Archivi categoria: Ambiente e Territorio

Incontri silenziosi con la poesia dei luoghi

Un invito in campagna, da una cara amica di vecchia data.


Sapeva già che avrebbe trascorso momenti di puro benessere, per l’accoglienza sempre affettuosa e per tutto il paesaggio intorno, che a lei piaceva ogni volta contemplare in silenzio, facendo spazio dentro di sé a sensazioni, pensieri ed emozioni in libertà.


Accolse con gioia l’invito a fare una passeggiata per quei viottoli, sicura di scoprire particolari nuovi e felice di rivedere ciò che amava, gli ulivi maestosi in particolare, alcuni sicuramente centenari, ben radicati in quella terra rossa tipica del Salento.


C’era una luce che ammorbidiva tutte le superfici, facendo brillare germogli e fogliame, una luce che variava di ora in ora e che ogni volta la stupiva, come fosse la prima volta.


Stavano camminando lentamente lungo un solitario sentiero campestre di terra battuta e passo dopo passo si guardava intorno alla scoperta dei piccoli tesori nascosti: le piaceva tutto di quei luoghi, il silenzio innanzitutto, l’orizzonte che cambiava continuamente e poi le antiche pietre dei muretti a secco, frutto del paziente lavoro e della fatica dei contadini, pietre ricche di vita silenziosa vegetale e animale, i cespugli solitari e quel fiore che si appoggiava ad un muretto bianco di calce, quasi volesse raggiungere il cielo.


Passo dopo passo, erano giunti davanti a un piccolo trullo e si erano fermati davanti alla sua vecchia porta d’ingresso, sbarrata sul buio, con un rametto secco di palme, forse benedette.


Intanto sentiva spirare una brezza leggera che finalmente si faceva largo nel caldo afoso di quei primi giorni di agosto, mentre il cielo si stava colorando di rosa, perdendo progressivamente la luce del giorno per fare spazio alle ombre della sera… Il silenzio della campagna di Contrada Cinera, vicino Ostuni, la stava avvolgendo, rendendo vellutate anche le parole, le voci amiche, un silenzio anche interiore che la isolava dal mondo circostante, da cui arrivavano attutiti tutti i rumori del mondo.


Si guardava intorno con stupore, osservava felice le piantine spontanee leggere come libellule, quel finocchietto selvatico e quelle foglie eleganti e affusolate e non riusciva a dire parola:
che nome dare alle emozioni che si facevano largo dentro di lei e a cui si lasciava andare segretamente?


Le piaceva aprire finestre interiori e farsi abitare pian piano da quegli incontri silenziosi, come li chiama Duccio Demetrio nella sua “Green Autobiography”, incontri con la poesia dei luoghi, con i colori, i profumi, le forme uniche delle piante selvatiche e il movimento delle lucertole, delle formiche e di tutti quei piccoli esseri, a noi spesso sconosciuti.


Tutto intorno a lei sembrava parlarle. Le era sembrata bella qualche giorno dopo persino una panchina di plastica bianca abbracciata dalle foglie di una rampicante, vista in un altro giardino a Monopoli, mentre le provocava rabbia e dolore la vista di un albero secco.

In questi incontri silenziosi, si accorgeva di oscillare continuamente dal particolare all’universale, sempre in bilico tra realtà e immaginazione. E pensava a come dipingere tanta bellezza, che guardava non più solo con gli occhi ma viveva con tutto il suo essere.

OMBRE

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Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

#WeAreInPuglia? Il rifiuto della bellezza (la mostra)

Ebbene sì, “siamo in Puglia, dove spesso gli Ori e gli orrori sono uno accanto all’altro” spiega nelle sue note di ‘regia’ Giovanni Rinaldi , che si è impegnato quotidianamente per ben cinque mesi nel suo lungo réportage, che parte da Foggia e dalle strade di ogni giorno, per spostarsi man mano verso le periferie residenziali, strade comunali e provinciali, fin dentro il cuore dei Monti Dauni e del Gargano, nel paesaggio oscuro dei rifiuti, degli scarti, dell’inquinamento e del degrado.
“Le ‘cose’ in sé, conclude l’autore di questa mostra un po’ atipica, non hanno colpa… noi ci passiamo accanto, con l’abitudine di spuntare le spine che sentiamo dentro…”

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Presentazione

Saverio Russo
Presidente Fondazione Banca del Monte di Foggia

Dopo tante mostre dedicate alla bellezza, dell’arte, dei volti fotografati, dei paesaggi, dei libri, una mostra dedicata alla bruttezza e al rifiuto, sia pure riprese da un grande fotografo, Giovanni Rinaldi. Non sembri fuori tema per la nostra Fondazione: siamo da sempre impegnati nella promozione del territorio e non può essere fuori tema dare maggiore diffusione alla denuncia del degrado, che ci impoverisce tutti e che non ha un solo responsabile, ma tanti.

Vogliamo dare, con questa mostra itinerante, un sostegno a quanti si battono per contrastare questa pericolosa deriva, a quelli che non si limitano al post su facebook e allo strillo qualunquista, ma dedicano il loro tempo a “pulire il mondo”, agli amministratori spesso soli a risanare gravi situazioni che hanno ereditato. Per far capire a tutti che l’immondizia depositata nel greto del torrente, come i rifiuti pericolosi…

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La nostra esistenza, un viaggio che non sappiamo mai dove ci porti

Uncertain Journey di Chiharu Shiota

Uncertain Journey di Chiharu Shiota

Penso che capiti un po’ a tutti noi di sfogliare dei giornali e di rimanere colpiti da una frase o da un’immagine; a me è successo oggi, riprendendo un vecchio numero de L’Espresso (23 ottobre 2016).

Forse perché anch’io sento sempre la mia esistenza in bilico, forse perché un mio familiare sta lottando per la vita, quelle gracili barche in ferro nero mi hanno immediatamente fatto pensare al viaggio della vita e alla sua incertezza.

Chiharu Shiota, l’artista giapponese che ha creato questa installazione, esposta nel novembre dello scorso anno alla Galleria Blain/Southern di Berlino,  spiega infatti che secondo lui “la nostra vita è come un viaggio senza meta. Anche se non sappiamo dove stiamo andando, non possiamo fermarci”.

La trama dei fili rosso sangue della Penelope di Osaka, Chiharu Shiota

La trama dei fili rosso sangue della Penelope di Osaka, Chiharu Shiota

Ben 250 kg di lana rosso fuoco, pazientemente annodata per formare un cielo alto fino a sette metri e mezzo di ricami rossi. “La trama dei fili e le loro reti, ci spiega, simboleggiano l’interno del corpo umano, le connessioni neuronali nel cervello, come una rete vasta e complessa”.

Un viaggio nella nostra esistenza incerta, ma meravigliosa

Un viaggio nella nostra esistenza incerta, ma meravigliosa

Ma poi aggiunge – e questo è ciò che mi ha colpito ancora di più – questi fili intrecciati “rappresentano e riproducono le memorie e le relazioni tra le persone, i loro rapporti umani, quelli che ci tengono a galla, con le barche che ci portano in un viaggio verso il nulla, un viaggio pieno di incertezza ma anche di meraviglia”.

E allora ho ripensato a Dacia Maraini che il giorno del suo ottantesimo compleanno ha detto che la geografia della sua vita è fatta di amicizie. “Non credo ai legami di sangue, che spesso non significano nulla. L’amicizia è un sentimento grande, che prevede stima, fiducia assoluta. Tanto più quando si va avanti con gli anni”.
Quegli anni che non sempre corrispondono alla nostra carta d’identità!

Scorcio dell'installazione

Scorcio dell’installazione “Uncertain Journey” di Chiharu Shiota a Berlino, novembre 2016

#WeAreInPuglia? La discarica tossica di Giardinetto (2)

Non aggiungo parole al réportage che Giovanni Rinaldi ha pubblicato sul suo blog (oltre che Fb). Un disperato tentativo di smuovere chi ha responsabilità ad intervenire per avviare la bonifica o almeno la messa in sicurezza di questa fonte di veleni a cielo aperto.

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Località Giardinetto nei pressi di Troia, Foggia, Puglia, Italia.
Discarica abbandonata e non bonificata di rifiuti tossici e pericolosi provenienti da tutta Europa. A diciassette anni dal suo primo sequestro, dopo un primo processo annullato (2004) e un secondo chiuso con la prescrizione (2015), attende la bonifica, senza che sia stata effettuata nemmeno la sua messa in sicurezza. 250.000 tonnellate di rifiuti, residui di lavorazioni industriali contenenti metalli pesanti e pericolosi, in parte ammassati nelle bigbag ormai marcescenti nei depositi le cui coperture in amianto degradandosi si disperdono nell’aria, e nella massima parte tombati nel sottosuolo dei piazzali tutto intorno per una superficie complessiva di 70 ettari.
Reportage fotografico di Giovanni Rinaldi, realizzato nel dicembre 2016 (parte 2).

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La verità (dimenticata) di Giardinetto

Questa purtroppo non è la Puglia migliore. Stiamo parlando di una località nei pressi di Troia (Fg), una gran bella città! Ma… in località Giardinetto, ci sono veleni accumulati in ben 17 anni! E per ora c’è soltanto una voce, quella di mio fratello, che sul posto ha scattato molte foto da far paura: tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici provenienti da tutta l’Italia poi tombati, da ben 17 anni! È quindi una vecchia questione, che nemmeno la giustizia è riuscita a sanare. Chi denuncia le criticità del proprio territorio, a cui è attaccato e che vorrebbe più pulito e sostenibile, non viene visto di buon occhio.
Ecco l’intervista di un piccolo giornale di Fg, L’Attacco. Si attende con ansia il lavoro di altri gionalisti veri…

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Lo scempio di Troia

Denunce, processi, assoluzioni. Intanto in località Giardinetto, vicino Troia, un territorio avvelenato, non bonificato e nemmeno messo in sicurezza, sta minacciando da più di 15 anni… la salute di chi ci vive, chi coltiva campi circostanti e di chi consuma inconsapevolmente i prodotti di quella terra.
Ma nessuno vuole intervenire, meglio continuare a fare propaganda turistica alla Puglia migliore, nascondendo il marciume sotto il tappeto. Finché non scoppierà un nuovo scandalo, che per ora nessuno si sente di sollevare: ma della salute delle persone importa a qualcuno? In basso, l’articolo di Alessio Viola pubblicato dal Corriere del Mezzogiorno.

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Lo scempio di Troia, di A. Viola Articolo di Alessio Viola

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