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Perché la satira e l’ironia (quelle intelligenti) ci salveranno, o no?!?

“Scusate il mio e il vostro fallimento”

La vignetta tragica di Mauro Biani non fa che rigirare dentro di me la lama di un coltello che mi fa male dentro, nelle profondità più vicine al mio essere.
Amadou Jawo, un ragazzo di soli 22 anni, africano del Gambia, si è impiccato al cornicione della casa in cui abitava a Castellaneta marina, nella mia Puglia.
Tutte le morti mi toccano, anche quelle nascoste dietro i grandi numeri, io vedo uomini donne e bambini, ragazzi giovani e vecchi, dietro ogni numero… c’è una persona con la sua storia e il suo mondo, le speranze e le delusioni, le difficoltà generate da ciò che si desidera e ciò che si è costretti a fare, c’è la sua famiglia e le relazioni sociali, ci sono le sue aspettative. Come il desiderio che coltivava anche Amadou di voler tornare in Africa, come dicono, ma chissà se invece forse voleva restare ancora qui da noi, visto che aveva fatto ricorso dopo la negazione dell’asilo politico, la protezione internazionale che aveva richiesto.

Però all’udienza del 12 ottobre scorso, lui non è stato invitato a parlare o ad assistervi, non contava nulla, era una pratica da concludere. Amadou non era ancora un “irregolare” quindi, tra l’altro da due anni in Italia aveva lavorato nei campi e avrebbe forse potuto – se il vento non fosse nel frattempo mutato in questa Italia “del cambiamento” – avere un permesso di soggiorno umanitario.

E mentre a Roma si discute al Senato il “decreto sicurezza”, che si propone un giro di vite contro i migranti (stanno chiudendo in silenzio uno dopo l’altro in provincia di Bari gli SPRAR, dove sono in atto microprogetti di integrazione diffusa, più facile da attuare che nei CARA delle periferie urbane), Amadou si vede confinato in un limbo, sa che tornerà da sconfitto nel suo Paese di origine, lui sarà quello che non ce l’ha fatta, è comprensibile che lo abbiano visto “depresso”.

Se provassimo realmente a metterci nei panni degli altri, capiremmo molto di più degli sconvolgimenti interiori che devastano l’animo umano, il dolore muto che non trova sbocchi, invisibile agli occhi di chi brandisce le sue certezze come clava da roteare contro altri esseri umani. La morte di questo ragazzo, a pochi chilometri dalla mia città, mi fa sentire tutta la mia impotenza e inutilità, mette in discussione il mio posto in questo mondo, mi provoca un senso di fallimento che è difficile contenere e gestire, soprattutto se poi devi startene buona a casa, perché non stai bene e non puoi muoverti, uscire, parlare con altri, manifestare il tuo dissenso.

Sono giornate complicate per me, in cui continuo a voler seguire tutto ciò che scorre sugli schermi del mio cellulare, del tablet o della Tv: accadono cose che non pensavo fossero più possibili, fatti che mi sollecitano, m’interrogano, m’indignano e mi fanno stare ancora più male. Capisco che forse sono ipersensibile, ma solo quando tocchi fino in fondo la tua fragilità forse riesci a provare un maggior senso di empatia e di vicinanza con chi soffre, sia pure per motivi e condizioni diverse dalle tue.

Sto pensando al modo in cui in una scuola primaria di Lodi si è attuata una discriminazione inaccettabile tra i bambini italiani e i figli di famiglie extracomunitarie, residenti da anni in città e regolarmente registrate. Bambini che vengono crudelmente separati nel momento in cui dopo le ore di scuola trascorse insieme si va a mensa, ci si siede a mangiare e a chiacchierare liberamente.

Ho insegnato a lungo e so quel che si prova come insegnante se arrivano disposizioni che non condividi, perché toccano la tua coscienza, i tuoi ideali di vita, ciò che ogni giorno trasmetti con passione, il tuo modo di stare al mondo: trovarsi di fronte bambini tristi e increduli, che non capiscono per quale motivo non possono stare con i loro compagni, è dolorosissimo, non ci sono parole giuste per spiegare davanti ai loro occhi, che sanno cogliere ogni tratto nascosto delle tue espressioni, ciò che sta succedendo.

Mi conforta l’ondata spontanea di solidarietà, ma io desidero che le istituzioni non cadano in mano a chi aumenta l’abisso delle disuguaglianze già esistenti, in mano a chi si nasconde dietro provvedimenti “amministrativi” che solo apparentemente proclamano che “tutti dobbiamo rispettare le regole”. In Italia, poi, dove la corruzione è diffusa e regnano sovrane l’alegalità e l’illegalità delle mafie.
Sono d’accordo sulle regole da rispettare, ma vietare per esempio la dimora ad un sindaco come Mimmo Lucano nella sua Riace equiparandolo ad un boss della potente ‘ndrangheta calabrese, non mi sembra un provvedimento neutro.
Come  a chilometri di distanza (l’Italia è lunga) chiedere a una famiglia che è arrivata in Italia dopo lo tsunami e che paga regolarmente le tasse di produrre un fantomatico documento che certifichi di non possedere beni immobili al suo Paese, mi sembra solo ed esclusivamente una deliberata scelta politica.
Perché chi è benestante non fugge dalla sua condizione, non abbandona tutto per l’ignoto.

Come si fa a restare umani?

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27 gennaio 2016

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