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I post scritti quando lei era ancora qui e quelli scritti dopo che è andata via…

Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

Cara mamma che non sei più qui con me…

Oggi, 14 maggio 2017, è la festa della mamma e naturalmente stamattina, sulle chat, gli auguri alle mamme s’incrociavano con immagini colorate e frasi un po’ scontate. Poi alle 10.18 mi è arrivato un augurio finalmente diverso da tutti da tutti gli altri, un po’ speciale come lo è la persona che me lo ha inviato.

“Tanti auguri alla mamma della sapienza di cui il numero dei figli, tra cui ci sono anch’io, è seminato in ogni angolo del mondo… terreno e ultraterreno”.

Non ho saputo rispondere, forse perché non me l’aspettavo ed ero un po’ commossa! Grazie cara amica, diventi ogni giorno più importante per me.

Il pensiero poi è volato, come ogni mattina, a te mamma che non sei più qui con me dalla notte del 19 febbraio 2010 ed è stata tale la nostalgia e il desiderio di te, che per non turbarmi ancora di più (sto vivendo giorni complicati ed è meglio che tu non ne sappia nulla…) ho preso uno dei miei album da colorare.

Uno dei regali della mia “amica geniale”

Sfogliando le pagine, ho scelto quella che volevo dedicarti:
tu amavi le piante e i fiori, alcuni in particolare come gli anemoni, ed allora mi sono immersa nei colori delle farfalle e dei fiori, sempre pensando a te!

Il mio regalo per te, mamma!

Sono stata con te tutta la mattinata, mi sembrava di sentirti accanto, presente più che mai ed ho preferito un colloquio silenzioso, tutto interiore, perché non ho parole in questo periodo e poi ricordo che soprattutto nell’ultima fase della tua lunga vita, forse la più dolorosa e triste, ci parlavamo con gli sguardi, stando vicine, mano nella mano.
Ecco il mio piccolo regalo: un disegnino colorato che mi ha aiutato a non raccogliere i pensieri negativi, ma mi ha obbligato a concentrarmi sui colori dei fiori e su di te, che ogni giorno ti fermavi a guardare se la grande felce sul ballatoio di casa aveva bisogno di un po’ d’acqua e giravi tra le altre piante, riposandoti dalla routine quotidiana, con una sigaretta in mano.
Il tuo unico vizio, dicevi…

Gli anemoni che amavi tanto!

28 giugno: un anniversario

Davanzale della finestra della camera-studio, gerani rossi che guardo oggi come ogni mattina. Quel loro colore accende di gioia l’inizio della mia giornata, perché mi comunica l’amore e l’attenzione del mio compagno di vita, anche attraverso le sfumature verdi delle piante e il colore dei fiori, che non mancano mai in casa e fuori.

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani...

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani in fiore!

Oggi però, ma in realtà anche ieri e gli altri giorni ancora, penso anche a te mamma e al racconto di tanti e tanti anni fa, che mi divertiva un mondo, anche perché mentre ne parlavi avevi il viso allegro dell’adolescente che gode nel fare qualcosa di proibito.

Mi raccontavi un episodio della tua vita nel collegio di via Galliera a Bologna (il collegio, un destino comune per noi due…).

BOLOGNA

BOLOGNA

Eri una ragazza vivace, allegra e piena di vita! E in primavera prendevi di nascosto i petali rossi dei gerani (… ma c’era un giardino? Non te l’ho mai chiesto) e ti coloravi le labbra, insomma ti mettevi il rossetto, no?
Come dimenticare quella tua espressione birichina e adorabile!, mentre  ricordavi questo episodio di ragazzina “monella”? Monella naturalmente secondo le suore che, quando ti scoprivano, ti riprendevano severamente e tu le imitavi, ripetendo le loro reprimende: “Bice, tu finirai molto male, se continui così…” dicevano. E il viso sornione e divertito di papà, che commentava: “Peggio di così, con quattro figli… “ e ridevamo tutti insieme!

Quei petali rossi, che guardo ora con occhi dolci e sorridenti, mi ricordano il fatto che ti è sempre piaciuto mettere il rossetto, anche quando tanti anni più tardi sei stata afferrata nel gorgo oscuro e doloroso di una malattia che non perdona, ma che di tanto in tanto ti lasciava un po’ di tregua. Allora infatti, quando sembrava che “risorgessi”, curavi di più il tuo corpo dal punto di vista estetico, ti truccavi un po’ e ti mettevi un bel rossetto!

Ce l’hai infatti anche in una foto che ho qui sulla mia scrivania, ripresa sul ballatoio interno di casa nostra nella breve pausa che ti concedevi durante il lavoro casalingo, mentre tra le mani hai una sigaretta e sulle labbra un sorriso appena accennato con un po’ di rossetto chiaro.

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Vi guardo insieme oggi 28 giugno, cari papà e mamma, giorno in cui vi festeggiavamo (con il sole o con le nuvole, con la gioia e il dolore) per ricordare l’anniversario del vostro matrimonio.
Avete trascorso davvero una vita insieme (vi conoscevate sin da piccoli), con grandi momenti di gioia ma superando montagne di ostacoli, sopravvivendo a lunghe fasi di sofferenza fisica ed interiore, vi siete amati intensamente e ricordo commossa quei bacetti che tu, mamma, lanciavi con la mano – immobile su una poltrona – verso papà, che ti guardava cercando di sorriderti, nonostante il dolore immenso che a tratti lo sommergeva…

cuore (1)Buon anniversario a voi che non ci siete più da sei anni, con un pensiero costante anche a Gabriella, che è via da un anno: ogni mattina appena sveglia è lei il mio primo pensiero, quello che poi mi accompagna in tanti momenti delle mie giornate, non sempre facili.
Ma oggi voglio far prevalere la gioia del rosso di questi gerani, con l’amore e gli affetti di cui sono circondata e che mi fa sentire, come cantano dolcemente i Radiodervish, il “centro del mundo”!

Con ogni addio impari

Ritrovando la forza di guardar fuori dalla finestra...

Ritrovando la forza di guardar fuori dalla finestra…

Impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.

E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.

E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto
non con il dolore di un bimbo.

Ed impari a costruire tutte le strade oggi
perché il terreno di domani è troppo incerto
per fare piani. Dopo un po’ impari che il sole scotta,
se ne prendi troppo.

Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima,
invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.
E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.

Jorge Luis Borges.

Dedicato ad Anna!

Che bella domenica ho trascorso ieri a Foggia! Voglio lasciarne traccia perchè ho riassaporato un calore familiare che mi ha fatto fare un balzo all’indietro, al tempo in cui ero una ragazzina che amava gironzolare in cucina, mentre mia madre era tutta intenta a preparare qualcosa di buono.

Più il tempo passa e più mi scopro sensibile alla dolcezza e alla passione di chi dedica una parte del proprio tempo per prepararti dei piatti antichi e gustosi, i sapori tipici del nostro territorio come le cicorielle selvatiche, deliziose se ammorbidite col purè di fave, o i troccoli foggiani conditi con il sugo delle seppie ripiene, un piatto che mio padre accoglieva sempre con un sorriso largo di pura beatitudine.

Cicorielle selvatiche

Cicorielle selvatiche

Ieri osservavo Anna, che dalla cucina portava in tavola questi cibi genuini e leggevo nei suoi movimenti e nello sguardo un’attenzione a tutti i particolari (la tavola apparecchiata sembrava un’armonia…), ci scrutava per scoprire il grado di gradimento di ciò che aveva preparato ed io mi sono accorta di non saper dire un granché, di fronte all’atmosfera che si era creata, al gusto unico di piatti sapientemente preparati, al piacere di essere tutti lì insieme, in famiglia, a condividere lo stesso cibo senza pensare a nulla.

Io, se devo essere sincera, guardando Anna rivedevo mia madre da giovane e mi sentivo così intimamente commossa da non riuscire a trovare le parole per dirglielo…  Dedico questo post a lei, che possiede questa antica sapienza culinaria!

2 novembre: il bisogno di ricordare i defunti

Stoccolma-estate-2011Pensando intensamente ai miei genitori, alla loro vita prima di me e dopo la mia nascita, alle tappe della loro esistenza, alle gioie e ai viaggi che hanno vissuto insieme, ai grandi dolori che non li hanno risparmiati.
Pensando anche alla dolce presenza, discreta e affettuosa, della mia nonna materna, che ha vissuto i suoi ultimi anni di vita con la mia famiglia.

“… ricordando chi non c’è più noi veniamo a patti con la presenza dell’invisibile”.
Emanuele Trevi, Corriere della Sera, sabato 2 novembre 2013

Cara, dolce mamma… nostalgia di lei

“Ferma.
Immobile.
Per anni.
Chiusa in una stanza.
Non più
Primavere
Da guardare
Vita
Da sperimentare.
Solo buio.
E’ mia madre”.

L. Ravasi Bellocchio, DI MADRE IN FIGLIA, R. Cortina ed.

Era il 19 febbraio del 2010

Te ne sei andata tre anni fa, finalmente libera dall’incubo che era diventata la tua esistenza, finalmente serena e come assorta in un sonno ristoratore.
E’ questa l’ultima immagine che ho di te, mamma, stanca di tanta sofferenza, il volto finalmente disteso.

Ora ti guardo nelle mille foto che raccontano pezzetti di vita, alcune solari come questa scattata mentre eravamo in Sardegna (com’eri felice!), altre dolenti.
Mi soffermo sulle une e le altre, preda di sentimenti confusi, amore e dolore, nostalgia dei tempi felici quando risuonava il tuo riso e il tuo canto, quando ti muovevi agile per casa, nella grande casa della nostra infanzia e giovinezza.

con mamma in sardegna

Mi piace riportare qui le parole di Nico Orengo: “… le persone se ne vanno e lasciano dei ricordi… e questi ricordi sono vivi e crescono mentre li si ignora e s’intrecciano con ricordi di altre persone e diventano grandi, diventano un mondo. E bisogna inseguirli quei ricordi, altrimenti il mondo si fa sconosciuto e ostile”.
Sei sempre con me, soprattutto da quando mi sono ammalata, sei con me anche se so che non ci vedremo mai più.  

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Le morbide caramelle Elah

caramelle-elah

La grande festa

Non si può leggere questo strano libro (che mi ha prestato Gabry) senza parteciparvi in prima persona, richiamando alla memoria pagina dopo pagina le persone care che ci hanno preceduto.

Non si può leggere questo libro così intimo senza farsi domande sul “dopo”, il “giardino dei pensieri lontani”, luogo magico e accogliente, come lo immagina Dacia Maraini, in cui i nostri amati morti, fatti leggeri e savi, camminano agili, riflettendo. E dove forse sarà la voce della poesia a tenere in movimento le menti. E le parole penderanno dai rami come frutti e si faranno canto mentre la lira di Orfeo riprenderà a suonare scendendo dal cielo stellato.

E’ così che termina il libro, mentre mi viene in mente mia madre distesa nel silenzio della sua casa e l’immagine dolcissima di mio suocero nel suo letto, circondato dall’amore dei suoi figli.
Scorrere le pagine è far rivivere passato e presente insieme, pensare al significato della morte e della vita, al legame forte che lega tra loro le persone che si amano e che sopravvive alla perdita e al tempo inesorabile. I morti – scrive Dacia – hanno qualcosa di profondo da dire ai vivi, si tratta di intenderli. Non sempre è facile, perchè il loro linguaggio è come il posto in cui abitano: isole sospese sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati.

Sono grata a questo libro, che mi ha emozionato profondamente e mi ha fatto riprendere la lettura che amo dopo un periodo difficile, in cui non riuscivo ad andare oltre l’incipit.