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25aprile2019 – Resistere alla “moda del disincanto”

Noi
abbiamo l’allegria delle nostre allegrie
e abbiamo pure
l’allegria dei nostri dolori.

Perché non ci interessa la vita indolore

che la civiltà del consumo
vende nei supermercati.

E siamo orgogliosi

del prezzo di tanto dolore
che per tanto amore abbiamo pagato.

Noi

abbiamo l’allegria dei nostri errori
dei ruzzoloni che provano la passione
dell’andare e l’amore verso il cammino.

Abbiamo l’allegria delle nostre sconfitte

perché la lotta
per la giustizia e la bellezza
vale la pena persino quando si perde.

E abbiamo sopra tutte le cose

l’allegria delle nostre speranze
mentre impazza la moda del disincanto
ora che il disincanto è diventato
un articolo di consumo massivo e universale.
Noi.

Eduardo Galeano (1940 – 2015)

Mentre nell’arena politica impazzano dichiarazioni ad uso e consumo dei fans, io oggi voglio – come ogni anno – stare un po’ in compagnia del ricordo di mio padre, che ha fatto parte di quella schiera di IMI (Internati Militari Italiani) che non ha aderito, nonostante le continue lusinghe, alla Repubblica Sociale di Salò, sopportando insieme ad altri ufficiali i morsi della fame, il freddo gelido dei campi tedeschi di internamento, le pesanti fatiche quotidiane, la privazione della sua libertà, rischiando la vita in nome di un giuramento fatto all’Italia (sono parole sue).

Sembra incredibile, l’ho scritto tempo fa in un breve post  https://maricri48.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=622&action=edit
in cui racconto qualche frammento della sua esperienza, che tanti uomini, educati fin da bambini dal fascismo, abbiano avuto la forza di accettare una prigionia durissima piuttosto che capitolare davanti al collasso della nazione, provare a resistere piuttosto che tradire la divisa e il giuramento al re (e non a Mussolini).

“Siamo soli, scrive il capitano medico Guglielmo Dothel, non combattiamo più per nessuno ma solo per noi stessi in nome della nostra coscienza, del nostro onore, della nostra dignità di uomini”.

Ciao papà, che bella e grande eredità che mi hai lasciato!

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Back in time… passeggiata solitaria, immersa nella campagna pugliese

Soltanto un anno fa!
Era il giorno di Pasquetta, il 2 aprile 2018, ed io dopo il pranzo con i miei familiari, rigorosamente all’aperto, decisi di fare una passeggiata sola soletta nella campagna di Monopoli, una deliziosa cittadina sul mare in provincia di Bari.

Oggi, rivedendo alcune mie fotografie di quella bellissima giornata, ho pensato di pubblicare in questo spazio (consacrato soprattutto alle parole…) anche qualche scatto di quei momenti ricchi di bellezza e di emozioni.
Ricordo che mi fermavo a guardare il paesaggio nel suo complesso, ma mi fermavo anche ad osservare le rugosità dei tronchi di ulivo, le piantine spontanee, i primi papaveri, le bianche abitazioni rurali e soprattutto gustavo il silenzio vivo della campagna, i movimenti sotterranei di animaletti quasi invisibili tra le pietre dei muretti a secco.

Camminavo e sentivo il profumo dell’aria libera da smog, il fruscio della brezza pomeridiana e mi piaceva il fatto di essere da sola, tra alberi, fiori, l’azzurro del cielo e le mille sfumature di verde. Ciò che più mi incantava però era la luce di quel tranquillo pomeriggio primaverile!

Di tanto in tanto, arrivavano le voci attutite dalla distanza di persone che come me stavano trascorrendo la pasquetta in campagna, voci allegre, anche un po’ di musica. Voci che si integravano perfettamente in quel paesaggio.

Amo profondamente la campagna pugliese, i suoi ulivi, i muretti a secco che dividono i campi

Quest’anno la difficoltà di poter camminare in totale autonomia  mi impedirà certamente  di ripetere questa esperienza, ma rivedere queste immagini mi fa bene, riprovare quelle emozioni è salutare per me, non voglio che i bei momenti trascorsi finiscano nel dimenticatoio


Una delle abitazioni rurali sparse per le contrade della campagna di Monopoli. Qui siamo in Contrada Lamafico.

Un’edicola votiva.

“Forse la notte è vita…”

“Della notte so poco ma di me la notte sembra sapere di più ancora, mi assiste come se mi amasse, mi ammanta di stelle la coscienza. Forse la notte è la vita e il sole la morte”.

Foto tratta dal sito web teatroecritica.net

Oggi queste parole, tratte dallo spettacolo teatrale Dopo la battaglia di Pippo Delbono, mi sono tornate in mente all’improvviso, appena ho letto la notizia della morte di Bobò, l’attore (nella foto) sordomuto e analfabeta, una figura piccola e minuta, ma potente, che non dimenticherò mai.
Lo rivedo in una delle scene di quello spettacolo, che ora mi sembra attualissima.
Allora eravamo nel febbraio 2013: Bobò avanzava lento, vestito di bianco e sventolava il tricolore, era l’immagine dell’Italia di allora, ferita e irriconoscibile nella sua identità, un’Italia che camminava a fatica, dondolando passo dopo passo, con lo sguardo fisso verso il basso.

Foto tratta da Franzmagazine

Insieme a Bobò, mi torna in mente tutto lo spettacolo, fin dalla scena iniziale, grigia e plumbea, con porte che si chiudevano sbattendo violentemente, un luogo che rimandava ad una prigione o a un manicomio, dove regnano isolamento e solitudine: fui come trafitta da alcuni ricordi personali e familiari, improvvisamente vivi e nuovamente dolorosi, con quelle voci forti e disperate di chi prova a scappare e poi torna, urla e piange, voci di donne e uomini che sembravano perdersi per poi ritrovarsi, cercando le parole per comunicare tra loro le emozioni, con il corpo, con i suoni e con la danza.

La foto è tratta dal sito web “Il Cittadino Online”

Senza opporre alcuna resistenza, quella sera mi misi in viaggio lungo una strada che Pippo Delbono conosceva bene per esperienza personale, non ero più soltanto una spettatrice ma vivevo la sequenza dei quadri, provando emozioni fortissime. Corpo e mente totalmente coinvolti da ciò che accadeva sul palcoscenico: ricordo ancora oggi che ci fu un momento in cui provai il bisogno prepotente di unirmi alla danza delle tre donne in rosso che con Pippo Delbono si muovevano sulla scena sempre più velocemente, talvolta in modo parossistico e scomposto, mentre la musica si faceva via via sempre più forte. E davanti a un mare in tempesta rivedo la figura di Delbono che con le braccia verso l’alto urlava “stiamo naufragando”…

Pippo e Bobò
Foto di Karine de Villers e Mario Brenta

Anche oggi siamo alle prese con dolorosi naufragi, quelli di centinaia di persone in fuga dall’orrore e quello delle nostre idee di umana solidarietà.
In quello spettacolo Delbono raccontò la storia del suo incontro nel manicomio di Aversa con Vincenzo Cannavacciuolo, in arte Bobò, l’uomo senza voce, condannato al silenzio, che tuttavia riusciva sulla scena a comunicare con tutto il suo corpo e con le espressioni stralunate del suo viso, un piccolo grande uomo, che avanzava barcollando, incerto ma ipnotico, bellissimo e poetico, nella sua drammaticità. Era in ogni spettacolo l’alter ego di questo grande drammaturgo, fuori dagli schemi.
La sua morte improvvisa mi ha riportato indietro di sei anni, ma oggi capisco molto di più il senso delle parole citate in apertura: “Forse la notte è vita…”

Dedicato a Gabriella e al suo mondo…

Cara Gabriella, torna per il terzo anno il 2 giugno, tre anni che non ci sei più.
Se ci penso bene però, non è esatto dire che non ci sei, sei presente ogni giorno nella mia (e nella nostra) vita.
Credimi, ci sei ogni volta che mi capita tra le mani o se devo scegliere un libro di poesia, tu avevi una sensibilità particolare per il mondo dei poeti e delle donne-poeta.
Ti penso quando vedo il colore dei tulipani che amavi e poi ci sono gli oggetti che mi fanno compagnia, quelli che tu hai scelto e mi hai regalato, ci sei nei tuoi libri che parlano della tua curiosità e voglia di esplorare campi talvolta misconosciuti.

Su suggerimento di un’amica blogger (che non conosco di persona) ho viaggiato tra i tuoi libri, non so dirti cosa provavo, li ho guardati quasi tutti, ho letto non solo i titoli ma prendendone alcuni in particolare mi sono fermata su ciò che hai sottolineato. Mi sono soffermata molto sulle poesie che amavi e alcuni mi riprometto di riprenderli per leggerli e gustarli con calma in tua compagnia, mi piacerebbe infatti avere tutto il tempo per prenderli uno ad uno e leggerli con te accanto che magari sorridi…

Ci sono tra questi alcuni titoli che dopo la tua uscita di scena da questa vita acquistano un significato simbolico per me che sono rimasta qui, alludo a “Buio” di Paolo Mauri per esempio (“Ma lo sai che nei grandi spazi interstellari la luce viaggia nel buio?”) o a “Quello che ho amato”, “La vita vera” e poi quei volumetti di Sellerio i cui titoli esprimono bene il tuo interesse per il mondo dei libri, la collana di poesia inconfondibile nelle sue bianche copertine, e quella bellissima “Lettera ai disperati sulla primavera” del poeta Giuseppe Conte, sottolineato in tanti punti, da cui ho tratto solo qualche breve frammento che voglio inserire in questo post.

Oggi ti scrivo come se potessi leggermi, ma anche per dedicarti più tempo del solito; sapessi quante cose da dirti mi ha provocato questo strano “viaggio” attraverso i tuoi libri…

Ci hai lasciati  proprio in primavera, nella stagione che precede l’estate, a cui già guardavi con speranza, con la tua voglia di uscire all’aperto, dopo un autunno e un inverno difficilissimi, che sembravano non finire mai.

“La primavera… il sentiero per indicarci un futuro da inventare”.

“Le primavere – scrive ancora Conte – non le ho alle spalle, sono in me, sostanza della mia fiducia in tutto ciò che vive”: ci sei tu in queste parole che ci tengo a pubblicare, perché vedere le tue sottolineature e rileggerle mi commuove ogni volta!

Gabriella cara, ti sbagliavi quando dicevi (e ne eri anche convinta… o forse no?!?) che ci saremmo dimenticati presto di te! E invece ogni mattina al risveglio vieni a darmi il “buongiorno”, poi mi auguri una buona giornata dalla foto del soggiorno in cui agiti la mano in un saluto (che stretta al cuore ogni volta che la guardo), ci passo davanti ogni mattina per andare dalla camera da letto in cucina per la colazione e poi ancora mi capita spesso di vederti mentre mi guardi: è successo proprio qualche giorno fa, durante il cambio di stagione, mentre davanti allo specchio mi guardavo, mentre provavo e sceglievo cosa mi stava ancora bene e cosa invece mettere da parte. Guardavo me e vedevo te… risentendo certi tuoi commenti ironici sui vestiti ormai di parecchi anni prima che m’invecchiavano. Allora senza pensarci su li ho regalati.

Non morirai mai Gabriella cara, anche se non il vederti più tra noi è una sofferenza che non riesce ancora ad ammorbidirsi, mi manchi tu, mi manca tutto di te, il positivo e il negativo; era bello vederti scherzare, così com’era doloroso vederti soffrire per i colpi che la vita non ti ha risparmiato.

Ora mi accontento di guardare ciò che mi parla di te, di ricordare il tuo amore per la bellezza, come questi tre piccoli oggetti di cui ricordo i momenti in cui li hai scelti per regalarmeli, senza un motivo qualsiasi. Solo per il gusto di vedermi sorridere, forse!
Ma mi piace pubblicare anche le copertine del bel libro di Tadini, che ti piaceva tantissimo e di cui abbiamo parlato a proposito dell’arte e della sua influenza benefica su di noi. Ciao Gabry, a domattina, buonanotte!

 

Una donna di Annie Ernaux, un bel libro da leggere e non solo…

Mentre infuriano le polemiche politiche e i conflitti istituzionali, un libro può essere anche un buon rifugio. Questo mi ha colpito fin dalla prima frase, su cui mi sono fermata pensando: Che faccio, continuo o lascio perdere, almeno per ora?

“Mia madre è morta lunedì 7 aprile nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo portata due anni fa”:
è questo l’incipit di Una donna, il libro autobiografico di Annie Ernaux (L’Orma editore) che ho scelto impulsivamente in una bella libreria molto particolare di Milano, che consiglio a chi può di visitare, la Open di viale Monte Nero.

Una copertina particolarmente bella nella sua sobrietà grafica quasi austera, una carta che mi piace toccare e poi questa grande autrice, di cui avevo sentito parlare per aver vinto il Premio Yourcenar (la scrittrice che io amo pù di tutte in assoluto!): tutti elementi che sicuramente mi hanno spinto a comprare senza pensarci due volte questo splendido libro.

Non sono qui per farne una recensione, non ne sarei capace, vorrei invece scrivere (se ci riuscirò) ciò che ha provocato in me come semplice lettrice, niente di più e già questo mi sembra arduo.

Ovviamente non mi sono fermata all’incipit e ho deciso di condividere con lei il difficile percorso della memoria di sua madre, che ritrovava quella donna nel suo immaginario, ma l’intenzione del libro è chiara ed esplicita:
“Vorrei cogliere anche la donna che è esistita al di fuori di me, la donna reale… Il mio progetto, continua, è di natura letteraria, poiché si tratta di cercare una verità su mia madre che può essere raggiunta solo attraverso le parole” e più avanti (a pag. 40) una dichiarazione che mi commuove: “Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo”.

Immagine tratta da Il LIbraio.it

Durante la lettura, non riuscivo a fare a meno di confrontare continuamente la donna di cui la scrittrice parla con la donna che è stata mia madre: le differenze tra loro, il diverso carattere e la provenienza sociale, una vita differente tra queste due donne. Eppure leggendo questa ricostruzione “tra Storia e affetto”, riemergevano spesso numerosi flashback, la memoria e il ricordo di mia madre si sono popolati di vecchie immagini, situazioni vissute, atteggiamenti e stati d’animo che sembravano destinati all’oblio. Alcuni ricordi sono per me particolarmente dolorosi, altri per fortuna invece ricchi di luce e di sorrisi, sono tornati vivi nella mia memoria alcuni dettagli tragici insieme ad altri divertenti e teneri: una lettura per me quasi provocante, ad ogni pagina, a momenti paragrafo per paragrafo, una lettura scorrevole che però mi ha costretto spesso a ritornare indietro per fermarmi a pensare…

Per esempio, suggerite dal testo, mi sono fatta delle domande, mi sono chiesta che infanzia ha vissuto mia madre, ultima di nove figli, se aveva avuto una cameretta o divideva il suo spazio con le sorelle maggiori, se a lei facevano indossare i vestiti smessi delle sue sorelle, come andava a scuola e poi ancora tante altre. A me ha raccontato pochi frammenti della sua vita in collegio, dove era stata con la sorella Maria per alcuni anni lontana da casa (proprio come me!), a Bologna in via Galliera. E sul significato (Galliera, galera…) di questo nome scherzava spesso! Un giorno mi raccontò ridendo che lei cercava di colorarsi le labbra di nascosto con i petali dei gerani, con grande disapprovazione delle suore che vedevano per lei un futuro da “donna perduta“…


Questo libro si legge immergendosi totalmente nella sua scrittura, limpida e lucida, chiara e senza giri di parole, da cui traspare un dolore profondo, quello  che non si esaurisce con il pianto, il dolore di chi sa e scrive (per imporre davanti a sé la realtà dell’assenza):
“Non sarà più in nessun luogo del mondo”.

Mia madre morì nell’inverno del 2010 e da allora sono trascorsi otto anni, non mi servono le fotografie per ricordarla, mi piacerebbe invece poter ritornare indietro nel tempo per conoscerla meglio, per fare a lei le domande che oggi rimangono senza risposta. “Dei suoi desideri non so nulla” scrive Annie Ernaux e io penso come lei di trovarmi nella medesima situazione.

C’è una pagina del libro, dove la scrittrice elenca le immagini così come le tornano in mente, dei flash di sua madre ancora giovane, quando camminava in riva al mare o andava periodicamente in chiesa, cosa faceva durante un pranzo e via avanti così. Ed io mentalmente ho fatto la stessa operazione, riesumare dall’oscurità tanti momenti della vita di mia madre, cercando di non darmi spiegazioni di senso, solo lasciandoli fluire così come venivano a galla.

La rivedo sul ballatoio di casa china ad innaffiare le sue piante, mentre approfitta per fare una pausa dai lavori casalinghi e fumarsi anche una sigaretta, la sento nella sua perenne insicurezza mentre chiede sempre a mio padre un parere o il consenso, per qualcosa da fare o da non fare, gioisco della sua gioia di uscire di casa per una passeggiata e per dare uno sguardo alle vetrine dei negozi, rientrando contenta di qualche nuovo acquisto, la rivedo ancora nel tinello di casa seduta al tavolo tondo con la nonna (sua madre) che parla di tanti argomenti, che legge avidamente i giornali che mio padre le comprava, sento stringermi in un abbraccio forte, quasi disperato, quando sto per partire (dalla stazione di Foggia) per andare in collegio a Milano (decisione di mio padre) e con disagio rivivo quello strano senso di “estraneità” quando ritornavo finalmente a casa, dopo mesi di lontananza. Per me uno strappo dolorosissimo, forse il sacrificio più grande della mia vita. “Per anni, scrive Annie Ernaux, con lei ho avuto soltanto dei ritorni”: sembra quasi che stia parlando anche di me.

Citazione che apre il libro

Oggi, sulla scia delle parole del libro, guardo anch’io gli oggetti che mia madre mi ha lasciato, belli e cari dal punto di vista affettivo, ma ogni sguardo rimarca la sua assenza, mi ricorda la sua preoccupazione per me sempre china sui libri, mi vedeva come un’intellettuale e non era consapevole invece che lei aveva, come mia sorella Gabriella, una dote straordinaria: sapeva essere leggera e profonda nello stesso tempo senza un briciolo di arroganza, riusciva a cogliere sfumature impercettibili senza farle mai pesare, anzi a volte soffrendo molto per questa sua acuta sensibilità: “Le piaceva più dare, a tutti, che ricevere” scrive in seguito Annie Ernaux di sua madre e forse questa potrebbe essere stata una delle cause della lunga vita di sofferenza anche di mia madre.
“Non ascolterò più la sua voce”… termina il libro, ma io continuo la mia lettura, continuo a condividere questa operazione di verità, lo sforzo di ridisegnare il ritratto di una donna a cui si è legati più di ogni altra persona al mondo.

Cantavo un tempo…

Cantavo un tempo,
un tempo ormai lontano
io cantavo e
non sapevo,

no, non sapevo proprio di essere felice.
Mi sembrava quasi di volare quando

cantavo in coro,
ma anche per voce sola.
Cantavo

parole in musica,
la musica che amo
quella che ho sempre amato
e che volevo
imparare a suonare.

Cantavo un tempo
e oggi invece

non canto più,
non posso, non riesco più
a cantare,
balbetto triste
frammenti di parole,

batto il ritmo sì,
con tutto il corpo
e
muovo le dita
sui tasti di un pianoforte
immaginario,
quello che fin da bambina
volevo
imparare
a suonare.

Ora io forse riesco
ancora un po’
a cantare, 

canto dentro di me,
canto la gioia
e canto il dolore,
la nostalgia e la malinconia
di una voce che
nessuno più
potrà
ascoltare.

Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

La mente che viaggia ad occhi chiusi

Quando la notte si allontana…

Capita sempre più spesso: appena apro gli occhi al mattino e guardo di sfuggita l’orologio, vedo che è troppo presto per alzarmi. La mente è sveglia ma il corpo è stanco. Allora rimango a letto con gli occhi chiusi e inizia uno strano lungo viaggio:
vicende personali e familiari si confondono tra loro, si affacciano i volti delle persone care e inizio dei ragionamenti mentre affiorano dei ricordi, disegno mentalmente immagini astratte e s’intrecciano in un groviglio contraddittorio emozioni diverse, la paura con la gioia, la tristezza e la rabbia con il senso di pace e di tranquillità che mi dona il buio della stanza, desideri che vorrei soddisfare, sogni che rimarranno tali e viaggi ormai impensabili.

Che strani percorsi fa la mente, io cerco di dare un ordine logico a ciò che sta passando in quel momento e poi mi ritrovo su un altro sentiero sconosciuto, vago senza meta mentre il tempo scorre ed io sono in compagnia di una folla multiforme, pensieri e parole, immagini e luoghi, persone e comunità, presente e passato insieme, tutto come in un immenso frullatore che talvolta mi stanca.
Ed è allora che dico: basta! e decido di alzarmi.

“L’alba è il momento in cui non si respira, l’ora del silenzio. Tutto è paralizzato, solo la luce si muove”.
L. Carrington

Lascio il buio della notte appena trascorsa e mi affaccio alla luce del nuovo giorno, con la testa ancora piena, il corpo stanco e il desiderio di una musica dolce che possa cullarmi fino a farmi arrivare ad una silenziosa pace, soprattutto con me stessa.

Tullio De Mauro. Per me è come se fosse morto un amico…

tullio-de-mauro
È morto Tullio De Mauro, mi ha laconicamente detto stamattina mio marito, non sapendo che mi stava comunicando la morte di una persona, che è stata fondamentale sia nella mia vita professionale da insegnante di italiano, sia come cittadina che ama con passione tutto ciò che riguarda la lingua che noi usiamo.

Una passione che forse ho ereditato da mio padre, che amava scavare nelle parole, andando alla ricerca dei legami con la storia, la cultura e il fluire delle società umane. Aveva sempre a sua disposizione un mare di libri da consultare su etimologie (il passato che vive nel presente), frasi celebri e modi di dire, significati e contesti delle citazioni, libri che oggi io conservo come un’eredità preziosa. “L’avventura delle parole” (è uno dei titoli) è stata una ricerca costante della sua vita, perennemente curiosa del mistero che ogni parola nasconde nel percorso tortuoso che l’ha modificata nel tempo, nella forma come nei significati.

il-piacere-tra-le-righe

Ho sempre seguito Tullio De Mauro nella sua vita di linguista, come lui amava definirsi, uno studioso militante di sinistra senza camuffamenti di sorta; l’ho visto, ascoltato, letto e studiato per una vita con interesse, simpatia e grandissima stima. Uno dei pochi grandi che non era mai arrogante, pur non sottraendosi mai ad esprimere con chiarezza e onestà intellettuale il suo pensiero e i suoi punti di vista. Come quando ultimamente ha definito la “Buona scuola” come “un passo nel vuoto” o si lamentava giustamente dell’abuso delle parole, in particolare della parola “riforma” per ogni provvedimento, anche il più banale! Per non parlare dell’alluvione di inglese, “la nuova antilingua – diceva – che imbroglia ma non spiega”, non solo nel testo della “Buona scuola”: comfort zone, problem solving, design challenge, digital divide, gamification, nudging, digital makers e via dicendo, ma anche nella definizione dei vari provvedimenti governativi, come l’ormai famoso “Jobs act”, con l’introduzione dei “voucher”…

Alcuni dei suoi libri.

Alcuni dei suoi libri.

E intanto mentre dilagava l’inglese maccheronico con l’uso delle slide, cioè delle vecchie diapositive, Tullio De Mauro lanciava l’allarme sull’analfabetismo di ritorno, mettendo in relazione questo fenomeno grave e preoccupante con la situazione politica italiana. Infatti molti anni fa, uno studio condotto su un campione significativo aveva portato a conclusioni poco confortanti per quanto riguarda la capacità di comprensione degli italiani: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”.
Apro e chiudo una parentesi: ricordo ancora quando insegnavo con quanta testardaggine cercavo di trovare strategie efficaci per migliorare i vari livelli di comprensione di un testo, mettendo in evidenza le difficoltà e i processi interessati. Un lavoro lungo e spesso oscuro, che tanti genitori ignoravano, pretendendo dai figli risultati che non potevano al momento realizzare.

Insomma, le ricerche di De Mauro ci dicevano che “più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta e molti anche quella parlata”. È chiaro quindi che chiunque abbia in mano le leve del potere e quindi anche dell’informazione (che da noi non è completamente libera, come si dice…) riesca furbamente a pilotare una larga parte dell’opinione pubblica, con slogan semplici da bravo venditore e frasi fatte ripetute all’infinito, orientando di conseguenza anche le scelte elettorali.
Il quadro che emerge (pubblicato tempo fa da Il fatto quotidiano) è davvero preoccupante: il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni è sostanzialmente analfabeta, cioé non in grado di distinguere lettere e cifre; il 38% degli italiani sa leggere, cioé riconoscere lettere e numeri, ma ha difficoltà evidenti di lettura; il 33% degli italiani che sa leggere con fluenza ha difficoltà di comprensione del testo. Di fatto, il 76% degli italiani non riesce a comprendere concetti scritti e a rielaborarli in forma autonoma.

Il  ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Il ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Come insegnante, queste cifre mi hanno sempre colpito al cuore, facendomi capire tante cose della nostra società: la bassa diffusione della lettura di quotidiani e di libri, soprattutto al sud, il degrado inarrestabile del parlare e del vivere quotidiano, infarcito di parolacce, insulti e cattive maniere, che dilagano anche in Tv, sui giornali e in politica. È un fatto che non mi piace naturalmente, ma che De Mauro (che amo anche per questo) sdrammatizza con la sua proverbiale ironia: ammette infatti che sono fenomeni sicuramente sgradevoli, ma poi con la saggezza di chi studia e vede lontano li bolla come marginali, ricordandoci che “la lingua di Dante è molto più complicata e non si lascia sconvolgere tanto facilmente, neanche dalle cattive abitudini e dalle parolacce dei politici”.