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Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

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La mente che viaggia ad occhi chiusi

Quando la notte si allontana…

Capita sempre più spesso: appena apro gli occhi al mattino e guardo di sfuggita l’orologio, vedo che è troppo presto per alzarmi. La mente è sveglia ma il corpo è stanco. Allora rimango a letto con gli occhi chiusi e inizia uno strano lungo viaggio:
vicende personali e familiari si confondono tra loro, si affacciano i volti delle persone care e inizio dei ragionamenti mentre affiorano dei ricordi, disegno mentalmente immagini astratte e s’intrecciano in un groviglio contraddittorio emozioni diverse, la paura con la gioia, la tristezza e la rabbia con il senso di pace e di tranquillità che mi dona il buio della stanza, desideri che vorrei soddisfare, sogni che rimarranno tali e viaggi ormai impensabili.

Che strani percorsi fa la mente, io cerco di dare un ordine logico a ciò che sta passando in quel momento e poi mi ritrovo su un altro sentiero sconosciuto, vago senza meta mentre il tempo scorre ed io sono in compagnia di una folla multiforme, pensieri e parole, immagini e luoghi, persone e comunità, presente e passato insieme, tutto come in un immenso frullatore che talvolta mi stanca.
Ed è allora che dico: basta! e decido di alzarmi.

“L’alba è il momento in cui non si respira, l’ora del silenzio. Tutto è paralizzato, solo la luce si muove”.
L. Carrington

Lascio il buio della notte appena trascorsa e mi affaccio alla luce del nuovo giorno, con la testa ancora piena, il corpo stanco e il desiderio di una musica dolce che possa cullarmi fino a farmi arrivare ad una silenziosa pace, soprattutto con me stessa.

Tullio De Mauro. Per me è come se fosse morto un amico…

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È morto Tullio De Mauro, mi ha laconicamente detto stamattina mio marito, non sapendo che mi stava comunicando la morte di una persona, che è stata fondamentale sia nella mia vita professionale da insegnante di italiano, sia come cittadina che ama con passione tutto ciò che riguarda la lingua che noi usiamo.

Una passione che forse ho ereditato da mio padre, che amava scavare nelle parole, andando alla ricerca dei legami con la storia, la cultura e il fluire delle società umane. Aveva sempre a sua disposizione un mare di libri da consultare su etimologie (il passato che vive nel presente), frasi celebri e modi di dire, significati e contesti delle citazioni, libri che oggi io conservo come un’eredità preziosa. “L’avventura delle parole” (è uno dei titoli) è stata una ricerca costante della sua vita, perennemente curiosa del mistero che ogni parola nasconde nel percorso tortuoso che l’ha modificata nel tempo, nella forma come nei significati.

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Ho sempre seguito Tullio De Mauro nella sua vita di linguista, come lui amava definirsi, uno studioso militante di sinistra senza camuffamenti di sorta; l’ho visto, ascoltato, letto e studiato per una vita con interesse, simpatia e grandissima stima. Uno dei pochi grandi che non era mai arrogante, pur non sottraendosi mai ad esprimere con chiarezza e onestà intellettuale il suo pensiero e i suoi punti di vista. Come quando ultimamente ha definito la “Buona scuola” come “un passo nel vuoto” o si lamentava giustamente dell’abuso delle parole, in particolare della parola “riforma” per ogni provvedimento, anche il più banale! Per non parlare dell’alluvione di inglese, “la nuova antilingua – diceva – che imbroglia ma non spiega”, non solo nel testo della “Buona scuola”: comfort zone, problem solving, design challenge, digital divide, gamification, nudging, digital makers e via dicendo, ma anche nella definizione dei vari provvedimenti governativi, come l’ormai famoso “Jobs act”, con l’introduzione dei “voucher”…

Alcuni dei suoi libri.

Alcuni dei suoi libri.

E intanto mentre dilagava l’inglese maccheronico con l’uso delle slide, cioè delle vecchie diapositive, Tullio De Mauro lanciava l’allarme sull’analfabetismo di ritorno, mettendo in relazione questo fenomeno grave e preoccupante con la situazione politica italiana. Infatti molti anni fa, uno studio condotto su un campione significativo aveva portato a conclusioni poco confortanti per quanto riguarda la capacità di comprensione degli italiani: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”.
Apro e chiudo una parentesi: ricordo ancora quando insegnavo con quanta testardaggine cercavo di trovare strategie efficaci per migliorare i vari livelli di comprensione di un testo, mettendo in evidenza le difficoltà e i processi interessati. Un lavoro lungo e spesso oscuro, che tanti genitori ignoravano, pretendendo dai figli risultati che non potevano al momento realizzare.

Insomma, le ricerche di De Mauro ci dicevano che “più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta e molti anche quella parlata”. È chiaro quindi che chiunque abbia in mano le leve del potere e quindi anche dell’informazione (che da noi non è completamente libera, come si dice…) riesca furbamente a pilotare una larga parte dell’opinione pubblica, con slogan semplici da bravo venditore e frasi fatte ripetute all’infinito, orientando di conseguenza anche le scelte elettorali.
Il quadro che emerge (pubblicato tempo fa da Il fatto quotidiano) è davvero preoccupante: il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni è sostanzialmente analfabeta, cioé non in grado di distinguere lettere e cifre; il 38% degli italiani sa leggere, cioé riconoscere lettere e numeri, ma ha difficoltà evidenti di lettura; il 33% degli italiani che sa leggere con fluenza ha difficoltà di comprensione del testo. Di fatto, il 76% degli italiani non riesce a comprendere concetti scritti e a rielaborarli in forma autonoma.

Il  ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Il ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Come insegnante, queste cifre mi hanno sempre colpito al cuore, facendomi capire tante cose della nostra società: la bassa diffusione della lettura di quotidiani e di libri, soprattutto al sud, il degrado inarrestabile del parlare e del vivere quotidiano, infarcito di parolacce, insulti e cattive maniere, che dilagano anche in Tv, sui giornali e in politica. È un fatto che non mi piace naturalmente, ma che De Mauro (che amo anche per questo) sdrammatizza con la sua proverbiale ironia: ammette infatti che sono fenomeni sicuramente sgradevoli, ma poi con la saggezza di chi studia e vede lontano li bolla come marginali, ricordandoci che “la lingua di Dante è molto più complicata e non si lascia sconvolgere tanto facilmente, neanche dalle cattive abitudini e dalle parolacce dei politici”.

Riemerge da un cassetto l’agenda di mio padre…

Un collage di pagine di un'agenda, che mio padre intitolò Enciclopedia "fai da te"

Un collage di pagine di un’agenda, che mio padre intitolò Enciclopedia “fai da te”

Riposta in un cassetto, cedo di tanto in tanto alla tentazione di prenderla tra le mani. Si tratta di un’agenda di mio padre, piena di frasi, scritte a mano, articoli, ritagli di giornali, pubblicità, che sono messi insieme senza alcuna gerarchia, tutti i contenuti sullo stesso piano.
Eppure lui era ordinato e preciso, tutto doveva trovarsi al suo posto… Qui invece sembra che abbia voglia di sbizzarrirsi in piena libertà e questo mi diverte moltissimo.
Trovo ritagli di articoli non certo leggeri che parlano di patologie come la depressione – con tanto di volti noti che ne soffrono – e di quel grande tabù che è ancora oggi il disturbo bipolare, che “uccide più del cancro”, la malattia del grande Hemingway, di Cesare Pavese, di Virginia Woolf o di Van Gogh, giganti che hanno sperimentato l’insopportabilità del dolore psichico che li ha schiacciati fino a portarli al suicidio.

Due pagine con i volti noti di chi è stato colpito dalla depressione.

Due pagine con i volti noti di chi è stato colpito dalla depressione.

In un ritaglio, piccolo rispetto agli altri, si parla anche di come una diagnosi di tumore possa sconvolgere la vita di una persona e poi nella pagina seguente ritrovo l’elenco di ciò che può servire in ospedale: ricordo che glielo scrissi io al Pc, in modo che non si trovasse in difficoltà ogni volta che capitava un ricovero improvviso. Se sapesse che ben due figlie avrebbero incontrato questa malattia e una ne sarebbe morta prestissimo…

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Lui ha saputo stare vicino a mia madre per tutta la vita, nei tempi felici come nella sofferenza più profonda, e certe pagine la testimoniano. Ma giro pagina e non c’è tempo per cedere alla tristezza o alla malinconia, perché trovi ritagli con belle interviste a grandi vecchi come Vittorio Foa, Margherita Hack, Giancarlo Menotti, Dino Risi e Giorgio Albertazzi.

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Persone in cui si identificava, lui così curioso, sempre attento a cercare di capire cosa si muoveva nel presente, a tenere la mente sempre allenata anche nella memoria, citando a noi aneddoti e riflessioni, etimologie di parole a noi sconosciute: chi erano per esempio i “nomenclatores”? E lui: “Coloro che affiancavano gli imperatori romani per ricordare loro i nomi delle persone che incontravano”. Esistono ancora oggi, diceva, indicando i suggeritori vicini ai capi di stato in visita in altri Paesi e negli incontri di vertice.
Ma l’agenda è anche piena di vignette (soprattutto quelle di Altan o di Elle Kappa), di ricette, di battute di spirito che amava ripeterci sorridendo sornione, come quelle di Woody Allen: “Nella vita l’amore è importante, ma anche il colesterolo”…

Guardo alcune pagine fitte della sua minuscola scrittura, altre con glossari di vario tipo (significati di “califfo”, “imam”, “sultano” o “emiro”), classifiche dei film più visti, detti latini o frasi celebri, una foto di Raffaele La Capria che gli piaceva moltissimo, vicino all’elenco dei vari tipi di acque minerali, pesi e misure in uso nel mondo, la storia dell’elettronica in quattro tappe e via dicendo. Una miniera da cui attingere, anche perché non mancano le pagine dedicate ai controlli medici da fare nelle diverse fasi della vita! e così, avanti fino al termine:

Così si chiude questa agenda, questo insieme di "pensieri... in prestito", con la foto dei suoi 90 anni, chino sul computer portatile, una delle sue ultime scoperte che io gli ho insegnato ad usare.

Così si chiude questa agenda, questo insieme di “pensieri… in prestito”, con la foto dei suoi 90 anni, chino sul computer portatile, una delle sue ultime scoperte che io gli ho insegnato ad usare.

“Se si ama la vita, tutte le età sono belle”, lo hai sottolineato tu, caro papà, ed io ora attingo a questo tuo tesoro di esperienza, a questa tua libertà nello spaziare in tutti i campi del sapere, senza gerarchie di sorta, alla tua capacità di sentirti sempre contemporaneo, nonostante l’accumulo degli anni e le sofferenze che non ti sono state risparmiate, dalla prigionia nei campi di internamento tedeschi alla “prigionia” legata alla malattia di mamma che – da un certo punto in poi – ci ha impedito di allontanarci da casa, di viaggiare tutti insieme, come avevamo fatto per tanti anni felici!

Hai cercato di “entrare nella morte a occhi aperti” come fa dire all’imperatore Adriano la scrittrice che io amo di più, Marguerite Yourcenar, ne “Le memorie di Adriano”, uno dei libri più belli di tutti i tempi.

28 giugno: un anniversario

Davanzale della finestra della camera-studio, gerani rossi che guardo oggi come ogni mattina. Quel loro colore accende di gioia l’inizio della mia giornata, perché mi comunica l’amore e l’attenzione del mio compagno di vita, anche attraverso le sfumature verdi delle piante e il colore dei fiori, che non mancano mai in casa e fuori.

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani...

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani in fiore!

Oggi però, ma in realtà anche ieri e gli altri giorni ancora, penso anche a te mamma e al racconto di tanti e tanti anni fa, che mi divertiva un mondo, anche perché mentre ne parlavi avevi il viso allegro dell’adolescente che gode nel fare qualcosa di proibito.

Mi raccontavi un episodio della tua vita nel collegio di via Galliera a Bologna (il collegio, un destino comune per noi due…).

BOLOGNA

BOLOGNA

Eri una ragazza vivace, allegra e piena di vita! E in primavera prendevi di nascosto i petali rossi dei gerani (… ma c’era un giardino? Non te l’ho mai chiesto) e ti coloravi le labbra, insomma ti mettevi il rossetto, no?
Come dimenticare quella tua espressione birichina e adorabile!, mentre  ricordavi questo episodio di ragazzina “monella”? Monella naturalmente secondo le suore che, quando ti scoprivano, ti riprendevano severamente e tu le imitavi, ripetendo le loro reprimende: “Bice, tu finirai molto male, se continui così…” dicevano. E il viso sornione e divertito di papà, che commentava: “Peggio di così, con quattro figli… “ e ridevamo tutti insieme!

Quei petali rossi, che guardo ora con occhi dolci e sorridenti, mi ricordano il fatto che ti è sempre piaciuto mettere il rossetto, anche quando tanti anni più tardi sei stata afferrata nel gorgo oscuro e doloroso di una malattia che non perdona, ma che di tanto in tanto ti lasciava un po’ di tregua. Allora infatti, quando sembrava che “risorgessi”, curavi di più il tuo corpo dal punto di vista estetico, ti truccavi un po’ e ti mettevi un bel rossetto!

Ce l’hai infatti anche in una foto che ho qui sulla mia scrivania, ripresa sul ballatoio interno di casa nostra nella breve pausa che ti concedevi durante il lavoro casalingo, mentre tra le mani hai una sigaretta e sulle labbra un sorriso appena accennato con un po’ di rossetto chiaro.

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Vi guardo insieme oggi 28 giugno, cari papà e mamma, giorno in cui vi festeggiavamo (con il sole o con le nuvole, con la gioia e il dolore) per ricordare l’anniversario del vostro matrimonio.
Avete trascorso davvero una vita insieme (vi conoscevate sin da piccoli), con grandi momenti di gioia ma superando montagne di ostacoli, sopravvivendo a lunghe fasi di sofferenza fisica ed interiore, vi siete amati intensamente e ricordo commossa quei bacetti che tu, mamma, lanciavi con la mano – immobile su una poltrona – verso papà, che ti guardava cercando di sorriderti, nonostante il dolore immenso che a tratti lo sommergeva…

cuore (1)Buon anniversario a voi che non ci siete più da sei anni, con un pensiero costante anche a Gabriella, che è via da un anno: ogni mattina appena sveglia è lei il mio primo pensiero, quello che poi mi accompagna in tanti momenti delle mie giornate, non sempre facili.
Ma oggi voglio far prevalere la gioia del rosso di questi gerani, con l’amore e gli affetti di cui sono circondata e che mi fa sentire, come cantano dolcemente i Radiodervish, il “centro del mundo”!

Intervista a un giovane libraio

Avevo bisogno di riposarmi un po’ oggi pomeriggio, ma mentre la mia poltrona rimaneva vuota ho iniziato a girovagare in rete, di blog in blog, cercando chissà cosa… e poi, potenza della serendipity, ho trovato questa bella intervista al giovane libraio Giuseppe Avigliano, raccolta da Annalisa De Stefano.
Non ho resistito a condividerla con chi passerà di qui…
Mentre la leggevo, pensavo al mio amore per i libri e alla difficoltà che sto incontrando in questa fase della vita e della mia malattia a prenderne in mano uno tra quelli che mi chiamano e mi aspettano. Ci sono infatti momenti in cui guardi le pagine scritte e la tua mente va altrove. Ma l’ho ribloggata anche pensando al sogno (di cui ho già parlato in un post precedente: vedi il link) di mia sorella Gabriella, che non è più con noi da poco più di un anno, di aprire una libreria  Aprire una libreria, il sogno di Gabriella

Rivista Fralerighe

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Da qualche tempo sta girando in rete una bellissima lettera aperta, scritta da un giovane libraio, alla fine di un’esperienza di lavoro nella piccola libreria di Eboli, dove ha lavorato per alcuni anni. Si può leggere al seguente link:

https://www.facebook.com/GiuseppeAvigliano2/posts/1771811179704829

Giuseppe Avigliano, così si chiama questo romantico libraio, ha una idea tutta sua della lettura e della capacità di aggregazione dei libri.
Non ho resistito e ho voluto conoscerlo meglio.

A.D. Giuseppe, allora, benvenuto su RIVISTA FRALERIGHE. La prima cosa che desidero chiederti è di raccontarmi come è nata la bella lettera che abbiamo visto circolare sui social. Ti aspettavi tanta attenzione?

G.A. Da pochi giorni avevo smesso di lavorare in libreria. Avevo la necessità di salutare tutte le persone che non avrei incontrato, in particolar modo quelle più timide, con le quali non avevo mai instaurato vere e proprie conversazioni. Un pomeriggio scrissi il post, lasciandomi andare a tutti i…

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Aprire una libreria, il sogno di Gabriella

insegna libreriaIl quotidiano di ieri mattina riportava la notizia di un nuovo corso di formazione per giovani librai della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri a Venezia. Leggevo l’articolo e pensavo a te, Gabriella. Quante volte ne hai parlato e ti sei informata dei loro corsi che avevi in mente di frequentare.

Perchè era questo il tuo sogno: aprire una tua libreria indipendente, stare in mezzo ai libri e avere il piacere non solo di conoscerli, ma di consigliarli.

Ti vedevi come una libraia appassionata e competente, aperta al futuro, ma senza dimenticare la bella atmosfera delle librerie di un tempo: un ambiente tranquillo e non troppo pieno di offerte, per non disorientare il cliente, un ambiente che favorisse il contatto umano e uno scambio tra libraio e lettore, che uscendo potesse sentire il desiderio di ritornare.

interno piccola libreria

 

Ricordi? Parlavamo delle vetrine, dei cataloghi (dei libri che non muoiono) e del mestiere del libraio, “fondamentale – dice Donato Carrisi, uno scrittore – perchè si prende la responsabilità e il rischio di consigliare al lettore una parte del mistero che avvolge ogni libro e su cui lo invita a investire il suo tempo.”

libri in bluGabriella era una vera lettrice, una lettrice forte che sognava di proporre ai suoi lettori-clienti i libri che amava e magari accettare da loro anche dei consigli di letture interessanti; criticavamo insieme le vetrine confuse di qualche libreria cittadina per l’accozzaglia di proposte disomogenee, libri messi lì a caso, alla rinfusa, un libro di cucina vicino ad un romanzo e a un libro di storia.
Ed io un giorno le raccontai le vetrine di alcune librerie parigine…

Mentre parlavamo tra noi di tutto questo, mi piaceva ascoltare le sue idee nuove per gli incontri in libreria; prendeva parte a molti di essi e mi diceva talvolta che erano stati noiosi, troppo seriosi e un po’ tristi, che gli interventi di alcuni presenti (spesso sempre gli stessi) erano un fiume di parole che metteva a tacere l’autore!
Come se la sua libreria esistesse già, si sforzava di pensare a nuovi modi per comunicare la bellezza o la profondità di un libro, l’interesse per la sua storia e per lo stile della scrittura.
comunità di lettoriPer formare una comunità di lettori, magari riuniti in rete da una mailing list (questa era una mia idea) a cui inviare periodicamente informazioni, suggerimenti, articoli e link interessanti.

Sapeva bene che il libraio oggi è un mestiere in continuo mutamento.
Ne parlava con me ammettendo di sentirsi inadeguata in campo tecnologico e voleva colmare questa carenza, tanto che aveva iniziato ad usare il Pc e a frequentare Facebook, anche perchè vedeva che molte realtà dialogano con i loro lettori per informarli delle iniziative attraverso i social network.

Era il suo progetto di vita, ma rimaneva con i piedi per terra, sapeva che se in Italia si legge poco, al Sud la situazione è a dir poco disastrosa e le sembrava una sfida troppo difficile da intraprendere da sola. Valutavamo le strade e i quartieri della nostra città, chiedendoci dove trovare il locale giusto per realizzare questo suo lungo sogno e in tanti momenti la vedevo scoraggiata.

chiusura libreria

 

Sai Gabriella, non avevi tutti i torti, poichè negli anni tante piccole librerie si sono chiuse, mentre avanza sia pur lentamente l’e-book e l’e-commerce.

Ma – e questo lo aggiungo io oggi che purtroppo lei non c’è più – i librai indipendenti più bravi ed appassionati al loro lavoro stanno esprimendo tutta la loro creatività per mantenere e possibilmente allargare il loro spazio e contrastare l’avanzata dei colossi mondiali.
Mi piace citare l’iniziativa recente di un gruppo di librerie indipendenti italiane che ha lanciato un nuovo hashtag, #altrocheamazon chiedendo di segnalare tutto ciò che i lettori possono trovare da loro (un sorriso, un consiglio, la competenza, gli incontri con gli autori…) e non nei negozi online, che cosa cioè le rende diverse e decisamente migliori.

Se tu fossi ancora qui, ti farei leggere ciò che ha raccontato Carrisi al termine del suo articolo: “Ho conosciuto a New York il libraio che tenne aperto il suo negozio nella sera dell’11 settembre. Era l’unico in quella notte orrenda, diffondeva musica di Mozart e dava caffè a chi lo volesse. Con quel gesto ha offerto un rifugio contro la paura e questo, in fondo, è quello che può accadere a chiunque quando apre un libro dopo una giornata triste, in cui magari è crollato un grattacielo personale”.

libreria

Una lettera a Gabriella del 29 luglio 2003

Giosetta Fioroni

Giosetta Fioroni

Il volto, lo sguardo disegnato da Giosetta Fioroni mi guarda ogni volta che accendo il computer, mi scruta dal desktop ed ora lo ritrovo tra le pagine del libro di Paola Pitagora… Semplice coincidenza?

Ho appena terminato la lettura di “Fiato d’artista” e – come sempre mi accade quando il libro mi è piaciuto, mi è entrato dentro – si è creato come un cerchio di silenzio intorno a me; ma in me le parole, i sensi e i significati, le immagini, le espressioni poetiche continuano a danzare, mi rimandano parti di me e … di te!

fiato d_artista

Sì, leggere un libro che tu hai scelto, che tu mi hai suggerito di leggere, è come abbozzare frammenti di dialogo, riuscire a “balbettare” con te attraverso le pagine del libro, scoprire qualcosa di noi due che non sappiamo ancora dirci.

Ogni buon libro è – per me – un viaggio; questo libro mi ha immerso in un mondo che – tra gli altri – avrebbe potuto essere anche il mio mondo.
Al termine della terza media la mia scelta era per il Liceo artistico, mi piaceva disegnare, io stessa mi meravigliavo a veder uscire dalla mie mani qualcosa che assomigliava alla materia informe che mi si agitava dentro, avevo avuto a Milano una delle poche insegnanti che aveva saputo aiutarmi a scoprire qualcosa di me, il desiderio di uno sguardo verso la realtà verso il mondo, per reinventarli, il gusto per la ricerca dei segni colori superfici e volumi che meglio potevano corrispondere a schizzare, modellare, rappresentare…

Ma la mia storia è stata presa per mano da qualcun altro e condotta da un’altra parte, forse non avevo la stoffa… così come è avvenuto anche quando desideravo immergermi nello studio della musica, mi era sembrata una buona strada per arrivare alla stessa meta con un linguaggio diverso, la musica la sentivo dentro, così come i colori, i segni che osservavo intorno a me… ma la storia di allora la conosci un po’, anche se gli anni del collegio vissuti “insieme” (?), in quella maniera, ci hanno segnato senza unirci.

“L’altra sera, per le difficoltà della vita, ho messo la testa nelle mie mani. Improvvisamente è diventata una stella: il cosmo ha ridotto le sue dimensioni per starmi vicino (…) la mia testa è diventata astro fra gli astri, stella fra le stelle, (…) ho smesso di soffrire”. (pag. 123)

Riemergo dal silenzio e ti ringrazio, leggere questo piccolo libro blu è stata una bella esperienza, sono andata avanti e indietro, ho letto e riletto alcuni punti, talvolta li ho mischiati insieme, mi è piaciuta l’immagine di Penelope che “impara il mondo nella tela che crea, e poi disfa…”.
Imparare a disfare ciò che si sta costruendo.

E’ quello che vorrei provare a fare col mio lavoro, ripensarlo dalle fondamenta, è un’impresa bella e dolorosa insieme (“la scommessa è far corrispondere le radici all’orizzonte”). Ma provare non mi dispiace.

Ciao e … al prossimo libro!