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25aprile2019 – Resistere alla “moda del disincanto”

Noi
abbiamo l’allegria delle nostre allegrie
e abbiamo pure
l’allegria dei nostri dolori.

Perché non ci interessa la vita indolore

che la civiltà del consumo
vende nei supermercati.

E siamo orgogliosi

del prezzo di tanto dolore
che per tanto amore abbiamo pagato.

Noi

abbiamo l’allegria dei nostri errori
dei ruzzoloni che provano la passione
dell’andare e l’amore verso il cammino.

Abbiamo l’allegria delle nostre sconfitte

perché la lotta
per la giustizia e la bellezza
vale la pena persino quando si perde.

E abbiamo sopra tutte le cose

l’allegria delle nostre speranze
mentre impazza la moda del disincanto
ora che il disincanto è diventato
un articolo di consumo massivo e universale.
Noi.

Eduardo Galeano (1940 – 2015)

Mentre nell’arena politica impazzano dichiarazioni ad uso e consumo dei fans, io oggi voglio – come ogni anno – stare un po’ in compagnia del ricordo di mio padre, che ha fatto parte di quella schiera di IMI (Internati Militari Italiani) che non ha aderito, nonostante le continue lusinghe, alla Repubblica Sociale di Salò, sopportando insieme ad altri ufficiali i morsi della fame, il freddo gelido dei campi tedeschi di internamento, le pesanti fatiche quotidiane, la privazione della sua libertà, rischiando la vita in nome di un giuramento fatto all’Italia (sono parole sue).

Sembra incredibile, l’ho scritto tempo fa in un breve post  https://maricri48.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=622&action=edit
in cui racconto qualche frammento della sua esperienza, che tanti uomini, educati fin da bambini dal fascismo, abbiano avuto la forza di accettare una prigionia durissima piuttosto che capitolare davanti al collasso della nazione, provare a resistere piuttosto che tradire la divisa e il giuramento al re (e non a Mussolini).

“Siamo soli, scrive il capitano medico Guglielmo Dothel, non combattiamo più per nessuno ma solo per noi stessi in nome della nostra coscienza, del nostro onore, della nostra dignità di uomini”.

Ciao papà, che bella e grande eredità che mi hai lasciato!

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E il naufragar m’è dolce… (?)

Se il grande Giacomo Leopardi fosse un nostro contemporaneo, forse correggerebbe lo splendido verso de L’infinito, anche se il suo era il mare di verde che poteva abbracciare con il suo sguardo.

Questo verbo non mi abbandona da giorni e giorni; infatti non faccio altro che pensare al braccio di ferro crudele e cinico tra i muscolosi protagonisti di questa Europa pavida e chiusa in se stessa: non concedere il permesso di attraccare in un porto italiano o europeo a un pugno di naufraghi, in attesa nelle acque territoriali della minuscola isola di Malta.

Fa freddo dovunque e noi cerchiamo per noi stessi un riparo, un po’ di calore e qualche comodità che ci faciliti la vita. Ma ciò non vale per questo gruppo di persone, tra cui dei bambini. Forse perché non sto bene nemmeno io e non ho possibilità di distrarmi, ma sto toccando con mano che come persona e cittadina italiana ed europea, nata al posto giusto al momento giusto, io non conto nulla, non posso far nulla se non indignarmi, provare una gran rabbia e descrivere questo mio stato d’animo su questo blog.

Ho letto dello scatto di umanità e senso di responsabilità di alcuni sindaci, quello di Palermo in primis, e spero che si muova presto qualche giudice: assistiamo ogni giorno allo strapotere delle varie mafie, mentre si punta il dito accusatore contro il sindaco di Riace, si finge di chiudere i porti per impedire a poche decine di persone stremate di scendere dalla nave e toccare la terraferma, tra selfie e dichiarazioni sui social, terreno fertile per la propaganda politica, in vista delle prossime elezioni europee e soprattutto con un occhio alle percentuali di votanti-follower.

Non ho conclusioni da tirare, oggi questo spazio virtuale mi permette soltanto di esprimere ciò che sento e provo, in compagnia di idee minoritarie, condivise da pochi gruppi di persone. A quanto sembra…

“Scusate il mio e il vostro fallimento”

La vignetta tragica di Mauro Biani non fa che rigirare dentro di me la lama di un coltello che mi fa male dentro, nelle profondità più vicine al mio essere.
Amadou Jawo, un ragazzo di soli 22 anni, africano del Gambia, si è impiccato al cornicione della casa in cui abitava a Castellaneta marina, nella mia Puglia.
Tutte le morti mi toccano, anche quelle nascoste dietro i grandi numeri, io vedo uomini donne e bambini, ragazzi giovani e vecchi, dietro ogni numero… c’è una persona con la sua storia e il suo mondo, le speranze e le delusioni, le difficoltà generate da ciò che si desidera e ciò che si è costretti a fare, c’è la sua famiglia e le relazioni sociali, ci sono le sue aspettative. Come il desiderio che coltivava anche Amadou di voler tornare in Africa, come dicono, ma chissà se invece forse voleva restare ancora qui da noi, visto che aveva fatto ricorso dopo la negazione dell’asilo politico, la protezione internazionale che aveva richiesto.

Però all’udienza del 12 ottobre scorso, lui non è stato invitato a parlare o ad assistervi, non contava nulla, era una pratica da concludere. Amadou non era ancora un “irregolare” quindi, tra l’altro da due anni in Italia aveva lavorato nei campi e avrebbe forse potuto – se il vento non fosse nel frattempo mutato in questa Italia “del cambiamento” – avere un permesso di soggiorno umanitario.

E mentre a Roma si discute al Senato il “decreto sicurezza”, che si propone un giro di vite contro i migranti (stanno chiudendo in silenzio uno dopo l’altro in provincia di Bari gli SPRAR, dove sono in atto microprogetti di integrazione diffusa, più facile da attuare che nei CARA delle periferie urbane), Amadou si vede confinato in un limbo, sa che tornerà da sconfitto nel suo Paese di origine, lui sarà quello che non ce l’ha fatta, è comprensibile che lo abbiano visto “depresso”.

Se provassimo realmente a metterci nei panni degli altri, capiremmo molto di più degli sconvolgimenti interiori che devastano l’animo umano, il dolore muto che non trova sbocchi, invisibile agli occhi di chi brandisce le sue certezze come clava da roteare contro altri esseri umani. La morte di questo ragazzo, a pochi chilometri dalla mia città, mi fa sentire tutta la mia impotenza e inutilità, mette in discussione il mio posto in questo mondo, mi provoca un senso di fallimento che è difficile contenere e gestire, soprattutto se poi devi startene buona a casa, perché non stai bene e non puoi muoverti, uscire, parlare con altri, manifestare il tuo dissenso.

Sono giornate complicate per me, in cui continuo a voler seguire tutto ciò che scorre sugli schermi del mio cellulare, del tablet o della Tv: accadono cose che non pensavo fossero più possibili, fatti che mi sollecitano, m’interrogano, m’indignano e mi fanno stare ancora più male. Capisco che forse sono ipersensibile, ma solo quando tocchi fino in fondo la tua fragilità forse riesci a provare un maggior senso di empatia e di vicinanza con chi soffre, sia pure per motivi e condizioni diverse dalle tue.

Sto pensando al modo in cui in una scuola primaria di Lodi si è attuata una discriminazione inaccettabile tra i bambini italiani e i figli di famiglie extracomunitarie, residenti da anni in città e regolarmente registrate. Bambini che vengono crudelmente separati nel momento in cui dopo le ore di scuola trascorse insieme si va a mensa, ci si siede a mangiare e a chiacchierare liberamente.

Ho insegnato a lungo e so quel che si prova come insegnante se arrivano disposizioni che non condividi, perché toccano la tua coscienza, i tuoi ideali di vita, ciò che ogni giorno trasmetti con passione, il tuo modo di stare al mondo: trovarsi di fronte bambini tristi e increduli, che non capiscono per quale motivo non possono stare con i loro compagni, è dolorosissimo, non ci sono parole giuste per spiegare davanti ai loro occhi, che sanno cogliere ogni tratto nascosto delle tue espressioni, ciò che sta succedendo.

Mi conforta l’ondata spontanea di solidarietà, ma io desidero che le istituzioni non cadano in mano a chi aumenta l’abisso delle disuguaglianze già esistenti, in mano a chi si nasconde dietro provvedimenti “amministrativi” che solo apparentemente proclamano che “tutti dobbiamo rispettare le regole”. In Italia, poi, dove la corruzione è diffusa e regnano sovrane l’alegalità e l’illegalità delle mafie.
Sono d’accordo sulle regole da rispettare, ma vietare per esempio la dimora ad un sindaco come Mimmo Lucano nella sua Riace equiparandolo ad un boss della potente ‘ndrangheta calabrese, non mi sembra un provvedimento neutro.
Come  a chilometri di distanza (l’Italia è lunga) chiedere a una famiglia che è arrivata in Italia dopo lo tsunami e che paga regolarmente le tasse di produrre un fantomatico documento che certifichi di non possedere beni immobili al suo Paese, mi sembra solo ed esclusivamente una deliberata scelta politica.
Perché chi è benestante non fugge dalla sua condizione, non abbandona tutto per l’ignoto.

Come si fa a restare umani?

Giorni di silenzio sul blog

Giorni di silenzio sul mio blog, chissà se qualcuno se n’è accorto!

Mi piacerebbe davvero riuscire oggi a fare un po’ di silenzio sia fuori che dentro di me, ma non ci riesco molto per essere sincera, sono davvero troppe le parole in libertà che volano attraverso l’etere, le “fazioni” in lotta – sui social ma anche nelle strade e nei luoghi più frequentati – che si combattono tra loro, i media polarizzati sui proclami di un unico muscoloso personaggio politico, che ogni giorno ne spara una. Ecco, tutto questo fracasso mi sta fiaccando, mi sta togliendo energia emotiva e forza fisica.

Se poi ci si mette anche la terapia in corso, allora la situazione si fa veramente critica e difficile da gestire. Perché il corpo (che va sempre ascoltato) mi manda segnali poco rassicuranti e la mente è così sovraffollata e confusa, che la miscela diventa a dir poco esplosiva.

Provo a leggere qualche post dei blogger che seguo più assiduamente e sono contenta se ne leggo qualcuno che esprime con chiarezza sdegno e indignazione per ciò che sta accadendo in Italia e in Europa, a proposito di respingimenti e delle morti in mare (evitabili) delle persone migranti, bambini compresi.

Anch’io sto male, veramente male, e mi sento ferita dai toni e dal linguaggio usati anche da persone miti (o almeno così mi sembravano), persone che tutt’a un tratto sfoderano un rancore represso verso i più fragili (migranti, rom) senza accorgersi del fatto che la nuova narrazione ci spinge ad accantonare molti dei veri grandi problemi, su cui dovremmo riprendere invece a ragionare: le percentuali altissime di giovani meridionali (ma anche di tanti settentrionali) che abbandonano per sempre l’Italia, per esempio, oppure i livelli crescenti di povertà o di occupazione precaria (contratti che si rinnovano, ma sempre a “tempo determinato”), la corruzione diffusa dal basso verso l’alto e viceversa, il lavoro nero spesso in mano alle organizzazioni criminali, che dimostrano un’enorme capacità di infiltrazione nell’economia del Paese, non più soltanto a sud ma anche in vasti territori del nord…  Ne ho già accennato in post precedenti.
Per fortuna, ci sono anche molte cose che funzionano grazie a larghi strati di popolazione che mandano avanti il funzionamento di scuole, ospedali, ecc.!
Oggi, il giorno delle magliette rosse, un segno simbolico, che spero venga seguito presto da azioni individuali e collettive, per farci sentire anche noi!

Però ci sono giorni così duri, in cui fa male tutto, compresi gli occhi. E allora, meglio mettersi in pausa per un po’, cercando di riprendere qualcuna delle attività capaci di rilassare la mente. In attesa però che passi almeno questo forte mal di testa, refrattario anche ai farmaci… 🤕

#RestiamoUmani: le migrazioni, un fenomeno sempre più complesso nell’era della globalizzazione


Apriamo i Porti italiani:
questo l’appello lanciato ieri da un’associazione studentesca di Bari, Zona Franka, per una manifestazione a cui ho partecipato con convinzione.
Contro la decisione brutale del ministro dell’Interno, in accordo con quello ai Trasporti, di bloccare una nave con 629 persone a bordo, migranti che erano stati soccorsi in sei diverse operazioni, tra cui una particolarmente complessa, con un gommone che si è rovesciato facendo cadere in mare le 40 persone che lo stipavano. Tra questi 629, ben 123 sono minorenni non accompagnati, 11 sono i bambini e 7 le donne in stato di gravidanza. Per fortuna sulla nave è presente il personale di Medici senza frontiere e in seguito sono state inviate dall’Italia altre navi con scorte di viveri e di materiale per la sopravvivenza di persone, che si sono riparate dal sole, che batteva sulla loro pelle arsa dalla salsedine, sotto dei teli di fortuna, come si vede benissimo nei servizi che Sky TG24 ha mandato continuamente in onda dai suoi elicotteri.

Ci sono tanti e tanti modi per affrontare un fenomeno complesso come questo: secondo me, questa cinica prova muscolare paga elettoralmente ma non contribuisce a risolvere la questione; Salvini infatti ha usato 629 naufraghi come ostaggi per negoziare con l’Europa sull’immigrazione.

Se oggi potessi recuperare alla mia memoria tutte le lezioni sulla migrazione dei popoli nella storia del mondo, lo farei volentieri: da sempre infatti l’umanità si è spostata in cerca di migliori condizioni di vita per sé e per i propri cari; dai tempi più remoti le guerre hanno prodotto distruzioni, vittime e un gran numero di profughi, costretti ad abbandonare tutto pur di salvare almeno la loro vita, per non parlare dei morsi della fame, quella vera che forse molti di noi non hanno mai provato, che spinge le comunità a cercare altri luoghi in cui vivere senza l’incubo continuo di non avere nemmeno quel minimo di sostentamento per il giorno dopo. Anche i disastri ambientali flagellano soprattutto le fasce più povere di una popolazione, quelle che vivono sotto un tetto precario e fragile e non hanno nemmeno la possibilità di andare lontano dai luoghi della catastrofe.

In Italia siamo da anni alle prese con il fenomeno dei flussi migratori, sempre visti e affrontati come se ogni volta fossero un’emergenza.
Oggi più che mai siamo un popolo nettamente diviso non solo sulla visione del nostro futuro e sulla soluzione da dare ai diversi problemi da cui siamo afflitti, ma anche se e come organizzare seriamente la prima e la seconda accoglienza. Vedo classi politiche che si alternano al governo senza riuscire a trovare una strategia condivisa da percorrere senza tentennamenti (e senza fare infantili prove di forza sulla pelle delle persone) per affrontare questo fenomeno sempre più complesso, che interroga il nostro modo di vivere (sprechi compresi…) e di vedere il mondo.

Anni fa, quando ero più giovane, sognavo e credevo possibile un’Europa realmente unita, e non solo sotto bandiere economiche, ma come un insieme di Stati che sapessero responsabilmente trovare convergenze ideali e concrete su vari terreni di fronte alle sfide dei colossi mondiali, penso alla Cina ma anche alla potenza della finanza internazionale, capace di spostare in un baleno i suoi capitali, mettendo in ginocchio intere comunità. E invece la politica degli stati europei viene posta al di sopra delle vite delle persone: capitali e merci viaggiano senza confini, si delocalizzano imprese da un giorno all’altro mettendo sul lastrico migliaia di persone, mentre si innalzano muri che bloccano solo i più disperati, quelli che rischiano la loro vita in mare (o in montagna) pur di approdare in un posto sicuro per rifarsi una vita.

Vedere un ministro dell’Interno che costringe la nave Acquarius a fermarsi in mare aperto, in attesa di sapere dove poter attraccare, mi ha provocato un senso di profondo disagio, disorientamento e indignazione: è vero che l’Italia ha fatto sforzi enormi ed è stata costretta per anni – insieme alla povera Grecia – a far fronte in modo solitario all’ondata di persone, arrivate con tutti i mezzi possibili sulle nostre coste, dopo aver peregrinato nel deserto o essere stati rinchiusi in campi di detenzione e aver pagato cifre enormi ai trafficanti di “merce” umana; capisco la rabbia delle fasce più deboli della nostra popolazione, quella che arranca ogni giorno ed è indotta a credere che il “nemico” sia il migrante che viene qui da noi a “togliere lavoro”.

Ma non riesco ad accettare che chi sa e può continui a fingere di credere a questa versione di comodo dei fatti: in Italia per fortuna molti giovani oggi non vogliono (e non resisterebbero nemmeno a) lavorare ore e ore nei campi del sud, chini sotto il sole, a raccogliere e a trasportare pesanti cassoni di pomodori, per una paga da fame, che fa comodo e arricchisce i caporali e i proprietari di queste coltivazioni: non è un caso che la patria di Giuseppe Di Vittorio sia stata la piana di Cerignola, un paesone della provincia di Foggia.

Molti dei miei ex-alunni, dopo aver tentato di tutto per trovare un lavoro, piuttosto che adattarsi a condizioni degradanti e ad essere mal pagati (tra l’altro dopo aver studiato un bel numero di anni), hanno preferito prendere un trolley (non più una valigia di cartone, come i nostri migranti di un tempo) e andare lontano dalla famiglia e dal loro ambiente di vita per trovare non soltanto un’occupazione, ma anche un posto dignitoso nella società attuale: oggi vivono fuori, sparsi per l’Italia, l’Europa e qualcuno oltre oceano, si sono integrati spesso faticosamente e tornano per le vacanze nei luoghi di origine.

Continuerò a riflettere come ho sempre fatto, ma ciò che non mi piace è vedere riproposta nell’Italia (e nell’Europa) del 2018 l’antica e deleteria divisione in fazioni, come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini, non mi piace vedere tanti cittadini accontentarsi degli slogan semplicistici di fronte alle difficoltà che abbiamo davanti, non sopporto gli insulti e le ridicolizzazioni che si mettono in campo per evitare ragionamenti anche dialettici, ma civili.

Chi parla di “invasione” non sa (o finge di non sapere?) che in Europa su 500 milioni di abitanti il 93% è autoctono e solo il 7% immigrato; purtroppo proprio la nostrana legge Bossi-Fini produce essa stessa clandestinità e i media si prestano facilmente a diventare strumenti di propaganda di una fazione o dell’altra: non dimentico che la scorsa estate fu diffusa la paura dell’immigrato-stupratore per connetterla a quella dell’invasione…
Penso che sia ora che la complessità venga finalmente affrontata: non solo per quanto riguarda l’immigrazione, ma anche tante altre problematiche importanti: dalla presenza pervasiva del fenomeno mafioso e criminale fino al debito pubblico, dalla sburocratizzazione delle procedure fino alle innovazioni necessarie per rendere più competitivi tanti settori dell’economia italiana e poter dare maggiore serenità a tanti che vivono in una precarietà permanente. Non certo a causa degli immigrati, che se regolarizzati contribuiscono all’economia italiana e anche a pagare parte delle nostre pensioni.

#RestiamoUmani

In attesa di un governo che governi…

Lancio una domanda in aria, nell’universo ristretto della nostra piccola Italia: le consultazioni politiche che ogni giorno, o quasi, vediamo attraverso gli schermi televisivi, le processioni dei leader e dei loro accompagnatori, le facce e le smorfie, i giornalisti che non sanno più a che santo votarsi per confezionare uno straccio di notizia e un servizio degno di questo nome, sono uno spettacolo comico o tragico? È una commedia a beneficio di noi cittadini o una tragedia per chi attende risposte al malessere della sua vita quotidiana e alle difficoltà che si accumulano senza una via di uscita?

Sto provando di tanto in tanto a sorbirmi questa visione, vecchia e stantia, sempre la stessa, ad ascoltare i noiosissimi comunicati preconfezionati, scritti in politichese stando attenti alle virgole e ai punti e virgola, osservo disincantata le uscite da quella porta (quella del presidente della repubblica) e penso che mi piacerebbe avere una sfera di cristallo per leggere il nostro prossimo futuro. Purtroppo così non è e quindi anch’io come tutti aspetto di capire in che modo e tra chi avverranno le alleanze (che qualcuno chiama “contratto”), su quali punti riusciranno a conciliare le opposte visioni o se getteranno la spugna per arrivare a una “soluzione istituzionale” (la chiamano così) che trovi spazio per tutte le formazioni politiche di ogni colore e portarci non so dove…

Sapevamo tutti che la legge elettorale avrebbe prodotto questo risultato, purtuttavia è stata confezionata e approvata ed ora eccoci tutti qui a vedere come si riuscirà a districare la matassa. M sorge infatti una seconda domanda: come riusciranno a rispondere al desiderio di cambiamento espresso dalla maggioranza dell’elettorato?

Io sono abbastanza in là con gli anni per sperare in un cambiamento reale, non ci credo molto infatti, anche perché penso che siamo noi cittadini (soprattutto i più giovani) che dovremmo forse fare un salto di qualità, iniziando per esempio a leggere di più, a rispettare maggiormente le regole e i beni comuni, a non credere alle promesse mirabolanti dei pifferai di turno, ad avere spirito di iniziativa e a rimboccarci le maniche nelle situazioni che richiedono la nostra collaborazione (compresi tanti genitori verso gli insegnanti dei loro figli), a votare con maggiore lucidità (nonostante le leggi elettorali pasticciate e dichiarate incostituzionali, ma ovviamente ad elezioni già avvenute), ad esprimere e a premiare (non soltanto in politica ma nei diversi settori della vita) i talenti che invece ostacoliamo e facciamo fuggire oltreconfine. Spesso per sempre!

Perché l’Italia, dal sud fino al nord, sia pure a macchia di leopardo, continua a privilegiare i figli di papà, le cordate e le lobbies che hanno in mano settori-chiave dell’economia, della finanza, delle infrastrutture e dei servizi, le mafie camuffate e mascherate che si infiltrano nei gangli vitali dell’organismo pubblico e privato, inquinandolo a danno degli onesti e di chi – obtorto collo – paga le tasse allo Stato, fino all’ultimo centesimo.

Forse oggi sono particolarmente pessimista e vedo il bicchiere mezzo vuoto, anche se so che milioni di persone sono ogni giorno impegnate a svolgere bene il loro dovere, a dare una mano nei diversi settori del volontariato e a far marciare l’Italia, facendo sacrifici per sé e per i loro figli e nipoti, ma non riesco ad avere molta fiducia nei leader della politica nostrana ed europea (tralascio il resto del mondo che non sta meglio di noi, almeno in questo periodo…) e in coloro che guidano i settori più delicati del funzionamento della macchina statale. Attendo con ansia, ma non ne sono poi tanto sicura, la formazione di un governo che governi, anche se paradossalmente in alcuni Stati proprio la mancanza di un governo si è trasformata in un beneficio per tutti!

A caccia di voti nel “mercato elettorale della paura”

Sto evitando di parlare della campagna elettorale in corso, ma credo che la tentata strage del raid razzista del 3 febbraio scorso a Macerata, in cui un ex candidato della Lega al consiglio comunale di Corridonia ha sparato nel centro città ferendo almeno sei cittadini stranieri, mi obblighi ad esprimere qualche riflessione. Ho seguito in silenzio finora la giostra delle pluricandidature, i conflitti interni ai partiti, la valanga di promesse ridicole, la povertà e le sgrammaticature del linguaggio, ma sento che il mio silenzio non può durare fino alla data vicinissima delle prossime elezioni.

La strage infatti è piombata come una bomba “intelligente” sul dibattito politico, inizialmente costruito intorno ai vecchi ritornelli della riduzione delle tasse (ma di corruzione diffusa ed evasione fiscale non si parla molto….),  dell’occupazione che un giorno scende e l’altro sale, sul debito pubblico che ci strozza, ecc.
Immediatamente tutti (o quasi) i leader politici si sono espressi sui temi dell’immigrazione, su cui è sin troppo facile buttarsi con toni virulenti e senza esclusione di colpi, senza preoccuparsi di innalzare sempre di più il livello di imbarbarimento, per confondere le acque, impaurire e polarizzare una buona parte dell’elettorato. Quello più fragile e quindi più facilmente suggestionabile, perché più povero di risorse materiali e culturali, quello che nelle periferie delle grandi città subisce ogni giorno pugni in faccia o nello stomaco, per soprusi e angherie di vario genere e che non sa più a che santo votarsi… Oppure l’elettorato di quelle piccole comunità sparse nella nostra penisola, spaventato dall’arrivo dei migranti nei loro minuscoli comuni, anche perché la gestione complessiva dell’accoglienza di questa massa di persone in fuga non è mai stata affrontata con razionalità e solidarietà (che non sono antitetici), con lucidità, serietà e soprattutto onestà politica.

E allora ecco uno dei più vecchi leader in circolazione chiamare noi cittadini alla “delazione” per denunciare gli immigrati irregolari, magari anche la badante di nostra madre anziana e non autosufficiente!
Io che ho insegnato storia per anni non posso fare a meno di ricordare quando, durante il periodo fascista in Italia, parlavano anche i muri tanto che all’improvviso piombavano in casa gli sgherri del regime per prelevare con prepotenza e senza spiegazioni chi si era macchiato della colpa di ragionare ed esprimere (in casa propria!) posizioni diverse da quelle imposte dai tempi.

Assistiamo poi alla recita di un duo che rappresenta in tutte le salse il binomio immigrazione-delinquenza, invocando e promettendo rimpatri di massa (per portarli dove?) come se l’operazione fosse veramente possibile e sostenibile, tanto noi cittadini (e noi del sud in particolare, purtroppo!) non leggiamo abbastanza né giornali né libri, non conosciamo i dati (quelli seri e reali) e ci fa comodo fingere di dimenticare la potenza di fuoco della criminalità di casa nostra!
La strage del fascio-leghista di Macerata insegna come le campagne di odio verso intere categorie e singole persone (sto pensando in questo momento a Laura Boldrini, non a caso una donna che fa politica e ha raggiunto posizioni apicali) producano i loro frutti avvelenati.

Proviamo invece un po’ a guardare con la lente di ingrandimento le liste dei partiti e scopriremo disseminati qui e là i nomi di persone davvero imbarazzanti, tra quelle già condannate e altre ancora sotto processo, gente con gravi problemi giudiziari che la politica ha scelto e che entrerà nel parlamento della nostra Repubblica, grazie a questa legge elettorale.

Il mio stato d’animo fa la spola tra sconforto, indignazione e rabbia di fronte ad una campagna elettorale che come tante altre volte sembra una gara al ribasso, con tutte le conseguenze non facilmente immaginabili, almeno per noi comuni mortali, che non conosciamo bene gli accordi stipulati dentro le segrete stanze, quelle in cui si sta giocando una partita a scacchi che non avrà sicuramente dei vincitori, lasciando sul campo soltanto cumuli di macerie. Tanto poi si dovrà comunque trovare un accordo anche tra opposti schieramenti (la vicina Germania insegna) per dare un governo a questo povero Paese.

Per questo mi sto difendendo dalla diffusione delle bufale, dal rumore assordante di chiacchiere, urla, insulti, slogan e povertà di contenuti, continuando a coltivare me stessa, per non perdere ciò a cui sono più legata: la mia umanità e la sensibilità verso le sorti non solo del mio orticello privato, ma per quello molto più ampio – anche geograficamente parlando – del resto del mondo, vicino e lontano. E soprattutto l’interesse per i problemi reali come la cronica mancanza di manutenzione delle infrastrutture con i treni che deragliano o i ponti che crollano, la pericolosità della micro e macrocriminalità, compresa quella dei colletti bianchi al Sud come al Nord, le diverse dipendenze che travolgono tante giovani vite sempre più precarie, il totale disinteresse per le generazioni giovanili considerate come figurine, la progressiva disaffezione non solo verso la politica (un fenomeno diffuso ad ogni latitudine) ma verso le stesse sorti della democrazia.

La maggioranza delle persone è passiva, sembra rassegnata, non reagisce più (a parte i mugugni) e non ha più la forza di organizzarsi.
“Ma è così, scrive Federico Rampini su un vecchio numero di D – la Repubblica del 21 ottobre scorso, che si suicidano le democrazie: scivolando lentamente verso la convinzione che noi non contiamo più nulla, che le maggioranze devono sempre subire e pagare per pochi, che le domande scomode le dobbiamo ingoiare in silenzio”.
Il titolo del suo intervento? “Stiamo diventando maggioranza oppressa?”
E non parla soltanto dell’America di Trump!

Informarmi, che tormento… con qualche piccola consolazione

È uno di quei giorni in cui posso anche star male fisicamente, ma sono la mia passione e l’attaccamento alle sorti di tutti noi che oggi – come in questi ultimi tempi – subiscono un altro colpo. Leggere i giornali e ascoltare le informazioni televisive è diventato sempre più un tormento per me, tanto che ormai vado a caccia di buone notizie. Ma oggi prevalgono quelle “cattive” almeno per me, che mi sembra di ricevere “schiaffi” in faccia.

Inizio dal Mondo #Ikea, la multinazionale svedese che fa di tutto per rendersi simpatica e pulita, “brava a dare lezioni di senso civico e fair play”, che a Bari licenzia senza tante storie Claudio, che lavora con loro da 11 anni, dal momento dell’apertura di questa astronave nel deserto, un lavoratore padre di due bambini, a causa di un ritardo di cinque minuti. Cinque minuti!
Colpirne uno, per avvertirne altri cento…

E questa è solo la punta di un iceberg del modo in cui le multinazionali stanno trattando la loro forza-lavoro, persone in carne e ossa, uomini e donne, spesso soprattutto giovani che non hanno altre alternative.

Cambio pagina e leggo che i naziskin del #VenetoFronteSkinhead in trasferta hanno fatto irruzione in una riunione di gente pacifica, quasi tutte donne e over 50, nella sede dell’associazione “Como senza frontiere“, un incontro settimanale come tanti altri a cui anch’io partecipo con l’associazione di cui faccio parte, per il desiderio (o l’illusione?) di avere più strumenti di conoscenza della realtà in cui viviamo per riuscire a migliorarla, con il contributo di altre persone come me.

L’irruzione e l’imposizione della lettura di un comunicato razzista già di per sé mi disturba profondamente, ma secondo me il vero pugno nello stomaco è stata da un lato la visibilità di questo manipolo nel gran circo mediatico, prime pagine di giornali, siti, radio e Tv, addirittura un’ospitata in Rai a “Uno Mattina”; dall’altro il comportamento di certi personaggi politici che non censurano, trincerandosi dietro il muro dei “No comment”, e chiamando folklore questo genere di episodi, che si moltiplicano in misura esponenziale ogni giorno.
“Avanza – come titola un quotidiano – la galassia nera”, sempre più sdoganata da media e forze politiche, che stanno utilizzando il dilagare della diffidenza e della paura dell’altro, di un “nemico” inesistente (basta leggere seriamente i rapporti dell’Istat) per aumentare i loro consensi, in vista – tanto per cambiare – di nuove elezioni politiche, con una legge elettorale che per ora preferisco non commentare… più che altro per difendere la salute del mio fegato.


Ma intanto posso consolarmi un po’ con le parole di Luciano Benetton, che a 82 anni torna con la sorella a riprendersi la sua azienda (lo sta dimostrando con i fatti nella mia città), che in questi anni è stata deformata e spenta, da madornali errori di gestione, e che ora è in passivo. Dice testualmente che per far risalire non solo i conti, ma anche l’immagine della United Colors “troveremo i giovani giusti, staneremo le intelligenze dovunque si trovino, a cominciare dagli immigrati che sono una ricchezza d’energia. Li chiameremo a Fabrica a studiare e a lavorare con noi, E in poco tempo torneremo a colorare il mondo e a difendere i diritti”.

Non salto di palo in frasca, perchè tutto si tiene, quando leggo che l’albergo di Rigopiano, un 4 stelle con centro benessere e piscina all’aperto, dove soltanto il 18 gennaio di quest’anno sono rimaste sepolte ben 29 persone, era tutto abusivo, non doveva essere costruito lì, dove c’erano vincoli ambientali e relazioni geologiche che avrebbero dovuto bloccare questo scempio. Pare che fosse stato presentato un progetto con foto contraffatte, era un rifugio ed è diventato un mega-centro che attirava turisti da tutta la regione, ignari del pericolo che correvano. E le autorità responsabili (tecnici comunali, sindaci, ecc.) che come le tre scimmiette non vedono, non sentono e non parlano! Ecco in quali mani stiamo, anche quando scegliamo un hotel per una nostra vacanza…

Per varcare i confini di questa Italietta, vediamo un po’ cosa succede nel mondo.

#Trump, che notoriamente dorme 3-4 ore per notte, usa #Twitter – di primo mattino – come una clava, ripescando e rimettendo in circolo vecchi video islamofobi della destra britannica; forse se dormisse qualche ora in più sarebbe un bene per tutta l’umanità!
Ma intanto fa comodo alla nostra ENI, il primo operatore ad aggiudicarsi il permesso di cercare petrolio trivellando il fondo del mar Glaciale Artico, all’interno di uno dei progetti più contestati dell’amministrazione del miliardario, quello di concedere alle compagnie petrolifere la possibilità di perforare il fondo marino di fronte alle coste dell’Alaska. Intanto nei mari e negli oceani, c’è più plastica che pesci: infatti in ogni oceano, ma anche nel nostro Mediterraneo, grazie ad un gioco di correnti, si stanno formando vastissime isole di scarti non biodegradabili, comprese le famosissime infradito.

Ma per fortuna c’è anche una buona notizia: in Kenya “Ocean Sole”, una piccola realtà controcorrente (è proprio il caso di dirlo!), ha creato una rete di raccoglitori che perlustra le spiagge e le comunità.

Poi con detersivi biologici ripulisce e tratta questi vecchi sandali che una cinquantina di artisti trasforma in piccole e grandi opere d’arte riciclata; attualmente riciclano 50 tonnellate ogni anno, dando lavoro retribuito a più di 700 persone. Una goccia nel mare, ma è una realtà che vuole ampliarsi e ci sta riuscendo egregiamente! Vorrei concludere la giornata con un sorriso e ciò che fa questa bella realtà africana, mi rassicura non poco.

Il mio animale preferito.

Paziente presa in carico globale, senza etichette!

Succede a Bari.
Per inaugurare un nuovo reparto dell’Istituto Tumori viene chiamato Sergio Rubini, che recita la sua performance tra musica e cori per “umanizzare i reparti di oncologia”. Ottima intenzione. L’ala nuova di zecca è stata anche intitolata a don Tonino Bello, un vescovo che in vita è stato una pietra di scandalo per le sue prese di posizione e che sempre più spesso viene ora trasformato in un santino, un’icona buona per ogni occasione.

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere queste mie considerazioni, per contenere la mia reazione emotiva al battage pubblicitario dell’inaugurazione di questo nuovo reparto, ma anche ad altri aspetti che mi hanno colpita e anche un po’ disturbata; e parlo ora da paziente di questo ospedale da ben sei anni.

Intanto la scritta che accoglie chi arriva a questa nuova ala ristrutturata e dedicata al lavoro dell’oncologo appena trasferitosi da un altro ospedale del territorio: mi riferisco in particolare a quella che proclama la “presa in carico globale del paziente” e poi alle più moderne tecnologie di cui è dotato, come precisa l’articolo in alto, insieme agli “ambienti confortevoli e accoglienti“. Quanto di meglio si possa sperare per dei pazienti già duramente colpiti dal terremoto del cancro.

Mi è sorta però spontanea una domanda: ma io, che sono in cura nello stesso Istituto da un altro eccellente oncologo e dalla sua équipe, sono stata forse “presa in carico” in modo parziale? E i reparti che frequento periodicamente, dalle sale d’attesa agli ambulatori, sono confortevoli e accoglienti come i nuovi appena inaugurati? E le più moderne tecnologie del nuovo reparto sono a disposizione di tutti i pazienti dell’ospedale oppure no? Nell’articolo in questione, si parla del fatto che questi sono obiettivi di un’associazione e non quindi di tutta la struttura ospedaliera.

So bene che non avrò risposta a queste domande, anzi credo di non sentirne nemmeno il bisogno. Infatti, pur consapevole dell’importanza degli arredi (per esempio le poltrone per la chemio), dei colori delle pareti dei corridoi e degli ambulatori (spesso totalmente privi di immagini), penso che sia fondamentale la capacità empatica unita alla competenza professionale delle persone che ti accolgono fin dal tuo primo ingresso nella struttura: da chi deve saper fornire gentilmente le informazioni per orientarsi tra i diversi piani e reparti agli infermieri degli ambulatori e delle corsie, dal personale addetto alle pulizie (che considero fondamentale in un ospedale!) ai medici oncologi, radiologi e chirurghi, anestesisti e tanti altri. Per non parlare degli psicologi e di altre importanti figure, insieme ai volontari di diverse associazioni.

La mia è stata fortunatamente un’esperienza molto positiva e non mi stancherò mai di ripeterlo:  colpita ben sei anni fa da un carcinoma polmonare e da un’altra grave patologia, sono stata accolta dal dr. G., un oncologo che mi ha accompagnata con umanità, competenza e spirito amichevole lungo il mio percorso di cura, non sempre facile; un’altra oncologa della sua stessa équipe, la dott.ssa C., mi è stata e mi è vicina in momenti diversi, accorgendosi grazie anche al suo intuito femminile del mio bisogno di sostegni diversi da quelli soltanto farmacologici. Infatti è lei che mi ha consigliato di entrare a far parte di progetti pensati e realizzati per il benessere di chi deve sopportare il peso di una malattia senza fine: dalle cure palliative e di terapia del dolore con un medico anestesista assolutamente speciale fino alla musicoterapia: prima “bagni sonori” individuali con le campane tibetane, poi musicoterapia attiva di gruppo, che ho appena ripreso con gioia, grazie al servizio di Psiconcologia!

Senza etichette, quindi, mi sembra di essere stata realmente “presa in carico in modo globale” e la mia vita si svolge oggi cercando di convivere con la malattia: ho ripreso il mio impegno civico, sto facendo rivivere le mie passioni vecchie e nuove, intrecciando relazioni positive che mi arricchiscono e mi aiutano ad affrontare gli inevitabili momenti difficili, soprattutto il continuo saliscendi determinato anche dagli effetti collaterali non solo delle terapie ma anche dagli anni che avanzano che mi impongono nuovi limiti a cui devo abituarmi, sia pure a denti stretti: può essere bello invecchiare… quando ti sembrava che la vita stesse lì lì per finire!

Certo, spero che non si creino – all’interno dello stesso ospedale – categorie diverse di pazienti, per dirla nel linguaggio sportivo, quelli di serie A e altri di serie B. Anche a me farebbe bene vivere il tempo dell’attesa della mia terapia in una sala più accogliente (meno spoglia) e poi trascorrere i momenti di infusione in un ambulatorio più confortevole, magari dotato di qualche carrello in più dove poter appoggiare una rivista o un libro, la bottiglietta d’acqua e il pacchettino di cracker che mi porto da casa o la sciarpa per i momenti di freddo.

Penso che il gran lavoro da continuare sia molto complesso, poiché l’umanizzazione di una struttura sanitaria riguarda tanti aspetti, dalle informazioni da fornire con chiarezza e gentilezza alle dinamiche di accoglienza di pazienti e familiari, dalla semplificazione delle procedure di accesso alle prestazioni alla fruibilità della documentazione sanitaria, per non parlare della comunicazione clinica e delle qualità tecnico-professionali e relazionali di tutti gli operatori sanitari sia tra di loro (per stabilire un clima lavorativo predisposto al dialogo e alla collaborazione) sia ovviamente con il paziente/cittadino.

Non è quindi sufficiente predisporre un’isola all’interno di un ampio complesso, ma affrontare coraggiosamente i diversi aspetti: come può infatti un medico oncologo dedicare ai pazienti l’attenzione e l’ascolto che ritiene necessari, se il loro numero è troppo alto in relazione al tempo cronologico previsto e se viene continuamente pressato a far presto, per occupare le poltrone delle terapie giornaliere, soprattutto quelle di lunga durata? E qui entrano in gioco problemi che riguardano la politica regionale sulla sanità, come la cronica carenza di personale o la presenza di operatori precari, ecc. Ma della carente politica regionale sulla Sanità in Puglia, con un presidente-assessore, non voglio parlare in questa sede.


#WeAreInPuglia? Il rifiuto della bellezza (la mostra)

Ebbene sì, “siamo in Puglia, dove spesso gli Ori e gli orrori sono uno accanto all’altro” spiega nelle sue note di ‘regia’ Giovanni Rinaldi , che si è impegnato quotidianamente per ben cinque mesi nel suo lungo réportage, che parte da Foggia e dalle strade di ogni giorno, per spostarsi man mano verso le periferie residenziali, strade comunali e provinciali, fin dentro il cuore dei Monti Dauni e del Gargano, nel paesaggio oscuro dei rifiuti, degli scarti, dell’inquinamento e del degrado.
“Le ‘cose’ in sé, conclude l’autore di questa mostra un po’ atipica, non hanno colpa… noi ci passiamo accanto, con l’abitudine di spuntare le spine che sentiamo dentro…”

MemoRandom

Presentazione

Saverio Russo
Presidente Fondazione Banca del Monte di Foggia

Dopo tante mostre dedicate alla bellezza, dell’arte, dei volti fotografati, dei paesaggi, dei libri, una mostra dedicata alla bruttezza e al rifiuto, sia pure riprese da un grande fotografo, Giovanni Rinaldi. Non sembri fuori tema per la nostra Fondazione: siamo da sempre impegnati nella promozione del territorio e non può essere fuori tema dare maggiore diffusione alla denuncia del degrado, che ci impoverisce tutti e che non ha un solo responsabile, ma tanti.

Vogliamo dare, con questa mostra itinerante, un sostegno a quanti si battono per contrastare questa pericolosa deriva, a quelli che non si limitano al post su facebook e allo strillo qualunquista, ma dedicano il loro tempo a “pulire il mondo”, agli amministratori spesso soli a risanare gravi situazioni che hanno ereditato. Per far capire a tutti che l’immondizia depositata nel greto del torrente, come i rifiuti pericolosi…

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