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Di libri e di film, quelli che non voglio dimenticare!

“Come un respiro interrotto”

Ci sono periodi della vita in cui un buon  libro ha il potere di staccarti da un corpo sofferente e di farti vivere momenti di benessere. E di questo sei grata a chi l’ha scritto!

“Come un respiro interrotto” è uno di questi libri, che mi ha colpito immediatamente non solo per il titolo poetico, ma anche perché non è il primo romanzo che leggo di Fabio Stassi, un autore che mi ha catturato con la qualità della sua scrittura, con lo stile delle parole e delle metafore mai banali, con  il suo modo di di scolpire i personaggi e di raccontare la vita, la gioia e il dolore, la solitudine e l’amicizia, il passato e il presente che si mescolano continuamente.

 

Raccontare la trama non aiuta a cogliere il valore di questo libro incantevole; a me poi è bastato iniziare a leggere l’incipit, come mi è già successo con un altro romanzo dello stesso autore, per essere immediatamente presa:
“Chi ti aveva sentita cantare diceva che davi a tutti la stessa sensazione: di mettere un piede nel vuoto. Una nota eri terra, e quella dopo spaesamento”.
Si parla di Sole, Soledad, un’artista, una bambina silenziosa, una ragazza che fa emozionare ed innamorare chiunque la incontri, una donna che ha molto vissuto e agli occhi del mondo una cantante, dalla voce magnifica.

La storia inizia negli anni Settanta e procede nel tempo attraverso i decenni, in un percorso che dura una vita e ruota intorno a lei e alla sua famiglia di migranti, tre nonni, due zii, un fratello e i genitori, ognuno con origini diverse, che si ritrovano casualmente prima a Palermo e poi tutti insieme in un quartiere di Roma, in una casa simile a “un alveare pieno di lingue”, “…un sanguemisto di parole che venivano da luoghi immaginari, Montevideo, Cartagine, l’Albania, si mischiava all’inglese storpio degli emigranti, allo spagnolo dei tanghi di Carlos Gardel, alla melodiosa inflessione portoghese. Un’Amazzonia misteriosa di suoni e nomi”.

Con lei viviamo la storia di Matteo, un ragazzo di grande talento musicale, il contrabbassista e l’amico più caro di Sole, dotato del dono raro di possedere l’orecchio assoluto. Il romanzo si apre con la sua immagine, quella di un ragazzo che insoddisfatto, stanco e deluso dal mondo che “ha troppe stonature” sta meditando il suicidio, dopo aver suonato un ultimo pezzo con suo fratello; ma sarà proprio mentre suona con il suo contrabbasso “la rivolta dei suoi vent’anni” che Sole inizia a cantare e con la sua voce unica e incredibile gli salva la vita.

La storia attraversa gli anni della lotta politica, quella di un movimento che ha infiammato e travolto un’intera generazione, i compagni e gli amici coetanei di Sole, dal periodo degli attacchi terroristici seguiti dagli anni delle comunità, quelle in cui è bandita ogni droga, anche leggera, dove Sole va a cantare accompagnata sempre da Matteo e dal suo inseparabile contrabbasso.
Ma anche questa esperienza s’interrompe, quando Sole deve occuparsi dei suoi genitori gravemente ammalati e Matteo è ormai lontano, anche se la passione per la musica li unisce al di là dello spazio e del tempo che passa.
Sono pagine tenere e poetiche, piene di amore.

Il romanzo narra quasi come un diario la storia semplice di due ragazzi, ma anche quella di un’intera generazione che per un momento ha la convinzione di poter fare qualsiasi cosa, anche quella di riuscire a cambiare il mondo con il proprio talento, la rabbia e la passione: Sole ormai donna canta anno dopo anno, accompagna e interpreta i cambiamenti sociali, quella della sua vita e quella dei tanti che ormai hanno smesso da tempo di far sentire la propria voce.

Mi sono letteralmente innamorata della prosa e del linguaggio di questo scrittore di origini arbëreshë della Sicilia, che vive a Viterbo e lavora a Roma e scrive le sue opere viaggiando in treno fra Viterbo, Orte e Roma. Mi piace il suo modo di farti entrare nelle storie che racconta, di come riesce a farti amare e sentire veri, vivi e vicini i suoi personaggi, che vorresti continuare a seguire anche quando sei purtroppo arrivata all’ultima pagina e trattieni il libro tra le mani perché non vorresti lasciarlo. Infatti ripercorro le pagine, dall’ultima alla prima, rileggendo qui e là, dove ho sottolineato o evidenziato i frammenti che mi hanno colpito, soprattutto per la cura e l’uso sapiente delle parole.

Le parole che secondo Fabio Stassi “sono la cosa più importante che abbiamo. Le parole ci salvano, come sostiene Eugenio Borgna che ha dedicato a questo tema dei libri molto belli. Ma le parole si ammalano anche: prendercene cura è il nostro compito.
(Esse) … vanno alla ricerca di un senso, di coincidenze.
Sono come le farfalle, con il loro impasto di fragilità, bellezza e solitudine. Se al linguaggio togliamo questa tensione verso il significato, consacrati alla divinità della comunicazione, come siamo, ho paura che finiremo per perdere quello che mi piace chiamare lo sguardo simbolico. Se si perde questo sguardo, cioè lo sguardo dei poeti, non sapremo più leggere il mondo e di conseguenza tutto quello che ci capita. E questo è pericoloso, perché così si lascia ad altri l’opportunità di attribuire i significati dei segni e di semplificare”.

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Finalmente sono ritornata a cinema!

Amo il cinema e mi piace andarci,  uscire da casa e immergermi nel buio della sala per entrare nella storia. Finalmente dopo tanti mesi di arresti domiciliari (per motivi di salute, non fraintendetemi…), ho rotto il ghiaccio! Una rapida occhiata alla programmazione che da tempo non guardavo quasi più ed ecco un film che desidero vedere: è Il grande spirito, di Sergio Rubini, che qui recita anche come co-protagonista con Rocco Papaleo.
Si tratta di un racconto un po’ neorealista un po’ magico, a tratti è anche una commedia, una specie di western urbano surreale, ambientato nella periferia di Taranto, tra gli stretti vicoli che portano al mare.

Sergio Rubini – Tonino, il Barboncino – Immagine tratta dal film

La trama è piuttosto semplice: un ladruncolo fallito e piuttosto malconcio,  Tonino, detto “Il Barboncino”, mentre partecipa ad una rapina, relegato dai suoi complici a fare il palo per un vecchio errore, approfitta della loro distrazione per rubare l’intero bottino e fuggire affannosamente sui tetti.
Lo vediamo scappare salendo e sgusciando sui grigi tetti della città, su su fino a ritrovarsi su un terrazzo dove improvvisamente gli appare un uomo, che dice di essere “Cervo Nero”: ha una bandana rossa sulla fronte e una piuma d’uccello dietro l’orecchio. Lui infatti si ritiene un indiano Sioux in lotta contro i bianchi, gli “yankee” dice lui, uno che sogna ad occhi aperti di andarsene lontano, in Canada, dove un tempo c’erano i bisonti che ora non ci sono più…

Rocco Papaleo – Cervo nero – Immagine tratta dal film

Lo stralunato personaggio è Renato, che vive da solo in un abbaino fatiscente, un lavatoio arredato come un appartamento, un povero matto, anzi un “minorato” come lo chiama con disprezzo Tonino, che però si rivelerà presto la sua ancora di salvezza, poiché nella fuga si è ferito ad una gamba, cadendo dall’alto di un cantiere. I due reietti, costretti a convivere e ad aiutarsi, diventano pian piano l’uno l’uomo del destino dell’altro, scoprendo un’intesa e affinità impensate tra loro e alla fine diventando quasi amici.

Tonino è Sergio Rubini, protagonista e regista di questa favola, con un grande Rocco Papaleo, un credibile Cervo Nero, che alterna momenti ieratici di contemplazione a scene in cui lo vediamo muoversi su e giù attraverso i piani del condominio come un folletto: scende e poi risale, si arrampica fino al “suo” terrazzo, dove finalmente trova un po’ di pace guardando il cielo e l’orizzonte, in compagnia di un gabbiano e delle nuvole.

La macchina da presa indugia sui miseri particolari della quotidianità, va a frugare negli angoli più bui  e nascosti, ci porta in giro a scoprire i quartieri di Taranto, spazia da un tetto ad una terrazza, ci presenta una città verticale dove si svolge quasi tutta la parabola di Tonino e Renato, mentre sullo sfondo quasi sempre scuro il paesaggio appare dominato dai fumi emessi dalle ciminiere dell’Illva, la fabbrica che diffonde nell’aria i suoi veleni minacciosi: vediamo immagini fortemente simboliche mescolate alle fiamme di un fuoco “sacro” acceso da Cervo Nero.

Solo sui tetti i due si sentono al sicuro, soprattutto Tonino, l’infame, con i complici sempre alle calcagna che gli danno la caccia senza tregua, per riprendersi il denaro rubato e ucciderlo, ma anche Renato che gli salverà la vita, scoccando una freccia che colpirà alle spalle uno dei criminali inseguitori, che era riuscito finalmente a trovarlo.

TARANTO e i fumi della fabbrica – Immagini del film

L’incontro e l’umanità di questi due uomini soli, feriti dentro e fuori, mi ha coinvolto fin dall’inizio, mentre ascoltavo sorridendo il dialetto di Tonino, poi via via presa da una leggera vena di malinconia fino a momenti di una commozione intensa e a tratti amara, tra scene in altezza da cui si assiste alle incursioni della malavita laggiù, tra le strade della città, terra di conquista per bande in lotta tra di loro. Un film in cui si mescolano poesia, follia, il genio e la tenerezza, in bilico tra sogno e realtà, dalla parte degli ultimi, di questi due perdenti protagonisti di un cammino che tra rabbia e speranza va dal basso verso l’alto, accompagnato dalla bellezza della colonna sonora, le splendide musiche di Ludovico Einaudi.

Nota a margine:
Parlavo del film con Silvia, una mia carissima amica (ed anche ex-alunna). Aveva appena dedicato alla città queste sue impressioni, che mi fa piacere riportare qui. 

Le luci di Taranto

di Silvia Rizzello

La luce di Taranto
è così sfrontata e bella
che acceca nel suo buio,
in quel dolore
complessivo e personale di molti
che straripa gli argini
del mar Piccolo
e si getta
nell’immensità del Grande.

La luce di Taranto
è il brusio del Fadini,
della frutta fresca e colorata
che non contempla
i veleni dell’Illva,
eppure sono lì in cassetta…

La luce di Taranto
che tanto acceca
sino a sera
è i circoli e la Raffo
la sua gente girare
i buoni cornetti
e tutto il gustare,

i nuovi turisti
con l’arrivo delle crociere
e il tempo che fu
oggi scortese.

Ma la luce di Taranto
ora propone un’altra Storia
conforta tutto il dolore
che non ha più candore.
E ad ogni passo
che a qualcuno lo avvicina
c’è chi indietreggia
spostandosi di lato,
andando sul ponte
e correndo verso
un più promettente orizzonte.

Mercoledì 22 maggio 2019

“Avvolgi la tua lingua tra stoffe di seta…”


Ho tra le mani un piccolo libro La crudeltà ci colse di sorpresa – Poesie dal Kurdistan, un piccolo gioiello poetico, pubblicato lo scorso anno dalle Edizioni dell’Asino, una testarda casa editrice controcorrente.

I versi sono della poetessa curda Choman Hardi che ci racconta il dramma del suo popolo, la ricerca di una patria, di una famiglia scomparsa, tra mille persecuzioni. “E lo fa con una voce femminile che è forte, disperata e solitaria come le montagne del loro altipiano”.

 

Domani è di nuovo l’8 marzo e io scelgo la voce di una donna che “intreccia nei suoi versi memoria personale e storia collettiva, diventando cronista di distruzione e restituendo a un popolo cancellato la voce poetica di una lunga tradizione”.

È una testimonianza poetica in una lingua proibita, come ricorda Hevi Dilara nella sua palpitante nota in fondo al volume:
“poiché era vietato tramandare la storia del popolo curdo, la poesia si è appropriata di un ruolo fondamentale. Nel corso dell’ultimo secolo, infatti, la poesia d’autore curda è diventata, da genere elitario qual era, uno strumento per rivelare gli obiettivi, i dolori e la gioia di un popolo smembrato, ed è giunta a tutti trasformandosi in una potente arma indigena nella lotta per l’autodeterminazione, la libertà e la democrazia”.

 

Prima di partire

“Avvolgi la tua lingua tra stoffe di seta
ogni parola separata dall’altra
per non farle scontrare, graffiare.
Non dimenticare le parole che non usi mai,
col passare degli anni i dettagli svaniscono
e potrai averne bisogno.

Riempi una valigia
con le tue montagne assetate
prospereranno in quella pioggia.
Raccogli le voci del tuo quartiere
in un carillon, ben chiuso
per il lungo viaggio.
Prendi con te i dibattiti degli intellettuali,
le loro dispute appassionate, i libri pieni
delle loro discussioni.

Portati il calore di tua madre nella pelle,
il suo odore nelle sue vesti.

Donne combattenti kurde

Tuo padre sarà sempre con te
ogni passo che fai,
ogni decisione che prendi, o che non prendi.
I pianti delle vedove, i bambini
abortiti, e il cancro strisciante resteranno
nei tuoi sogni, non ne sentirai la mancanza.

Trascinati dietro le tue scuole mentre vai,
le panche imploranti,
le lezioni di lacrime.”

(Fotografie tratte dal web)

Sul sito de L’INDICE onlineF. Cavagnoli, scrittrice e traduttrice, ci ricorda che “senza la poesia nulla ricorderemmo di quanto accadde tra il 23 febbraio e il 6 settembre 1988 ad Anfal, quando l’Iraq diede inizio al genocidio contro sei regioni del Kurdistan rurale e l’esercito iracheno rovesciò su 281 insediamenti gas tossici che all’inizio odoravano di mele dolci.
Più di 2000 villaggi vennero distrutti, 182.000 civili persero la vita e finirono nelle fosse comuni, mentre un numero ancora più alto di persone fuggì.
Cosa è rimasto di tutti loro?
“Pettini, / rosari, specchi, carte d’identità, in un mucchio, a inzupparsi di pioggia”.

Bambini kurdi nei territori liberati

 

“Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso?”

Sempre più spesso mi capita di vivere una giornata difficile, vuota e quasi inutile, una di quelle che vorremmo cancellare, in cui mi sembra di non aver vissuto.  Avviene quasi sempre subito dopo un giorno vissuto bene, piena di energia, di incontri e di protagonismo sulla piccola scena del mio mondo circoscritto.

Poi il flop! Come un palloncino che si sgonfia, perdendo progressivamente tutta l’aria che lo rendeva bello e forte, pronto a volare sempre più in alto fino a scomparire.
Faccio ancora molta fatica ad accettare giornate come queste, nonostante ormai tutta la mia vita sia ormai un continuo saliscendi, come una montagna russa… e allora per non “perdere il senso” e non farmi trascinare dai pensieri, vado in cerca delle parole. A volte non le trovo e solo la notte mette fine alla sequenza lenta di queste ore, ma anche oggi come già un’altra volta è Christian Bobin che mi viene in soccorso e riesce a placare questa insoddisfazione che mi prende quando arriva la sera…


Io mi fermo qui e cedo il posto alle sue parole, trovate in un altro dei suoi bei libri, intitolato non a caso “Elogio del nulla”. Sono parole che mi aiutano a capire e che riescono a riempire in qualche modo il silenzio che ha avvolto queste mie ore.

“Cosa dà senso alla mia vita? Nulla […].
Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso? Per salvarli?
Ma [la vita] non ne ha bisogno. Non c’è perdita nelle nostre vite, perché le nostre vite sono perdute da sempre, perché continuano a svanire momento dopo momento. Nella sua lettera una parola mi infastidisce. La parola «senso». Mi permetta di cancellarla.
Guardi cosa diventa la sua domanda, come si presenta bene adesso. Aerea, agile: «Cosa le dà la vita». Stavolta la risposta è facile: tutto. Tutto ciò che non è me e mi illumina. Tutto ciò che ignoro e che aspetto. L’attesa è un fiore semplice. Germoglia sui bordi del tempo.


È un fiore povero che guarisce tutti i mali.
Il tempo dell’attesa è un tempo di liberazione. Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare, per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno.
Lo avrà senza dubbio notato: la nostra attesa – di un amore, di una primavera, di un riposo – viene sempre soddisfatta di sorpresa. Come se quello che speravamo fosse sempre insperato. Come se la vera formula dell’attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l’imprevedibile. Non aspettare niente, se non l’inatteso.

Questo sapere mi viene da lontano. […] Mi viene dall’unico maestro che io abbia avuto: un albero. Tutti gli alberi nella sera trepida. Mi ammaestrano con il loro modo di accogliere ogni istante come una buona ventura.


L’amarezza di una pioggia, la follia di un sole: tutto è nutrimento per loro. Non hanno preoccupazione di nulla, e soprattutto di un senso. Attendono, di un’attesa radiosa e tremula. Infinita. […] Un albero che risplende di verde. Un viso inondato dalla luce. Questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede. Smarrirsi nei libri, o nei boschi. La natura sommerge i libri. L’erba ricopre il pensiero. Il verde assorbe l’inchiostro. […]

L’arte di camminare è un’arte contemplativa. All’inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa. Non si è più una traversata luminosa del paesaggio. Si è soltanto, se stessi, una farfalla morta, polverizzata dal vento.
Non si lotta più con l’aria, con il vuoto dell’aria, con gli angeli nel vuoto. […] Si è nelle migliori mani che ci siano, quelle del vento, del nulla innocente di ogni giorno. Portati via, abbandonati, ripresi. Che altro?
Il lavoro: nulla. Il pensiero: è niente. Il mondo: è niente. La scrittura che è lavoro, pensiero, mondo: niente.


Resta l’amore che ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla. […] L’amore non revoca la solitudine. La porta a compimento. Le apre tutto lo spazio per bruciare. L’amore è niente più che questo bruciare, come bruciare al calor bianco. […] Una luce nel respiro. Niente di più. E tuttavia mi sembra che una vita intera sarebbe leggera, affacciata su questo nulla.
Leggera, limpida: l’amore non oscura ciò che ama. Non l’oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo. Lo lascia andare e venire. […] Elogio del poco, lode del debole. […] L’amore […] si accompagna alla gioia. La gioia è una scala di luce nel nostro cuore. Porta ben più in alto di noi, ben più in alto di sé: là dove non c’è più niente da afferrare, se non l’inafferrabile”.

La voce dei colori e il mio viaggio nella vita…

Ecco una delle pagine di un libro stupefacente…

Il regalo di un’amica di vecchia data, una di quelle persone che c’è sempre, anche quando è lontana migliaia di chilometri. Sa dimostrare il suo affetto in tanti modi diversi: intanto con la sua presenza appena può, poi con un pensierino piccolo ma di quelli che puoi guardare ogni giorno e pensare a lei, come una calamita da mettere sulla porta del frigo, e potrei continuare con i messaggi brevissimi ma intensi che mi arrivano sul cellulare.
Ecco la copertina del libro:

La copertina è tutto un programma…

Pochi giorni fa è venuta a trovarmi e mi ha portato questo libro che sembra per ragazzi, ma che in realtà è per tutti. Già il titolo “La voce dei colori” mi ha colpito, perché – grazie ad un’altra cara e dolcissima amica – ho riscoperto tardivamente il gusto di colorare e di dipingere con gli acquerelli, un’attività che mi piaceva da ragazzina quand’ero alle medie e che poi ho abbandonato, presa da ben altro tipo di studi.

Un mio acquerello dipinto dopo un incontro di musicoterapia all’Istituto Tumori di Bari

Ora riesco a dimenticare in alcune ore preziose la mia malattia, che spero almeno diventi cronica, quando coloro e dipingo, quando faccio musicoterapia di gruppo, se ascolto la musica che amo o leggo un libro che riesce a distaccarmi dal mio mondo.

Bene, “La voce dei colori” di Jimmy Liao è uno di quei libri in cui mi sono lentamente immersa, presa dalle immagini e dal contrappunto delle brevi frasi del racconto, un libro così bello che è riuscito a provocarmi quello stupore che provavo da bambina di fronte a qualcosa di inaspettato!


Dedicato ai “poeti”, non racconterò molto della trama, solo pochi accenni, perché preferisco che parlino alcune immagini estrapolate dal libro, in cui si racconta del percorso di una ragazzina che, in seguito alla perdita della vista, comincia un viaggio reale ed immaginario insieme. Con un paio di occhiali e un bastone.


La metropolitana sempre affollata di una città la porta in giro tra stazioni e cunicoli, dove scopre mondi fantastici e irreali, quasi archetipici: cammina e cammina, pensa riflette e sogna, immagina di volare o di prendere il sole sul dorso di una balena ricordando le forme delle nuvole.


Immagina di trovare conforto a cavallo di un cigno su un lago misterioso, attraversa il buio e la solitudine, perdendosi e ritrovandosi, si confonde ma riprende il suo viaggio in cerca di un po’ di compagnia e di speranza.

Riesce a “vedere” la bellezza della città, talvolta piangendo sotto la pioggia, arrivando a scoprire mondi colorati, ricchi di emozioni che riescono ad illuminare la sua esistenza. A tratti si sente disorientata come in un labirinto… ma poi riesce sempre a trovare una via d’uscita!

“In realtà, dice ad un tratto, non voglio andare in nessun posto, ma poi si chiede: ci sarà qualcuno che mi starà aspettando? qualcuno che reggerà l’ombrello per me, stringerà forte la mia mano, mi indicherà la direzione delle stelle, mi accompagnerà lungo la strada? A volte, ho la sensazione di aver raggiunto i confini del mondo”.


Non continuo, perché poi cambia umore, ridiventa allegra, canta e balla, leggera e piena di colori come una farfalla… così come mi sento anch’io in questo viaggio dal buio verso la luce!


“Sogno da sempre – continua la bambina senza nome – di allevare un piccolo pesce che sappia parlare per nuotare insieme nelle profondità del mare  e sussurrarci i nostri segreti”.
Ma forse è meglio sederci…

Le parole colorate di Frida!

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Una vita segnata dal dolore, dalla passione e dall’amore.

Dal dolore per la poliomielite fin da piccola e per un incidente stradale a 18 anni che la rende parzialmente invalida.
Dalla passione giovanile per Alejandro Gomez Arias al lacerante rapporto con Diego Rivera, il grande artista a cui dedicò tante lettere e una poesia struggente, fino ad altri amori e amicizie, vissuti sempre con disperata tenerezza.
Dall’amore tenace e visionario per la pittura e per la politica.

Sofferenza e gioia di vivere, vita e arte, tragedie e sogni si mescolano continuamente, soprattutto nelle sue “Lettere appassionate” (Cartas apasionadas), raccolte per la prima volta organicamente da Abscondita, un autoritratto vero e autentico come quelli in cui “Frida si dipingeva sulla carrozzella accanto al cavalletto, mentre intingeva il pennello non nella tavolozza, ma nel suo cuore”.
Le leggo di tanto in tanto, perché mi piacciono (attraverso anch’io momento di gioia intensa e di dolore e sofferenza) e poi… mi fanno compagnia sulla mia scrivania.

Sono il dono di una cara e dolcissima amica, una donna un po’ speciale, che mi ha regalato questo bel libro nel dicembre 2015 con una dedica affettuosa che mi piace rileggere spesso:
“… le parole colorate di Frida per dire la luce, l’ombra, il dolore, la terra, l’amore… la vita”.

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A Silvia Rizzello, autrice di “Riso FuoriSede”, una favola agrodolce

Questo mio post è dedicato a Silvia Rizzello, donna straordinaria e aperta al mondo, ricca di interessi e avida di conoscere la vita vera di tutti, donne e uomini, grandi e piccini delle diverse comunità ed etnie. E’ una globetrotter per professione e passione (con la valigia sempre pronta…), una giornalista freelance e mediatrice interculturale, una di quelle però che sanno ascoltare, più che parlare…

Ha pubblicato un libro che mi è piaciuto tanto davvero!  E non potevo quindi non parlarne qui su questo spazio, che mi è molto caro.

Riso Fuori Sede

 

La sua opera prima, Favola agrodolce di Riso FuoriSede, racconta le storie di tante persone (non solo personaggi) ed è un libro pieno di vite, di costumi, tradizioni e lingue che s’incontrano, regalandoci improvvisi e inaspettati bagliori poetici.

Casa Lilou è il cuore del racconto, un porto di mare, un piacevole luogo di ritrovo di amici e di studenti fuorisede, italiani e stranieri, è una casa con giardino al piano terra nel colorato caos del quartiere Madonnella di Bari.
Leggendo tra le righe di questo piccolo grande libro, mi sembra di esserci passata anch’io da Lilou Martin, giovane donna ivoriana che accoglie tutti con quel suo viso “color cappuccino” e il suo corpo saggio e navigato, una delle protagoniste di questa dolce e ironica favola agrodolce.

Lingue che s'incrociano...

Lingue che s’incrociano…

Silvia Rizzello ha rivelato e cucito (finalmente!) le mille storie ascoltate e vissute, da lei raccolte e archiviate da un po’ di anni, mischiando “profili, identità, bozze, bellezze e disagi”, trame e personaggi che ha saputo ricomporre in un puzzle armonico, pubblicato da Kurumuny, una piccola casa editrice salentina.

Qui si racconta la Bari degli anni ’90, città di transito e frontiera, quella in cui all’improvviso sbarcarono nel porto della città i primi ventimila albanesi, dando origine – come ci dice l’autrice stessa – ad “una nuova era: l’emergenza di arrivi disperati”.

La nave dolce: la Vlora che arriva nel porto di Bari con il suo carico di umanità dolente.

La nave dolce: la Vlora che arriva nel porto di Bari con il suo carico di umanità dolente.

E’ un libro che ho letto quasi d’un fiato e poi non ho saputo distaccarmene, come talvolta mi accade quando in esso c’è qualcosa che mi attira come una calamita. Ora è ancora sulla mia scrivania, lo riapro spesso e rileggo tanti punti, continuando a seguire con passione la storia di Lilou, questa donna bizzarra e imprevedibile, che alla fine degli anni Ottanta lasciò Man, la sua città natale, per un amore poi finito, portandosi dietro il mal d’Africa e la propria identità, quel quid unico che connota ogni angolo della sua casa, dove gli studenti passano per darle un saluto o si fermano per gustare un riz gras, dove le amiche le lasciano i figli e dove si ferma spesso anche Priscilla Verieri, un altro personaggio che mi ha affascinato, un’adolescente barese che incontra casualmente al Policlinico Lilou l’ivoriana, che col passare dei mesi diventa “l’amica che per prima le trasmette il gusto delle differenze”.

Mi sono fermata più volte ad immaginare la scena ben descritta da Silvia Rizzello nelle pagine in cui si compie il lungo rituale delle treccine: vedo la cara Lilou, la schiena piegata (e dolorante) e la testa china, che intreccia dalle quattro alle dieci ore al giorno i capelli dell’amica Priscilla, seduta per terra a gambe incrociate. E intanto Lilou intreccia e racconta…

araboRacconta le storie della sua terra e quella dei tanti studenti fuorisede, “giovani donne e uomini di varie sponde del Mediterraneo, dell’Africa nera, e un paio d’oltreoceano”, storie miscelate tra loro e modellate con maestria.
Priscilla, la bella ragazza dagli occhi verdi, le ascolta aggrovigliando trame e colori di queste vite e intanto immagina, come faccio anch’io da lettrice, “luoghi, abitudini e costumi lontani”.  Sta bene in quella casa dove assaggia cibi per lei sconosciuti e respira quell’atmosfera conviviale, in cui le bontà culinarie della ex-cuoca della Casa dello Studente sono sempre condite – nonostante i problemi quotidiani – di allegria, di dialetti lingue e culture che s’incrociano, s’incontrano e si scontrano.

Così era un tempo l'ingresso della Casa dello Studente, quella che io ricordo vivamente!

Così era un tempo l’ingresso della Casa dello Studente, quella che io ricordo vivamente!

E’ un libro profondo che si legge con leggerezza, scritto con uno stile innovativo: Silvia Rizzello rende ben evidente infatti anche nella scrittura questa mescolanza di persone e di lingue, quelle dei tanti che affollano casa Lilou, il francese che amo, lo spagnolo che sembra una musica, la lingua araba con i suoi segni affascinanti, il greco che canta canzoni d’amore e di nostalgia. Ma ci passano anche tanti e tanti altri amici, albanesi, algerini e marocchini, che si ritroveranno poi tutti insieme dopo anni al funerale di Thérèse (Manlé il suo vero nome), la mamma di Lilou che ora, a 39 anni, gestisce una nuova attività, ma soffre spesso per i capricci della sua salute e per l’acuta nostalgia di Mendeba, la sorellina lontana come il fratello Kawuman.

“Un funerale ivoriano in una chiesa cattolica del sud Italia”, dove non manca Priscilla, arrivata ai trent’anni, che in una chiesa strapiena di gente riconosce gli amici di un tempo e i vecchi studenti fuorisede, ormai adulti e padri con i propri bimbi al seguito.
Ma Lilou e Priscilla non si erano mai perse di vista (e come potevano?), nonostante le diverse strade intraprese. La ragazza infatti dopo aver tentato di seguire le orme dei genitori, la laurea in giurisprudenza, il praticantato e l’abilitazione per diventare avvocato, un giorno all’improvviso butta tutto questo per aria. Vuole rivoluzionare completamente la sua vita!

Ed ecco riemergere come dal nulla le sue doti artistiche, le giornate passate a casa Lilou e le persone conosciute lì con le loro storie intense e difficili, che le avevano lasciato in eredità tante domande ancora in sospeso.
Priscilla abbandona il mondo del diritto e delle leggi (tra il disorientamento totale dei suoi genitori avvocati) e decide di fare tutt’altro nella sua vita, vuole diventare niente meno  che “maestra della risata”!
E inizia un nuovo, lungo tirocinio di studi e di tecniche, esercizi e vocalizzi, diventa spettatrice attenta di show di circo e clownerie, finché sentendosi pronta si battezza come “Pulzella” per i numeri acrobatici e si trasforma nel clown Augusto detto Toni, un personaggio che forse le somiglia profondamente.

Priscilla vuole far divertire, andare in giro per “condividere il riso con la gente, non la tristezza delle carte e dei processi”.
Ritorna spesso tra le pagine di questa favola il riso, “nel suo duplice significato di alimento fondamentale di tanta parte del mondo”, “l’unico piatto che mette d’accordo popoli e confini”, il riso immancabile in casa Lilou anche dopo il funerale della mamma, “sia quello con verdure, pesce e carne, sia qualche guizzo di sorriso”, quel riso che riesce a provocare quello “scatto liberatorio che scardina i recinti della cosiddetta normalità e insegna il gusto delle differenze, in questo gioco buffo che è la vita”.

La parte centrale del libro: Gli appunti di un clown errante.

La parte centrale del libro: Gli appunti di un clown errante.

La parte centrale del libro, scritta con caratteri diversi e senza numeri di pagina, sono gli “Appunti di un clown errante”, il delizioso taccuino di una Priscilla ormai trasformata, paginette piene di pensieri e idee, con disegni di fiorellini, faccette sorridenti e occhi disorientati con “pillole di saggezza per ricaricare i momenti down di un clown”, un diario di viaggio, appunti e riflessioni, la sceneggiatura di azioni da realizzare per strada e filastrocche per adulti e bambini. Ho evidenziato a colori tante parti di questi appunti, scritti da Priscilla in giro per il mondo, dove c’è gente che non sa più ridere e dove “non c’è fame di soldi ma di relazioni umane”; ho sottolineato frasi che amo rileggere per la loro bellezza e verità. Frasi che toccano le mie corde più profonde.

"Voi che dite, bambini, perché la gente non vuole più ridere?"

“Voi che dite, bambini, perché la gente non vuole più ridere?”

Anch’io infatti ho alle spalle una vita da fuorisede, iniziata quando ero una bimba di soli 11 anni, lontana circa mille km da casa e dagli affetti più cari, poi anche da adolescente fino agli anni universitari, frequentati in una facoltà che si trovava allora proprio nei pressi della Casa dello Studente di Bari.

econ e comm e lingue un tempoHo conosciuto il dolore della lontananza e ho sofferto la solitudine, ho provato il senso di disorientamento e di estraneità che si vive in un luogo lontano a te estraneo, ho vissuto la difficoltà di entrare in relazione con persone molto diverse da te, il disagio provocato dai giudizi sulla mia provenienza e sul modo di parlare, ma anche il desiderio di essere accettata e di poter entrare alla pari in una comunità.

Riso FuoriSede è una bella storia che ne contiene tante altre, in cui molti personaggi – come Guy, il fratello di Lilou che fa lavoretti vari e il Dj, come gli universitari Olivier e Rachid o il salentino Nunzio che sta scrivendo una tesi su Sciascia – emergono nella loro individualità, dando il loro nome ad un capitolo del libro, ma l’autrice sa tratteggiarli e rappresentarli in rapporto agli altri, amici e conoscenti, persone diversissime tra loro che condividono percorsi di vita, spesso irti di ostacoli, ma che tutti insieme sanno gustare la vita e le sue mille sfaccettature.
Un libro che non passa inosservato e che secondo me avrà vita lunga, in un momento di grandi migrazioni come quello che stiamo vivendo, in cui le parole sono più importanti che mai e “hanno un che di definitivo più di prima”, come ci diceva il caro e rimpianto Gianmaria Testa, cantore degli ‘ultimi’, gli immigrati senza patria.

Silvia, amica cara, buon viaggio! E continua pure a raccogliere e a scrivere per noi nuove storie “diversamente culturali”.
Di persone come te c’è più bisogno che mai ora!

“Il viaggio non finisce mai”

Rodi Garganico - 5 aprile 2016 ph. Giovanni Rinaldi

Rodi Garganico – 5 aprile 2016
ph. Giovanni Rinaldi

“Il viaggio non finisce mai.
Solo i viaggiatori finiscono.
E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:
“Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero.

Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era.
Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.  Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre”.

José Saramago – da Viaggio in Portogallo

Alla scoperta del silenzio nascosto

silenzio - copertinaIl suo titolo “Silenzio” (una parola controtempo) e il verde della copertina mi hanno fatto scegliere d’istinto questo volumetto, un libro, “più da ascoltare che da leggere. Nel silenzio”, come suggerisce Mario Brunello, grande violoncellista, all’inizio delle sue riflessioni sull’elogio del silenzio, che sembra quasi cancellato dal nostro tempo.
Forse per questo ho letto queste pagine, ascoltando l’eco delle parole dentro di me, rivivendo momenti di vita, come quando nello spazio aperto del Wadi Rum, il deserto giordano, ho sentito il silenzio della natura, dove “al cospetto di così ampi orizzonti, scrive Brunello, solo il silenzio offre un appiglio per non perdersi”.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Il libro è suddiviso come una Sonata in quattro movimenti:
I. Sonata. Il silenzio nella musica degli uomini; II. Lied. Il silenzio nella musica della natura; III. Scherzo. Il silenzio nella musica delle cose; IV. Finale: Tema e Variazioni. Il silenzio nella musica dei sensi.
E conclude inaspettatamente con un Bis. In favore del rumore.

Sorprendente la sua conclusione: “Amo la musica, mi piacciono i rumori, adoro il silenzio”.
Lasciamo parlare – egli dice – i rumori che sono vita, quei rumori che ci comunicano significati. Il rumore che diventa “suono” quando è un qualcosa a cui si dà un valore, come quando meccanici e piloti ascoltano il rumore assordante di una Ferrari in pista o il martello nell’officina di un fabbro che fa rumore e diventa il suono che fa “cantare” il ferro.
La “musica di sottofondo” invece è una nemica per Brunello, che odia questa “salsa indistinta che omologa tutti i gusti”, che confonde le differenze, presente ovunque…

brunello in un bosco

Ci sono pagine che non dimenticherò, come quelle in cui parla della montagna, “una massa silenziosa, una buca scavata all’incontrario nel cielo” o quella in cui parla del ragno che “in un silenzio apparente costruisce la sua ragnatela, una geometria che lo fa sopravvivere.
Più poeticamente, ricamare lo spazio”.

Indimenticabili le pagine che parlano del silenzio nella musica delle “cose”, da intuire e percepire per cogliere il senso del perché esistono.
Lo specchio, per esempio, è magico perché “il silenzio dell’immagine riflessa è totale, anche se solo noi, con la nostra presenza, con l’uso degli occhi, gli diamo un senso”. Ma anche la penna è un’altra di quelle innumerevoli “cose” silenti o un muro, come quello di Berlino o di ciò che oggi ne resta, un muro che “è stato pensato come un silenzio continuo, senza pause e respiri, simbolo di un’autorità che non sente né domande né risposte, solo un sordo silenzio”.

La gioia, un’arte che s’impara. Una non recensione

Poche volte mi è capitato nella vita di non riuscire a staccarmi da un libro, come se esercitasse su di me un magnetismo nascosto. Ora mi succede
nuovamente con L’arte della gioia di Goliarda Sapienza; sono quasi al termine delle sue 500 pagine e non voglio che finisca, non mi decido a
completarlo, perché poi non avrei più alibi: dovrebbe raggiungere gli altri suoi compagni nella mia libreria. Perciò leggo e poi rileggo, torno indietro e
poi mi fermo.

arte gioia copertinaE’ un libro così diverso da tutti quelli letti finora, difficile da definire, un romanzo intenso e memorabile, di una strana bellezza, che è qui con me sulla scrivania e mi tiene compagnia.

Stavolta non trovo le parole per dirlo, per esprimere ciò che mi ha provocato la lettura di questa saga, tanto che prendo in prestito qualche osservazione che mi ha colpito:
“L’arte della gioia – scrive Domenico Scarpa – è un romanzo spazioso, e intimo come una cesta per i gatti. Questo libro è un grembo dove non si è costretti a stare rannicchiati“.  “… è un romanzo, secondo Patrizia Tufo, che racconta il “diritto alla Vita”, alla libertà e all’accettazione di se stessi e degli altri”.
“Un romanzo vero – scrive ancora Catherine David, sul Nouvel Observateur – che vi trascina e vi scombussola, un romanzo pieno di febbre e d’intelligenza, concreto al massimo, visivo al massimo, erotico e famigliare, psicologico e politico, radicato in un’isola popolata di mandorli selvatici e di vendette. Un romanzo che ci presenta lo sguardo di una donna eccezionale sulla nostra vita, i nostri pregiudizi, la nostra attualità”.

Sono ben pochi i libri che mi sono rimasti attaccati, che sono ormai parte di me: penso a Memorie di Adriano della ‘mia’  Yourcenar, penso a La lingua salvata di un grande come Elias Canetti, a La donna abitata di Gioconda Belli…  Li metterò tutti insieme questi libri, entrati prepotentemente nella mia vita, perché mi sono cari.

Ora finalmente ho incontrato un altro libro straordinario, in una fase della mia vita in cui stanno cadendo ad uno ad uno tutti i pregiudizi, una fase in cui non sopporto lo smantellamento sistematico o la noncuranza per i diritti civili. Una fase della vita più solitaria, dove paradossalmente mi sento più aperta al mondo, più di quando nel mondo ci vivevo da soggetto attivo…

L’arte della gioia (che ha richiesto ben dieci anni della vita di Goliarda per la sua stesura) è con me da un anno (con altri libri che si sono alternati),
l’ho iniziato il 15 ottobre 2013 e so che tra un po’ me ne dovrò staccare, mi aspettano altri mondi da esplorare e chissà che tra di essi non ci sia qualcun
altro capace di rapirmi e di trascinarmi fuori dal mio mondo per poi riportarmi dentro me stessa.

Ecco il suo incipit folgorante:
“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace”.