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Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

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Oggi, una bella mattinata di terapia

Generalmente arrivo la mattina della mia terapia all’Istituto Oncologico quasi sempre con uno stato d’animo sospeso, perché non so mai bene come andrà, con quali persone mi troverò a condividere questi momenti di vita piuttosto delicati: infatti a volte ci si guarda e si rimane tutti in religioso silenzio, in compagnia dei propri pensieri o di una lettura, mentre in altri giorni c’è qualcuno/a che inizia a parlare, ma… non sempre è piacevole ascoltare ciò che dice.

Stamattina mi sentivo bene e sono arrivata in ospedale con uno spirito positivo, che non mi ha abbandonata (come spesso mi succede) nemmeno di fronte a persone che stavano visibilmente male. Poi dopo un po’ di attesa, mi hanno chiamata e mi sono sistemata sulla mia poltrona, dopo aver salutato tutte le donne presenti con un sorriso.

Lentamente, non so ad opera di chi, è partita una conversazione, ma io sono rimasta inizialmente in silenzio per capire quale piega stava prendendo il fiume di parole che da un lato all’altro della stanza s’incrociavano e si moltiplicavano.
Nell’aria però sentivo parole di coraggio, di forza e di speranza, qualche semplice consiglio che qualcuna delle pazienti stava dando ad una giovane mamma che si/ci chiedeva come si fa a non piangere davanti ai propri figli…

È stato allora che ho guardato il viso di ognuna di loro, persone molto diverse per età, abbigliamento e per atteggiamento, ma in ognuna di loro ho visto la bellezza di tutte noi! Noi che, pur toccate da un tumore, eravamo lì a curarci, con la consapevolezza di ciò che stavamo facendo e con un pensiero, esplicito e detto a voce chiara, a chi non ce l’ha fatta, a chi ha iniziato le cure e ha dovuto interromperle, a tutte quelle persone che non hanno fatto nemmeno in tempo a capire il terremoto che le avrebbe annientate. Io pensavo ovviamente anche a Gabriella, mia sorella, che non ha retto a una randellata così forte…

sala infusione
Ciononostante, è stata bella una mattinata di terapia, sembravamo un gruppo di auto-aiuto senza una leader, ma tutte tacitamente d’accordo ad esprimere con onestà i nostri vissuti e a dare forza con le parole e gli sguardi a questa giovane mamma che ci ascoltava, ci sorrideva e sembrava liberarsi delle sue paure: ascoltava me che da cinque anni mi curo con tutti gli alti e bassi, me che come le altre sono passata dalla terribile esperienza di veder cadere tutti i capelli con la gioia poi di vederli ricrescere più forti di prima, ascoltava un’altra occasionale compagna d’avventura che le raccontava del tatuaggio perfetto (praticamente invisibile) delle sue sopracciglia e di un’altra che le confessava l’emozione di aspettare un nipotino da sua figlia e questo le dava una forza immensa…

L’infermiera, giovanissima e brava, ci ascoltava continuando a fare il suo lavoro senza distrarsi e ogni tanto ci regalava uno sguardo, un cenno di assenso o un sorriso. Ammalarsi di cancro ti sconvolge la vita, ma può regalare momenti indimenticabili di gioia e di solidarietà non esibita, ti fa scoprire l’essenza delle persone che incontri e ti aiuta a capire veramente chi sei e quanto sei fortunata se non sei sola in questa sfida spesso impari!

Uomini e donne dai mille passi

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Camminano su e giù lungo le spiagge, carichi della loro merce, a volte si fermano a guardarti, ti fanno un saluto e non sempre si aspettano un cenno. Ma appena gli sorridi, eccoli lì sotto il tuo ombrellone, pronti a mostrarti uno dei loro oggetti, nugoli di cose che si portano dietro accatastate le une sulle altre.
Non s’immagina quanta roba sono capaci di tirar fuori da borse, borsoni, sacchetti e cappelli.

Io guardo continuamente i venditori di spiaggia, guardo i loro visi, le ciabatte o le scarpe che hanno ai piedi, come sono vestiti, il loro sudore, la bravura di chi si ferma gentilmente appena capisce che forse forse c’è qualcuno realmente interessato a comprare qualcosa, la loro capacità di contrattare il prezzo e mi piacerebbe conoscere le loro storie. Da dove vengono, da quanto tempo sono tra noi, che esperienze hanno accumulato, dove vivono in estate e in inverno, quanto riescono a racimolare con i loro mille passi, se mandano qualcosa alle famiglie lontane…
Mi chiedo se sono donne e uomini soli, se hanno il desiderio di una mano dolce, di una tenerezza o di un amore che li aspetta. Ora li guardo con un interesse ancora maggiore, ricordando la curiosità di mia sorella, che non se ne perdeva uno!
Con fare sornione si avvicinava appena uno/a di loro si fermava e con le mani dietro osservava tutto e tante volte chiamava me per farmi vedere qualcosa di carino.
Io sempre un po’ riluttante la raggiungevo per scoprire ciò che già sapevo: lei riusciva a scovare, in mezzo a tante cianfrusaglie, la cosa più carina, la guardava, ci pensava, chiedeva il mio parere ma io sapevo che aveva già deciso di prenderla. E non sbagliava mai!

Ora che non ci sei più, io più imbranata di prima, mi limito a fare la sociologa da strapazzo, li osservo e poi penso a te. E come faccio a non pensarti?

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28 giugno: un anniversario

Davanzale della finestra della camera-studio, gerani rossi che guardo oggi come ogni mattina. Quel loro colore accende di gioia l’inizio della mia giornata, perché mi comunica l’amore e l’attenzione del mio compagno di vita, anche attraverso le sfumature verdi delle piante e il colore dei fiori, che non mancano mai in casa e fuori.

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani...

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani in fiore!

Oggi però, ma in realtà anche ieri e gli altri giorni ancora, penso anche a te mamma e al racconto di tanti e tanti anni fa, che mi divertiva un mondo, anche perché mentre ne parlavi avevi il viso allegro dell’adolescente che gode nel fare qualcosa di proibito.

Mi raccontavi un episodio della tua vita nel collegio di via Galliera a Bologna (il collegio, un destino comune per noi due…).

BOLOGNA

BOLOGNA

Eri una ragazza vivace, allegra e piena di vita! E in primavera prendevi di nascosto i petali rossi dei gerani (… ma c’era un giardino? Non te l’ho mai chiesto) e ti coloravi le labbra, insomma ti mettevi il rossetto, no?
Come dimenticare quella tua espressione birichina e adorabile!, mentre  ricordavi questo episodio di ragazzina “monella”? Monella naturalmente secondo le suore che, quando ti scoprivano, ti riprendevano severamente e tu le imitavi, ripetendo le loro reprimende: “Bice, tu finirai molto male, se continui così…” dicevano. E il viso sornione e divertito di papà, che commentava: “Peggio di così, con quattro figli… “ e ridevamo tutti insieme!

Quei petali rossi, che guardo ora con occhi dolci e sorridenti, mi ricordano il fatto che ti è sempre piaciuto mettere il rossetto, anche quando tanti anni più tardi sei stata afferrata nel gorgo oscuro e doloroso di una malattia che non perdona, ma che di tanto in tanto ti lasciava un po’ di tregua. Allora infatti, quando sembrava che “risorgessi”, curavi di più il tuo corpo dal punto di vista estetico, ti truccavi un po’ e ti mettevi un bel rossetto!

Ce l’hai infatti anche in una foto che ho qui sulla mia scrivania, ripresa sul ballatoio interno di casa nostra nella breve pausa che ti concedevi durante il lavoro casalingo, mentre tra le mani hai una sigaretta e sulle labbra un sorriso appena accennato con un po’ di rossetto chiaro.

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Vi guardo insieme oggi 28 giugno, cari papà e mamma, giorno in cui vi festeggiavamo (con il sole o con le nuvole, con la gioia e il dolore) per ricordare l’anniversario del vostro matrimonio.
Avete trascorso davvero una vita insieme (vi conoscevate sin da piccoli), con grandi momenti di gioia ma superando montagne di ostacoli, sopravvivendo a lunghe fasi di sofferenza fisica ed interiore, vi siete amati intensamente e ricordo commossa quei bacetti che tu, mamma, lanciavi con la mano – immobile su una poltrona – verso papà, che ti guardava cercando di sorriderti, nonostante il dolore immenso che a tratti lo sommergeva…

cuore (1)Buon anniversario a voi che non ci siete più da sei anni, con un pensiero costante anche a Gabriella, che è via da un anno: ogni mattina appena sveglia è lei il mio primo pensiero, quello che poi mi accompagna in tanti momenti delle mie giornate, non sempre facili.
Ma oggi voglio far prevalere la gioia del rosso di questi gerani, con l’amore e gli affetti di cui sono circondata e che mi fa sentire, come cantano dolcemente i Radiodervish, il “centro del mundo”!

Intervista a un giovane libraio

Avevo bisogno di riposarmi un po’ oggi pomeriggio, ma mentre la mia poltrona rimaneva vuota ho iniziato a girovagare in rete, di blog in blog, cercando chissà cosa… e poi, potenza della serendipity, ho trovato questa bella intervista al giovane libraio Giuseppe Avigliano, raccolta da Annalisa De Stefano.
Non ho resistito a condividerla con chi passerà di qui…
Mentre la leggevo, pensavo al mio amore per i libri e alla difficoltà che sto incontrando in questa fase della vita e della mia malattia a prenderne in mano uno tra quelli che mi chiamano e mi aspettano. Ci sono infatti momenti in cui guardi le pagine scritte e la tua mente va altrove. Ma l’ho ribloggata anche pensando al sogno (di cui ho già parlato in un post precedente: vedi il link) di mia sorella Gabriella, che non è più con noi da poco più di un anno, di aprire una libreria  Aprire una libreria, il sogno di Gabriella

Rivista Fralerighe

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Da qualche tempo sta girando in rete una bellissima lettera aperta, scritta da un giovane libraio, alla fine di un’esperienza di lavoro nella piccola libreria di Eboli, dove ha lavorato per alcuni anni. Si può leggere al seguente link:

https://www.facebook.com/GiuseppeAvigliano2/posts/1771811179704829

Giuseppe Avigliano, così si chiama questo romantico libraio, ha una idea tutta sua della lettura e della capacità di aggregazione dei libri.
Non ho resistito e ho voluto conoscerlo meglio.

A.D. Giuseppe, allora, benvenuto su RIVISTA FRALERIGHE. La prima cosa che desidero chiederti è di raccontarmi come è nata la bella lettera che abbiamo visto circolare sui social. Ti aspettavi tanta attenzione?

G.A. Da pochi giorni avevo smesso di lavorare in libreria. Avevo la necessità di salutare tutte le persone che non avrei incontrato, in particolar modo quelle più timide, con le quali non avevo mai instaurato vere e proprie conversazioni. Un pomeriggio scrissi il post, lasciandomi andare a tutti i…

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Aprire una libreria, il sogno di Gabriella

insegna libreriaIl quotidiano di ieri mattina riportava la notizia di un nuovo corso di formazione per giovani librai della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri a Venezia. Leggevo l’articolo e pensavo a te, Gabriella. Quante volte ne hai parlato e ti sei informata dei loro corsi che avevi in mente di frequentare.

Perchè era questo il tuo sogno: aprire una tua libreria indipendente, stare in mezzo ai libri e avere il piacere non solo di conoscerli, ma di consigliarli.

Ti vedevi come una libraia appassionata e competente, aperta al futuro, ma senza dimenticare la bella atmosfera delle librerie di un tempo: un ambiente tranquillo e non troppo pieno di offerte, per non disorientare il cliente, un ambiente che favorisse il contatto umano e uno scambio tra libraio e lettore, che uscendo potesse sentire il desiderio di ritornare.

interno piccola libreria

 

Ricordi? Parlavamo delle vetrine, dei cataloghi (dei libri che non muoiono) e del mestiere del libraio, “fondamentale – dice Donato Carrisi, uno scrittore – perchè si prende la responsabilità e il rischio di consigliare al lettore una parte del mistero che avvolge ogni libro e su cui lo invita a investire il suo tempo.”

libri in bluGabriella era una vera lettrice, una lettrice forte che sognava di proporre ai suoi lettori-clienti i libri che amava e magari accettare da loro anche dei consigli di letture interessanti; criticavamo insieme le vetrine confuse di qualche libreria cittadina per l’accozzaglia di proposte disomogenee, libri messi lì a caso, alla rinfusa, un libro di cucina vicino ad un romanzo e a un libro di storia.
Ed io un giorno le raccontai le vetrine di alcune librerie parigine…

Mentre parlavamo tra noi di tutto questo, mi piaceva ascoltare le sue idee nuove per gli incontri in libreria; prendeva parte a molti di essi e mi diceva talvolta che erano stati noiosi, troppo seriosi e un po’ tristi, che gli interventi di alcuni presenti (spesso sempre gli stessi) erano un fiume di parole che metteva a tacere l’autore!
Come se la sua libreria esistesse già, si sforzava di pensare a nuovi modi per comunicare la bellezza o la profondità di un libro, l’interesse per la sua storia e per lo stile della scrittura.
comunità di lettoriPer formare una comunità di lettori, magari riuniti in rete da una mailing list (questa era una mia idea) a cui inviare periodicamente informazioni, suggerimenti, articoli e link interessanti.

Sapeva bene che il libraio oggi è un mestiere in continuo mutamento.
Ne parlava con me ammettendo di sentirsi inadeguata in campo tecnologico e voleva colmare questa carenza, tanto che aveva iniziato ad usare il Pc e a frequentare Facebook, anche perchè vedeva che molte realtà dialogano con i loro lettori per informarli delle iniziative attraverso i social network.

Era il suo progetto di vita, ma rimaneva con i piedi per terra, sapeva che se in Italia si legge poco, al Sud la situazione è a dir poco disastrosa e le sembrava una sfida troppo difficile da intraprendere da sola. Valutavamo le strade e i quartieri della nostra città, chiedendoci dove trovare il locale giusto per realizzare questo suo lungo sogno e in tanti momenti la vedevo scoraggiata.

chiusura libreria

 

Sai Gabriella, non avevi tutti i torti, poichè negli anni tante piccole librerie si sono chiuse, mentre avanza sia pur lentamente l’e-book e l’e-commerce.

Ma – e questo lo aggiungo io oggi che purtroppo lei non c’è più – i librai indipendenti più bravi ed appassionati al loro lavoro stanno esprimendo tutta la loro creatività per mantenere e possibilmente allargare il loro spazio e contrastare l’avanzata dei colossi mondiali.
Mi piace citare l’iniziativa recente di un gruppo di librerie indipendenti italiane che ha lanciato un nuovo hashtag, #altrocheamazon chiedendo di segnalare tutto ciò che i lettori possono trovare da loro (un sorriso, un consiglio, la competenza, gli incontri con gli autori…) e non nei negozi online, che cosa cioè le rende diverse e decisamente migliori.

Se tu fossi ancora qui, ti farei leggere ciò che ha raccontato Carrisi al termine del suo articolo: “Ho conosciuto a New York il libraio che tenne aperto il suo negozio nella sera dell’11 settembre. Era l’unico in quella notte orrenda, diffondeva musica di Mozart e dava caffè a chi lo volesse. Con quel gesto ha offerto un rifugio contro la paura e questo, in fondo, è quello che può accadere a chiunque quando apre un libro dopo una giornata triste, in cui magari è crollato un grattacielo personale”.

libreria

Con ogni addio impari

Ritrovando la forza di guardar fuori dalla finestra...

Ritrovando la forza di guardar fuori dalla finestra…

Impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.

E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.

E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto
non con il dolore di un bimbo.

Ed impari a costruire tutte le strade oggi
perché il terreno di domani è troppo incerto
per fare piani. Dopo un po’ impari che il sole scotta,
se ne prendi troppo.

Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima,
invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.
E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.

Jorge Luis Borges.

Una lettera a Gabriella del 29 luglio 2003

Giosetta Fioroni

Giosetta Fioroni

Il volto, lo sguardo disegnato da Giosetta Fioroni mi guarda ogni volta che accendo il computer, mi scruta dal desktop ed ora lo ritrovo tra le pagine del libro di Paola Pitagora… Semplice coincidenza?

Ho appena terminato la lettura di “Fiato d’artista” e – come sempre mi accade quando il libro mi è piaciuto, mi è entrato dentro – si è creato come un cerchio di silenzio intorno a me; ma in me le parole, i sensi e i significati, le immagini, le espressioni poetiche continuano a danzare, mi rimandano parti di me e … di te!

fiato d_artista

Sì, leggere un libro che tu hai scelto, che tu mi hai suggerito di leggere, è come abbozzare frammenti di dialogo, riuscire a “balbettare” con te attraverso le pagine del libro, scoprire qualcosa di noi due che non sappiamo ancora dirci.

Ogni buon libro è – per me – un viaggio; questo libro mi ha immerso in un mondo che – tra gli altri – avrebbe potuto essere anche il mio mondo.
Al termine della terza media la mia scelta era per il Liceo artistico, mi piaceva disegnare, io stessa mi meravigliavo a veder uscire dalla mie mani qualcosa che assomigliava alla materia informe che mi si agitava dentro, avevo avuto a Milano una delle poche insegnanti che aveva saputo aiutarmi a scoprire qualcosa di me, il desiderio di uno sguardo verso la realtà verso il mondo, per reinventarli, il gusto per la ricerca dei segni colori superfici e volumi che meglio potevano corrispondere a schizzare, modellare, rappresentare…

Ma la mia storia è stata presa per mano da qualcun altro e condotta da un’altra parte, forse non avevo la stoffa… così come è avvenuto anche quando desideravo immergermi nello studio della musica, mi era sembrata una buona strada per arrivare alla stessa meta con un linguaggio diverso, la musica la sentivo dentro, così come i colori, i segni che osservavo intorno a me… ma la storia di allora la conosci un po’, anche se gli anni del collegio vissuti “insieme” (?), in quella maniera, ci hanno segnato senza unirci.

“L’altra sera, per le difficoltà della vita, ho messo la testa nelle mie mani. Improvvisamente è diventata una stella: il cosmo ha ridotto le sue dimensioni per starmi vicino (…) la mia testa è diventata astro fra gli astri, stella fra le stelle, (…) ho smesso di soffrire”. (pag. 123)

Riemergo dal silenzio e ti ringrazio, leggere questo piccolo libro blu è stata una bella esperienza, sono andata avanti e indietro, ho letto e riletto alcuni punti, talvolta li ho mischiati insieme, mi è piaciuta l’immagine di Penelope che “impara il mondo nella tela che crea, e poi disfa…”.
Imparare a disfare ciò che si sta costruendo.

E’ quello che vorrei provare a fare col mio lavoro, ripensarlo dalle fondamenta, è un’impresa bella e dolorosa insieme (“la scommessa è far corrispondere le radici all’orizzonte”). Ma provare non mi dispiace.

Ciao e … al prossimo libro!

Cara Gabriella, sei nei miei occhi…

Come tradurre il dolore enorme per la tua morte, Gabriella, sorella mia?
Sei nei miei occhi, sento le tue parole, vedo la tua immensa tristezza per essere stata colpita – anche tu come me – da un tumore che ti ha portata via in un baleno. Insieme alla tua voglia di vivere, di uscire e di girare per le strade guardando le vetrine, insieme alla tua consuetudine di entrare in libreria e parlare poi anche con me di libri e di poesia.

Con quanta curiosità guardavi le belle vetrine!

Con quanta curiosità guardavi le belle vetrine!

Ricordo il messaggio su WhatsApp in cui ti parlavo dell’ ultimo libro che mi hai regalato, La nostalgia felice, letto quasi tutto durante la chemio e che mi ha aiutata a riprendere a leggere (la malattia fa anche questi scherzi, ti fa mulinare la mente senza farti capire una parola di quelle righe scritte… e anche a te è successo!).

la-nostalgia-felice-amelie-nothomb

Sulla mia scrivania c’è ancora l’ultimo libro “Il giudizio del poeta – Immaginazione letteraria e vita civile”, prestato l’11 marzo scorso e da te sottolineato in più punti (ora riesco a leggere solo quelli), e forse solo ora capisco qual era il senso profondo del tuo amore per la letteratura.

Qui l’autrice, Martha C. Nussbaum, esplora l’idea di un’etica della letteratura fondata sul suo carattere di conoscenza tipicamente affettiva, empatica e identificativa: il lettore di un romanzo entra infatti nei panni dei diversi personaggi, ne condivide le esperienze e impara a conoscere dall’interno i loro sentimenti e le loro idee e questa sua abitudine ad immedesimarsi negli altri non può che aumentare la sua tolleranza e la sua comprensione nella vita quotidiana, rendendolo meno dogmatico e più democratico, com’eri tu.

libro Gabry

Presentando ogni personaggio nella sua individualità, il romanzo aiuta ad eliminare quegli stereotipi che spesso condizionano l’opinione diffusa, in cui di frequente una singola persona, con la sua storia e la sua specificità, viene ricondotta a una categoria generale (ad es. gli immigrati).
La letteratura, per la ricchezza e la specificità delle conoscenze umane che trasmette, si oppone di fatto a queste semplificazioni descrittive, che in genere preludono all’esclusione, all’emarginazione e alla violenza.
E’ di questo che si è nutrito il tuo spirito libero, non giudicante.

Cara Gabriella, ti rivedo con i tuoi libri (una selezione mai banale) e ripenso ai discorsi che facevamo quasi sempre in perfetta sintonia.
Tu sei stata un mix ben riuscito di profondità e leggerezza, di informalità ed eleganza, ironica e dolce, capace di regalare agli altri la migliore immagine di te, nascondendo ben bene ciò che ti angustiava.

Milano, 23 novembre 2013 Immersa nei tuoi cari libri...

Milano, 23 novembre 2013
Immersa nei tuoi cari libri…

Ti sei circondata di cose belle e ho nella mente il tuo occhio infallibile che mi scrutava con affetto e severità insieme, quando vedevi che mi lasciavo andare e mi vestivo sempre con la stessa ‘divisa’… Ora proverò a guardarmi con i tuoi occhi, che sapevano scovare una bella camicia o una sciarpetta carina anche in mezzo ad un mucchio di stracci.
Non hai avuto una vita facile, ciò nonostante sei stata la mia sorellina allegra, vivace e stimolante, amante della compagnia e ti ho perduta proprio quando – dopo anni di lontananza e di separazione – ci eravamo ritrovate!