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Le “Dolorose considerazioni del cuore” e “il coraggio della verità”

Mentre poco fa entravo nella mia stanza studio, sono stata colpita dal titolo di un libro di Sandra Petrignani, che mi sono proposta di leggere: Dolorose considerazioni del cuore, che delinea l’ “autobiografia di una donna borderline”.

libro
Ma il titolo ha richiamato alla mente ben altro argomento, mi ha riportata a ciò che sta succedendo in questi giorni, sintetizzando perfettamente i miei pensieri e gli stati d’animo, rispetto allo sbandierato accordo Italia-Libia:
“Fredde osservazioni della mente e dolorose considerazioni del cuore”
(E. Ginzburg, Viaggio nella vertigine).

Infatti, dopo la chiusura della rotta balcanica, è la Libia uno dei punti principali da cui partono i migranti, da qui l’idea di chiudere la rotta nel Mediterraneo Centrale. Per questo Gentiloni, capo del nostro governo, ha firmato a Roma il 2 febbraio un’intesa con il premier di Tripoli Fayez al-Sarraj, con i complimenti e i sorrisi soddisfatti dei 28 partners dell’UE, riuniti il giorno dopo a Malta.

Libia e Tunisia: migliaia di persone in fuga - da Sky TG24

Libia e Tunisia: migliaia di persone in fuga – da Sky TG24

Solo qualche numero: il mare nostrum è stato attraversato nel 2016 da 181.436 migranti, ma ne ha inghiottiti altri 4.576, che hanno perso la vita insieme alla loro speranza di futuro. Numeri da brivido, perché stiamo parlando di persone, di uomini, donne e bambini!

Farah, 10 anni, al campo di Zaatari, in Giordania - da Oxfamitalia.org

Farah, 10 anni, al campo di Zaatari, in Giordania – da Oxfamitalia.org

Mi ha dato molto fastidio il tono trionfalistico con cui Gentiloni ha esaltato il suo accordo con Fayez al-Sarraj, che in realtà controlla soltanto una parte del suo Paese e ha quindi ben poca autorità per renderlo efficace.

La chiusura della frontiera meridionale libica significa bloccare tutte le persone provenienti dai paesi dell’Africa sub-sahariana, che già ora (si calcola siano circa 260.000, se non 300.000) sono arrestate e tenute in detenzione senza processo legale, senza alcun modo per opporsi o fare ricorso, e senza contatto con il mondo esterno.
Sono le accuse di chi come Arjan Hehenkamp, uno dei direttori generali di Medici senza Frontiere (Msf), ha visto con i propri occhi queste situazioni disumane e denuncia che «i detenuti sono sottoposti spesso a violenze, stupri e ricatti. Mi hanno pregato – continua – di contattare le loro famiglie per far sapere che erano ancora vivi. Non avevano idea di quale sarebbe stato il loro destino, sebbene fossero già imprigionati da mesi ormai».

Bimba in fuga - da tgcom24.mediaset.it

Bimba in fuga – da tgcom24.mediaset.it

Proprio l’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, e l’Oim, l’Organizzazione internazionale delle Migrazioni (organismi che pure dovrebbero essere coinvolti nella gestione del piano di accoglienza dei rifugiati in Libia, nelle intenzioni del governo italiano) ritengono che «nella situazione attuale, la Libia non possa essere considerato un paese terzo sicuro, né si possano avviare procedure extra-territoriali per l’esame delle domande di asilo in nord Africa».

In Ungheria rifugiati trattati come bestie... Da "Left"

In Ungheria rifugiati trattati come bestie…
Da “Left”

Io penso che non solo l’accordo non funzionerà, ma che ben altra strada doveva essere perseguita dall’Italia come dall’Europa: quella di aprire canali umanitari legali e sicuri per le persone in fuga, sottraendole ai trafficanti di “merce” umana e indebolendo nel contempo le reti criminali.

Si scelgono invece le strade più facili, per motivi prettamente politici, cioè per indebolire le forze populiste che dilagano in Europa, senza avere la lungimiranza di costruire un progetto comune e senza il coraggio di una donna come Emma Bonino, ex ministra degli Esteri, che dice “basta alle bufale” che parlano sempre e solo di emergenza, da anni e anni!
Una donna nuovamente in campo per superare una legge vecchia di 15 anni, la Bossi-Fini, e per smontare “un racconto falso che non sta in piedi, perché – afferma – se non ci fossero i migranti, se non arrivassero, tra qualche tempo dovremmo andare a prenderceli noi. Abbiamo “bisogno” di 160.000 persone all’anno per dieci anni. Siamo un continente ricco e vecchio. E loro ci servono, banalmente. Occorre solo organizzarsi” e lavorare seriamente per l’integrazione. Soprattutto io credo che occorra parlare con le persone, per riuscire a smontare la marea di stereotipi e pregiudizi: è un’invasione, ci rubano il lavoro, non possiamo accoglierli tutti, ecc.

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Sul numero 4 di Left di quest’anno Emma Bonino, sempre molto informata sui numeri e sui fatti, spiega bene il suo ragionamento e com’è nata la proposta di una legge di iniziativa popolare, frutto di lunghe consultazioni con i sindaci di tantissime città d’Italia e con chi lavora su questo terreno da tempo. Una donna con “il coraggio della verità” e che con le sue azioni politiche è riuscita a far fare molti passi avanti a questa Italietta, piccola piccola…

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Uomini e donne dai mille passi

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Camminano su e giù lungo le spiagge, carichi della loro merce, a volte si fermano a guardarti, ti fanno un saluto e non sempre si aspettano un cenno. Ma appena gli sorridi, eccoli lì sotto il tuo ombrellone, pronti a mostrarti uno dei loro oggetti, nugoli di cose che si portano dietro accatastate le une sulle altre.
Non s’immagina quanta roba sono capaci di tirar fuori da borse, borsoni, sacchetti e cappelli.

Io guardo continuamente i venditori di spiaggia, guardo i loro visi, le ciabatte o le scarpe che hanno ai piedi, come sono vestiti, il loro sudore, la bravura di chi si ferma gentilmente appena capisce che forse forse c’è qualcuno realmente interessato a comprare qualcosa, la loro capacità di contrattare il prezzo e mi piacerebbe conoscere le loro storie. Da dove vengono, da quanto tempo sono tra noi, che esperienze hanno accumulato, dove vivono in estate e in inverno, quanto riescono a racimolare con i loro mille passi, se mandano qualcosa alle famiglie lontane…
Mi chiedo se sono donne e uomini soli, se hanno il desiderio di una mano dolce, di una tenerezza o di un amore che li aspetta. Ora li guardo con un interesse ancora maggiore, ricordando la curiosità di mia sorella, che non se ne perdeva uno!
Con fare sornione si avvicinava appena uno/a di loro si fermava e con le mani dietro osservava tutto e tante volte chiamava me per farmi vedere qualcosa di carino.
Io sempre un po’ riluttante la raggiungevo per scoprire ciò che già sapevo: lei riusciva a scovare, in mezzo a tante cianfrusaglie, la cosa più carina, la guardava, ci pensava, chiedeva il mio parere ma io sapevo che aveva già deciso di prenderla. E non sbagliava mai!

Ora che non ci sei più, io più imbranata di prima, mi limito a fare la sociologa da strapazzo, li osservo e poi penso a te. E come faccio a non pensarti?

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Favola agrodolce di Riso Fuorisede

La copertina di questo piccolo, grande libro che sto leggendo e rileggendo.

La copertina di questo piccolo, grande libro che sto leggendo e rileggendo.

Donne ivoriane al lavoro

Donne ivoriane al lavoro

Un frammento del libro a pagina 35, tratto dal capitolo Souvenir d'Avorio

Un frammento del libro a pagina 35, tratto dal capitolo Souvenir d’Avorio

"Il colore della loro pelle ha proprio le stesse varianti del cioccolato".

“Il colore della loro pelle ha proprio le stesse varianti del cioccolato”.

Il silenzio, il mio paesaggio interiore oggi

foto per blogMi sono capitati sotto gli occhi i versi scritti da Montale alla fine della Prima guerra mondiale, Non chiederci la parola: “…Questo soltanto oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Calzano a pennello con il mio stato d’animo attuale.

Perché è da tanto ormai che leggo, ascolto e vedo ciò che succede ogni giorno in Italia, al confine greco-macedone, in Siria e nel resto del mondo e mi mancano le parole per riuscire ad esprimere un mio punto di vista.
Sento soltanto il desiderio di rimanere in silenzio per pensare, per riflettere ed approfondire. Non riesco a rimanere distaccata di fronte agli eventi che si succedono, si accavallano gli uni sugli altri e mi coinvolgono, ma mai come in questo periodo non so (e forse non voglio) dire parole.

sgomberoTra emozioni e sentimenti contrastanti, continuo a seguire la “Grande Migrazione” che non da oggi muove intere famiglie. Uomini donne e bambini, tanti bambini, calpestati nella loro dignità di persone e nei loro diritti, bloccati dai nuovi muri che vedo innalzare e dai chilometri di filo spinato che si moltiplicano alle frontiere interne di un’Europa politica di nani, di leader (?) senza qualità. Un’Europa vecchia e depressa, chiusa in se stessa e divisa tra accoglienza e respingimenti, vittima di una crisi totale, non solo economica. Un’Europa senza futuro.

filo spinatoM’interrogo su cosa potrei fare ma ammutolisco per la rabbia e il senso di impotenza che non riesco ad esprimere in parole; mi piacciono quelle che Concita De Gregorio scrive il I marzo su palomarblog.wordpress.com., perciò le prendo in prestito: “il silenzio come unico riparo superstite dal circo osceno delle opinioni sempre nette, sempre urlate, sempre senza dubbio e quasi sempre ignoranti delle ragioni ultime delle cose”.
In questo caso ignoranti delle tragiche storie che spingono questo incessante fiume di persone ad abbandonare tutto, rischiando la loro stessa vita.
Ad ogni nuovo tragico naufragio, in cui muoiono anche tanti bambini, i media dedicano sempre meno spazio.

espulsioniSembra che nemmeno le classi dirigenti (sic!) siano in grado di orientare e preparare la pubblica opinione – come ha affermato il presidente Mattarella negli Stati Uniti – ad affrontare un fenomeno migratorio di dimensioni non paragonabili a fenomeni analoghi.
Mi consola però il fatto che sia partito con successo in Italia un progetto-pilota di corridoio umanitario grazie ad un piccolo gruppo di associazioni e chiese (come la comunità di sant’Egidio e le chiese evangelica e valdese), che dimostra – a noi semplici cittadini e agli Stati – che non è impossibile realizzare un progetto come questo!

Ancora. Ho letto e ascoltato il dibattito (si fa per dire) sviluppatosi in patria intorno alle unioni civili e in particolare sul tema scottante e delicato dell’adozione del figlio del partner, mescolando argomenti diversi (la gravidanza per altri) ed esplodendo, quando le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che al di là dell’oceano era nato un bimbo, figlio di una coppia omosessuale famosa in Italia. Ancora una volta mi sono rifugiata nel silenzio, attonita di fronte alla marea montante di commenti e di volgarità, di fronte all’incapacità di poter ragionare serenamente nel merito di un tema così complesso, senza alcun rispetto verso scelte diverse dalle proprie, stanca di veder nascere le solite contrapposizioni di chi si mette al riparo delle proprie certezze (e intolleranze) per impedire una regolamentazione che metterebbe al sicuro i soggetti più deboli.

cieloNon parlo poi del fine vita di noi esseri mortali, un enorme tabù di cui s’inizia finalmente a discutere in una commissione parlamentare, ma che è difficile far emergere in un discorso, anche quando si è tra persone amiche. A me, che invece ci penso, non rimane ancora una volta che restare – anche in questo caso – in perfetto silenzio.

In silenzio per aiutare me stessa a far nascere dentro di me una voce nuova, la mia voce, la mia parola che non può essere sempre la stessa, mentre il mondo intorno a me cambia a ritmi vertiginosi. Per questo oggi il silenzio è il mio paesaggio interiore, perché – come dice Anna Crespi“sento le cose del mondo esplodermi dentro. A volte con dolore. Altre con felicità. Come la calma serena del mare quando ci invade e ci si lascia andare al suo leggero movimento”.

Aylan, perdonami

Di fronte alla foto – tanto discussa e che non pubblico – del piccolo siriano senza vita sulla battigia della spiaggia di Bodrum, voglio condividere su questo mio blog le parole di Angela M. Lomoro,  una  giornalista che riesce ad esprimere con chiarezza e semplicità il suo dolore di fronte alla morte di un bimbo e di tanti bambini come lui, una donna che sa condividere la sua umanità in questo tempo di lupi, un tempo di impotenza di Stati cosiddetti civili, incapaci di passare all’azione per fermare questo genocidio: Aylan, perdonami

Non sempre si hanno “parole per dirlo”…

Persistenza della malattia (non avevo dubbi), ma anche estensione e intensità di ipermetabolismo: questo il risultato dell’ultima PET.  Leggo e rileggo riga dopo riga, guardo le immagini (sono anche colorate…) per scoprire i nuovi punti in cui si è insinuata e mi sembra impossibile: a parte qualche dolorino-spia e un’astenia che va e viene, non si vedono segni esterni di questo ospite sgradito con cui devo convivere e che lavora alacremente “a mia insaputa”.

Visto il titolo dato a questo mio blog, oggi mi chiedevo:
con quali parole ed espressioni riuscire ad esprimere il mio stato d’animo, lo scoraggiamento che vuole sopraffarmi e la paura di avere sempre meno tempo? E come formulare le domande a cui nessuno può dare risposta?

La verità è che non ho “Le parole per dirlo” e questo post mi fa l’effetto di un messaggio in bottiglia lanciato in mare, in balia delle onde, dove potrebbe essere intercettato e afferrato da qualche disperato a galla su un gommone alla volta dell’Italia, sua terra promessa.

Se penso ai 400 disperati morti nel Canale di Sicilia e ai tanti che giacciono sui fondali del nostro mare, io continuo a ritenermi fortunata, nonostante tutto.
E forse mi sento un po’ meglio…

Domenica 19 aprile 2015:
700 dispersi in mare, una nuova strage di innocenti e la nostra indifferenza continua…

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Stragi dei migranti: io non voglio e non posso dimenticare.

Quasi sempre le tragedie, anche le più grandi, col passare dei giorni scompaiono dai media. Ed anche dalla memoria individuale e collettiva. Forse soltanto chi rimane vicino ai luoghi e alle persone (o alle salme) non può dimenticare. Eppure, da quando sono avvenute le ultime stragi in mare (il 3 e l’11 ottobre scorso) a un passo dalle rive di Lampedusa, io non riesco a dimenticare.
421 (387 + 34) migranti morti annegati, 421 persone che hanno perso tragicamente la vita e persino il loro nome, la loro identità, solo salme composte in bare numerate che la minuscola isola di frontiera non può più ospitare, trasportate e sepolte altrove. Così tante che hanno riempito due navi da guerra!

ultimo viaggio (4)Sono anni che il Mediterraneo, il nostro antico mare, da sempre luogo di scambi tra i popoli, è diventato suo malgrado il cimitero di tanti uomini e donne (ma anche di tanti bambini e ragazzi), disperati alla ricerca di pace e di una vita senza fame.
Sull’onda dell’emozione, i politici in visita sull’isola avevano promesso funerali di Stato, annunciati ai sopravvissuti con parole roboanti e visi mesti di 
circostanza. E invece…
I migranti morti non hanno ricevuto nulla, nemmeno un funerale semplice, soltanto un rito-passerella ad Agrigento, la città del ministro dell’Interno (quello che continua ancora a difendere la legge Bossi-Fini), un corteo senza le bare, già sepolte in gran segreto, come fossero quelle di pericolosi terroristi: troppe bare, davvero troppe per mostrarle tutte assieme all’Italia, all’Europa e al mondo!

ultimo viaggio (3)Di fronte a tutto quello che sta succedendo, di fronte al sostegno che lo Stato italiano continua a dare alla dittatura eritrea, che sta compiendo un massacro del suo stesso popolo, io non mi sento più orgogliosa di essere italiana ed europea. Uno Stato – e una Comunità (sic!) – che non sanno trovare una strada per organizzare e gestire flussi di persone, costrette all’esodo dalle situazioni tragiche in cui vivono (e muoiono!) nei loro Paesi di provenienza.
Gli unici che si occupano di loro sono gli scafisti, la mafia dei trafficanti di persone, che guadagna fino a mezzo milione di euro in una notte, una rete 
che controlla le rotte che dai deserti africani conducono fino a noi, che facciamo finta di non sapere a quali violenze sistematiche sono sottoposte le donne e gli uomini che si rivolgono a loro, gli unici in grado di offrire a caro prezzo una via d’uscita dalla miseria più nera, dalle persecuzioni politiche che non danno tregua, dalle guerre civili che da anni ormai non fanno più notizia, Siria compresa. 

“Io non appartengo più” canta Roberto Vecchioni nel suo ultimo disco, “non mi riconosco più” nelle cose del mio tempo: ecco, mi sento proprio così anch’io, come se appartenessi ad un altro tempo. Ma non credo proprio che sia colpa dell’età.
Continuo a desiderare – come quando ero giovane – un mondo che la smetta di chiudere gli occhi, che si accorga dei popoli che soffrono prigionieri di fame e

dittature, che rinnovi profondamente gli organismi internazionali, che oggi drenano risorse preziose solo per il loro funzionamento.
Sogno un’Italia che si svegli dal torpore e dall’individualismo egoistico che la sta affondando, un’Italia che la smetta una buona volta di occuparsi del destino di qualcuno per volgere gli occhi e un po’ di attenzione concreta verso milioni di suoi cittadini precari (giovani e meno giovani), milioni di persone senza lavoro e senza futuro, un’Italia che affronti concretamente anche la questione migratoria (perché no?), capace di accogliere in modo civile gli esuli e i profughi, migranti in cerca di una vita migliore come noi lo eravamo ieri e come lo siamo nuovamente oggi, soprattutto al Sud!

Terraferma, un film di terra, di mare e di cielo

Mentre a Lampedusa scoppia il finimondo, io ripenso al bel film di Crialese che ho appena visto. ‘Terraferma’,  uno spaccato delle contraddizioni che vivono gli abitanti di un’isola sconosciuta (così piccola che non c’è nemmeno sul mappamondo): da un lato l’antica legge del mare che salva tutti quelli che hanno bisogno di aiuto, dall’altro la necessita’ di accogliere i turisti che almeno per due mesi all’anno portano un po’ di benessere.

Il film mi ha colpito per i personaggi che lo popolano, una famiglia di pescatori alle prese con un mare sempre più povero dove invece di pesci sempre più spesso si pescano persone vive o cadaveri, personaggi veri nei loro slanci, nelle paure e nelle contraddizioni che vivono, che parlano una lingua che e’ un misto di italiano e di lingua popolare, che ti afferra come gli sguardi intensi delle donne e degli uomini, quelli più anziani fieri della loro tradizioni e quelli più giovani, che guardano avanti e non sanno che pesci prendere..

Di particolare bellezza e poesia le scene e il paesaggio, il mare di Sicilia come protagonista in superficie e in profondità. Non è un film buonista come dice qualcuno, il film riesce invece a catapultarti nella realtà difficile di queste ondate migratorie, suscitando emozioni, toccando corde profonde, provocando domande e lasciando aperte molte questioni, com’è giusto che sia. Risento ancora la colonna sonora di questo film, le musiche ma anche il rumore del mare, le voci, i tonfi, le grida e i sussurri.

Rivedo continuamente i volti intensi di due donne, l’isolana Giulietta (Donatella Finocchiaro) che aspira ad abbandonare l’isola per un futuro migliore e quello ipnotico della bella Timnit, sopravvissuta al naufragio del suo barcone.

Rivedo il volto del maestro puparo, il grande Mimmo Cuticchio, nel ruolo di un vecchio pescatore che sembra un Padreterno, burbero ma buono, e mi torna in mente la visita alla sua bottega di Palermo, mentre ero in viaggio di nozze.
Tanti, tanti anni fa…

Carlo, mio marito, adora le storie dei ‘pupi’ siciliani e durante una passeggiata capitammo per caso nei pressi della bottega di Cuticchio. Entrammo in punta di piedi in quel regno incantato, una delle ultime botteghe che costruisce con amore, passione e tanta pazienza la “macchina dei sogni”. Quante volte ci siamo poi seduti in piazza per assistere a queste rappresentazioni, circondati da bambini e da tanta gente semplice, che gioisce e si addolora, che ride e piange per vicende che si ripetono identiche da centinaia di anni.

Ecco, il film secondo me riesce a farti percepire l’anima vera dei luoghi, quelli di un’isola sospesa tra passato e presente, l’identità radicata profondamente nelle tradizioni e attratta e talvolta attonita di fronte al nuovo che avanza: che guarda il gommone pieno di disperati che si gettano in mare per raggiungere la terraferma e contemporaneamente la barca piena di turisti che ballano felici in mezzo al mare…
Una scena indimenticabile!

Quei corpi in fondo al mare

Vorrei rispondere anch’io a Claudio Magris, che qualche giorno fa sul Corriere prova a scuotere l’indifferenza che ormai ci travolge tutti.

Affondano e muoiono in mare centinaia di persone e la notizia non appare più nelle prime pagine dei quotidiani (è questa assuefazione che denuncia Magris), non è più una notizia per il sistema della carta stampata se queste tragedie avvengono ormai con tanta frequenza. Infatti anch’io – lettrice di quotidiani – avevo sottovalutato quest’altra strage.

E’ stata la lucida e dolente risposta di Napolitano che ha attirato la mia attenzione, facendomi vibrare le antenne della sensibilità. Ho provato ad immaginare lo strazio di un barcone che affonda, tra grida disperate, braccia che si aggrappano le une alle altre, mentre le acque impietose inghiottono tutti, senza fare distinzione.

Sento il rumore del mare e il buio silenzio della morte di quelle voci, di quelle vite che non ci sono più. Vorrei conoscere la storia di quelle persone, la loro infanzia e la loro vita, sapere che cosa le ha spinte a maturare la decisione di partire attingendo ai risparmi o facendo debiti, le immagino che attendono pazienti e rassegnate il loro turno, ammassate con altri disperati, pronte al richiamo dei trafficanti che decidono ormai della vita e della morte di migliaia di profughi inermi!

A che servono, caro Magris, l’indignazione e il dolore individuale, se non provocano uno scatto collettivo, se non interviene la politica? Che fa per esempio l’Europa per contrastare queste bande di criminali che si arricchiscono in modo spropositato con il traffico di esseri umani, rovesciando in mare persone di ogni età, carne destinata in molti casi a diventare cibo per i pesci?

Il Mediterraneo che amo, il mare nostrum, è diventato un cimitero, da cui affiorano sempre più spesso, impigliati tra le reti dei pescatori, corpi di persone che madri, mogli, figli e amici non vedranno mai più. Non potranno nemmeno piangerli, perchè scompaiono senza lasciare traccia e di loro non rimane nemmeno il nome!

Se ci penso, sto male davvero. Ma io, posso fare qualcosa? Ci sono altri, come me, che soffrono per quei corpi in fondo al mare e che vorrebbero scuotere chi oggi continua ad occuparsi di piccole faccende personali?

Proviamo a salvarci*

A volte ho paura
di non poter trovare altre parole.
E’ come se solo il silenzio
potesse toccare l’intensità del dolore.

Non è facile aver passato due anni della propria vita ad aver girato in lungo e in largo l’Italia e l’Europa raccontando a centinaia di migliaia di persone la vergogna disumana dell’accordo Italia-Libia ed oggi essere ancora qui a dover cercare altre parole per continuare a doverlo fare.
Altre parole per cercare di ottenere attenzione da un mondo, quello della politica e della sua comunicazione, fiero della sua vanitosa distanza, della sua inumana estraneità e della sua feroce parzialità.

Non ci dovrebbe più essere nulla da dimostrare.
Più nulla da spiegare.

La storica vergogna delle deportazioni di esseri umani volute e finanziate dall’Italia nel deserto libico è sancita. Inconfutabile segno della perdita di civiltà di un piccolo vecchio mondo, arroccato nella sua scricchiolante posizione di privilegio.

Non avremmo più bisogno di altri racconti.
L’unico bisogno di cui ora dovremmo occuparci è provare a salvare la nostra tradita dignità.

Migliaia di donne, uomini e bambini ci riconoscono con chiarezza come amici potenti, come padrini dei loro disumani carnefici, dei loro violenti stupratori.        
Padrini di carnefici stupratori.

Se tali vogliamo essere
non dobbiamo fare altro
perché già lo siamo.

Se vogliamo provare
a dare alla nostra vita
un significato diverso
allora dobbiamo reagire.

Per ottenere semplicemente che tutto ciò cambi.

L’Italia deve chiedere scusa a migliaia di esseri umani
e sulla base di quelle scuse rivedere completamente gli accordi con la Libia.

L’Italia deve salvare i 245 profughi eritrei e somali deportati a Brak, perchè deve salvare sé stessa.
In quelle celle di cemento, polvere e sangue è detenuta la nostra dignità di esseri umani.
Proviamo a salvarla.

Proviamo a salvarci.

…E’ come se solo il silenzio potesse toccare
l’intensità di questo dolore.

*Andrea Segre