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Back in time… passeggiata solitaria, immersa nella campagna pugliese

Soltanto un anno fa!
Era il giorno di Pasquetta, il 2 aprile 2018, ed io dopo il pranzo con i miei familiari, rigorosamente all’aperto, decisi di fare una passeggiata sola soletta nella campagna di Monopoli, una deliziosa cittadina sul mare in provincia di Bari.

Oggi, rivedendo alcune mie fotografie di quella bellissima giornata, ho pensato di pubblicare in questo spazio (consacrato soprattutto alle parole…) anche qualche scatto di quei momenti ricchi di bellezza e di emozioni.
Ricordo che mi fermavo a guardare il paesaggio nel suo complesso, ma mi fermavo anche ad osservare le rugosità dei tronchi di ulivo, le piantine spontanee, i primi papaveri, le bianche abitazioni rurali e soprattutto gustavo il silenzio vivo della campagna, i movimenti sotterranei di animaletti quasi invisibili tra le pietre dei muretti a secco.

Camminavo e sentivo il profumo dell’aria libera da smog, il fruscio della brezza pomeridiana e mi piaceva il fatto di essere da sola, tra alberi, fiori, l’azzurro del cielo e le mille sfumature di verde. Ciò che più mi incantava però era la luce di quel tranquillo pomeriggio primaverile!

Di tanto in tanto, arrivavano le voci attutite dalla distanza di persone che come me stavano trascorrendo la pasquetta in campagna, voci allegre, anche un po’ di musica. Voci che si integravano perfettamente in quel paesaggio.

Amo profondamente la campagna pugliese, i suoi ulivi, i muretti a secco che dividono i campi

Quest’anno la difficoltà di poter camminare in totale autonomia  mi impedirà certamente  di ripetere questa esperienza, ma rivedere queste immagini mi fa bene, riprovare quelle emozioni è salutare per me, non voglio che i bei momenti trascorsi finiscano nel dimenticatoio


Una delle abitazioni rurali sparse per le contrade della campagna di Monopoli. Qui siamo in Contrada Lamafico.

Un’edicola votiva.

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Il tempo lento di una vacanza e le scoperte della “contemplazione”

A volte aiuta far emergere la rabbia e la delusione.
Non potendo godere dello splendido mare, che è a due passi da me, ho iniziato a guardarmi intorno e a osservare tutto, prima l’ambiente poi anche le persone, mi sono fermata su molti particolari e pian piano mi sono resa conto che mi trovo comunque circondata da tanta bellezza: guardare il cielo che cambia colore e sfumature col passare delle ore, le nuvole in viaggio che sembrano di panna e argento, costeggiare uno stagno dove placidamente una colonia di fenicotteri si fa contemplare e mentre li guardi, due spiccano il volo e tu rimani lì in silenzio, per non turbare la pace e la tranquillità di tutta la riserva marina. Sto godendo nel rispettare certi silenzi, le lunghe pause obbligate e aspettare il momento giusto anche per condividere pensieri e opinioni con chi mi sta vicino, mentre leggo le cronache dei giornali di questi giorni estivi, pieni di politica come non mai…

Anche osservare le persone è un ottimo passatempo: la loro diversità, la varietà dell’abbigliamento, il loro modo di parlare tra loro e con gli altri, vedere ridere e divertirsi con i loro bambini i papà e le mamme che ballano o giocano in piscina, genitori giovani molto diversi dai miei: ricordo che al mare era sempre mia madre che ci teneva d’occhio costantemente, mentre mio padre rimaneva seduto all’ombra a leggere.

Guardo il dépliant dell’albergo e non posso fare a meno di sorridere (un po’ amaramente): sì, perché dice “Il vostro passaporto per il sole”, proprio il sole da cui mi sto difendendo e che illumina tutto il mondo circostante, il verde intenso e compatto dei prati, i fiori e i rami degli alberi, il bordo della collinetta in fondo su cui spicca una piccola torre saracena e che al tramonto sembra quasi esplodere di luce che vira dal rosa carico al rosso, mentre si sentono nell’aria i pappagallini che volando si scambiano messaggi.

E poi naturalmente c’è il tempo trascorso a fare una colazione lenta, non devo andare in spiaggia…, a stare fermi che non è pigrizia ma imparare che il tempo trascorre positivamente anche in tanti modi non previsti, in compagnia di se stessi, non separata ma in connessione con il mondo. Un mondo che guardi con quel giusto distacco, che ti regala maggiore lucidità e chiarezza di pensiero.

Davanti ad un filo d’erba…

Questo è un blog pieno di parole,
di frammenti di vita che non vorrei dimenticare,
di pensieri
e di riflessioni
che amo condividere,
di silenzi
che a volte
non trovano le parole
per esprimere
stati d’animo,
non sempre
ben chiari
nemmeno
a me stessa.

Mi è capitato ieri, andando in una casa di campagna
che mi è cara,
dove sono arrivata con la testa pesante e un corpo
che si muoveva
a scatti
come un robot,
dove ho iniziato
a camminare
a piccoli passi
e di rimanere folgorata dalla luce del cielo
e delle nuvole bianche
di questo inverno meridionale.

Mi sono guardata intorno e
pure un po’ intontita…
mi sono sentita
più leggera
davanti ai rami
di un albero,
quasi commossa guardando i fili d’erba tra luce e ombra, curiosa
di vedere
se riuscivo
a scoprire
un quadrifoglio nascosto in un prato di trifogli. 

Mi accade
sempre più spesso
di rimanere attonita davanti
allo spettacolo cangiante
della natura,
che non ha
come noi
le parole,
ma che scrive
a modo suo
un racconto.

Lo scrive
con i colori
delle acque
e delle piante,
della roccia
della pietra
e del terreno,
con i colori del cielo mai uguale
a se stesso,
così ricco
di sfumature

e di tonalità diverse a seconda della luce o dell’ombra,
solcato da gabbiani
o da uccelli in volo.

Un racconto
pieno d’aria
grazie alla bellezza invisibile del vento 
che muove le foglie
e i rami di un albero

e che senti
sulla pelle, un racconto tenace come le radici nascoste nel buio o di quelle lunghe, forti e dirompenti che emergono in superficie, aprendosi un varco verso la luce persino attraverso l’asfalto delle strade.

Vivo sempre più spesso la natura come una ricchezza che mi viene donata e m’immergo in essa, provando ad immaginare,  come scrive Edmond Jabes,  “il pensiero come una pianta, come un albero,
come un fiore, come un frutto.
E anche come un filo d’erba
e l’impensato come il cielo”.

Informarmi, che tormento… con qualche piccola consolazione

È uno di quei giorni in cui posso anche star male fisicamente, ma sono la mia passione e l’attaccamento alle sorti di tutti noi che oggi – come in questi ultimi tempi – subiscono un altro colpo. Leggere i giornali e ascoltare le informazioni televisive è diventato sempre più un tormento per me, tanto che ormai vado a caccia di buone notizie. Ma oggi prevalgono quelle “cattive” almeno per me, che mi sembra di ricevere “schiaffi” in faccia.

Inizio dal Mondo #Ikea, la multinazionale svedese che fa di tutto per rendersi simpatica e pulita, “brava a dare lezioni di senso civico e fair play”, che a Bari licenzia senza tante storie Claudio, che lavora con loro da 11 anni, dal momento dell’apertura di questa astronave nel deserto, un lavoratore padre di due bambini, a causa di un ritardo di cinque minuti. Cinque minuti!
Colpirne uno, per avvertirne altri cento…

E questa è solo la punta di un iceberg del modo in cui le multinazionali stanno trattando la loro forza-lavoro, persone in carne e ossa, uomini e donne, spesso soprattutto giovani che non hanno altre alternative.

Cambio pagina e leggo che i naziskin del #VenetoFronteSkinhead in trasferta hanno fatto irruzione in una riunione di gente pacifica, quasi tutte donne e over 50, nella sede dell’associazione “Como senza frontiere“, un incontro settimanale come tanti altri a cui anch’io partecipo con l’associazione di cui faccio parte, per il desiderio (o l’illusione?) di avere più strumenti di conoscenza della realtà in cui viviamo per riuscire a migliorarla, con il contributo di altre persone come me.

L’irruzione e l’imposizione della lettura di un comunicato razzista già di per sé mi disturba profondamente, ma secondo me il vero pugno nello stomaco è stata da un lato la visibilità di questo manipolo nel gran circo mediatico, prime pagine di giornali, siti, radio e Tv, addirittura un’ospitata in Rai a “Uno Mattina”; dall’altro il comportamento di certi personaggi politici che non censurano, trincerandosi dietro il muro dei “No comment”, e chiamando folklore questo genere di episodi, che si moltiplicano in misura esponenziale ogni giorno.
“Avanza – come titola un quotidiano – la galassia nera”, sempre più sdoganata da media e forze politiche, che stanno utilizzando il dilagare della diffidenza e della paura dell’altro, di un “nemico” inesistente (basta leggere seriamente i rapporti dell’Istat) per aumentare i loro consensi, in vista – tanto per cambiare – di nuove elezioni politiche, con una legge elettorale che per ora preferisco non commentare… più che altro per difendere la salute del mio fegato.


Ma intanto posso consolarmi un po’ con le parole di Luciano Benetton, che a 82 anni torna con la sorella a riprendersi la sua azienda (lo sta dimostrando con i fatti nella mia città), che in questi anni è stata deformata e spenta, da madornali errori di gestione, e che ora è in passivo. Dice testualmente che per far risalire non solo i conti, ma anche l’immagine della United Colors “troveremo i giovani giusti, staneremo le intelligenze dovunque si trovino, a cominciare dagli immigrati che sono una ricchezza d’energia. Li chiameremo a Fabrica a studiare e a lavorare con noi, E in poco tempo torneremo a colorare il mondo e a difendere i diritti”.

Non salto di palo in frasca, perchè tutto si tiene, quando leggo che l’albergo di Rigopiano, un 4 stelle con centro benessere e piscina all’aperto, dove soltanto il 18 gennaio di quest’anno sono rimaste sepolte ben 29 persone, era tutto abusivo, non doveva essere costruito lì, dove c’erano vincoli ambientali e relazioni geologiche che avrebbero dovuto bloccare questo scempio. Pare che fosse stato presentato un progetto con foto contraffatte, era un rifugio ed è diventato un mega-centro che attirava turisti da tutta la regione, ignari del pericolo che correvano. E le autorità responsabili (tecnici comunali, sindaci, ecc.) che come le tre scimmiette non vedono, non sentono e non parlano! Ecco in quali mani stiamo, anche quando scegliamo un hotel per una nostra vacanza…

Per varcare i confini di questa Italietta, vediamo un po’ cosa succede nel mondo.

#Trump, che notoriamente dorme 3-4 ore per notte, usa #Twitter – di primo mattino – come una clava, ripescando e rimettendo in circolo vecchi video islamofobi della destra britannica; forse se dormisse qualche ora in più sarebbe un bene per tutta l’umanità!
Ma intanto fa comodo alla nostra ENI, il primo operatore ad aggiudicarsi il permesso di cercare petrolio trivellando il fondo del mar Glaciale Artico, all’interno di uno dei progetti più contestati dell’amministrazione del miliardario, quello di concedere alle compagnie petrolifere la possibilità di perforare il fondo marino di fronte alle coste dell’Alaska. Intanto nei mari e negli oceani, c’è più plastica che pesci: infatti in ogni oceano, ma anche nel nostro Mediterraneo, grazie ad un gioco di correnti, si stanno formando vastissime isole di scarti non biodegradabili, comprese le famosissime infradito.

Ma per fortuna c’è anche una buona notizia: in Kenya “Ocean Sole”, una piccola realtà controcorrente (è proprio il caso di dirlo!), ha creato una rete di raccoglitori che perlustra le spiagge e le comunità.

Poi con detersivi biologici ripulisce e tratta questi vecchi sandali che una cinquantina di artisti trasforma in piccole e grandi opere d’arte riciclata; attualmente riciclano 50 tonnellate ogni anno, dando lavoro retribuito a più di 700 persone. Una goccia nel mare, ma è una realtà che vuole ampliarsi e ci sta riuscendo egregiamente! Vorrei concludere la giornata con un sorriso e ciò che fa questa bella realtà africana, mi rassicura non poco.

Il mio animale preferito.

Incontri silenziosi con la poesia dei luoghi

Un invito in campagna, da una cara amica di vecchia data.


Sapeva già che avrebbe trascorso momenti di puro benessere, per l’accoglienza sempre affettuosa e per tutto il paesaggio intorno, che a lei piaceva ogni volta contemplare in silenzio, facendo spazio dentro di sé a sensazioni, pensieri ed emozioni in libertà.


Accolse con gioia l’invito a fare una passeggiata per quei viottoli, sicura di scoprire particolari nuovi e felice di rivedere ciò che amava, gli ulivi maestosi in particolare, alcuni sicuramente centenari, ben radicati in quella terra rossa tipica del Salento.


C’era una luce che ammorbidiva tutte le superfici, facendo brillare germogli e fogliame, una luce che variava di ora in ora e che ogni volta la stupiva, come fosse la prima volta.


Stavano camminando lentamente lungo un solitario sentiero campestre di terra battuta e passo dopo passo si guardava intorno alla scoperta dei piccoli tesori nascosti: le piaceva tutto di quei luoghi, il silenzio innanzitutto, l’orizzonte che cambiava continuamente e poi le antiche pietre dei muretti a secco, frutto del paziente lavoro e della fatica dei contadini, pietre ricche di vita silenziosa vegetale e animale, i cespugli solitari e quel fiore che si appoggiava ad un muretto bianco di calce, quasi volesse raggiungere il cielo.


Passo dopo passo, erano giunti davanti a un piccolo trullo e si erano fermati davanti alla sua vecchia porta d’ingresso, sbarrata sul buio, con un rametto secco di palme, forse benedette.


Intanto sentiva spirare una brezza leggera che finalmente si faceva largo nel caldo afoso di quei primi giorni di agosto, mentre il cielo si stava colorando di rosa, perdendo progressivamente la luce del giorno per fare spazio alle ombre della sera… Il silenzio della campagna di Contrada Cinera, vicino Ostuni, la stava avvolgendo, rendendo vellutate anche le parole, le voci amiche, un silenzio anche interiore che la isolava dal mondo circostante, da cui arrivavano attutiti tutti i rumori del mondo.


Si guardava intorno con stupore, osservava felice le piantine spontanee leggere come libellule, quel finocchietto selvatico e quelle foglie eleganti e affusolate e non riusciva a dire parola:
che nome dare alle emozioni che si facevano largo dentro di lei e a cui si lasciava andare segretamente?


Le piaceva aprire finestre interiori e farsi abitare pian piano da quegli incontri silenziosi, come li chiama Duccio Demetrio nella sua “Green Autobiography”, incontri con la poesia dei luoghi, con i colori, i profumi, le forme uniche delle piante selvatiche e il movimento delle lucertole, delle formiche e di tutti quei piccoli esseri, a noi spesso sconosciuti.


Tutto intorno a lei sembrava parlarle. Le era sembrata bella qualche giorno dopo persino una panchina di plastica bianca abbracciata dalle foglie di una rampicante, vista in un altro giardino a Monopoli, mentre le provocava rabbia e dolore la vista di un albero secco.

In questi incontri silenziosi, si accorgeva di oscillare continuamente dal particolare all’universale, sempre in bilico tra realtà e immaginazione. E pensava a come dipingere tanta bellezza, che guardava non più solo con gli occhi ma viveva con tutto il suo essere.

OMBRE

Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

#WeAreInPuglia? Il rifiuto della bellezza (la mostra)

Ebbene sì, “siamo in Puglia, dove spesso gli Ori e gli orrori sono uno accanto all’altro” spiega nelle sue note di ‘regia’ Giovanni Rinaldi , che si è impegnato quotidianamente per ben cinque mesi nel suo lungo réportage, che parte da Foggia e dalle strade di ogni giorno, per spostarsi man mano verso le periferie residenziali, strade comunali e provinciali, fin dentro il cuore dei Monti Dauni e del Gargano, nel paesaggio oscuro dei rifiuti, degli scarti, dell’inquinamento e del degrado.
“Le ‘cose’ in sé, conclude l’autore di questa mostra un po’ atipica, non hanno colpa… noi ci passiamo accanto, con l’abitudine di spuntare le spine che sentiamo dentro…”

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Presentazione

Saverio Russo
Presidente Fondazione Banca del Monte di Foggia

Dopo tante mostre dedicate alla bellezza, dell’arte, dei volti fotografati, dei paesaggi, dei libri, una mostra dedicata alla bruttezza e al rifiuto, sia pure riprese da un grande fotografo, Giovanni Rinaldi. Non sembri fuori tema per la nostra Fondazione: siamo da sempre impegnati nella promozione del territorio e non può essere fuori tema dare maggiore diffusione alla denuncia del degrado, che ci impoverisce tutti e che non ha un solo responsabile, ma tanti.

Vogliamo dare, con questa mostra itinerante, un sostegno a quanti si battono per contrastare questa pericolosa deriva, a quelli che non si limitano al post su facebook e allo strillo qualunquista, ma dedicano il loro tempo a “pulire il mondo”, agli amministratori spesso soli a risanare gravi situazioni che hanno ereditato. Per far capire a tutti che l’immondizia depositata nel greto del torrente, come i rifiuti pericolosi…

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La nostra esistenza, un viaggio che non sappiamo mai dove ci porti

Uncertain Journey di Chiharu Shiota

Uncertain Journey di Chiharu Shiota

Penso che capiti un po’ a tutti noi di sfogliare dei giornali e di rimanere colpiti da una frase o da un’immagine; a me è successo oggi, riprendendo un vecchio numero de L’Espresso (23 ottobre 2016).

Forse perché anch’io sento sempre la mia esistenza in bilico, forse perché un mio familiare sta lottando per la vita, quelle gracili barche in ferro nero mi hanno immediatamente fatto pensare al viaggio della vita e alla sua incertezza.

Chiharu Shiota, l’artista giapponese che ha creato questa installazione, esposta nel novembre dello scorso anno alla Galleria Blain/Southern di Berlino,  spiega infatti che secondo lui “la nostra vita è come un viaggio senza meta. Anche se non sappiamo dove stiamo andando, non possiamo fermarci”.

La trama dei fili rosso sangue della Penelope di Osaka, Chiharu Shiota

La trama dei fili rosso sangue della Penelope di Osaka, Chiharu Shiota

Ben 250 kg di lana rosso fuoco, pazientemente annodata per formare un cielo alto fino a sette metri e mezzo di ricami rossi. “La trama dei fili e le loro reti, ci spiega, simboleggiano l’interno del corpo umano, le connessioni neuronali nel cervello, come una rete vasta e complessa”.

Un viaggio nella nostra esistenza incerta, ma meravigliosa

Un viaggio nella nostra esistenza incerta, ma meravigliosa

Ma poi aggiunge – e questo è ciò che mi ha colpito ancora di più – questi fili intrecciati “rappresentano e riproducono le memorie e le relazioni tra le persone, i loro rapporti umani, quelli che ci tengono a galla, con le barche che ci portano in un viaggio verso il nulla, un viaggio pieno di incertezza ma anche di meraviglia”.

E allora ho ripensato a Dacia Maraini che il giorno del suo ottantesimo compleanno ha detto che la geografia della sua vita è fatta di amicizie. “Non credo ai legami di sangue, che spesso non significano nulla. L’amicizia è un sentimento grande, che prevede stima, fiducia assoluta. Tanto più quando si va avanti con gli anni”.
Quegli anni che non sempre corrispondono alla nostra carta d’identità!

Scorcio dell'installazione

Scorcio dell’installazione “Uncertain Journey” di Chiharu Shiota a Berlino, novembre 2016

#WeAreInPuglia? La discarica tossica di Giardinetto (2)

Non aggiungo parole al réportage che Giovanni Rinaldi ha pubblicato sul suo blog (oltre che Fb). Un disperato tentativo di smuovere chi ha responsabilità ad intervenire per avviare la bonifica o almeno la messa in sicurezza di questa fonte di veleni a cielo aperto.

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Località Giardinetto nei pressi di Troia, Foggia, Puglia, Italia.
Discarica abbandonata e non bonificata di rifiuti tossici e pericolosi provenienti da tutta Europa. A diciassette anni dal suo primo sequestro, dopo un primo processo annullato (2004) e un secondo chiuso con la prescrizione (2015), attende la bonifica, senza che sia stata effettuata nemmeno la sua messa in sicurezza. 250.000 tonnellate di rifiuti, residui di lavorazioni industriali contenenti metalli pesanti e pericolosi, in parte ammassati nelle bigbag ormai marcescenti nei depositi le cui coperture in amianto degradandosi si disperdono nell’aria, e nella massima parte tombati nel sottosuolo dei piazzali tutto intorno per una superficie complessiva di 70 ettari.
Reportage fotografico di Giovanni Rinaldi, realizzato nel dicembre 2016 (parte 2).

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La verità (dimenticata) di Giardinetto

Questa purtroppo non è la Puglia migliore. Stiamo parlando di una località nei pressi di Troia (Fg), una gran bella città! Ma… in località Giardinetto, ci sono veleni accumulati in ben 17 anni! E per ora c’è soltanto una voce, quella di mio fratello, che sul posto ha scattato molte foto da far paura: tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici provenienti da tutta l’Italia poi tombati, da ben 17 anni! È quindi una vecchia questione, che nemmeno la giustizia è riuscita a sanare. Chi denuncia le criticità del proprio territorio, a cui è attaccato e che vorrebbe più pulito e sostenibile, non viene visto di buon occhio.
Ecco l’intervista di un piccolo giornale di Fg, L’Attacco. Si attende con ansia il lavoro di altri gionalisti veri…

MemoRandom

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