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#RestiamoUmani: le migrazioni, un fenomeno sempre più complesso nell’era della globalizzazione


Apriamo i Porti italiani:
questo l’appello lanciato ieri da un’associazione studentesca di Bari, Zona Franka, per una manifestazione a cui ho partecipato con convinzione.
Contro la decisione brutale del ministro dell’Interno, in accordo con quello ai Trasporti, di bloccare una nave con 629 persone a bordo, migranti che erano stati soccorsi in sei diverse operazioni, tra cui una particolarmente complessa, con un gommone che si è rovesciato facendo cadere in mare le 40 persone che lo stipavano. Tra questi 629, ben 123 sono minorenni non accompagnati, 11 sono i bambini e 7 le donne in stato di gravidanza. Per fortuna sulla nave è presente il personale di Medici senza frontiere e in seguito sono state inviate dall’Italia altre navi con scorte di viveri e di materiale per la sopravvivenza di persone, che si sono riparate dal sole, che batteva sulla loro pelle arsa dalla salsedine, sotto dei teli di fortuna, come si vede benissimo nei servizi che Sky TG24 ha mandato continuamente in onda dai suoi elicotteri.

Ci sono tanti e tanti modi per affrontare un fenomeno complesso come questo: secondo me, questa cinica prova muscolare paga elettoralmente ma non contribuisce a risolvere la questione; Salvini infatti ha usato 629 naufraghi come ostaggi per negoziare con l’Europa sull’immigrazione.

Se oggi potessi recuperare alla mia memoria tutte le lezioni sulla migrazione dei popoli nella storia del mondo, lo farei volentieri: da sempre infatti l’umanità si è spostata in cerca di migliori condizioni di vita per sé e per i propri cari; dai tempi più remoti le guerre hanno prodotto distruzioni, vittime e un gran numero di profughi, costretti ad abbandonare tutto pur di salvare almeno la loro vita, per non parlare dei morsi della fame, quella vera che forse molti di noi non hanno mai provato, che spinge le comunità a cercare altri luoghi in cui vivere senza l’incubo continuo di non avere nemmeno quel minimo di sostentamento per il giorno dopo. Anche i disastri ambientali flagellano soprattutto le fasce più povere di una popolazione, quelle che vivono sotto un tetto precario e fragile e non hanno nemmeno la possibilità di andare lontano dai luoghi della catastrofe.

In Italia siamo da anni alle prese con il fenomeno dei flussi migratori, sempre visti e affrontati come se ogni volta fossero un’emergenza.
Oggi più che mai siamo un popolo nettamente diviso non solo sulla visione del nostro futuro e sulla soluzione da dare ai diversi problemi da cui siamo afflitti, ma anche se e come organizzare seriamente la prima e la seconda accoglienza. Vedo classi politiche che si alternano al governo senza riuscire a trovare una strategia condivisa da percorrere senza tentennamenti (e senza fare infantili prove di forza sulla pelle delle persone) per affrontare questo fenomeno sempre più complesso, che interroga il nostro modo di vivere (sprechi compresi…) e di vedere il mondo.

Anni fa, quando ero più giovane, sognavo e credevo possibile un’Europa realmente unita, e non solo sotto bandiere economiche, ma come un insieme di Stati che sapessero responsabilmente trovare convergenze ideali e concrete su vari terreni di fronte alle sfide dei colossi mondiali, penso alla Cina ma anche alla potenza della finanza internazionale, capace di spostare in un baleno i suoi capitali, mettendo in ginocchio intere comunità. E invece la politica degli stati europei viene posta al di sopra delle vite delle persone: capitali e merci viaggiano senza confini, si delocalizzano imprese da un giorno all’altro mettendo sul lastrico migliaia di persone, mentre si innalzano muri che bloccano solo i più disperati, quelli che rischiano la loro vita in mare (o in montagna) pur di approdare in un posto sicuro per rifarsi una vita.

Vedere un ministro dell’Interno che costringe la nave Acquarius a fermarsi in mare aperto, in attesa di sapere dove poter attraccare, mi ha provocato un senso di profondo disagio, disorientamento e indignazione: è vero che l’Italia ha fatto sforzi enormi ed è stata costretta per anni – insieme alla povera Grecia – a far fronte in modo solitario all’ondata di persone, arrivate con tutti i mezzi possibili sulle nostre coste, dopo aver peregrinato nel deserto o essere stati rinchiusi in campi di detenzione e aver pagato cifre enormi ai trafficanti di “merce” umana; capisco la rabbia delle fasce più deboli della nostra popolazione, quella che arranca ogni giorno ed è indotta a credere che il “nemico” sia il migrante che viene qui da noi a “togliere lavoro”.

Ma non riesco ad accettare che chi sa e può continui a fingere di credere a questa versione di comodo dei fatti: in Italia per fortuna molti giovani oggi non vogliono (e non resisterebbero nemmeno a) lavorare ore e ore nei campi del sud, chini sotto il sole, a raccogliere e a trasportare pesanti cassoni di pomodori, per una paga da fame, che fa comodo e arricchisce i caporali e i proprietari di queste coltivazioni: non è un caso che la patria di Giuseppe Di Vittorio sia stata la piana di Cerignola, un paesone della provincia di Foggia.

Molti dei miei ex-alunni, dopo aver tentato di tutto per trovare un lavoro, piuttosto che adattarsi a condizioni degradanti e ad essere mal pagati (tra l’altro dopo aver studiato un bel numero di anni), hanno preferito prendere un trolley (non più una valigia di cartone, come i nostri migranti di un tempo) e andare lontano dalla famiglia e dal loro ambiente di vita per trovare non soltanto un’occupazione, ma anche un posto dignitoso nella società attuale: oggi vivono fuori, sparsi per l’Italia, l’Europa e qualcuno oltre oceano, si sono integrati spesso faticosamente e tornano per le vacanze nei luoghi di origine.

Continuerò a riflettere come ho sempre fatto, ma ciò che non mi piace è vedere riproposta nell’Italia (e nell’Europa) del 2018 l’antica e deleteria divisione in fazioni, come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini, non mi piace vedere tanti cittadini accontentarsi degli slogan semplicistici di fronte alle difficoltà che abbiamo davanti, non sopporto gli insulti e le ridicolizzazioni che si mettono in campo per evitare ragionamenti anche dialettici, ma civili.

Chi parla di “invasione” non sa (o finge di non sapere?) che in Europa su 500 milioni di abitanti il 93% è autoctono e solo il 7% immigrato; purtroppo proprio la nostrana legge Bossi-Fini produce essa stessa clandestinità e i media si prestano facilmente a diventare strumenti di propaganda di una fazione o dell’altra: non dimentico che la scorsa estate fu diffusa la paura dell’immigrato-stupratore per connetterla a quella dell’invasione…
Penso che sia ora che la complessità venga finalmente affrontata: non solo per quanto riguarda l’immigrazione, ma anche tante altre problematiche importanti: dalla presenza pervasiva del fenomeno mafioso e criminale fino al debito pubblico, dalla sburocratizzazione delle procedure fino alle innovazioni necessarie per rendere più competitivi tanti settori dell’economia italiana e poter dare maggiore serenità a tanti che vivono in una precarietà permanente. Non certo a causa degli immigrati, che se regolarizzati contribuiscono all’economia italiana e anche a pagare parte delle nostre pensioni.

#RestiamoUmani

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“Avvolgi la tua lingua tra stoffe di seta…”


Ho tra le mani un piccolo libro La crudeltà ci colse di sorpresa – Poesie dal Kurdistan, un piccolo gioiello poetico, pubblicato lo scorso anno dalle Edizioni dell’Asino, una testarda casa editrice controcorrente.

I versi sono della poetessa curda Choman Hardi che ci racconta il dramma del suo popolo, la ricerca di una patria, di una famiglia scomparsa, tra mille persecuzioni. “E lo fa con una voce femminile che è forte, disperata e solitaria come le montagne del loro altipiano”.

 

Domani è di nuovo l’8 marzo e io scelgo la voce di una donna che “intreccia nei suoi versi memoria personale e storia collettiva, diventando cronista di distruzione e restituendo a un popolo cancellato la voce poetica di una lunga tradizione”.

È una testimonianza poetica in una lingua proibita, come ricorda Hevi Dilara nella sua palpitante nota in fondo al volume:
“poiché era vietato tramandare la storia del popolo curdo, la poesia si è appropriata di un ruolo fondamentale. Nel corso dell’ultimo secolo, infatti, la poesia d’autore curda è diventata, da genere elitario qual era, uno strumento per rivelare gli obiettivi, i dolori e la gioia di un popolo smembrato, ed è giunta a tutti trasformandosi in una potente arma indigena nella lotta per l’autodeterminazione, la libertà e la democrazia”.

 

Prima di partire

“Avvolgi la tua lingua tra stoffe di seta
ogni parola separata dall’altra
per non farle scontrare, graffiare.
Non dimenticare le parole che non usi mai,
col passare degli anni i dettagli svaniscono
e potrai averne bisogno.

Riempi una valigia
con le tue montagne assetate
prospereranno in quella pioggia.
Raccogli le voci del tuo quartiere
in un carillon, ben chiuso
per il lungo viaggio.
Prendi con te i dibattiti degli intellettuali,
le loro dispute appassionate, i libri pieni
delle loro discussioni.

Portati il calore di tua madre nella pelle,
il suo odore nelle sue vesti.

Donne combattenti kurde

Tuo padre sarà sempre con te
ogni passo che fai,
ogni decisione che prendi, o che non prendi.
I pianti delle vedove, i bambini
abortiti, e il cancro strisciante resteranno
nei tuoi sogni, non ne sentirai la mancanza.

Trascinati dietro le tue scuole mentre vai,
le panche imploranti,
le lezioni di lacrime.”

(Fotografie tratte dal web)

Sul sito de L’INDICE onlineF. Cavagnoli, scrittrice e traduttrice, ci ricorda che “senza la poesia nulla ricorderemmo di quanto accadde tra il 23 febbraio e il 6 settembre 1988 ad Anfal, quando l’Iraq diede inizio al genocidio contro sei regioni del Kurdistan rurale e l’esercito iracheno rovesciò su 281 insediamenti gas tossici che all’inizio odoravano di mele dolci.
Più di 2000 villaggi vennero distrutti, 182.000 civili persero la vita e finirono nelle fosse comuni, mentre un numero ancora più alto di persone fuggì.
Cosa è rimasto di tutti loro?
“Pettini, / rosari, specchi, carte d’identità, in un mucchio, a inzupparsi di pioggia”.

Bambini kurdi nei territori liberati

 

A caccia di voti nel “mercato elettorale della paura”

Sto evitando di parlare della campagna elettorale in corso, ma credo che la tentata strage del raid razzista del 3 febbraio scorso a Macerata, in cui un ex candidato della Lega al consiglio comunale di Corridonia ha sparato nel centro città ferendo almeno sei cittadini stranieri, mi obblighi ad esprimere qualche riflessione. Ho seguito in silenzio finora la giostra delle pluricandidature, i conflitti interni ai partiti, la valanga di promesse ridicole, la povertà e le sgrammaticature del linguaggio, ma sento che il mio silenzio non può durare fino alla data vicinissima delle prossime elezioni.

La strage infatti è piombata come una bomba “intelligente” sul dibattito politico, inizialmente costruito intorno ai vecchi ritornelli della riduzione delle tasse (ma di corruzione diffusa ed evasione fiscale non si parla molto….),  dell’occupazione che un giorno scende e l’altro sale, sul debito pubblico che ci strozza, ecc.
Immediatamente tutti (o quasi) i leader politici si sono espressi sui temi dell’immigrazione, su cui è sin troppo facile buttarsi con toni virulenti e senza esclusione di colpi, senza preoccuparsi di innalzare sempre di più il livello di imbarbarimento, per confondere le acque, impaurire e polarizzare una buona parte dell’elettorato. Quello più fragile e quindi più facilmente suggestionabile, perché più povero di risorse materiali e culturali, quello che nelle periferie delle grandi città subisce ogni giorno pugni in faccia o nello stomaco, per soprusi e angherie di vario genere e che non sa più a che santo votarsi… Oppure l’elettorato di quelle piccole comunità sparse nella nostra penisola, spaventato dall’arrivo dei migranti nei loro minuscoli comuni, anche perché la gestione complessiva dell’accoglienza di questa massa di persone in fuga non è mai stata affrontata con razionalità e solidarietà (che non sono antitetici), con lucidità, serietà e soprattutto onestà politica.

E allora ecco uno dei più vecchi leader in circolazione chiamare noi cittadini alla “delazione” per denunciare gli immigrati irregolari, magari anche la badante di nostra madre anziana e non autosufficiente!
Io che ho insegnato storia per anni non posso fare a meno di ricordare quando, durante il periodo fascista in Italia, parlavano anche i muri tanto che all’improvviso piombavano in casa gli sgherri del regime per prelevare con prepotenza e senza spiegazioni chi si era macchiato della colpa di ragionare ed esprimere (in casa propria!) posizioni diverse da quelle imposte dai tempi.

Assistiamo poi alla recita di un duo che rappresenta in tutte le salse il binomio immigrazione-delinquenza, invocando e promettendo rimpatri di massa (per portarli dove?) come se l’operazione fosse veramente possibile e sostenibile, tanto noi cittadini (e noi del sud in particolare, purtroppo!) non leggiamo abbastanza né giornali né libri, non conosciamo i dati (quelli seri e reali) e ci fa comodo fingere di dimenticare la potenza di fuoco della criminalità di casa nostra!
La strage del fascio-leghista di Macerata insegna come le campagne di odio verso intere categorie e singole persone (sto pensando in questo momento a Laura Boldrini, non a caso una donna che fa politica e ha raggiunto posizioni apicali) producano i loro frutti avvelenati.

Proviamo invece un po’ a guardare con la lente di ingrandimento le liste dei partiti e scopriremo disseminati qui e là i nomi di persone davvero imbarazzanti, tra quelle già condannate e altre ancora sotto processo, gente con gravi problemi giudiziari che la politica ha scelto e che entrerà nel parlamento della nostra Repubblica, grazie a questa legge elettorale.

Il mio stato d’animo fa la spola tra sconforto, indignazione e rabbia di fronte ad una campagna elettorale che come tante altre volte sembra una gara al ribasso, con tutte le conseguenze non facilmente immaginabili, almeno per noi comuni mortali, che non conosciamo bene gli accordi stipulati dentro le segrete stanze, quelle in cui si sta giocando una partita a scacchi che non avrà sicuramente dei vincitori, lasciando sul campo soltanto cumuli di macerie. Tanto poi si dovrà comunque trovare un accordo anche tra opposti schieramenti (la vicina Germania insegna) per dare un governo a questo povero Paese.

Per questo mi sto difendendo dalla diffusione delle bufale, dal rumore assordante di chiacchiere, urla, insulti, slogan e povertà di contenuti, continuando a coltivare me stessa, per non perdere ciò a cui sono più legata: la mia umanità e la sensibilità verso le sorti non solo del mio orticello privato, ma per quello molto più ampio – anche geograficamente parlando – del resto del mondo, vicino e lontano. E soprattutto l’interesse per i problemi reali come la cronica mancanza di manutenzione delle infrastrutture con i treni che deragliano o i ponti che crollano, la pericolosità della micro e macrocriminalità, compresa quella dei colletti bianchi al Sud come al Nord, le diverse dipendenze che travolgono tante giovani vite sempre più precarie, il totale disinteresse per le generazioni giovanili considerate come figurine, la progressiva disaffezione non solo verso la politica (un fenomeno diffuso ad ogni latitudine) ma verso le stesse sorti della democrazia.

La maggioranza delle persone è passiva, sembra rassegnata, non reagisce più (a parte i mugugni) e non ha più la forza di organizzarsi.
“Ma è così, scrive Federico Rampini su un vecchio numero di D – la Repubblica del 21 ottobre scorso, che si suicidano le democrazie: scivolando lentamente verso la convinzione che noi non contiamo più nulla, che le maggioranze devono sempre subire e pagare per pochi, che le domande scomode le dobbiamo ingoiare in silenzio”.
Il titolo del suo intervento? “Stiamo diventando maggioranza oppressa?”
E non parla soltanto dell’America di Trump!

Piccole vite migranti in una scuola del quartiere Libertà di Bari di Annalinda Lupis

#Natale2017
Mi piace ospitare in questo “mio” spazio un post letto per caso su Fb, grazie alla condivisione di un’amica comune. Io non ho altro da aggiungere.

La mamma di B è nigeriana. Viene spesso qui a casa. Suo marito è a rischio espulsione. Diniego e un ricorso per asilo politico appeso al giudizio di un tribunale. La mamma di C è cinese. Aveva un piccolo negozio che ha dovuto chiudere. Adesso fa piccoli lavori di sartoria in casa.
La mamma di D è barese e suo marito è senegalese. La mamma di S è barese e suo marito è georgiano. La mamma di F è barese e suo marito è marocchino.
La mamma di O è nigeriana e il suo compagno è barese. La mamma di R è eritrea e suo marito è barese. La mamma di A e F è barese e il suo compagno è nigeriano. La mamma di Princess è barese e suo marito è nigeriano.

Nella nostra scuola ci sono tante aule piene di piccole vite migranti. Meticciato ed esperienze differenti. Le recite scolastiche sono gli unici momenti in cui riusciamo a guardarci negli occhi tutt* insieme. A piangere tutt* insieme. Perché sono ogni anno più grandi queste creature. Perchè sono anime rimaste stranamente incontaminate.

Ho visto bambini armeggiare con un passeggino giocattolo. Cullare e dare un biberon a due bambole spelacchiate. Ho visto bambine cinesi con grosse difficoltà ad esprimersi in lingua italiana, supportate con passione ed entusiasmo dalle coetanee baresi. Ho visto mia figlia parlare in inglese con B e O perchè sono nigeriani e insegnare l’inglese alle altre bambine perchè “così giochiamo meglio”.

La mamma di B, nigeriana, ha avuto da poco una bimba e non riusciva a scattare le foto. La zia di G, barese, ha cullato la piccola fra le sue braccia sussurrando canzoncine affinché la sua mamma riuscisse a scattare tutte le foto più belle.
In quelle due ore trascorse in quell’aula scolastica, ho fatto scorta di umanità. Attraverso gesti banali che sarebbe tanto bello fossero il pane quotidiano, sono andate smarrite le forme di pregiudizio e gli stereotipi che accompagnano gli incubi della cittadinanza inconsapevole. Perché siamo cittadine e cittadini in un grandissimo quartiere multietnico.
Perché la propaganda imposta dal sistema, genera gli incubi e noi tutt* inconsapevolmente perdiamo il nostro diritto ad essere cittadin*.

E gli incubi generati dal sistema, costruiscono muri. Definiscono le sfumature di colore sulla pelle. Stabiliscono il confine tra le lingue. Firmano decreti e ordinanze per delimitare le distanze di classe sociale. Nutrono il pregiudizio morale costruito sulla strada del genere: i maschietti e le femminucce. La bambola per le bambine. I soldatini per i bambini.

In quelle due ore trascorse in quell’aula scolastica, ho trattenuto a stento, la voglia di mettermi in piedi sui banchi. Per parlare a tutt* con una prospettiva differente. Non come una leader. Decisamente capobanda.
Perché: ma avete visto? State guardando? E vi state guardando? Perché: ma io vi guardo. E io ci vedo benissimo. Siamo quell* che vanno di fretta al mattino.
Di fretta al pomeriggio. Molto spesso non siamo noi. Sono i figli più grandi, la zia, la nonna, la vicina di casa. Perchè noi abbiamo gli altri figli più piccoli a cui badare. Quelli in arrivo. Perchè siamo sempre incinte. Perchè siamo sempre troppo povere e ci dicono che per questo siamo sempre incinte.


Abbiamo biciclette e bus e piedi anzichè un’automobile. I carrelli della spesa trascinati nelle giornate piovose e senza mani per tenere gli ombrelli. Fazzoletti nelle tasche per pulire il naso dei nostri mocciosissimi figli. Tasche mai troppo grandi per contenere tutto ciò che serve. Pupazzetti, caramelle gommose, pastelli a cera consumati, gli avvisi della scuola e il telefonino. Che ci serve come il pane per stemperare l’ansia delle lunghe attese. In coda nell’ufficio postale aspettando un sussidio che mai arriva. Che arriva e ci brillano gli occhi, 100 euro… e ci sentiamo ricche. L’avvocato che mai risponde e papà è in galera. Le dirette su Fb che i nostri figli son piezz ‘e cor e ogni scarrafon è bello alla sua mamma. Ma gli scarrafon li teniamo in casa.
Li portiamo a scuola perchè entrano negli zainetti dei figli. Gli scarrafon non son razzisti. Non vedono il colore della pelle e gli sta bene lo zainetto nigeriano, somalo e barese.

Io vi guardo e ci vedo benissimo. E siamo terribilmente uguali. Disperatamente simili. E se vi illudete che sia soltanto un miracolo della recita di Natale, rassegnatevi. E se sperate che rimarrò in silenzio, rassegnatevi. E parlerò e parleremo. E riempirò quell’aula scolastica di fotografie inedite, pazzesche, assurde. Attaccherò ai muri i vostri incubi generati dal sistema.
Perché in realtà sono i sogni che cullano i nostri figli.

E crolleranno i muri, i confini, l’orgoglio e il pregiudizio. Intreccerete mani scure e capelli aridi come il deserto africano. Sussurrando canzoncine ad una bambina nera, in cinese, arabo e in barese. Mescolando merende di kebab e panzerotti. Prendendo fiato e riprendendo il tempo che abbiamo perso fino ad oggi.
Perché vi guardo e ci vedo benissimo. Festeggeremo ogni giorno Natale quando riaprirà la scuola. Promesso…

Postato da Annalinda Lupis sul suo profilo Facebook

 

Informarmi, che tormento… con qualche piccola consolazione

È uno di quei giorni in cui posso anche star male fisicamente, ma sono la mia passione e l’attaccamento alle sorti di tutti noi che oggi – come in questi ultimi tempi – subiscono un altro colpo. Leggere i giornali e ascoltare le informazioni televisive è diventato sempre più un tormento per me, tanto che ormai vado a caccia di buone notizie. Ma oggi prevalgono quelle “cattive” almeno per me, che mi sembra di ricevere “schiaffi” in faccia.

Inizio dal Mondo #Ikea, la multinazionale svedese che fa di tutto per rendersi simpatica e pulita, “brava a dare lezioni di senso civico e fair play”, che a Bari licenzia senza tante storie Claudio, che lavora con loro da 11 anni, dal momento dell’apertura di questa astronave nel deserto, un lavoratore padre di due bambini, a causa di un ritardo di cinque minuti. Cinque minuti!
Colpirne uno, per avvertirne altri cento…

E questa è solo la punta di un iceberg del modo in cui le multinazionali stanno trattando la loro forza-lavoro, persone in carne e ossa, uomini e donne, spesso soprattutto giovani che non hanno altre alternative.

Cambio pagina e leggo che i naziskin del #VenetoFronteSkinhead in trasferta hanno fatto irruzione in una riunione di gente pacifica, quasi tutte donne e over 50, nella sede dell’associazione “Como senza frontiere“, un incontro settimanale come tanti altri a cui anch’io partecipo con l’associazione di cui faccio parte, per il desiderio (o l’illusione?) di avere più strumenti di conoscenza della realtà in cui viviamo per riuscire a migliorarla, con il contributo di altre persone come me.

L’irruzione e l’imposizione della lettura di un comunicato razzista già di per sé mi disturba profondamente, ma secondo me il vero pugno nello stomaco è stata da un lato la visibilità di questo manipolo nel gran circo mediatico, prime pagine di giornali, siti, radio e Tv, addirittura un’ospitata in Rai a “Uno Mattina”; dall’altro il comportamento di certi personaggi politici che non censurano, trincerandosi dietro il muro dei “No comment”, e chiamando folklore questo genere di episodi, che si moltiplicano in misura esponenziale ogni giorno.
“Avanza – come titola un quotidiano – la galassia nera”, sempre più sdoganata da media e forze politiche, che stanno utilizzando il dilagare della diffidenza e della paura dell’altro, di un “nemico” inesistente (basta leggere seriamente i rapporti dell’Istat) per aumentare i loro consensi, in vista – tanto per cambiare – di nuove elezioni politiche, con una legge elettorale che per ora preferisco non commentare… più che altro per difendere la salute del mio fegato.


Ma intanto posso consolarmi un po’ con le parole di Luciano Benetton, che a 82 anni torna con la sorella a riprendersi la sua azienda (lo sta dimostrando con i fatti nella mia città), che in questi anni è stata deformata e spenta, da madornali errori di gestione, e che ora è in passivo. Dice testualmente che per far risalire non solo i conti, ma anche l’immagine della United Colors “troveremo i giovani giusti, staneremo le intelligenze dovunque si trovino, a cominciare dagli immigrati che sono una ricchezza d’energia. Li chiameremo a Fabrica a studiare e a lavorare con noi, E in poco tempo torneremo a colorare il mondo e a difendere i diritti”.

Non salto di palo in frasca, perchè tutto si tiene, quando leggo che l’albergo di Rigopiano, un 4 stelle con centro benessere e piscina all’aperto, dove soltanto il 18 gennaio di quest’anno sono rimaste sepolte ben 29 persone, era tutto abusivo, non doveva essere costruito lì, dove c’erano vincoli ambientali e relazioni geologiche che avrebbero dovuto bloccare questo scempio. Pare che fosse stato presentato un progetto con foto contraffatte, era un rifugio ed è diventato un mega-centro che attirava turisti da tutta la regione, ignari del pericolo che correvano. E le autorità responsabili (tecnici comunali, sindaci, ecc.) che come le tre scimmiette non vedono, non sentono e non parlano! Ecco in quali mani stiamo, anche quando scegliamo un hotel per una nostra vacanza…

Per varcare i confini di questa Italietta, vediamo un po’ cosa succede nel mondo.

#Trump, che notoriamente dorme 3-4 ore per notte, usa #Twitter – di primo mattino – come una clava, ripescando e rimettendo in circolo vecchi video islamofobi della destra britannica; forse se dormisse qualche ora in più sarebbe un bene per tutta l’umanità!
Ma intanto fa comodo alla nostra ENI, il primo operatore ad aggiudicarsi il permesso di cercare petrolio trivellando il fondo del mar Glaciale Artico, all’interno di uno dei progetti più contestati dell’amministrazione del miliardario, quello di concedere alle compagnie petrolifere la possibilità di perforare il fondo marino di fronte alle coste dell’Alaska. Intanto nei mari e negli oceani, c’è più plastica che pesci: infatti in ogni oceano, ma anche nel nostro Mediterraneo, grazie ad un gioco di correnti, si stanno formando vastissime isole di scarti non biodegradabili, comprese le famosissime infradito.

Ma per fortuna c’è anche una buona notizia: in Kenya “Ocean Sole”, una piccola realtà controcorrente (è proprio il caso di dirlo!), ha creato una rete di raccoglitori che perlustra le spiagge e le comunità.

Poi con detersivi biologici ripulisce e tratta questi vecchi sandali che una cinquantina di artisti trasforma in piccole e grandi opere d’arte riciclata; attualmente riciclano 50 tonnellate ogni anno, dando lavoro retribuito a più di 700 persone. Una goccia nel mare, ma è una realtà che vuole ampliarsi e ci sta riuscendo egregiamente! Vorrei concludere la giornata con un sorriso e ciò che fa questa bella realtà africana, mi rassicura non poco.

Il mio animale preferito.

Le “Dolorose considerazioni del cuore” e “il coraggio della verità”

Mentre poco fa entravo nella mia stanza studio, sono stata colpita dal titolo di un libro di Sandra Petrignani, che mi sono proposta di leggere: Dolorose considerazioni del cuore, che delinea l’ “autobiografia di una donna borderline”.

libro
Ma il titolo ha richiamato alla mente ben altro argomento, mi ha riportata a ciò che sta succedendo in questi giorni, sintetizzando perfettamente i miei pensieri e gli stati d’animo, rispetto allo sbandierato accordo Italia-Libia:
“Fredde osservazioni della mente e dolorose considerazioni del cuore”
(E. Ginzburg, Viaggio nella vertigine).

Infatti, dopo la chiusura della rotta balcanica, è la Libia uno dei punti principali da cui partono i migranti, da qui l’idea di chiudere la rotta nel Mediterraneo Centrale. Per questo Gentiloni, capo del nostro governo, ha firmato a Roma il 2 febbraio un’intesa con il premier di Tripoli Fayez al-Sarraj, con i complimenti e i sorrisi soddisfatti dei 28 partners dell’UE, riuniti il giorno dopo a Malta.

Libia e Tunisia: migliaia di persone in fuga - da Sky TG24

Libia e Tunisia: migliaia di persone in fuga – da Sky TG24

Solo qualche numero: il mare nostrum è stato attraversato nel 2016 da 181.436 migranti, ma ne ha inghiottiti altri 4.576, che hanno perso la vita insieme alla loro speranza di futuro. Numeri da brivido, perché stiamo parlando di persone, di uomini, donne e bambini!

Farah, 10 anni, al campo di Zaatari, in Giordania - da Oxfamitalia.org

Farah, 10 anni, al campo di Zaatari, in Giordania – da Oxfamitalia.org

Mi ha dato molto fastidio il tono trionfalistico con cui Gentiloni ha esaltato il suo accordo con Fayez al-Sarraj, che in realtà controlla soltanto una parte del suo Paese e ha quindi ben poca autorità per renderlo efficace.

La chiusura della frontiera meridionale libica significa bloccare tutte le persone provenienti dai paesi dell’Africa sub-sahariana, che già ora (si calcola siano circa 260.000, se non 300.000) sono arrestate e tenute in detenzione senza processo legale, senza alcun modo per opporsi o fare ricorso, e senza contatto con il mondo esterno.
Sono le accuse di chi come Arjan Hehenkamp, uno dei direttori generali di Medici senza Frontiere (Msf), ha visto con i propri occhi queste situazioni disumane e denuncia che «i detenuti sono sottoposti spesso a violenze, stupri e ricatti. Mi hanno pregato – continua – di contattare le loro famiglie per far sapere che erano ancora vivi. Non avevano idea di quale sarebbe stato il loro destino, sebbene fossero già imprigionati da mesi ormai».

Bimba in fuga - da tgcom24.mediaset.it

Bimba in fuga – da tgcom24.mediaset.it

Proprio l’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, e l’Oim, l’Organizzazione internazionale delle Migrazioni (organismi che pure dovrebbero essere coinvolti nella gestione del piano di accoglienza dei rifugiati in Libia, nelle intenzioni del governo italiano) ritengono che «nella situazione attuale, la Libia non possa essere considerato un paese terzo sicuro, né si possano avviare procedure extra-territoriali per l’esame delle domande di asilo in nord Africa».

In Ungheria rifugiati trattati come bestie... Da "Left"

In Ungheria rifugiati trattati come bestie…
Da “Left”

Io penso che non solo l’accordo non funzionerà, ma che ben altra strada doveva essere perseguita dall’Italia come dall’Europa: quella di aprire canali umanitari legali e sicuri per le persone in fuga, sottraendole ai trafficanti di “merce” umana e indebolendo nel contempo le reti criminali.

Si scelgono invece le strade più facili, per motivi prettamente politici, cioè per indebolire le forze populiste che dilagano in Europa, senza avere la lungimiranza di costruire un progetto comune e senza il coraggio di una donna come Emma Bonino, ex ministra degli Esteri, che dice “basta alle bufale” che parlano sempre e solo di emergenza, da anni e anni!
Una donna nuovamente in campo per superare una legge vecchia di 15 anni, la Bossi-Fini, e per smontare “un racconto falso che non sta in piedi, perché – afferma – se non ci fossero i migranti, se non arrivassero, tra qualche tempo dovremmo andare a prenderceli noi. Abbiamo “bisogno” di 160.000 persone all’anno per dieci anni. Siamo un continente ricco e vecchio. E loro ci servono, banalmente. Occorre solo organizzarsi” e lavorare seriamente per l’integrazione. Soprattutto io credo che occorra parlare con le persone, per riuscire a smontare la marea di stereotipi e pregiudizi: è un’invasione, ci rubano il lavoro, non possiamo accoglierli tutti, ecc.

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Sul numero 4 di Left di quest’anno Emma Bonino, sempre molto informata sui numeri e sui fatti, spiega bene il suo ragionamento e com’è nata la proposta di una legge di iniziativa popolare, frutto di lunghe consultazioni con i sindaci di tantissime città d’Italia e con chi lavora su questo terreno da tempo. Una donna con “il coraggio della verità” e che con le sue azioni politiche è riuscita a far fare molti passi avanti a questa Italietta, piccola piccola…

Uomini e donne dai mille passi

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Camminano su e giù lungo le spiagge, carichi della loro merce, a volte si fermano a guardarti, ti fanno un saluto e non sempre si aspettano un cenno. Ma appena gli sorridi, eccoli lì sotto il tuo ombrellone, pronti a mostrarti uno dei loro oggetti, nugoli di cose che si portano dietro accatastate le une sulle altre.
Non s’immagina quanta roba sono capaci di tirar fuori da borse, borsoni, sacchetti e cappelli.

Io guardo continuamente i venditori di spiaggia, guardo i loro visi, le ciabatte o le scarpe che hanno ai piedi, come sono vestiti, il loro sudore, la bravura di chi si ferma gentilmente appena capisce che forse forse c’è qualcuno realmente interessato a comprare qualcosa, la loro capacità di contrattare il prezzo e mi piacerebbe conoscere le loro storie. Da dove vengono, da quanto tempo sono tra noi, che esperienze hanno accumulato, dove vivono in estate e in inverno, quanto riescono a racimolare con i loro mille passi, se mandano qualcosa alle famiglie lontane…
Mi chiedo se sono donne e uomini soli, se hanno il desiderio di una mano dolce, di una tenerezza o di un amore che li aspetta. Ora li guardo con un interesse ancora maggiore, ricordando la curiosità di mia sorella, che non se ne perdeva uno!
Con fare sornione si avvicinava appena uno/a di loro si fermava e con le mani dietro osservava tutto e tante volte chiamava me per farmi vedere qualcosa di carino.
Io sempre un po’ riluttante la raggiungevo per scoprire ciò che già sapevo: lei riusciva a scovare, in mezzo a tante cianfrusaglie, la cosa più carina, la guardava, ci pensava, chiedeva il mio parere ma io sapevo che aveva già deciso di prenderla. E non sbagliava mai!

Ora che non ci sei più, io più imbranata di prima, mi limito a fare la sociologa da strapazzo, li osservo e poi penso a te. E come faccio a non pensarti?

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Favola agrodolce di Riso Fuorisede

La copertina di questo piccolo, grande libro che sto leggendo e rileggendo.

La copertina di questo piccolo, grande libro che sto leggendo e rileggendo.

Donne ivoriane al lavoro

Donne ivoriane al lavoro

Un frammento del libro a pagina 35, tratto dal capitolo Souvenir d'Avorio

Un frammento del libro a pagina 35, tratto dal capitolo Souvenir d’Avorio

"Il colore della loro pelle ha proprio le stesse varianti del cioccolato".

“Il colore della loro pelle ha proprio le stesse varianti del cioccolato”.

Il silenzio, il mio paesaggio interiore oggi

foto per blogMi sono capitati sotto gli occhi i versi scritti da Montale alla fine della Prima guerra mondiale, Non chiederci la parola: “…Questo soltanto oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Calzano a pennello con il mio stato d’animo attuale.

Perché è da tanto ormai che leggo, ascolto e vedo ciò che succede ogni giorno in Italia, al confine greco-macedone, in Siria e nel resto del mondo e mi mancano le parole per riuscire ad esprimere un mio punto di vista.
Sento soltanto il desiderio di rimanere in silenzio per pensare, per riflettere ed approfondire. Non riesco a rimanere distaccata di fronte agli eventi che si succedono, si accavallano gli uni sugli altri e mi coinvolgono, ma mai come in questo periodo non so (e forse non voglio) dire parole.

sgomberoTra emozioni e sentimenti contrastanti, continuo a seguire la “Grande Migrazione” che non da oggi muove intere famiglie. Uomini donne e bambini, tanti bambini, calpestati nella loro dignità di persone e nei loro diritti, bloccati dai nuovi muri che vedo innalzare e dai chilometri di filo spinato che si moltiplicano alle frontiere interne di un’Europa politica di nani, di leader (?) senza qualità. Un’Europa vecchia e depressa, chiusa in se stessa e divisa tra accoglienza e respingimenti, vittima di una crisi totale, non solo economica. Un’Europa senza futuro.

filo spinatoM’interrogo su cosa potrei fare ma ammutolisco per la rabbia e il senso di impotenza che non riesco ad esprimere in parole; mi piacciono quelle che Concita De Gregorio scrive il I marzo su palomarblog.wordpress.com., perciò le prendo in prestito: “il silenzio come unico riparo superstite dal circo osceno delle opinioni sempre nette, sempre urlate, sempre senza dubbio e quasi sempre ignoranti delle ragioni ultime delle cose”.
In questo caso ignoranti delle tragiche storie che spingono questo incessante fiume di persone ad abbandonare tutto, rischiando la loro stessa vita.
Ad ogni nuovo tragico naufragio, in cui muoiono anche tanti bambini, i media dedicano sempre meno spazio.

espulsioniSembra che nemmeno le classi dirigenti (sic!) siano in grado di orientare e preparare la pubblica opinione – come ha affermato il presidente Mattarella negli Stati Uniti – ad affrontare un fenomeno migratorio di dimensioni non paragonabili a fenomeni analoghi.
Mi consola però il fatto che sia partito con successo in Italia un progetto-pilota di corridoio umanitario grazie ad un piccolo gruppo di associazioni e chiese (come la comunità di sant’Egidio e le chiese evangelica e valdese), che dimostra – a noi semplici cittadini e agli Stati – che non è impossibile realizzare un progetto come questo!

Ancora. Ho letto e ascoltato il dibattito (si fa per dire) sviluppatosi in patria intorno alle unioni civili e in particolare sul tema scottante e delicato dell’adozione del figlio del partner, mescolando argomenti diversi (la gravidanza per altri) ed esplodendo, quando le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che al di là dell’oceano era nato un bimbo, figlio di una coppia omosessuale famosa in Italia. Ancora una volta mi sono rifugiata nel silenzio, attonita di fronte alla marea montante di commenti e di volgarità, di fronte all’incapacità di poter ragionare serenamente nel merito di un tema così complesso, senza alcun rispetto verso scelte diverse dalle proprie, stanca di veder nascere le solite contrapposizioni di chi si mette al riparo delle proprie certezze (e intolleranze) per impedire una regolamentazione che metterebbe al sicuro i soggetti più deboli.

cieloNon parlo poi del fine vita di noi esseri mortali, un enorme tabù di cui s’inizia finalmente a discutere in una commissione parlamentare, ma che è difficile far emergere in un discorso, anche quando si è tra persone amiche. A me, che invece ci penso, non rimane ancora una volta che restare – anche in questo caso – in perfetto silenzio.

In silenzio per aiutare me stessa a far nascere dentro di me una voce nuova, la mia voce, la mia parola che non può essere sempre la stessa, mentre il mondo intorno a me cambia a ritmi vertiginosi. Per questo oggi il silenzio è il mio paesaggio interiore, perché – come dice Anna Crespi“sento le cose del mondo esplodermi dentro. A volte con dolore. Altre con felicità. Come la calma serena del mare quando ci invade e ci si lascia andare al suo leggero movimento”.

Aylan, perdonami

Di fronte alla foto – tanto discussa e che non pubblico – del piccolo siriano senza vita sulla battigia della spiaggia di Bodrum, voglio condividere su questo mio blog le parole di Angela M. Lomoro,  una  giornalista che riesce ad esprimere con chiarezza e semplicità il suo dolore di fronte alla morte di un bimbo e di tanti bambini come lui, una donna che sa condividere la sua umanità in questo tempo di lupi, un tempo di impotenza di Stati cosiddetti civili, incapaci di passare all’azione per fermare questo genocidio: Aylan, perdonami