Archivi categoria: Un libro per amico

La voce dei colori e il mio viaggio nella vita…

Ecco una delle pagine di un libro stupefacente…

Il regalo di un’amica di vecchia data, una di quelle persone che c’è sempre, anche quando è lontana migliaia di chilometri. Sa dimostrare il suo affetto in tanti modi diversi: intanto con la sua presenza appena può, poi con un pensierino piccolo ma di quelli che puoi guardare ogni giorno e pensare a lei, come una calamita da mettere sulla porta del frigo, e potrei continuare con i messaggi brevissimi ma intensi che mi arrivano sul cellulare.
Ecco la copertina del libro:

La copertina è tutto un programma…

Pochi giorni fa è venuta a trovarmi e mi ha portato questo libro che sembra per ragazzi, ma che in realtà è per tutti. Già il titolo “La voce dei colori” mi ha colpito, perché – grazie ad un’altra cara e dolcissima amica – ho riscoperto tardivamente il gusto di colorare e di dipingere con gli acquerelli, un’attività che mi piaceva da ragazzina quand’ero alle medie e che poi ho abbandonato, presa da ben altro tipo di studi.

Un mio acquerello dipinto dopo un incontro di musicoterapia all’Istituto Tumori di Bari

Ora riesco a dimenticare in alcune ore preziose la mia malattia, che spero almeno diventi cronica, quando coloro e dipingo, quando faccio musicoterapia di gruppo, se ascolto la musica che amo o leggo un libro che riesce a distaccarmi dal mio mondo.

Bene, “La voce dei colori” di Jimmy Liao è uno di quei libri in cui mi sono lentamente immersa, presa dalle immagini e dal contrappunto delle brevi frasi del racconto, un libro così bello che è riuscito a provocarmi quello stupore che provavo da bambina di fronte a qualcosa di inaspettato!


Dedicato ai “poeti”, non racconterò molto della trama, solo pochi accenni, perché preferisco che parlino alcune immagini estrapolate dal libro, in cui si racconta del percorso di una ragazzina che, in seguito alla perdita della vista, comincia un viaggio reale ed immaginario insieme. Con un paio di occhiali e un bastone.


La metropolitana sempre affollata di una città la porta in giro tra stazioni e cunicoli, dove scopre mondi fantastici e irreali, quasi archetipici: cammina e cammina, pensa riflette e sogna, immagina di volare o di prendere il sole sul dorso di una balena ricordando le forme delle nuvole.


Immagina di trovare conforto a cavallo di un cigno su un lago misterioso, attraversa il buio e la solitudine, perdendosi e ritrovandosi, si confonde ma riprende il suo viaggio in cerca di un po’ di compagnia e di speranza.

Riesce a “vedere” la bellezza della città, talvolta piangendo sotto la pioggia, arrivando a scoprire mondi colorati, ricchi di emozioni che riescono ad illuminare la sua esistenza. A tratti si sente disorientata come in un labirinto… ma poi riesce sempre a trovare una via d’uscita!

“In realtà, dice ad un tratto, non voglio andare in nessun posto, ma poi si chiede: ci sarà qualcuno che mi starà aspettando? qualcuno che reggerà l’ombrello per me, stringerà forte la mia mano, mi indicherà la direzione delle stelle, mi accompagnerà lungo la strada? A volte, ho la sensazione di aver raggiunto i confini del mondo”.


Non continuo, perché poi cambia umore, ridiventa allegra, canta e balla, leggera e piena di colori come una farfalla… così come mi sento anch’io in questo viaggio dal buio verso la luce!


“Sogno da sempre – continua la bambina senza nome – di allevare un piccolo pesce che sappia parlare per nuotare insieme nelle profondità del mare  e sussurrarci i nostri segreti”.
Ma forse è meglio sederci…

Intervista a un giovane libraio

Avevo bisogno di riposarmi un po’ oggi pomeriggio, ma mentre la mia poltrona rimaneva vuota ho iniziato a girovagare in rete, di blog in blog, cercando chissà cosa… e poi, potenza della serendipity, ho trovato questa bella intervista al giovane libraio Giuseppe Avigliano, raccolta da Annalisa De Stefano.
Non ho resistito a condividerla con chi passerà di qui…
Mentre la leggevo, pensavo al mio amore per i libri e alla difficoltà che sto incontrando in questa fase della vita e della mia malattia a prenderne in mano uno tra quelli che mi chiamano e mi aspettano. Ci sono infatti momenti in cui guardi le pagine scritte e la tua mente va altrove. Ma l’ho ribloggata anche pensando al sogno (di cui ho già parlato in un post precedente: vedi il link) di mia sorella Gabriella, che non è più con noi da poco più di un anno, di aprire una libreria  Aprire una libreria, il sogno di Gabriella

Rivista Fralerighe

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Da qualche tempo sta girando in rete una bellissima lettera aperta, scritta da un giovane libraio, alla fine di un’esperienza di lavoro nella piccola libreria di Eboli, dove ha lavorato per alcuni anni. Si può leggere al seguente link:

https://www.facebook.com/GiuseppeAvigliano2/posts/1771811179704829

Giuseppe Avigliano, così si chiama questo romantico libraio, ha una idea tutta sua della lettura e della capacità di aggregazione dei libri.
Non ho resistito e ho voluto conoscerlo meglio.

A.D. Giuseppe, allora, benvenuto su RIVISTA FRALERIGHE. La prima cosa che desidero chiederti è di raccontarmi come è nata la bella lettera che abbiamo visto circolare sui social. Ti aspettavi tanta attenzione?

G.A. Da pochi giorni avevo smesso di lavorare in libreria. Avevo la necessità di salutare tutte le persone che non avrei incontrato, in particolar modo quelle più timide, con le quali non avevo mai instaurato vere e proprie conversazioni. Un pomeriggio scrissi il post, lasciandomi andare a tutti i…

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A Silvia Rizzello, autrice di “Riso FuoriSede”, una favola agrodolce

Questo mio post è dedicato a Silvia Rizzello, donna straordinaria e aperta al mondo, ricca di interessi e avida di conoscere la vita vera di tutti, donne e uomini, grandi e piccini delle diverse comunità ed etnie. E’ una globetrotter per professione e passione (con la valigia sempre pronta…), una giornalista freelance e mediatrice interculturale, una di quelle però che sanno ascoltare, più che parlare…

Ha pubblicato un libro che mi è piaciuto tanto davvero!  E non potevo quindi non parlarne qui su questo spazio, che mi è molto caro.

Riso Fuori Sede

 

La sua opera prima, Favola agrodolce di Riso FuoriSede, racconta le storie di tante persone (non solo personaggi) ed è un libro pieno di vite, di costumi, tradizioni e lingue che s’incontrano, regalandoci improvvisi e inaspettati bagliori poetici.

Casa Lilou è il cuore del racconto, un porto di mare, un piacevole luogo di ritrovo di amici e di studenti fuorisede, italiani e stranieri, è una casa con giardino al piano terra nel colorato caos del quartiere Madonnella di Bari.
Leggendo tra le righe di questo piccolo grande libro, mi sembra di esserci passata anch’io da Lilou Martin, giovane donna ivoriana che accoglie tutti con quel suo viso “color cappuccino” e il suo corpo saggio e navigato, una delle protagoniste di questa dolce e ironica favola agrodolce.

Lingue che s'incrociano...

Lingue che s’incrociano…

Silvia Rizzello ha rivelato e cucito (finalmente!) le mille storie ascoltate e vissute, da lei raccolte e archiviate da un po’ di anni, mischiando “profili, identità, bozze, bellezze e disagi”, trame e personaggi che ha saputo ricomporre in un puzzle armonico, pubblicato da Kurumuny, una piccola casa editrice salentina.

Qui si racconta la Bari degli anni ’90, città di transito e frontiera, quella in cui all’improvviso sbarcarono nel porto della città i primi ventimila albanesi, dando origine – come ci dice l’autrice stessa – ad “una nuova era: l’emergenza di arrivi disperati”.

La nave dolce: la Vlora che arriva nel porto di Bari con il suo carico di umanità dolente.

La nave dolce: la Vlora che arriva nel porto di Bari con il suo carico di umanità dolente.

E’ un libro che ho letto quasi d’un fiato e poi non ho saputo distaccarmene, come talvolta mi accade quando in esso c’è qualcosa che mi attira come una calamita. Ora è ancora sulla mia scrivania, lo riapro spesso e rileggo tanti punti, continuando a seguire con passione la storia di Lilou, questa donna bizzarra e imprevedibile, che alla fine degli anni Ottanta lasciò Man, la sua città natale, per un amore poi finito, portandosi dietro il mal d’Africa e la propria identità, quel quid unico che connota ogni angolo della sua casa, dove gli studenti passano per darle un saluto o si fermano per gustare un riz gras, dove le amiche le lasciano i figli e dove si ferma spesso anche Priscilla Verieri, un altro personaggio che mi ha affascinato, un’adolescente barese che incontra casualmente al Policlinico Lilou l’ivoriana, che col passare dei mesi diventa “l’amica che per prima le trasmette il gusto delle differenze”.

Mi sono fermata più volte ad immaginare la scena ben descritta da Silvia Rizzello nelle pagine in cui si compie il lungo rituale delle treccine: vedo la cara Lilou, la schiena piegata (e dolorante) e la testa china, che intreccia dalle quattro alle dieci ore al giorno i capelli dell’amica Priscilla, seduta per terra a gambe incrociate. E intanto Lilou intreccia e racconta…

araboRacconta le storie della sua terra e quella dei tanti studenti fuorisede, “giovani donne e uomini di varie sponde del Mediterraneo, dell’Africa nera, e un paio d’oltreoceano”, storie miscelate tra loro e modellate con maestria.
Priscilla, la bella ragazza dagli occhi verdi, le ascolta aggrovigliando trame e colori di queste vite e intanto immagina, come faccio anch’io da lettrice, “luoghi, abitudini e costumi lontani”.  Sta bene in quella casa dove assaggia cibi per lei sconosciuti e respira quell’atmosfera conviviale, in cui le bontà culinarie della ex-cuoca della Casa dello Studente sono sempre condite – nonostante i problemi quotidiani – di allegria, di dialetti lingue e culture che s’incrociano, s’incontrano e si scontrano.

Così era un tempo l'ingresso della Casa dello Studente, quella che io ricordo vivamente!

Così era un tempo l’ingresso della Casa dello Studente, quella che io ricordo vivamente!

E’ un libro profondo che si legge con leggerezza, scritto con uno stile innovativo: Silvia Rizzello rende ben evidente infatti anche nella scrittura questa mescolanza di persone e di lingue, quelle dei tanti che affollano casa Lilou, il francese che amo, lo spagnolo che sembra una musica, la lingua araba con i suoi segni affascinanti, il greco che canta canzoni d’amore e di nostalgia. Ma ci passano anche tanti e tanti altri amici, albanesi, algerini e marocchini, che si ritroveranno poi tutti insieme dopo anni al funerale di Thérèse (Manlé il suo vero nome), la mamma di Lilou che ora, a 39 anni, gestisce una nuova attività, ma soffre spesso per i capricci della sua salute e per l’acuta nostalgia di Mendeba, la sorellina lontana come il fratello Kawuman.

“Un funerale ivoriano in una chiesa cattolica del sud Italia”, dove non manca Priscilla, arrivata ai trent’anni, che in una chiesa strapiena di gente riconosce gli amici di un tempo e i vecchi studenti fuorisede, ormai adulti e padri con i propri bimbi al seguito.
Ma Lilou e Priscilla non si erano mai perse di vista (e come potevano?), nonostante le diverse strade intraprese. La ragazza infatti dopo aver tentato di seguire le orme dei genitori, la laurea in giurisprudenza, il praticantato e l’abilitazione per diventare avvocato, un giorno all’improvviso butta tutto questo per aria. Vuole rivoluzionare completamente la sua vita!

Ed ecco riemergere come dal nulla le sue doti artistiche, le giornate passate a casa Lilou e le persone conosciute lì con le loro storie intense e difficili, che le avevano lasciato in eredità tante domande ancora in sospeso.
Priscilla abbandona il mondo del diritto e delle leggi (tra il disorientamento totale dei suoi genitori avvocati) e decide di fare tutt’altro nella sua vita, vuole diventare niente meno  che “maestra della risata”!
E inizia un nuovo, lungo tirocinio di studi e di tecniche, esercizi e vocalizzi, diventa spettatrice attenta di show di circo e clownerie, finché sentendosi pronta si battezza come “Pulzella” per i numeri acrobatici e si trasforma nel clown Augusto detto Toni, un personaggio che forse le somiglia profondamente.

Priscilla vuole far divertire, andare in giro per “condividere il riso con la gente, non la tristezza delle carte e dei processi”.
Ritorna spesso tra le pagine di questa favola il riso, “nel suo duplice significato di alimento fondamentale di tanta parte del mondo”, “l’unico piatto che mette d’accordo popoli e confini”, il riso immancabile in casa Lilou anche dopo il funerale della mamma, “sia quello con verdure, pesce e carne, sia qualche guizzo di sorriso”, quel riso che riesce a provocare quello “scatto liberatorio che scardina i recinti della cosiddetta normalità e insegna il gusto delle differenze, in questo gioco buffo che è la vita”.

La parte centrale del libro: Gli appunti di un clown errante.

La parte centrale del libro: Gli appunti di un clown errante.

La parte centrale del libro, scritta con caratteri diversi e senza numeri di pagina, sono gli “Appunti di un clown errante”, il delizioso taccuino di una Priscilla ormai trasformata, paginette piene di pensieri e idee, con disegni di fiorellini, faccette sorridenti e occhi disorientati con “pillole di saggezza per ricaricare i momenti down di un clown”, un diario di viaggio, appunti e riflessioni, la sceneggiatura di azioni da realizzare per strada e filastrocche per adulti e bambini. Ho evidenziato a colori tante parti di questi appunti, scritti da Priscilla in giro per il mondo, dove c’è gente che non sa più ridere e dove “non c’è fame di soldi ma di relazioni umane”; ho sottolineato frasi che amo rileggere per la loro bellezza e verità. Frasi che toccano le mie corde più profonde.

"Voi che dite, bambini, perché la gente non vuole più ridere?"

“Voi che dite, bambini, perché la gente non vuole più ridere?”

Anch’io infatti ho alle spalle una vita da fuorisede, iniziata quando ero una bimba di soli 11 anni, lontana circa mille km da casa e dagli affetti più cari, poi anche da adolescente fino agli anni universitari, frequentati in una facoltà che si trovava allora proprio nei pressi della Casa dello Studente di Bari.

econ e comm e lingue un tempoHo conosciuto il dolore della lontananza e ho sofferto la solitudine, ho provato il senso di disorientamento e di estraneità che si vive in un luogo lontano a te estraneo, ho vissuto la difficoltà di entrare in relazione con persone molto diverse da te, il disagio provocato dai giudizi sulla mia provenienza e sul modo di parlare, ma anche il desiderio di essere accettata e di poter entrare alla pari in una comunità.

Riso FuoriSede è una bella storia che ne contiene tante altre, in cui molti personaggi – come Guy, il fratello di Lilou che fa lavoretti vari e il Dj, come gli universitari Olivier e Rachid o il salentino Nunzio che sta scrivendo una tesi su Sciascia – emergono nella loro individualità, dando il loro nome ad un capitolo del libro, ma l’autrice sa tratteggiarli e rappresentarli in rapporto agli altri, amici e conoscenti, persone diversissime tra loro che condividono percorsi di vita, spesso irti di ostacoli, ma che tutti insieme sanno gustare la vita e le sue mille sfaccettature.
Un libro che non passa inosservato e che secondo me avrà vita lunga, in un momento di grandi migrazioni come quello che stiamo vivendo, in cui le parole sono più importanti che mai e “hanno un che di definitivo più di prima”, come ci diceva il caro e rimpianto Gianmaria Testa, cantore degli ‘ultimi’, gli immigrati senza patria.

Silvia, amica cara, buon viaggio! E continua pure a raccogliere e a scrivere per noi nuove storie “diversamente culturali”.
Di persone come te c’è più bisogno che mai ora!

Favola agrodolce di Riso Fuorisede

La copertina di questo piccolo, grande libro che sto leggendo e rileggendo.

La copertina di questo piccolo, grande libro che sto leggendo e rileggendo.

Donne ivoriane al lavoro

Donne ivoriane al lavoro

Un frammento del libro a pagina 35, tratto dal capitolo Souvenir d'Avorio

Un frammento del libro a pagina 35, tratto dal capitolo Souvenir d’Avorio

"Il colore della loro pelle ha proprio le stesse varianti del cioccolato".

“Il colore della loro pelle ha proprio le stesse varianti del cioccolato”.

Una lettera a Gabriella del 29 luglio 2003

Giosetta Fioroni

Giosetta Fioroni

Il volto, lo sguardo disegnato da Giosetta Fioroni mi guarda ogni volta che accendo il computer, mi scruta dal desktop ed ora lo ritrovo tra le pagine del libro di Paola Pitagora… Semplice coincidenza?

Ho appena terminato la lettura di “Fiato d’artista” e – come sempre mi accade quando il libro mi è piaciuto, mi è entrato dentro – si è creato come un cerchio di silenzio intorno a me; ma in me le parole, i sensi e i significati, le immagini, le espressioni poetiche continuano a danzare, mi rimandano parti di me e … di te!

fiato d_artista

Sì, leggere un libro che tu hai scelto, che tu mi hai suggerito di leggere, è come abbozzare frammenti di dialogo, riuscire a “balbettare” con te attraverso le pagine del libro, scoprire qualcosa di noi due che non sappiamo ancora dirci.

Ogni buon libro è – per me – un viaggio; questo libro mi ha immerso in un mondo che – tra gli altri – avrebbe potuto essere anche il mio mondo.
Al termine della terza media la mia scelta era per il Liceo artistico, mi piaceva disegnare, io stessa mi meravigliavo a veder uscire dalla mie mani qualcosa che assomigliava alla materia informe che mi si agitava dentro, avevo avuto a Milano una delle poche insegnanti che aveva saputo aiutarmi a scoprire qualcosa di me, il desiderio di uno sguardo verso la realtà verso il mondo, per reinventarli, il gusto per la ricerca dei segni colori superfici e volumi che meglio potevano corrispondere a schizzare, modellare, rappresentare…

Ma la mia storia è stata presa per mano da qualcun altro e condotta da un’altra parte, forse non avevo la stoffa… così come è avvenuto anche quando desideravo immergermi nello studio della musica, mi era sembrata una buona strada per arrivare alla stessa meta con un linguaggio diverso, la musica la sentivo dentro, così come i colori, i segni che osservavo intorno a me… ma la storia di allora la conosci un po’, anche se gli anni del collegio vissuti “insieme” (?), in quella maniera, ci hanno segnato senza unirci.

“L’altra sera, per le difficoltà della vita, ho messo la testa nelle mie mani. Improvvisamente è diventata una stella: il cosmo ha ridotto le sue dimensioni per starmi vicino (…) la mia testa è diventata astro fra gli astri, stella fra le stelle, (…) ho smesso di soffrire”. (pag. 123)

Riemergo dal silenzio e ti ringrazio, leggere questo piccolo libro blu è stata una bella esperienza, sono andata avanti e indietro, ho letto e riletto alcuni punti, talvolta li ho mischiati insieme, mi è piaciuta l’immagine di Penelope che “impara il mondo nella tela che crea, e poi disfa…”.
Imparare a disfare ciò che si sta costruendo.

E’ quello che vorrei provare a fare col mio lavoro, ripensarlo dalle fondamenta, è un’impresa bella e dolorosa insieme (“la scommessa è far corrispondere le radici all’orizzonte”). Ma provare non mi dispiace.

Ciao e … al prossimo libro!

Rintanata tra le pagine di un libro, al sicuro tra i neri caratteri stampati

Stoner è il titolo di un libro, che mi è piombato in dono da un mio amico amante della lettura di buoni libri. Chissà, forse in libreria non l’avrei notato o forse sì. L’ho iniziato al termine di una notte quasi insonne, alle cinque del mattino e ho continuato a leggerlo, senza pause, a tratti con la testa tra le mani, fino alla fine.

Stoner è un uomo che vive una vita qualunque, quasi banale come sono un po’ le nostre vite, “una vita che sembra essere assai piatta e desolata”, come ci suggerisce Peter Cameron nella sua bella postfazione. Una trama che non attirerebbe nessuno. Ma la scrittura di John Williams rende unico questo personaggio, la sua vita “una storia appassionante, profonda e straziante”.
Mi sono ritrovata a volergli bene, a seguirlo passo passo nei suoi tentativi e negli errori madornali che compie, accorgendosene quasi subito dopo.

libri

 

Mi sono rintanata tra le pagine di questo libro come in un rifugio, Stoner mi ha portata lontana da me, in un altro mondo davvero. Ed è questo di cui ho bisogno ora, di leggere storie che non mi lascino il tempo di pensare troppo o forse no, forse ho bisogno di libri come Stoner che mi aiutino ad accettare i miei pensieri.

Libri come amici presso cui rifugiarsi, a cui aggrapparsi in un momento complicato da vivere, libri come Piangi pure di Lidia Ravera, una storia delicata e struggente, a tratti divertente, una storia d’amore tra due vecchi che non vogliono rinunciare a vivere il loro ultimo tratto.
Iris è una donna di 79 anni, che “custodisce, dentro di sé, una donna molto
più giovane di lei” come le dice C., lo psicoterapeuta che incontra al bar ogni giorno alla stessa ora per un caffè o per un Pernod e che – giorno dopo giorno – diventerà un amico prima, un amore più tardi, quando ormai la malattia di lui sta per strapparlo al mondo. La loro è una storia piena di vita, che non si lascia ingabbiare nei luoghi comuni e negli stereotipi di cui siamo spesso prigionieri.

Due libri che mi hanno aiutato a trascorrere il difficile tempo delle feste natalizie, che mi hanno reso un po’ più sopportabile la tristezza e il senso di solitudine, che le ultime parole del mio oncologo mi hanno provocato. Ed ora mi butto a capofitto tra le parole di un librone di quasi 900 pagine: Il cardelllino di Donna Tartt.

Alla scoperta del silenzio nascosto

silenzio - copertinaIl suo titolo “Silenzio” (una parola controtempo) e il verde della copertina mi hanno fatto scegliere d’istinto questo volumetto, un libro, “più da ascoltare che da leggere. Nel silenzio”, come suggerisce Mario Brunello, grande violoncellista, all’inizio delle sue riflessioni sull’elogio del silenzio, che sembra quasi cancellato dal nostro tempo.
Forse per questo ho letto queste pagine, ascoltando l’eco delle parole dentro di me, rivivendo momenti di vita, come quando nello spazio aperto del Wadi Rum, il deserto giordano, ho sentito il silenzio della natura, dove “al cospetto di così ampi orizzonti, scrive Brunello, solo il silenzio offre un appiglio per non perdersi”.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Il libro è suddiviso come una Sonata in quattro movimenti:
I. Sonata. Il silenzio nella musica degli uomini; II. Lied. Il silenzio nella musica della natura; III. Scherzo. Il silenzio nella musica delle cose; IV. Finale: Tema e Variazioni. Il silenzio nella musica dei sensi.
E conclude inaspettatamente con un Bis. In favore del rumore.

Sorprendente la sua conclusione: “Amo la musica, mi piacciono i rumori, adoro il silenzio”.
Lasciamo parlare – egli dice – i rumori che sono vita, quei rumori che ci comunicano significati. Il rumore che diventa “suono” quando è un qualcosa a cui si dà un valore, come quando meccanici e piloti ascoltano il rumore assordante di una Ferrari in pista o il martello nell’officina di un fabbro che fa rumore e diventa il suono che fa “cantare” il ferro.
La “musica di sottofondo” invece è una nemica per Brunello, che odia questa “salsa indistinta che omologa tutti i gusti”, che confonde le differenze, presente ovunque…

brunello in un bosco

Ci sono pagine che non dimenticherò, come quelle in cui parla della montagna, “una massa silenziosa, una buca scavata all’incontrario nel cielo” o quella in cui parla del ragno che “in un silenzio apparente costruisce la sua ragnatela, una geometria che lo fa sopravvivere.
Più poeticamente, ricamare lo spazio”.

Indimenticabili le pagine che parlano del silenzio nella musica delle “cose”, da intuire e percepire per cogliere il senso del perché esistono.
Lo specchio, per esempio, è magico perché “il silenzio dell’immagine riflessa è totale, anche se solo noi, con la nostra presenza, con l’uso degli occhi, gli diamo un senso”. Ma anche la penna è un’altra di quelle innumerevoli “cose” silenti o un muro, come quello di Berlino o di ciò che oggi ne resta, un muro che “è stato pensato come un silenzio continuo, senza pause e respiri, simbolo di un’autorità che non sente né domande né risposte, solo un sordo silenzio”.