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#WeAreInPuglia? Il rifiuto della bellezza (la mostra)

Ebbene sì, “siamo in Puglia, dove spesso gli Ori e gli orrori sono uno accanto all’altro” spiega nelle sue note di ‘regia’ Giovanni Rinaldi , che si è impegnato quotidianamente per ben cinque mesi nel suo lungo réportage, che parte da Foggia e dalle strade di ogni giorno, per spostarsi man mano verso le periferie residenziali, strade comunali e provinciali, fin dentro il cuore dei Monti Dauni e del Gargano, nel paesaggio oscuro dei rifiuti, degli scarti, dell’inquinamento e del degrado.
“Le ‘cose’ in sé, conclude l’autore di questa mostra un po’ atipica, non hanno colpa… noi ci passiamo accanto, con l’abitudine di spuntare le spine che sentiamo dentro…”

MemoRandom

Presentazione

Saverio Russo
Presidente Fondazione Banca del Monte di Foggia

Dopo tante mostre dedicate alla bellezza, dell’arte, dei volti fotografati, dei paesaggi, dei libri, una mostra dedicata alla bruttezza e al rifiuto, sia pure riprese da un grande fotografo, Giovanni Rinaldi. Non sembri fuori tema per la nostra Fondazione: siamo da sempre impegnati nella promozione del territorio e non può essere fuori tema dare maggiore diffusione alla denuncia del degrado, che ci impoverisce tutti e che non ha un solo responsabile, ma tanti.

Vogliamo dare, con questa mostra itinerante, un sostegno a quanti si battono per contrastare questa pericolosa deriva, a quelli che non si limitano al post su facebook e allo strillo qualunquista, ma dedicano il loro tempo a “pulire il mondo”, agli amministratori spesso soli a risanare gravi situazioni che hanno ereditato. Per far capire a tutti che l’immondizia depositata nel greto del torrente, come i rifiuti pericolosi…

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Le “Dolorose considerazioni del cuore” e “il coraggio della verità”

Mentre poco fa entravo nella mia stanza studio, sono stata colpita dal titolo di un libro di Sandra Petrignani, che mi sono proposta di leggere: Dolorose considerazioni del cuore, che delinea l’ “autobiografia di una donna borderline”.

libro
Ma il titolo ha richiamato alla mente ben altro argomento, mi ha riportata a ciò che sta succedendo in questi giorni, sintetizzando perfettamente i miei pensieri e gli stati d’animo, rispetto allo sbandierato accordo Italia-Libia:
“Fredde osservazioni della mente e dolorose considerazioni del cuore”
(E. Ginzburg, Viaggio nella vertigine).

Infatti, dopo la chiusura della rotta balcanica, è la Libia uno dei punti principali da cui partono i migranti, da qui l’idea di chiudere la rotta nel Mediterraneo Centrale. Per questo Gentiloni, capo del nostro governo, ha firmato a Roma il 2 febbraio un’intesa con il premier di Tripoli Fayez al-Sarraj, con i complimenti e i sorrisi soddisfatti dei 28 partners dell’UE, riuniti il giorno dopo a Malta.

Libia e Tunisia: migliaia di persone in fuga - da Sky TG24

Libia e Tunisia: migliaia di persone in fuga – da Sky TG24

Solo qualche numero: il mare nostrum è stato attraversato nel 2016 da 181.436 migranti, ma ne ha inghiottiti altri 4.576, che hanno perso la vita insieme alla loro speranza di futuro. Numeri da brivido, perché stiamo parlando di persone, di uomini, donne e bambini!

Farah, 10 anni, al campo di Zaatari, in Giordania - da Oxfamitalia.org

Farah, 10 anni, al campo di Zaatari, in Giordania – da Oxfamitalia.org

Mi ha dato molto fastidio il tono trionfalistico con cui Gentiloni ha esaltato il suo accordo con Fayez al-Sarraj, che in realtà controlla soltanto una parte del suo Paese e ha quindi ben poca autorità per renderlo efficace.

La chiusura della frontiera meridionale libica significa bloccare tutte le persone provenienti dai paesi dell’Africa sub-sahariana, che già ora (si calcola siano circa 260.000, se non 300.000) sono arrestate e tenute in detenzione senza processo legale, senza alcun modo per opporsi o fare ricorso, e senza contatto con il mondo esterno.
Sono le accuse di chi come Arjan Hehenkamp, uno dei direttori generali di Medici senza Frontiere (Msf), ha visto con i propri occhi queste situazioni disumane e denuncia che «i detenuti sono sottoposti spesso a violenze, stupri e ricatti. Mi hanno pregato – continua – di contattare le loro famiglie per far sapere che erano ancora vivi. Non avevano idea di quale sarebbe stato il loro destino, sebbene fossero già imprigionati da mesi ormai».

Bimba in fuga - da tgcom24.mediaset.it

Bimba in fuga – da tgcom24.mediaset.it

Proprio l’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, e l’Oim, l’Organizzazione internazionale delle Migrazioni (organismi che pure dovrebbero essere coinvolti nella gestione del piano di accoglienza dei rifugiati in Libia, nelle intenzioni del governo italiano) ritengono che «nella situazione attuale, la Libia non possa essere considerato un paese terzo sicuro, né si possano avviare procedure extra-territoriali per l’esame delle domande di asilo in nord Africa».

In Ungheria rifugiati trattati come bestie... Da "Left"

In Ungheria rifugiati trattati come bestie…
Da “Left”

Io penso che non solo l’accordo non funzionerà, ma che ben altra strada doveva essere perseguita dall’Italia come dall’Europa: quella di aprire canali umanitari legali e sicuri per le persone in fuga, sottraendole ai trafficanti di “merce” umana e indebolendo nel contempo le reti criminali.

Si scelgono invece le strade più facili, per motivi prettamente politici, cioè per indebolire le forze populiste che dilagano in Europa, senza avere la lungimiranza di costruire un progetto comune e senza il coraggio di una donna come Emma Bonino, ex ministra degli Esteri, che dice “basta alle bufale” che parlano sempre e solo di emergenza, da anni e anni!
Una donna nuovamente in campo per superare una legge vecchia di 15 anni, la Bossi-Fini, e per smontare “un racconto falso che non sta in piedi, perché – afferma – se non ci fossero i migranti, se non arrivassero, tra qualche tempo dovremmo andare a prenderceli noi. Abbiamo “bisogno” di 160.000 persone all’anno per dieci anni. Siamo un continente ricco e vecchio. E loro ci servono, banalmente. Occorre solo organizzarsi” e lavorare seriamente per l’integrazione. Soprattutto io credo che occorra parlare con le persone, per riuscire a smontare la marea di stereotipi e pregiudizi: è un’invasione, ci rubano il lavoro, non possiamo accoglierli tutti, ecc.

left

Sul numero 4 di Left di quest’anno Emma Bonino, sempre molto informata sui numeri e sui fatti, spiega bene il suo ragionamento e com’è nata la proposta di una legge di iniziativa popolare, frutto di lunghe consultazioni con i sindaci di tantissime città d’Italia e con chi lavora su questo terreno da tempo. Una donna con “il coraggio della verità” e che con le sue azioni politiche è riuscita a far fare molti passi avanti a questa Italietta, piccola piccola…

Tullio De Mauro. Per me è come se fosse morto un amico…

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È morto Tullio De Mauro, mi ha laconicamente detto stamattina mio marito, non sapendo che mi stava comunicando la morte di una persona, che è stata fondamentale sia nella mia vita professionale da insegnante di italiano, sia come cittadina che ama con passione tutto ciò che riguarda la lingua che noi usiamo.

Una passione che forse ho ereditato da mio padre, che amava scavare nelle parole, andando alla ricerca dei legami con la storia, la cultura e il fluire delle società umane. Aveva sempre a sua disposizione un mare di libri da consultare su etimologie (il passato che vive nel presente), frasi celebri e modi di dire, significati e contesti delle citazioni, libri che oggi io conservo come un’eredità preziosa. “L’avventura delle parole” (è uno dei titoli) è stata una ricerca costante della sua vita, perennemente curiosa del mistero che ogni parola nasconde nel percorso tortuoso che l’ha modificata nel tempo, nella forma come nei significati.

il-piacere-tra-le-righe

Ho sempre seguito Tullio De Mauro nella sua vita di linguista, come lui amava definirsi, uno studioso militante di sinistra senza camuffamenti di sorta; l’ho visto, ascoltato, letto e studiato per una vita con interesse, simpatia e grandissima stima. Uno dei pochi grandi che non era mai arrogante, pur non sottraendosi mai ad esprimere con chiarezza e onestà intellettuale il suo pensiero e i suoi punti di vista. Come quando ultimamente ha definito la “Buona scuola” come “un passo nel vuoto” o si lamentava giustamente dell’abuso delle parole, in particolare della parola “riforma” per ogni provvedimento, anche il più banale! Per non parlare dell’alluvione di inglese, “la nuova antilingua – diceva – che imbroglia ma non spiega”, non solo nel testo della “Buona scuola”: comfort zone, problem solving, design challenge, digital divide, gamification, nudging, digital makers e via dicendo, ma anche nella definizione dei vari provvedimenti governativi, come l’ormai famoso “Jobs act”, con l’introduzione dei “voucher”…

Alcuni dei suoi libri.

Alcuni dei suoi libri.

E intanto mentre dilagava l’inglese maccheronico con l’uso delle slide, cioè delle vecchie diapositive, Tullio De Mauro lanciava l’allarme sull’analfabetismo di ritorno, mettendo in relazione questo fenomeno grave e preoccupante con la situazione politica italiana. Infatti molti anni fa, uno studio condotto su un campione significativo aveva portato a conclusioni poco confortanti per quanto riguarda la capacità di comprensione degli italiani: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”.
Apro e chiudo una parentesi: ricordo ancora quando insegnavo con quanta testardaggine cercavo di trovare strategie efficaci per migliorare i vari livelli di comprensione di un testo, mettendo in evidenza le difficoltà e i processi interessati. Un lavoro lungo e spesso oscuro, che tanti genitori ignoravano, pretendendo dai figli risultati che non potevano al momento realizzare.

Insomma, le ricerche di De Mauro ci dicevano che “più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta e molti anche quella parlata”. È chiaro quindi che chiunque abbia in mano le leve del potere e quindi anche dell’informazione (che da noi non è completamente libera, come si dice…) riesca furbamente a pilotare una larga parte dell’opinione pubblica, con slogan semplici da bravo venditore e frasi fatte ripetute all’infinito, orientando di conseguenza anche le scelte elettorali.
Il quadro che emerge (pubblicato tempo fa da Il fatto quotidiano) è davvero preoccupante: il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni è sostanzialmente analfabeta, cioé non in grado di distinguere lettere e cifre; il 38% degli italiani sa leggere, cioé riconoscere lettere e numeri, ma ha difficoltà evidenti di lettura; il 33% degli italiani che sa leggere con fluenza ha difficoltà di comprensione del testo. Di fatto, il 76% degli italiani non riesce a comprendere concetti scritti e a rielaborarli in forma autonoma.

Il  ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Il ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Come insegnante, queste cifre mi hanno sempre colpito al cuore, facendomi capire tante cose della nostra società: la bassa diffusione della lettura di quotidiani e di libri, soprattutto al sud, il degrado inarrestabile del parlare e del vivere quotidiano, infarcito di parolacce, insulti e cattive maniere, che dilagano anche in Tv, sui giornali e in politica. È un fatto che non mi piace naturalmente, ma che De Mauro (che amo anche per questo) sdrammatizza con la sua proverbiale ironia: ammette infatti che sono fenomeni sicuramente sgradevoli, ma poi con la saggezza di chi studia e vede lontano li bolla come marginali, ricordandoci che “la lingua di Dante è molto più complicata e non si lascia sconvolgere tanto facilmente, neanche dalle cattive abitudini e dalle parolacce dei politici”.

25 nov. 2016: un grazie di cuore a Laura Boldrini e alle colleghe della mia scuola!

Il coraggio di una donna con una funzione pubblica, che dà il suo contributo al 25 nov. 2016!

Il coraggio di una donna con una funzione pubblica, che dà il suo contributo al 25 nov. 2016!

Spesso mi sembra di vivere ancora all’età della pietra, almeno per quanto riguarda il rapporto tra donne e uomini. Basta dare un’occhiata ai post che riceve ogni giorno una donna come Laura Boldrini con un’alta visibilità, a causa della sua funzione pubblica.

E invece siamo nel 2016… e la storia continua a fare passi indietro!

Perché proprio questa giornata?


Il 25 novembre ricorda il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui contrastarono il regime del dittatore Rafael Leonidas Trujillo nel 1960, colui che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.

Dal 1999, le Nazioni Unite hanno reso istituzionale questa giornata, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza di genere e creando consapevolezza del problema, protraendolo nel quotidiano.

Importante diventa allora il lavoro di ognuno di noi, uomini e donne, tutto l’anno nei nostri ambienti di vita, un lavoro di informazione civile sull’identità di ogni persona, di consapevolezza sulle dinamiche della relazione tra uomini e donne (quante volte se ne parla in famiglia?), il rispetto di ogni differenza e dell’alterità dei bambini e delle bambine da parte degli adulti e dell’ambiente in cui crescono. Le famiglie e la scuola (ma non solo) sono secondo me in prima linea, i canali privilegiati per sensibilizzare bambini e ragazzi, bambine e ragazze, per farli crescere e vivere in un mondo dove tutte le persone, in particolare le donne di qualsiasi continente, non debbano sempre sentirsi degli oggetti  sotto assedio.

Ho ammirato la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, che ha voluto rendere noto un piccolo campionario con tanto di nome e cognome degli insulti sessisti e volgari, che riceve ogni giorno sui social. Lo denuncia da tempo, ma oggi l’ha fatto a nome di tutte quelle ragazze e donne che tante volte subiscono in silenzio e soffrono, senza avere il coraggio di denunciare, paralizzate dalla paura.

Ho apprezzato molto la scuola dove prima insegnavo, la scuola media Carducci di Bari, che oggi, grazie ad alcune colleghe in gamba, ha fatto vivere agli studenti e alle studentesse una giornata da ricordare.

25 nov. 2016: scuola media Carducci di Bari

25 nov. 2016: scuola media Carducci di Bari

Mediamente in Italia, un terremoto ogni 5 anni…

… e il 70% delle costruzioni non rispetta le norme antisismiche. Siamo il Paese d’Europa che trema di piú, ma si continua come se niente fosse, a parte le eccezioni. In Friuli infatti hanno dimostrato saggiamente che un terremoto puó anche servire non solo per ricostruire, ma per mettere in sicurezza gli edifici pubblici e privati. Come anche a Norcia, una cittadina dove la terra che ha tremato mercoledí notte, 24 agosto, non ha provocato né morti, né feriti gravi tra le 20.000 persone presenti.

E invece mi capita di pensare per esempio alle scuole, quegli edifici dove ho insegnato per 40 anni. Scuole che si trovavano nei prefabbricati o nei condomini… La metà di esse – in tutta Italia, non solo al Sud – non è a norma, ma crollano anche quelle costruite recentemente. Di fronte a questa mancanza generalizzata di consapevolezza e di senso civico (dalle istituzioni ai cittadini), io resto quasi senza piú parole e continuo a chiedermi: possibile che dobbiamo continuare a far finta di niente, a piangere ciclicamente migliaia di morti, ad assistere impotenti alla distruzione totale di paesi interi, alla perdita di tutto per i tanti sopravvissuti che rimangono senza casa, senza lavoro, senza uno straccio di ricordo tangibile della loro vita e quindi totalmente disorientati?

Ogni volta che un terremoto colpisce una zona d’Italia, il mio pensiero va immediatamente a tante persone in difficoltà, ai numerosi anziani che non hanno la possibilità di potersi muovere (mi vengono in mente i miei genitori nei loro ultimi anni di vita), a tante persone con disabilità che perdono anche quegli ausili che li rendono un po’ piú autonomi e ai bambini (troppi davvero!).

Ma provo anche tanta rabbia di fronte al fiume in piena di dirette televisive e di parole, quante parole! E poi le presenze in prima fila ai funerali (e so che non potrebbe essere diversamente), e alle promesse elargite a piene mani, le promesse e le rassicurazioni dei primi giorni. E poi… E poi, il silenzio dei media, il silenzio della politica e della società nel suo insieme che torna sl suo quotidiano orticello, dimentica troppo presto ció che è successo e digerisce tutto. Perché la manutenzione ordinaria e straordinaria del nostro territorio non fa notizia, non attira telecamere, non fa audience, non si tagliano nastri!

Ma non c’è bisogno di un terremoto per fare un discorso serio sulla prevenzione che non si fa, quella che riguarda anche altri settori della nostra vita di cittadini, come le ferrovie (stiamo giá dimenticando lo scontro tra due treni sulla linea Andria-Corato in Puglia?), la sicurezza sulle strade (dove le vittime sono sempre di piú i giovani) e – dulcis in fundo – la salute: lo Stato italiano, il “nostro” Stato,  continua ad avere il monopolio dei tabacchi, ma si preoccupa (sigh! 😰) di farci sapere sui pacchetti di sigarette che “il fumo uccide!”

Il silenzio, il mio paesaggio interiore oggi

foto per blogMi sono capitati sotto gli occhi i versi scritti da Montale alla fine della Prima guerra mondiale, Non chiederci la parola: “…Questo soltanto oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Calzano a pennello con il mio stato d’animo attuale.

Perché è da tanto ormai che leggo, ascolto e vedo ciò che succede ogni giorno in Italia, al confine greco-macedone, in Siria e nel resto del mondo e mi mancano le parole per riuscire ad esprimere un mio punto di vista.
Sento soltanto il desiderio di rimanere in silenzio per pensare, per riflettere ed approfondire. Non riesco a rimanere distaccata di fronte agli eventi che si succedono, si accavallano gli uni sugli altri e mi coinvolgono, ma mai come in questo periodo non so (e forse non voglio) dire parole.

sgomberoTra emozioni e sentimenti contrastanti, continuo a seguire la “Grande Migrazione” che non da oggi muove intere famiglie. Uomini donne e bambini, tanti bambini, calpestati nella loro dignità di persone e nei loro diritti, bloccati dai nuovi muri che vedo innalzare e dai chilometri di filo spinato che si moltiplicano alle frontiere interne di un’Europa politica di nani, di leader (?) senza qualità. Un’Europa vecchia e depressa, chiusa in se stessa e divisa tra accoglienza e respingimenti, vittima di una crisi totale, non solo economica. Un’Europa senza futuro.

filo spinatoM’interrogo su cosa potrei fare ma ammutolisco per la rabbia e il senso di impotenza che non riesco ad esprimere in parole; mi piacciono quelle che Concita De Gregorio scrive il I marzo su palomarblog.wordpress.com., perciò le prendo in prestito: “il silenzio come unico riparo superstite dal circo osceno delle opinioni sempre nette, sempre urlate, sempre senza dubbio e quasi sempre ignoranti delle ragioni ultime delle cose”.
In questo caso ignoranti delle tragiche storie che spingono questo incessante fiume di persone ad abbandonare tutto, rischiando la loro stessa vita.
Ad ogni nuovo tragico naufragio, in cui muoiono anche tanti bambini, i media dedicano sempre meno spazio.

espulsioniSembra che nemmeno le classi dirigenti (sic!) siano in grado di orientare e preparare la pubblica opinione – come ha affermato il presidente Mattarella negli Stati Uniti – ad affrontare un fenomeno migratorio di dimensioni non paragonabili a fenomeni analoghi.
Mi consola però il fatto che sia partito con successo in Italia un progetto-pilota di corridoio umanitario grazie ad un piccolo gruppo di associazioni e chiese (come la comunità di sant’Egidio e le chiese evangelica e valdese), che dimostra – a noi semplici cittadini e agli Stati – che non è impossibile realizzare un progetto come questo!

Ancora. Ho letto e ascoltato il dibattito (si fa per dire) sviluppatosi in patria intorno alle unioni civili e in particolare sul tema scottante e delicato dell’adozione del figlio del partner, mescolando argomenti diversi (la gravidanza per altri) ed esplodendo, quando le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che al di là dell’oceano era nato un bimbo, figlio di una coppia omosessuale famosa in Italia. Ancora una volta mi sono rifugiata nel silenzio, attonita di fronte alla marea montante di commenti e di volgarità, di fronte all’incapacità di poter ragionare serenamente nel merito di un tema così complesso, senza alcun rispetto verso scelte diverse dalle proprie, stanca di veder nascere le solite contrapposizioni di chi si mette al riparo delle proprie certezze (e intolleranze) per impedire una regolamentazione che metterebbe al sicuro i soggetti più deboli.

cieloNon parlo poi del fine vita di noi esseri mortali, un enorme tabù di cui s’inizia finalmente a discutere in una commissione parlamentare, ma che è difficile far emergere in un discorso, anche quando si è tra persone amiche. A me, che invece ci penso, non rimane ancora una volta che restare – anche in questo caso – in perfetto silenzio.

In silenzio per aiutare me stessa a far nascere dentro di me una voce nuova, la mia voce, la mia parola che non può essere sempre la stessa, mentre il mondo intorno a me cambia a ritmi vertiginosi. Per questo oggi il silenzio è il mio paesaggio interiore, perché – come dice Anna Crespi“sento le cose del mondo esplodermi dentro. A volte con dolore. Altre con felicità. Come la calma serena del mare quando ci invade e ci si lascia andare al suo leggero movimento”.

Una città per tutti, anziani compresi. Ma quando?

torino smart city

 

Gli anziani oggi amano vivere nei centri urbani, che offrono servizi, centri ricreativi e quindi possibilità di impiegare tutto il tempo a disposizione.

Però più gli anni aumentano, più diventa difficile vivere le nostre città, piene di traffico, con moto che ti sfiorano all’improvviso e biciclette controsenso; si cerca di attraversare velocemente una strada, ma già a metà percorso scatta il rosso mentre le macchine rombano impazienti; cammini lentamente attento a non inciampare, ma i marciapiedi sono dissestati e pieni di pericoli, tanto che ti sembra di attraversare un percorso di guerra.

Un’inchiesta de La Gazzetta del Mezzogiorno di oggi rivela che molti over65 non riescono a salire sugli autobus a causa delle pedane troppo alte, oppure quando ci riescono trovano tutti i posti a sedere occupati e se rimangono in piedi rischiano alle curve di trovarsi con le ossa rotte. Ed è per questo che molti anziani riducono i loro spostamenti, escono sempre più raramente e si ritrovano, come diceva mio padre nell’ultimo periodo della sua lunga vita, agli arresti domiciliari

anziano con bastone

 

Oggi però qualcosa sta cambiando, anche perché gli anziani aumentano sempre di più. L’indagine Smart Cities and The Ageing Population (Univ. di Oulu, Finlandia) ci dice infatti che nel 2030 il 25% della popolazione europea compirà 60 anni.

Sono tante le idee e i modi per rendere le città più confortevoli agli over 60 e alcuni suggerimenti arrivano dall’Age-Friendly Cities project: panchine confortevoli, percorsi fitness ad hoc, parchi senza gradini.

A Barcellona per esempio è stata premiata un’applicazione, fornita dal Comune e molto facile da usare, che riunisce più tecnologie in una sola: invece di ricordare password ed imparare l’uso di più strumenti, all’anziano basta un tocco per rintracciare ovunque i familiari lontani.
Interessante anche il progetto di Varsavia, il Virtual Warsaw, che prevede di installare su semafori e arredi urbani vari sensori per inviare al telefono degli utenti (anziani, ipovedenti) informazioni utili a muoversi per strada in sicurezza e libertà. E che dire di una buona pratica già diffusa a Stoccolma, dove negli iPad caffè s’insegna l’uso del Tablet ai senior?
A Manchester, si prevede l’installazione di sedie in vari punti della città e sopratutto anche all’interno dei negozi di quartiere, il che consente non solo ai clienti più anziani di riposarsi, ma anche di offrire loro uno spazio confortevole dove scambiare quattro chiacchiere con i vicini. Stessa cosa vale per le fermate degli autobus, spesse prive di panche o con sedute nella maggior parte dei casi inadatte ad una popolazione anziana. Il progetto prevede invece la messa a disposizione di sedute progettate in modo adeguato: né troppo basse né troppo alte, sufficientemente larghe, dotate di braccioli che aiutano ad alzarsi o sedersi e anche di elementi funzionali, come il posto dove riporre l’ombrello piuttosto che ganci per fissare guinzagli dei cani.

Anche Lione ha avviato un servizio di trasporto pubblico, il cyclopousse, interamente dedicato alla popolazione anziana, che può usufruire di ‘giovani pedalatori’ per essere trasportata in giro per la città. Una sorta di taxi eco-sostenibile e a prezzo calmierato.

cyclopousse

 

 

Intanto nei laboratori di alcune aziende (la Ideo a Palo Alto in California ha assunto una 91enne) si coinvolgono gli anziani per conoscerne aspettative ed esigenze, per testare prototipi e risolvere le difficoltà che incontrano nell’adozione delle nuove tecnologie: ad esempio interfaccia poco chiara, istruzioni lunghe, linguaggio criptico e caratteri troppo minuscoli dei testi.

Insomma, siamo di fronte ad una bella sfida per le nostre città, che potrebbero trasformarsi da giungle urbane ostili in luoghi più amichevoli per chi invecchia. Anche in Italia qualcuna si muove, ma molto più timidamente…

Chi è lo Stato? Siamo noi? Davvero?

Manifesto della protesta organizzata per dire di SI' al verde e NO ad altro cemento!

Manifesto della protesta organizzata per dire di SI’ al verde e NO ad altro cemento!

Sembra incredibile ma succede!
Da un comunicato dell’Adirt (Ass. difesa insediamenti rupestri e territorio), storica associazione da sempre attenta a salvaguardare i nostri beni culturali ed ambientali, paesaggio compreso, si apprende che a Bari Vecchia, nella zona demaniale portuale a pochi metri dal Castello, da Santa Chiara e da San Francesco, nel luogo dell’antico porto bizantino-normanno detto “la banchina”, sono in corso lavori per realizzare l’“ampliamento della sede degli uffici OO.MM. del Provveditorato interregionale alle OO.PP. di Puglia e Basilicata”.
Sono stati già abbattuti alberi d’alto fusto del giardino e si sta realizzando il primo piano fuori terra.

Il Demanio dello Stato – incurante di ogni considerazione – sta deturpando uno dei pochi spazi di Bari Vecchia che è rimasto integro,  pur avendone a disposizione tanti altri inutilizzati. L’edificio di tre piani più seminterrato, alto almeno 12 metri, si inserirà con pieno stridore nel paesaggio storico contermine, e comprometterà permanentemente l’inestimabile valore architettonico del Castello e della cortina edilizia di Bari Vecchia, oscurerà definitivamente la vista sul mare e introdurrà un insopportabile sovraccarico di uffici in un’area già intasata.

Fa tristezza e rabbia vedere che il Comune di Bari è inattivo ed inerme rispetto alle iniziative del Demanio statale e dell’Autorità portuale che decidono (e non è la prima volta!) le loro strategie in sprezzante autonomia rispetto alla pianificazione cittadina. Non so se la protesta corale di cittadini e cittadine, di comitati, associazioni e gruppi che vogliono bloccare i lavori in corso riuscirà a fermare questo scempio.

Ma se lo Stato siamo noi, non dovremmo essere ascoltati?!?

Povera la mia città! Verso le elezioni #3

Sempre la stessa storia, da decenni!
Manifesti e “santini” elettorali un po’ dovunque in città, non solo negli spazi consentiti (coperti tutti magari dalla stessa faccia), ma attaccati sui pali della luce, sulle pensiline di attesa dell’autobus, sulle cabine elettriche, sui cassonetti, in centro come in periferia.

posca

Entri in un negozio o vai al bar e trovi sciorinati vicino alla cassa tanti bigliettini multicolori: se non ci fossero le facce, sarebbero anche carini…
So che passerà questa frenesia, ma ciò che non sopporto è il fatto che certi adesivi, collocati in posizioni strategiche (difficili da raggiungere e da rimuovere) rimangano lì anche dopo le elezioni e tu sei costretto ogni giorno a vederteli davanti agli occhi. Ci sono nomi che ho visto per cinque anni e che ora si ripresentano, rinnovando anche gli adesivi…

Povera la mia città, tanto amata a parole (basta leggere gli slogan) e tanto bistrattata (e imbrattata) nella pratica quotidiana…

Un mix di indifferenza e di arroganza!

manifesti-elettorali

Largo a giovani e donne! Verso le elezioni #2

Leggo su Facebook i post dei candidati-sindaco, riportati pigramente il giorno dopo dal maggior quotidiano locale e quando ho tempo ascolto anche le dichiarazioni (rigorosamente al futuro) che ognuno/a di loro (c’è anche una donna) ci propina un giorno sì e l’altro pure.

faccina sornionaNoto che in vista delle elezioni si riscoprono magicamente due categorie: i giovani e le donne. Certi comitati elettorali sono pieni di ragazzi e ragazze che si fanno carico del quotidiano lavoro di propaganda (manovalanza a costo zero?), ma anche le donne – da sparpagliare nelle liste – sono ricercatissime. Il massimo poi è essere al contempo giovani e donne (meglio se di gradevole aspetto): cinque giovani donne infatti capeggeranno tutte liste per le europee. Che scorpacciata!

Poche parole e nessun ragionamento invece sull’importanza delle competenze, sul valore dell’esperienza, sulla capacità di esercitare indipendenza di giudizio. Eppure…
A livello comunale ci prepariamo ad eleggere il prossimo sindaco della città metropolitana, che maneggerà direttamente il 3% del Fondo europeo di sviluppo (Fesr), gestendo un territorio ed una popolazione ben più vasti dell’attuale. A livello nazionale sceglieremo i rappresentanti italiani in Europa, dove ormai si decide i nostri destini.

Mi piacerebbe avere idee un po’ più chiare e qualche certezza in più per andare a votare con meno riluttanza, ma in realtà – pur cercando di informarmi da fonti diverse – la mia confusione aumenta. So di essere in buona compagnia, ma questo non mi consola, né mi va di intrupparmi in quelle schiere che seguono i pifferai del nostro tempo, quei populisti che sparano a zero su tutto e tutti, senza riuscire a disegnare una visione realmente alternativa a questa società sempre più ferma e rassegnata.

faccina arrabbiataCombattuta tra indignazione e rabbia, in realtà sono stanca di sentir gridare slogan in piazza e in TV,  stanca di ascoltare  chi sembra avere certezze granitiche.
Ho l’impressione  invece che tanti, troppi candidati stiano solo recitando (maluccio, in verità) la loro parte di attori in commedia…

 

Più pilu per tutti!

Più pilu per tutti!