomini. Ma addirittura, essi hanno scritto (o parlato) anche delle donne. Attraverso i secoli e secondo i costumi del momento, gli uomini hanno definito le donne e le loro vite, hanno deciso quali dovessero essere le loro passioni e le loro…

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Aspettando il natale…

Se stasera potessi, mi piacerebbe scrivere una lettera a Babbo Natale.
Sì, lo so che sono troppo grande ma provo a farmi piccina e la scrivo.
Mi piace il fatto che la tua immagine sia quella di un vecchio bonario, quasi sempre sorridente e con le guance rosse, come se avessi finito di bere un ottimo bicchiere di buon vino.

I piccoli credono (o vogliono credere) in te, perché bisogna pur credere in qualcosa e poi tu sei quello che porti dei doni, giri intorno alla terra senza fermarti ai confini, superi muri e barriere e non fai differenze di razza, religione e di classe sociale. Sulle differenze di genere, non ti do alcuna responsabilità, visto che cerchi di accontentare le richieste di bambine e bambini. E pare che le bambine continuino a preferire le bambole, mentre i maschietti i giochi elettronici, ma come forse ti stai accorgendo anche tu, il mondo sta cambiando.

Perché ti scrivo stasera? Che cosa chiederti?

Ecco, in un momento di particolare serenità per me (la mia TAC dice che anche questa volta la malattia è ferma), ti chiederei di fermarti un po’ di più in quelle parti del mondo che oggi sono pieni di bimbi e di bimbe privati della loro infanzia, prigionieri di conflitti più grandi di loro, affamati di cibo e di attenzione da parte nostra, che ci sentiamo tutti più buoni soltanto una volta all’anno… Lascia perdere se puoi chi ha già tutto, una stanza tutta per sé e piena di giochi, di playstation, (spero anche dei libri), e fermati principalmente lì dove c’è bisogno di un po’ di luce e di allegria, come negli ospedali pediatrici, nei campi profughi o tra i piccoli in carcere con le loro mamme (ce ne sono tanti, purtroppo!).

Mio caro Babbo Natale, ho già tanti e tanti anni sulle spalle come te, ascolta una tua coetanea che come te ne ha viste e sentite tante; i bambini e le bambine di questo mondo dovrebbero avere eguali opportunità, sono tutti belli e meritano la tua attenzione, ma forse oggi sono troppi quelli che hanno già un fucile in mano o vengono usati come pedine per recapitare le bustine di droga, sono troppi quelli che lavorano per una miseria di salario, tante le bambine che per strada vengono usate dai tanti benpensanti o attirate dai pedofili in rete, bambini e bambine anche nel nostro Occidente che guardano il luccichio delle vetrine, pieni di desideri che non potranno essere soddisfatti.
Allora, vediamo se riuscirai ad ascoltare e ad accogliere questa mia proposta; in caso contrario mi rivolgerò alla Befana, da donna a donna, sperando che sia sensibile a queste mie richieste.

… Aspettandomi che almeno quest’anno il Natale non sia ridotto alla solita vecchia kermesse, che sia un po’ più sobrio dato che sono tanti quelli che non hanno più un lavoro.
Proprio ieri ho incontrato una cara vecchia conoscenza, una persona che un tempo aveva un lavoro qualificato e che ha un contratto precario in scadenza proprio tra pochissimi giorni, il 22 dicembre, alla vigilia di Natale, con un bimbo che ha bisogno più di tanti altri di aiuto e di sostegno… Il suo viso esprimeva tutto il suo stato d’animo e la mia serenità è un po’ appannata da questi pensieri, che ho cercato, caro Babbo Natale, di mettere giù così come venivano.

Ti auguro un “Buon viaggio” intorno al mondo, con una mappa aggiornata, mi raccomando!

quel che rimane

“Scrivere” è davvero come entrare nelle “orearovescio”, che è il titolo di questo blog che seguo con interesse e continuità. Ogni visita a questo blog mi riserva la sorpresa di trovare parole e immagini in cui mi identifico o che mi arricchiscono di nuove visioni e punti di vista. Grazie a Massimo, attento curatore del suo spazio virtuale che prende forma e corpo nelle sensazioni, emozioni e pensieri che ogni volta riesce a suscitare in me.

orearovescio

foto by c.calati

.. è nostalgia che lenta si sfarina e fine fine si deposita, polvere sul cuore, cocaina e cenere, un po’ vitale e un po’ mortale. Non ha più una provenienza né un volto a cui rivolgersi, col tempo ha perso i connotati ed un motivo per esistere, eppure è lì, palpabile e precisa. Così di te mi resterà come una nebbia senza più un nome

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Informarmi, che tormento… con qualche piccola consolazione

È uno di quei giorni in cui posso anche star male fisicamente, ma sono la mia passione e l’attaccamento alle sorti di tutti noi che oggi – come in questi ultimi tempi – subiscono un altro colpo. Leggere i giornali e ascoltare le informazioni televisive è diventato sempre più un tormento per me, tanto che ormai vado a caccia di buone notizie. Ma oggi prevalgono quelle “cattive” almeno per me, che mi sembra di ricevere “schiaffi” in faccia.

Inizio dal Mondo #Ikea, la multinazionale svedese che fa di tutto per rendersi simpatica e pulita, “brava a dare lezioni di senso civico e fair play”, che a Bari licenzia senza tante storie Claudio, che lavora con loro da 11 anni, dal momento dell’apertura di questa astronave nel deserto, un lavoratore padre di due bambini, a causa di un ritardo di cinque minuti. Cinque minuti!
Colpirne uno, per avvertirne altri cento…

E questa è solo la punta di un iceberg del modo in cui le multinazionali stanno trattando la loro forza-lavoro, persone in carne e ossa, uomini e donne, spesso soprattutto giovani che non hanno altre alternative.

Cambio pagina e leggo che i naziskin del #VenetoFronteSkinhead in trasferta hanno fatto irruzione in una riunione di gente pacifica, quasi tutte donne e over 50, nella sede dell’associazione “Como senza frontiere“, un incontro settimanale come tanti altri a cui anch’io partecipo con l’associazione di cui faccio parte, per il desiderio (o l’illusione?) di avere più strumenti di conoscenza della realtà in cui viviamo per riuscire a migliorarla, con il contributo di altre persone come me.

L’irruzione e l’imposizione della lettura di un comunicato razzista già di per sé mi disturba profondamente, ma secondo me il vero pugno nello stomaco è stata da un lato la visibilità di questo manipolo nel gran circo mediatico, prime pagine di giornali, siti, radio e Tv, addirittura un’ospitata in Rai a “Uno Mattina”; dall’altro il comportamento di certi personaggi politici che non censurano, trincerandosi dietro il muro dei “No comment”, e chiamando folklore questo genere di episodi, che si moltiplicano in misura esponenziale ogni giorno.
“Avanza – come titola un quotidiano – la galassia nera”, sempre più sdoganata da media e forze politiche, che stanno utilizzando il dilagare della diffidenza e della paura dell’altro, di un “nemico” inesistente (basta leggere seriamente i rapporti dell’Istat) per aumentare i loro consensi, in vista – tanto per cambiare – di nuove elezioni politiche, con una legge elettorale che per ora preferisco non commentare… più che altro per difendere la salute del mio fegato.


Ma intanto posso consolarmi un po’ con le parole di Luciano Benetton, che a 82 anni torna con la sorella a riprendersi la sua azienda (lo sta dimostrando con i fatti nella mia città), che in questi anni è stata deformata e spenta, da madornali errori di gestione, e che ora è in passivo. Dice testualmente che per far risalire non solo i conti, ma anche l’immagine della United Colors “troveremo i giovani giusti, staneremo le intelligenze dovunque si trovino, a cominciare dagli immigrati che sono una ricchezza d’energia. Li chiameremo a Fabrica a studiare e a lavorare con noi, E in poco tempo torneremo a colorare il mondo e a difendere i diritti”.

Non salto di palo in frasca, perchè tutto si tiene, quando leggo che l’albergo di Rigopiano, un 4 stelle con centro benessere e piscina all’aperto, dove soltanto il 18 gennaio di quest’anno sono rimaste sepolte ben 29 persone, era tutto abusivo, non doveva essere costruito lì, dove c’erano vincoli ambientali e relazioni geologiche che avrebbero dovuto bloccare questo scempio. Pare che fosse stato presentato un progetto con foto contraffatte, era un rifugio ed è diventato un mega-centro che attirava turisti da tutta la regione, ignari del pericolo che correvano. E le autorità responsabili (tecnici comunali, sindaci, ecc.) che come le tre scimmiette non vedono, non sentono e non parlano! Ecco in quali mani stiamo, anche quando scegliamo un hotel per una nostra vacanza…

Per varcare i confini di questa Italietta, vediamo un po’ cosa succede nel mondo.

#Trump, che notoriamente dorme 3-4 ore per notte, usa #Twitter – di primo mattino – come una clava, ripescando e rimettendo in circolo vecchi video islamofobi della destra britannica; forse se dormisse qualche ora in più sarebbe un bene per tutta l’umanità!
Ma intanto fa comodo alla nostra ENI, il primo operatore ad aggiudicarsi il permesso di cercare petrolio trivellando il fondo del mar Glaciale Artico, all’interno di uno dei progetti più contestati dell’amministrazione del miliardario, quello di concedere alle compagnie petrolifere la possibilità di perforare il fondo marino di fronte alle coste dell’Alaska. Intanto nei mari e negli oceani, c’è più plastica che pesci: infatti in ogni oceano, ma anche nel nostro Mediterraneo, grazie ad un gioco di correnti, si stanno formando vastissime isole di scarti non biodegradabili, comprese le famosissime infradito.

Ma per fortuna c’è anche una buona notizia: in Kenya “Ocean Sole”, una piccola realtà controcorrente (è proprio il caso di dirlo!), ha creato una rete di raccoglitori che perlustra le spiagge e le comunità.

Poi con detersivi biologici ripulisce e tratta questi vecchi sandali che una cinquantina di artisti trasforma in piccole e grandi opere d’arte riciclata; attualmente riciclano 50 tonnellate ogni anno, dando lavoro retribuito a più di 700 persone. Una goccia nel mare, ma è una realtà che vuole ampliarsi e ci sta riuscendo egregiamente! Vorrei concludere la giornata con un sorriso e ciò che fa questa bella realtà africana, mi rassicura non poco.

Il mio animale preferito.