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Di libri e di film, quelli che non voglio dimenticare!

La voce dei colori e il mio viaggio nella vita…

Ecco una delle pagine di un libro stupefacente…

Il regalo di un’amica di vecchia data, una di quelle persone che c’è sempre, anche quando è lontana migliaia di chilometri. Sa dimostrare il suo affetto in tanti modi diversi: intanto con la sua presenza appena può, poi con un pensierino piccolo ma di quelli che puoi guardare ogni giorno e pensare a lei, come una calamita da mettere sulla porta del frigo, e potrei continuare con i messaggi brevissimi ma intensi che mi arrivano sul cellulare.
Ecco la copertina del libro:

La copertina è tutto un programma…

Pochi giorni fa è venuta a trovarmi e mi ha portato questo libro che sembra per ragazzi, ma che in realtà è per tutti. Già il titolo “La voce dei colori” mi ha colpito, perché – grazie ad un’altra cara e dolcissima amica – ho riscoperto tardivamente il gusto di colorare e di dipingere con gli acquerelli, un’attività che mi piaceva da ragazzina quand’ero alle medie e che poi ho abbandonato, presa da ben altro tipo di studi.

Un mio acquerello dipinto dopo un incontro di musicoterapia all’Istituto Tumori di Bari

Ora riesco a dimenticare in alcune ore preziose la mia malattia, che spero almeno diventi cronica, quando coloro e dipingo, quando faccio musicoterapia di gruppo, se ascolto la musica che amo o leggo un libro che riesce a distaccarmi dal mio mondo.

Bene, “La voce dei colori” di Jimmy Liao è uno di quei libri in cui mi sono lentamente immersa, presa dalle immagini e dal contrappunto delle brevi frasi del racconto, un libro così bello che è riuscito a provocarmi quello stupore che provavo da bambina di fronte a qualcosa di inaspettato!


Dedicato ai “poeti”, non racconterò molto della trama, solo pochi accenni, perché preferisco che parlino alcune immagini estrapolate dal libro, in cui si racconta del percorso di una ragazzina che, in seguito alla perdita della vista, comincia un viaggio reale ed immaginario insieme. Con un paio di occhiali e un bastone.


La metropolitana sempre affollata di una città la porta in giro tra stazioni e cunicoli, dove scopre mondi fantastici e irreali, quasi archetipici: cammina e cammina, pensa riflette e sogna, immagina di volare o di prendere il sole sul dorso di una balena ricordando le forme delle nuvole.


Immagina di trovare conforto a cavallo di un cigno su un lago misterioso, attraversa il buio e la solitudine, perdendosi e ritrovandosi, si confonde ma riprende il suo viaggio in cerca di un po’ di compagnia e di speranza.

Riesce a “vedere” la bellezza della città, talvolta piangendo sotto la pioggia, arrivando a scoprire mondi colorati, ricchi di emozioni che riescono ad illuminare la sua esistenza. A tratti si sente disorientata come in un labirinto… ma poi riesce sempre a trovare una via d’uscita!

“In realtà, dice ad un tratto, non voglio andare in nessun posto, ma poi si chiede: ci sarà qualcuno che mi starà aspettando? qualcuno che reggerà l’ombrello per me, stringerà forte la mia mano, mi indicherà la direzione delle stelle, mi accompagnerà lungo la strada? A volte, ho la sensazione di aver raggiunto i confini del mondo”.


Non continuo, perché poi cambia umore, ridiventa allegra, canta e balla, leggera e piena di colori come una farfalla… così come mi sento anch’io in questo viaggio dal buio verso la luce!


“Sogno da sempre – continua la bambina senza nome – di allevare un piccolo pesce che sappia parlare per nuotare insieme nelle profondità del mare  e sussurrarci i nostri segreti”.
Ma forse è meglio sederci…

Le parole colorate di Frida!

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Una vita segnata dal dolore, dalla passione e dall’amore.

Dal dolore per la poliomielite fin da piccola e per un incidente stradale a 18 anni che la rende parzialmente invalida.
Dalla passione giovanile per Alejandro Gomez Arias al lacerante rapporto con Diego Rivera, il grande artista a cui dedicò tante lettere e una poesia struggente, fino ad altri amori e amicizie, vissuti sempre con disperata tenerezza.
Dall’amore tenace e visionario per la pittura e per la politica.

Sofferenza e gioia di vivere, vita e arte, tragedie e sogni si mescolano continuamente, soprattutto nelle sue “Lettere appassionate” (Cartas apasionadas), raccolte per la prima volta organicamente da Abscondita, un autoritratto vero e autentico come quelli in cui “Frida si dipingeva sulla carrozzella accanto al cavalletto, mentre intingeva il pennello non nella tavolozza, ma nel suo cuore”.
Le leggo di tanto in tanto, perché mi piacciono (attraverso anch’io momento di gioia intensa e di dolore e sofferenza) e poi… mi fanno compagnia sulla mia scrivania.

Sono il dono di una cara e dolcissima amica, una donna un po’ speciale, che mi ha regalato questo bel libro nel dicembre 2015 con una dedica affettuosa che mi piace rileggere spesso:
“… le parole colorate di Frida per dire la luce, l’ombra, il dolore, la terra, l’amore… la vita”.

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A Silvia Rizzello, autrice di “Riso FuoriSede”, una favola agrodolce

Questo mio post è dedicato a Silvia Rizzello, donna straordinaria e aperta al mondo, ricca di interessi e avida di conoscere la vita vera di tutti, donne e uomini, grandi e piccini delle diverse comunità ed etnie. E’ una globetrotter per professione e passione (con la valigia sempre pronta…), una giornalista freelance e mediatrice interculturale, una di quelle però che sanno ascoltare, più che parlare…

Ha pubblicato un libro che mi è piaciuto tanto davvero!  E non potevo quindi non parlarne qui su questo spazio, che mi è molto caro.

Riso Fuori Sede

 

La sua opera prima, Favola agrodolce di Riso FuoriSede, racconta le storie di tante persone (non solo personaggi) ed è un libro pieno di vite, di costumi, tradizioni e lingue che s’incontrano, regalandoci improvvisi e inaspettati bagliori poetici.

Casa Lilou è il cuore del racconto, un porto di mare, un piacevole luogo di ritrovo di amici e di studenti fuorisede, italiani e stranieri, è una casa con giardino al piano terra nel colorato caos del quartiere Madonnella di Bari.
Leggendo tra le righe di questo piccolo grande libro, mi sembra di esserci passata anch’io da Lilou Martin, giovane donna ivoriana che accoglie tutti con quel suo viso “color cappuccino” e il suo corpo saggio e navigato, una delle protagoniste di questa dolce e ironica favola agrodolce.

Lingue che s'incrociano...

Lingue che s’incrociano…

Silvia Rizzello ha rivelato e cucito (finalmente!) le mille storie ascoltate e vissute, da lei raccolte e archiviate da un po’ di anni, mischiando “profili, identità, bozze, bellezze e disagi”, trame e personaggi che ha saputo ricomporre in un puzzle armonico, pubblicato da Kurumuny, una piccola casa editrice salentina.

Qui si racconta la Bari degli anni ’90, città di transito e frontiera, quella in cui all’improvviso sbarcarono nel porto della città i primi ventimila albanesi, dando origine – come ci dice l’autrice stessa – ad “una nuova era: l’emergenza di arrivi disperati”.

La nave dolce: la Vlora che arriva nel porto di Bari con il suo carico di umanità dolente.

La nave dolce: la Vlora che arriva nel porto di Bari con il suo carico di umanità dolente.

E’ un libro che ho letto quasi d’un fiato e poi non ho saputo distaccarmene, come talvolta mi accade quando in esso c’è qualcosa che mi attira come una calamita. Ora è ancora sulla mia scrivania, lo riapro spesso e rileggo tanti punti, continuando a seguire con passione la storia di Lilou, questa donna bizzarra e imprevedibile, che alla fine degli anni Ottanta lasciò Man, la sua città natale, per un amore poi finito, portandosi dietro il mal d’Africa e la propria identità, quel quid unico che connota ogni angolo della sua casa, dove gli studenti passano per darle un saluto o si fermano per gustare un riz gras, dove le amiche le lasciano i figli e dove si ferma spesso anche Priscilla Verieri, un altro personaggio che mi ha affascinato, un’adolescente barese che incontra casualmente al Policlinico Lilou l’ivoriana, che col passare dei mesi diventa “l’amica che per prima le trasmette il gusto delle differenze”.

Mi sono fermata più volte ad immaginare la scena ben descritta da Silvia Rizzello nelle pagine in cui si compie il lungo rituale delle treccine: vedo la cara Lilou, la schiena piegata (e dolorante) e la testa china, che intreccia dalle quattro alle dieci ore al giorno i capelli dell’amica Priscilla, seduta per terra a gambe incrociate. E intanto Lilou intreccia e racconta…

araboRacconta le storie della sua terra e quella dei tanti studenti fuorisede, “giovani donne e uomini di varie sponde del Mediterraneo, dell’Africa nera, e un paio d’oltreoceano”, storie miscelate tra loro e modellate con maestria.
Priscilla, la bella ragazza dagli occhi verdi, le ascolta aggrovigliando trame e colori di queste vite e intanto immagina, come faccio anch’io da lettrice, “luoghi, abitudini e costumi lontani”.  Sta bene in quella casa dove assaggia cibi per lei sconosciuti e respira quell’atmosfera conviviale, in cui le bontà culinarie della ex-cuoca della Casa dello Studente sono sempre condite – nonostante i problemi quotidiani – di allegria, di dialetti lingue e culture che s’incrociano, s’incontrano e si scontrano.

Così era un tempo l'ingresso della Casa dello Studente, quella che io ricordo vivamente!

Così era un tempo l’ingresso della Casa dello Studente, quella che io ricordo vivamente!

E’ un libro profondo che si legge con leggerezza, scritto con uno stile innovativo: Silvia Rizzello rende ben evidente infatti anche nella scrittura questa mescolanza di persone e di lingue, quelle dei tanti che affollano casa Lilou, il francese che amo, lo spagnolo che sembra una musica, la lingua araba con i suoi segni affascinanti, il greco che canta canzoni d’amore e di nostalgia. Ma ci passano anche tanti e tanti altri amici, albanesi, algerini e marocchini, che si ritroveranno poi tutti insieme dopo anni al funerale di Thérèse (Manlé il suo vero nome), la mamma di Lilou che ora, a 39 anni, gestisce una nuova attività, ma soffre spesso per i capricci della sua salute e per l’acuta nostalgia di Mendeba, la sorellina lontana come il fratello Kawuman.

“Un funerale ivoriano in una chiesa cattolica del sud Italia”, dove non manca Priscilla, arrivata ai trent’anni, che in una chiesa strapiena di gente riconosce gli amici di un tempo e i vecchi studenti fuorisede, ormai adulti e padri con i propri bimbi al seguito.
Ma Lilou e Priscilla non si erano mai perse di vista (e come potevano?), nonostante le diverse strade intraprese. La ragazza infatti dopo aver tentato di seguire le orme dei genitori, la laurea in giurisprudenza, il praticantato e l’abilitazione per diventare avvocato, un giorno all’improvviso butta tutto questo per aria. Vuole rivoluzionare completamente la sua vita!

Ed ecco riemergere come dal nulla le sue doti artistiche, le giornate passate a casa Lilou e le persone conosciute lì con le loro storie intense e difficili, che le avevano lasciato in eredità tante domande ancora in sospeso.
Priscilla abbandona il mondo del diritto e delle leggi (tra il disorientamento totale dei suoi genitori avvocati) e decide di fare tutt’altro nella sua vita, vuole diventare niente meno  che “maestra della risata”!
E inizia un nuovo, lungo tirocinio di studi e di tecniche, esercizi e vocalizzi, diventa spettatrice attenta di show di circo e clownerie, finché sentendosi pronta si battezza come “Pulzella” per i numeri acrobatici e si trasforma nel clown Augusto detto Toni, un personaggio che forse le somiglia profondamente.

Priscilla vuole far divertire, andare in giro per “condividere il riso con la gente, non la tristezza delle carte e dei processi”.
Ritorna spesso tra le pagine di questa favola il riso, “nel suo duplice significato di alimento fondamentale di tanta parte del mondo”, “l’unico piatto che mette d’accordo popoli e confini”, il riso immancabile in casa Lilou anche dopo il funerale della mamma, “sia quello con verdure, pesce e carne, sia qualche guizzo di sorriso”, quel riso che riesce a provocare quello “scatto liberatorio che scardina i recinti della cosiddetta normalità e insegna il gusto delle differenze, in questo gioco buffo che è la vita”.

La parte centrale del libro: Gli appunti di un clown errante.

La parte centrale del libro: Gli appunti di un clown errante.

La parte centrale del libro, scritta con caratteri diversi e senza numeri di pagina, sono gli “Appunti di un clown errante”, il delizioso taccuino di una Priscilla ormai trasformata, paginette piene di pensieri e idee, con disegni di fiorellini, faccette sorridenti e occhi disorientati con “pillole di saggezza per ricaricare i momenti down di un clown”, un diario di viaggio, appunti e riflessioni, la sceneggiatura di azioni da realizzare per strada e filastrocche per adulti e bambini. Ho evidenziato a colori tante parti di questi appunti, scritti da Priscilla in giro per il mondo, dove c’è gente che non sa più ridere e dove “non c’è fame di soldi ma di relazioni umane”; ho sottolineato frasi che amo rileggere per la loro bellezza e verità. Frasi che toccano le mie corde più profonde.

"Voi che dite, bambini, perché la gente non vuole più ridere?"

“Voi che dite, bambini, perché la gente non vuole più ridere?”

Anch’io infatti ho alle spalle una vita da fuorisede, iniziata quando ero una bimba di soli 11 anni, lontana circa mille km da casa e dagli affetti più cari, poi anche da adolescente fino agli anni universitari, frequentati in una facoltà che si trovava allora proprio nei pressi della Casa dello Studente di Bari.

econ e comm e lingue un tempoHo conosciuto il dolore della lontananza e ho sofferto la solitudine, ho provato il senso di disorientamento e di estraneità che si vive in un luogo lontano a te estraneo, ho vissuto la difficoltà di entrare in relazione con persone molto diverse da te, il disagio provocato dai giudizi sulla mia provenienza e sul modo di parlare, ma anche il desiderio di essere accettata e di poter entrare alla pari in una comunità.

Riso FuoriSede è una bella storia che ne contiene tante altre, in cui molti personaggi – come Guy, il fratello di Lilou che fa lavoretti vari e il Dj, come gli universitari Olivier e Rachid o il salentino Nunzio che sta scrivendo una tesi su Sciascia – emergono nella loro individualità, dando il loro nome ad un capitolo del libro, ma l’autrice sa tratteggiarli e rappresentarli in rapporto agli altri, amici e conoscenti, persone diversissime tra loro che condividono percorsi di vita, spesso irti di ostacoli, ma che tutti insieme sanno gustare la vita e le sue mille sfaccettature.
Un libro che non passa inosservato e che secondo me avrà vita lunga, in un momento di grandi migrazioni come quello che stiamo vivendo, in cui le parole sono più importanti che mai e “hanno un che di definitivo più di prima”, come ci diceva il caro e rimpianto Gianmaria Testa, cantore degli ‘ultimi’, gli immigrati senza patria.

Silvia, amica cara, buon viaggio! E continua pure a raccogliere e a scrivere per noi nuove storie “diversamente culturali”.
Di persone come te c’è più bisogno che mai ora!

“Il viaggio non finisce mai”

Rodi Garganico - 5 aprile 2016 ph. Giovanni Rinaldi

Rodi Garganico – 5 aprile 2016
ph. Giovanni Rinaldi

“Il viaggio non finisce mai.
Solo i viaggiatori finiscono.
E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:
“Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero.

Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era.
Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.  Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre”.

José Saramago – da Viaggio in Portogallo

Alla scoperta del silenzio nascosto

silenzio - copertinaIl suo titolo “Silenzio” (una parola controtempo) e il verde della copertina mi hanno fatto scegliere d’istinto questo volumetto, un libro, “più da ascoltare che da leggere. Nel silenzio”, come suggerisce Mario Brunello, grande violoncellista, all’inizio delle sue riflessioni sull’elogio del silenzio, che sembra quasi cancellato dal nostro tempo.
Forse per questo ho letto queste pagine, ascoltando l’eco delle parole dentro di me, rivivendo momenti di vita, come quando nello spazio aperto del Wadi Rum, il deserto giordano, ho sentito il silenzio della natura, dove “al cospetto di così ampi orizzonti, scrive Brunello, solo il silenzio offre un appiglio per non perdersi”.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Il libro è suddiviso come una Sonata in quattro movimenti:
I. Sonata. Il silenzio nella musica degli uomini; II. Lied. Il silenzio nella musica della natura; III. Scherzo. Il silenzio nella musica delle cose; IV. Finale: Tema e Variazioni. Il silenzio nella musica dei sensi.
E conclude inaspettatamente con un Bis. In favore del rumore.

Sorprendente la sua conclusione: “Amo la musica, mi piacciono i rumori, adoro il silenzio”.
Lasciamo parlare – egli dice – i rumori che sono vita, quei rumori che ci comunicano significati. Il rumore che diventa “suono” quando è un qualcosa a cui si dà un valore, come quando meccanici e piloti ascoltano il rumore assordante di una Ferrari in pista o il martello nell’officina di un fabbro che fa rumore e diventa il suono che fa “cantare” il ferro.
La “musica di sottofondo” invece è una nemica per Brunello, che odia questa “salsa indistinta che omologa tutti i gusti”, che confonde le differenze, presente ovunque…

brunello in un bosco

Ci sono pagine che non dimenticherò, come quelle in cui parla della montagna, “una massa silenziosa, una buca scavata all’incontrario nel cielo” o quella in cui parla del ragno che “in un silenzio apparente costruisce la sua ragnatela, una geometria che lo fa sopravvivere.
Più poeticamente, ricamare lo spazio”.

Indimenticabili le pagine che parlano del silenzio nella musica delle “cose”, da intuire e percepire per cogliere il senso del perché esistono.
Lo specchio, per esempio, è magico perché “il silenzio dell’immagine riflessa è totale, anche se solo noi, con la nostra presenza, con l’uso degli occhi, gli diamo un senso”. Ma anche la penna è un’altra di quelle innumerevoli “cose” silenti o un muro, come quello di Berlino o di ciò che oggi ne resta, un muro che “è stato pensato come un silenzio continuo, senza pause e respiri, simbolo di un’autorità che non sente né domande né risposte, solo un sordo silenzio”.

La gioia, un’arte che s’impara. Una non recensione

Poche volte mi è capitato nella vita di non riuscire a staccarmi da un libro, come se esercitasse su di me un magnetismo nascosto. Ora mi succede
nuovamente con L’arte della gioia di Goliarda Sapienza; sono quasi al termine delle sue 500 pagine e non voglio che finisca, non mi decido a
completarlo, perché poi non avrei più alibi: dovrebbe raggiungere gli altri suoi compagni nella mia libreria. Perciò leggo e poi rileggo, torno indietro e
poi mi fermo.

arte gioia copertinaE’ un libro così diverso da tutti quelli letti finora, difficile da definire, un romanzo intenso e memorabile, di una strana bellezza, che è qui con me sulla scrivania e mi tiene compagnia.

Stavolta non trovo le parole per dirlo, per esprimere ciò che mi ha provocato la lettura di questa saga, tanto che prendo in prestito qualche osservazione che mi ha colpito:
“L’arte della gioia – scrive Domenico Scarpa – è un romanzo spazioso, e intimo come una cesta per i gatti. Questo libro è un grembo dove non si è costretti a stare rannicchiati“.  “… è un romanzo, secondo Patrizia Tufo, che racconta il “diritto alla Vita”, alla libertà e all’accettazione di se stessi e degli altri”.
“Un romanzo vero – scrive ancora Catherine David, sul Nouvel Observateur – che vi trascina e vi scombussola, un romanzo pieno di febbre e d’intelligenza, concreto al massimo, visivo al massimo, erotico e famigliare, psicologico e politico, radicato in un’isola popolata di mandorli selvatici e di vendette. Un romanzo che ci presenta lo sguardo di una donna eccezionale sulla nostra vita, i nostri pregiudizi, la nostra attualità”.

Sono ben pochi i libri che mi sono rimasti attaccati, che sono ormai parte di me: penso a Memorie di Adriano della ‘mia’  Yourcenar, penso a La lingua salvata di un grande come Elias Canetti, a La donna abitata di Gioconda Belli…  Li metterò tutti insieme questi libri, entrati prepotentemente nella mia vita, perché mi sono cari.

Ora finalmente ho incontrato un altro libro straordinario, in una fase della mia vita in cui stanno cadendo ad uno ad uno tutti i pregiudizi, una fase in cui non sopporto lo smantellamento sistematico o la noncuranza per i diritti civili. Una fase della vita più solitaria, dove paradossalmente mi sento più aperta al mondo, più di quando nel mondo ci vivevo da soggetto attivo…

L’arte della gioia (che ha richiesto ben dieci anni della vita di Goliarda per la sua stesura) è con me da un anno (con altri libri che si sono alternati),
l’ho iniziato il 15 ottobre 2013 e so che tra un po’ me ne dovrò staccare, mi aspettano altri mondi da esplorare e chissà che tra di essi non ci sia qualcun
altro capace di rapirmi e di trascinarmi fuori dal mio mondo per poi riportarmi dentro me stessa.

Ecco il suo incipit folgorante:
“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace”.

Franco Fontana – Full color

palazzo-franchetti

A Venezia ho visitato la prima grande retrospettiva di Franco Fontana, oltre 130 fotografie! Guardando le sue foto coloratissime mi sono profondamente emozionata! Sono stata proiettata in una dimensione altra, lontana dagli stessi paesaggi che avevo di fronte.

Baia delle Zagare, Puglia  Franco Fontana, 1978

Baia delle Zagare, Puglia
Franco Fontana, 1978

Stanza dopo stanza, sono stata attirata non solo dai colori accesi e brillanti, ma dalle geometrie, dall’armonia delle linee, dei volumi  e delle inquadrature, dai  piccoli particolari e dal gioco dei pieni e dei vuoti.

La fotografia di Fontana –  che io amo – ci mostra un mondo diverso da quello che vediamo con i nostri occhi, trasfigura la realtà con la sua immaginazione, la rende irreale e ci aiuta ad interpretarla.

La vita di Adèle

La vita di Adèle collage

Contano le buone letture scolastiche! Specialmente se un professore di lettere ti mette tra le mani un libro di Marivaux come La vita di Marianna.
Soffermandosi su alcuni punti, egli spinge gli adolescenti che ha di fronte sui banchi ad interrogarsi sull’importanza di ciò che succede nell’animo umano, quando un sentimento forte scatena un colpo di fulmine.
Adèle lo segue attenta, lo ascolta e l’osserva, s’intuisce che si fa delle domande, il libro le piace e ne parla con Thomas, un ragazzo che la corteggia e con cui fa l’amore, anche senza un grande trasporto.

La scintilla invece scatta quando incrocia per strada Emma, una misteriosa ragazza dai capelli blu, che la fissa con sguardo magnetico. Quando la ritrova in un locale, inizia con lei una travolgente storia d’amore, di passione e di dolore, che trasformerà l’adolescente in donna, facendole capire qual è la sua vera natura e ciò che vuol fare nella sua vita. Sono numerose le scene (forse un po’ troppo ripetute, anche se mai volgari) in cui la macchina da presa ci mostra una carnalità, che sembra voler andare oltre i due corpi delle ragazze.
A me è piaciuta soprattutto la prima, lunghissima scena dell’esplosione
della passione, del desiderio di conoscenza che ognuna ha verso il corpo dell’altra, la ricerca dello sguardo e del piacere, un amplesso in cui le due ragazze si perdono l’una nell’altra.
Non intendo raccontare qui tutta la trama, ma ciò che mi ha colpito di questo film: le cene di presentazione a casa dell’una e dell’altra, due coppie di genitori molto diverse tra loro; la terribile scena del tradimento in cui vediamo una Emma furiosa e crudele che non lascia scampo ad Adèle, Emma che torna dolce e magnetica nel toccante incontro al bar.

In quasi tutto il film il regista Abdellatif Kechiche vuol farci cogliere ogni sfumatura dei sentimenti che provano le due ragazze, interpretate da due bravissime attrici, Adèle Exarchopolous (al suo primo film da protagonista) e l’affascinante Léa Seydoux.
Ho ancora negli occhi la bellissima scena finale, Adèle che dopo aver visitato la prima importante mostra di Emma, intenta a curare le sue relazioni personali, si avvia lungo la sua strada col suo sentimento infelice, lasciandosi alle spalle non solo l’amore ma anche tutto il dolore che ha vissuto.
Un film complessivamente molto intenso (anche se per me un po’ troppo lungo).

La grande bellezza

Da un po’ di tempo leggo le recensioni dei critici con una certa diffidenza. Troppe volte i film da loro magnificati non mi sono piaciuti, mentre quelli che hanno ferocemente criticato li ho trovati interessanti, talvolta anche belli.  Per questo ormai cerco di non farmi condizionare dalle loro osservazioni.

locandinaHo appena visto “La grande bellezza”, il film di Sorrentino che sta dividendo gli spettatori. Io sono tra quelli che l’hanno apprezzato.
Sono stata attratta dagli scenari che si aprono sin dall’inizio del film, mi hanno colpito alcune immagini fugaci (l’incontro improvviso con Fanny Ardant e il suo sguardo intenso, le suorine che ammiccano e scompaiono saltellando subito, le bambine bianco-vestite che sbirciano attraverso il cancello di un giardino, prima della comunione), mi hanno infastidito le scene chiassose di vacue feste cafonal dove ci si stordisce con la disco music e si copre il cinismo con la maschera dei sorrisi.

Ho visto un film che ti fa innamorare della luce incredibile del paesaggio romano. Ci sono dei difetti certo, è un film forse un po’ troppo sovrabbondante, a tratti poco coerente com’è oggi la realtà, ma è da vedere e ri-vedere, cercando di non rimanere in superficie. Al termine sono rimasta in sala fino all’ultimo fotogramma a guardare la lunga e lenta panoramica di Roma, i suoi colori e la sua magica “grande bellezza”, sottolineata dalla musica incantevole che ci fa lasciare il cinema in silenzio.

la grande bellezzaSorrentino, che non è Fellini, ci mostra la Roma di oggi, quella dei cardinali onnipresenti alle feste, quella volgare dei maghi del botulino, la Roma seducente ma disperata, decadente e senza più identità, la capitale che ammalia e nel contempo delude chi è in cerca di se stesso e si illude sul suo talento.

Io ho letto il film come un documento di ciò che siamo diventati, imbruttiti dal trash e dalle menzogne che ci raccontiamo, penso all’Italietta che trasmette in diretta scene (rubate) del matrimonio di una soubrette…
I personaggi del film scorrono come in un “blob”, gente annoiata che discute di cultura intrecciando parole vuote, trascinandosi da una festa all’altra, come fa il protagonista e tutta la schiera dei suoi amici e conoscenti, povere anime in pena di questa Roma (Italia) contemporanea, nel pieno della sua involuzione e del suo ripiegamento su se stessa.

Amour, un film imperdibile

Un grigio pomeriggio di pioggia a Roma. Il desiderio di andare al cinema ed eccomi a vedere “Amour”. Un film imperdibile, secondo me. L’ho seguito momento per momento, scena dopo scena, vivendo la vita e il dramma di una coppia ormai molto avanti negli anni.
Avevo bisogno di vedere un film come questo, tenero e “straziante”, avevo bisogno di osservare la vita di due vecchi dopo aver vissuto, totalmente coinvolta, lo scorrere del tempo e le ingiurie degli anni nella vita insieme dei miei genitori, soprattutto di mia madre.
Mi sono commossa spesso, a tratti avevo paura di ciò che vedevo sullo schermo, senza filtro e senza censura, ma è stato anche bello vedere l’amore vero, fatto di gesti quotidiani, tra disperazione e speranza.

Mi ha colpito lo scorrere quieto della vicenda di Anne e Georges, insegnanti di musica in pensione (interpretati da due splendidi vecchi protagonisti come Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva).
Un ictus colpisce Anne sconvolgendo quel tranquillo tran tran fatto di amore e devozione, di storie raccontate per la prima volta, di tanti momenti vissuti insieme. Sconvolge lei che dopo il ricovero in ospedale torna a casa paralizzata e sconvolge lui che l’ama e che decide di assumersi personalmente il peso della difficile assistenza.  Su richiesta di Anne, le promette che non la porterà mai più in ospedale.
Haneke, il regista, ci fa vivere questa tragedia familiare attraverso sguardi e parole, lunghi silenzi e tempi colmi di tensione altissima ma lenti, come sono i tempi dei vecchi, quasi al rallentatore. Ci mostra la loro casa borghese, i paesaggi dei loro quadri, il pianoforte a coda, i libri e gli spartiti musicali, l’angolo luminoso della cucina dove mangiavano insieme fino al giorno in cui tutto questo si spezza.

Mentre scorrevano le scene impietose e non edulcorate di questo film feroce e coraggioso, riandavo alle parole di mio padre sulla vecchiaia, “una brutta bestia”, che agisce giorno dopo giorno con effetti a volte devastanti (ora ho negli occhi mia madre ferma ed immobile in poltrona, con lo sguardo fisso nel vuoto). L’amore dolce e tenero dei due vecchi ottuagenari viene messo a dura prova dalla rabbia, la disperazione e il senso di ribellione che ti prende quando vedi il corpo di Anne umiliato ogni giorno.

Il film ci dice senza mezzi termini che non abbiamo il controllo del nostro corpo, della nostra vita, ci racconta il dolore di Georges che vive e vede deperire la sua Anne, ammalandosi anche lui, preda di incubi e ossessioni.
Appena uscita dal cinema, non sono riuscita ad articolare parola, ho camminato in silenzio per le strade di Roma tra chiasso e rumori, avvolta in una nebbia di silenzio.