Diventare una donna-albero…

Un luogo appartato, lontano dalle corsie e dagli ambulatori del grande ospedale, un luogo dove la grande farfalla sul pavimento ti comunica che lì dentro puoi provare a sentirti più leggera, dove chi ti accoglie riesce sempre a sorriderti e a farti sentire importante.

 

 

 

 

 

 


Sto parlando dello spazio colorato della Ludoteca dell’Istituto Tumori di Bari, dove per il secondo anno ho iniziato a vivere un’esperienza di gruppo di musicoterapia, felice di rivedere sia volti già noti e a me cari, sia volti nuovi che iniziano insieme un nuovo percorso di incontro e di ricerca, che durerà tutto l’anno, fino a giugno:
tra suoni rumori e improvvisi silenzi, tra parole risate e lacrime, abbracci sorrisi e strette di mano, viviamo esperienze inedite per noi, come singoli e come gruppo.

Lo scorso anno ho scritto qualcosa solo per me registrando con parole e disegni tanti momenti diversi, che mi hanno arricchita nella conoscenza di me stessa e degli altri. Ma ciò che ho vissuto stamattina mi piace condividerlo, anche se non so se troverò le parole giuste per esprimere il profondo senso di pace e di benessere provato al termine di una delle performance.

Ci siamo alternati in coppia ad essere e a sentirci un albero o un contadino, seguendo l’armonia di alcuni brani tratti dalle Quattro stagioni di Vivaldi, opportunamente scelti dalla nostra musicoterapeuta e guidati dalle parole lette lentamente dalla psicologa.

Il contadino si prende cura del suo albero e gli appoggia una mano sulla spalla, gli fa sentire la sua presenza, è sempre lì quando giunge l’inverno con il freddo e la neve, le sue dita picchiettano quel corpo ricordando le goccerelline di pioggia che bagnano i rami e il tronco per giungere fino alle radici più nascoste. E quando arrivano la primavera e l’estate, la musica si fa forte gioiosa ed elettrizzante, perchè nuovi germogli nascono e nuovi frutti crescono.
Ma il tempo passa, passa in fretta, l’autunno è già alle porte e la luce cambia, si trasformano i colori delle foglie quasi vivessero una seconda primavera e l’albero le lascia andare verso la terra che le raccoglie, mentre qualcuna innamorata del cielo vola verso l’alto, portata via dal vento.

Ritroviamo il silenzio, ritorniamo in noi stessi e nella nostra memoria, siamo stati contadini e siamo stati alberi.

Opera dell’artista LOREDANA SPIRINEO, in arte SPLO’

Ho provato una grande emozione a diventare una donna-albero,
a rimanere ritta con i piedi ben piantati per terra, a sentire e a riconoscere tutto il corpo finalmente mio, a sollevare lentamente la braccia come rami che guardano verso il cielo, a sentire le gocce di pioggia e a dondolare lentamente avanti e indietro, a destra e a sinistra, sicura della presenza e della cura delle mani del contadino, che accompagnava i movimenti delle fronde.

Ho avvertito, come poche altre volte, quello che Peter Handke chiama “il senso della durata”, “una sensazione, la più fugace delle sensazioni, spesso più veloce di un attimo, non prevedibile, non controllabile, non misurabile”. Una sensazione di ascolto ad occhi chiusi che è riuscita a raccogliere in me in un insieme unico l’armonia delle note musicali e delle parole, la leggerezza dei gesti e il senso di una presenza vigile, il respiro di noi tutti e tutte, mentre le stagioni della vita trascorrevano ed io mi trasformavo, provando “il brivido della durata” come “sensazione di vivere”, la durata come “l’avventura del passare degli anni, l’avventura della quotidianità… quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio!”

Annunci

Paziente presa in carico globale, senza etichette!

Succede a Bari.
Per inaugurare un nuovo reparto dell’Istituto Tumori viene chiamato Sergio Rubini, che recita la sua performance tra musica e cori per “umanizzare i reparti di oncologia”. Ottima intenzione. L’ala nuova di zecca è stata anche intitolata a don Tonino Bello, un vescovo che in vita è stato una pietra di scandalo per le sue prese di posizione e che sempre più spesso viene ora trasformato in un santino, un’icona buona per ogni occasione.

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere queste mie considerazioni, per contenere la mia reazione emotiva al battage pubblicitario dell’inaugurazione di questo nuovo reparto, ma anche ad altri aspetti che mi hanno colpita e anche un po’ disturbata; e parlo ora da paziente di questo ospedale da ben sei anni.

Intanto la scritta che accoglie chi arriva a questa nuova ala ristrutturata e dedicata al lavoro dell’oncologo appena trasferitosi da un altro ospedale del territorio: mi riferisco in particolare a quella che proclama la “presa in carico globale del paziente” e poi alle più moderne tecnologie di cui è dotato, come precisa l’articolo in alto, insieme agli “ambienti confortevoli e accoglienti“. Quanto di meglio si possa sperare per dei pazienti già duramente colpiti dal terremoto del cancro.

Mi è sorta però spontanea una domanda: ma io, che sono in cura nello stesso Istituto da un altro eccellente oncologo e dalla sua équipe, sono stata forse “presa in carico” in modo parziale? E i reparti che frequento periodicamente, dalle sale d’attesa agli ambulatori, sono confortevoli e accoglienti come i nuovi appena inaugurati? E le più moderne tecnologie del nuovo reparto sono a disposizione di tutti i pazienti dell’ospedale oppure no? Nell’articolo in questione, si parla del fatto che questi sono obiettivi di un’associazione e non quindi di tutta la struttura ospedaliera.

So bene che non avrò risposta a queste domande, anzi credo di non sentirne nemmeno il bisogno. Infatti, pur consapevole dell’importanza degli arredi (per esempio le poltrone per la chemio), dei colori delle pareti dei corridoi e degli ambulatori (spesso totalmente privi di immagini), penso che sia fondamentale la capacità empatica unita alla competenza professionale delle persone che ti accolgono fin dal tuo primo ingresso nella struttura: da chi deve saper fornire gentilmente le informazioni per orientarsi tra i diversi piani e reparti agli infermieri degli ambulatori e delle corsie, dal personale addetto alle pulizie (che considero fondamentale in un ospedale!) ai medici oncologi, radiologi e chirurghi, anestesisti e tanti altri. Per non parlare degli psicologi e di altre importanti figure, insieme ai volontari di diverse associazioni.

La mia è stata fortunatamente un’esperienza molto positiva e non mi stancherò mai di ripeterlo:  colpita ben sei anni fa da un carcinoma polmonare e da un’altra grave patologia, sono stata accolta dal dr. G., un oncologo che mi ha accompagnata con umanità, competenza e spirito amichevole lungo il mio percorso di cura, non sempre facile; un’altra oncologa della sua stessa équipe, la dott.ssa C., mi è stata e mi è vicina in momenti diversi, accorgendosi grazie anche al suo intuito femminile del mio bisogno di sostegni diversi da quelli soltanto farmacologici. Infatti è lei che mi ha consigliato di entrare a far parte di progetti pensati e realizzati per il benessere di chi deve sopportare il peso di una malattia senza fine: dalle cure palliative e di terapia del dolore con un medico anestesista assolutamente speciale fino alla musicoterapia: prima “bagni sonori” individuali con le campane tibetane, poi musicoterapia attiva di gruppo, che ho appena ripreso con gioia, grazie al servizio di Psiconcologia!

Senza etichette, quindi, mi sembra di essere stata realmente “presa in carico in modo globale” e la mia vita si svolge oggi cercando di convivere con la malattia: ho ripreso il mio impegno civico, sto facendo rivivere le mie passioni vecchie e nuove, intrecciando relazioni positive che mi arricchiscono e mi aiutano ad affrontare gli inevitabili momenti difficili, soprattutto il continuo saliscendi determinato anche dagli effetti collaterali non solo delle terapie ma anche dagli anni che avanzano che mi impongono nuovi limiti a cui devo abituarmi, sia pure a denti stretti: può essere bello invecchiare… quando ti sembrava che la vita stesse lì lì per finire!

Certo, spero che non si creino – all’interno dello stesso ospedale – categorie diverse di pazienti, per dirla nel linguaggio sportivo, quelli di serie A e altri di serie B. Anche a me farebbe bene vivere il tempo dell’attesa della mia terapia in una sala più accogliente (meno spoglia) e poi trascorrere i momenti di infusione in un ambulatorio più confortevole, magari dotato di qualche carrello in più dove poter appoggiare una rivista o un libro, la bottiglietta d’acqua e il pacchettino di cracker che mi porto da casa o la sciarpa per i momenti di freddo.

Penso che il gran lavoro da continuare sia molto complesso, poiché l’umanizzazione di una struttura sanitaria riguarda tanti aspetti, dalle informazioni da fornire con chiarezza e gentilezza alle dinamiche di accoglienza di pazienti e familiari, dalla semplificazione delle procedure di accesso alle prestazioni alla fruibilità della documentazione sanitaria, per non parlare della comunicazione clinica e delle qualità tecnico-professionali e relazionali di tutti gli operatori sanitari sia tra di loro (per stabilire un clima lavorativo predisposto al dialogo e alla collaborazione) sia ovviamente con il paziente/cittadino.

Non è quindi sufficiente predisporre un’isola all’interno di un ampio complesso, ma affrontare coraggiosamente i diversi aspetti: come può infatti un medico oncologo dedicare ai pazienti l’attenzione e l’ascolto che ritiene necessari, se il loro numero è troppo alto in relazione al tempo cronologico previsto e se viene continuamente pressato a far presto, per occupare le poltrone delle terapie giornaliere, soprattutto quelle di lunga durata? E qui entrano in gioco problemi che riguardano la politica regionale sulla sanità, come la cronica carenza di personale o la presenza di operatori precari, ecc. Ma della carente politica regionale sulla Sanità in Puglia, con un presidente-assessore, non voglio parlare in questa sede.


Poesia dei doni di Jorge Luis Borges*

Ringraziare voglio il divino labirinto degli effetti e delle cause…

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione,
che non cesserà di sognare

un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,

…per i fiumi segreti e immemorabili che convergono in me…

per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,

…per il mare, che è un deserto risplendente e una cifra di cose che non sappiamo…

per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

*Jorge Luis Borges,
Buenos Aires (Argentina) – 24 agosto 1899
Ginevra (Svizzera) – 14 giugno 1986
Divenne cieco verso la fine degli anni ’50
e da allora riuscì a trasformare in senso creativo la sua cecità,
in una potenza visionaria che si esprime nelle metafore e nei suoi scritti.

…per la musica, misteriosa forma del tempo.

“Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso?”

Sempre più spesso mi capita di vivere una giornata difficile, vuota e quasi inutile, una di quelle che vorremmo cancellare, in cui mi sembra di non aver vissuto.  Avviene quasi sempre subito dopo un giorno vissuto bene, piena di energia, di incontri e di protagonismo sulla piccola scena del mio mondo circoscritto.

Poi il flop! Come un palloncino che si sgonfia, perdendo progressivamente tutta l’aria che lo rendeva bello e forte, pronto a volare sempre più in alto fino a scomparire.
Faccio ancora molta fatica ad accettare giornate come queste, nonostante ormai tutta la mia vita sia ormai un continuo saliscendi, come una montagna russa… e allora per non “perdere il senso” e non farmi trascinare dai pensieri, vado in cerca delle parole. A volte non le trovo e solo la notte mette fine alla sequenza lenta di queste ore, ma anche oggi come già un’altra volta è Christian Bobin che mi viene in soccorso e riesce a placare questa insoddisfazione che mi prende quando arriva la sera…


Io mi fermo qui e cedo il posto alle sue parole, trovate in un altro dei suoi bei libri, intitolato non a caso “Elogio del nulla”. Sono parole che mi aiutano a capire e che riescono a riempire in qualche modo il silenzio che ha avvolto queste mie ore.

“Cosa dà senso alla mia vita? Nulla […].
Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso? Per salvarli?
Ma [la vita] non ne ha bisogno. Non c’è perdita nelle nostre vite, perché le nostre vite sono perdute da sempre, perché continuano a svanire momento dopo momento. Nella sua lettera una parola mi infastidisce. La parola «senso». Mi permetta di cancellarla.
Guardi cosa diventa la sua domanda, come si presenta bene adesso. Aerea, agile: «Cosa le dà la vita». Stavolta la risposta è facile: tutto. Tutto ciò che non è me e mi illumina. Tutto ciò che ignoro e che aspetto. L’attesa è un fiore semplice. Germoglia sui bordi del tempo.


È un fiore povero che guarisce tutti i mali.
Il tempo dell’attesa è un tempo di liberazione. Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare, per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno.
Lo avrà senza dubbio notato: la nostra attesa – di un amore, di una primavera, di un riposo – viene sempre soddisfatta di sorpresa. Come se quello che speravamo fosse sempre insperato. Come se la vera formula dell’attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l’imprevedibile. Non aspettare niente, se non l’inatteso.

Questo sapere mi viene da lontano. […] Mi viene dall’unico maestro che io abbia avuto: un albero. Tutti gli alberi nella sera trepida. Mi ammaestrano con il loro modo di accogliere ogni istante come una buona ventura.


L’amarezza di una pioggia, la follia di un sole: tutto è nutrimento per loro. Non hanno preoccupazione di nulla, e soprattutto di un senso. Attendono, di un’attesa radiosa e tremula. Infinita. […] Un albero che risplende di verde. Un viso inondato dalla luce. Questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede. Smarrirsi nei libri, o nei boschi. La natura sommerge i libri. L’erba ricopre il pensiero. Il verde assorbe l’inchiostro. […]

L’arte di camminare è un’arte contemplativa. All’inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa. Non si è più una traversata luminosa del paesaggio. Si è soltanto, se stessi, una farfalla morta, polverizzata dal vento.
Non si lotta più con l’aria, con il vuoto dell’aria, con gli angeli nel vuoto. […] Si è nelle migliori mani che ci siano, quelle del vento, del nulla innocente di ogni giorno. Portati via, abbandonati, ripresi. Che altro?
Il lavoro: nulla. Il pensiero: è niente. Il mondo: è niente. La scrittura che è lavoro, pensiero, mondo: niente.


Resta l’amore che ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla. […] L’amore non revoca la solitudine. La porta a compimento. Le apre tutto lo spazio per bruciare. L’amore è niente più che questo bruciare, come bruciare al calor bianco. […] Una luce nel respiro. Niente di più. E tuttavia mi sembra che una vita intera sarebbe leggera, affacciata su questo nulla.
Leggera, limpida: l’amore non oscura ciò che ama. Non l’oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo. Lo lascia andare e venire. […] Elogio del poco, lode del debole. […] L’amore […] si accompagna alla gioia. La gioia è una scala di luce nel nostro cuore. Porta ben più in alto di noi, ben più in alto di sé: là dove non c’è più niente da afferrare, se non l’inafferrabile”.

Gracias a la vida: il potere di un canto

La lettura di un buon libro, i colori e i pennelli e poi… e poi c’è la musica, quella che amo, che mi dà gioia, che mi aiuta a smaltire la malinconia, mi regala benessere, porta via la tristezza e talvolta anche il dolore.

…quando il sonno tarda a venire

Mi è successo stamattina, la giornata non si presentava delle migliori per dei dolori odiosi e sciocchi. Ho dato un’occhiata distratta al cellulare e su WhatsApp, dove c’era un link che non avevo aperto. L’ha inviato al gruppo di musicoterapia la carissima E.T., una ragazza aperta e piena di energia, anche se la vita le ha teso una trappola com’è capitato a me.


Ho iniziato ad ascoltare la voce dolcissima di Mercedes Sosa e una dopo l’altra ho ascoltato tutte le sue canciones, da Todo Cambia fino a quella che mi cattura l’anima: Gracias a la vida, che ha cantato con Joan Baez, un’altra grande cantautrice di cui amo lo stile vocale, la sua tenacia nel perseguire l’impegno pacifista per i diritti civili e che mi ricorda quando da ragazza cantavo anch’io con lei la ballata di Sacco e Vanzetti Here’s to You o We Shall Overcome


Non ho perso l’entusiasmo e la voglia di lottare, ma ora devo fare i conti con molti limiti come un corpo che non risponde più come prima, con la voce che rimane in gola, con terapie che hanno i loro effetti collaterali, ecc.
Ma stamattina quel link aperto quasi svogliatamene ha dato inizio ad un concerto costruito su misura per me, quella musica è riuscita a cambiare verso alla giornata, almeno una metà, poi il pomeriggio è andato in un’altra direzione.
Grazie cara amica, che generosamente ci mandi dei link musicali e le foto dei luoghi in cui ti trovi, io viaggio con te, sull’onda della musica che parla il suo linguaggio universale!

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me dio dos luceros, que cuando los abro,

Perfecto distingo lo negro del blanco
Y en el alto cielo su fondo estrellado

Y en las multitudes el hombre que yo amo

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado el oido que en todo su ancho

Graba noche y dia, grillos y canarios,
Martillos, turbinas, ladridos, chubascos,

Y la voz tan tierna de mi bien amado

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado el sonido y el abecedario;

Con el las palabras que pienso y declaro:
Madre, amigo, hermano, y luz alumbrando
La ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la marcha de mis pies cansados;
Con ellos anduve ciudades y charcos,

Playas y desiertos, montanas y llanos,
Y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me dio el corazon que agita su marco

Cuando miro el fruto del cerebro humano,
Cuando miro al bueno tan lejos del malo,
Cuando miro al fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la risa y me ha dado el llanto

Asi yo distingo dicha de quebranto,
Los dos materiales que forman mi canto,

Y el canto de ustedes que es mi mismo canto,
Y el canto de todos que es mi propio canto
Gracias a la vida que me ha dado tanto

Momenti di solitudine e silenzio

Qualche giorno fa un’amica mi ha sorpreso in un momento di fragilità, quando in genere io mi nascondo anche a me stessa. Guardandomi mentre cadeva la “maschera”, mi ha detto che attraverso ciò che scrivo, io sembro una donna forte, senza cedimenti. Ho cercato di riprendermi subito, perché mi è difficile mostrare agli altri la mia fragilità. Non è un caso che per strada la gente rida quando si trova ad assistere alla caduta di una persona…

Un tronco forte e ruvido, ma ferito…

Bene, allora oggi, in questo spazio pubblico-privato, ho deciso di scrivere di getto e di non correggere, rivedere, limare, smussare, togliere un po’ qui un po’ là per poi pubblicare. Niente di tutto questo, scrivo e basta.

Perché oggi è uno di quei giorni di cui è difficile parlare, un giorno senza né capo né coda, un giorno iniziato abbastanza bene con mille desideri che via via sono rimasti tali. Ho colorato due disegni, colori forti e allegri, che non rispecchiano affatto il colore interiore, che nemmeno saprei definire. Infatti quando prendo uno di questi album da colorare, vuol dire che qualcosa scricchiola dentro di me, quindi meglio indirizzare e obbligare la mente verso colori, abbinamenti e margini da rispettare.

Le ore sono scivolate via un po’ leggere un po’ pesanti e mi ritrovo ora quasi al termine di questo giorno a sfogliare un pacco di piccoli libri (otto per essere precisi) appena consegnato: sono alcune opere di Christian Bobin, un autore che non conoscevo, nato nel 1951, lo stesso anno di nascita di mia sorella Gabriella, solo che lei non c’è più!

Li ho guardati, li ho sfogliati un po’, mi piace la carta spessa e un po’ ruvida con cui sono stati confezionati e mi sono piaciuti subito. Forse per dare un senso a questo giorno che muore, decido di leggerne uno, così senza dargli molta importanza. E invece qualcosa succede, come spesso capita con i libri e con certi autori. Me ne accorgo subito, fin dall’incipit. Mentre leggo, pagina dopo pagina, capisco che forse questa giornata non è del tutto persa, forse qualcosa si salva… Istintivamente, ho scelto come primo libro: Mozart e la pioggia.

E Bobin mi sta dando le parole per dirmi come mi sento oggi: ” A volte, scrive a pag. 27, perdo quel ritmo che mi si addice da sempre, un ritmo a due tempi, presenza-assenza, parola-silenzio, e non mi resta che uno solo di questi stati nel quale sprofondo all’infinito: un chiacchiericcio sordo, un silenzio respingente (“… un bavardage sourd, un silence refusant…”) – nient’altro che false note”. Mi piace anche il fatto di poter leggere il testo in lingua originale, il francese che amo e che – se non mi avesse sorpreso la malattia – avrei voluto riprendere a studiare per ricordarlo, magari arricchendolo ulteriormente.

Sul segnalibro, inserito tra le pagine, leggo altre sue considerazioni: “Scrivere è un modo di rispondere alla vita. Abbiamo sempre bisogno di rispondere a un dono con un altro dono, non per sdebitarci, ma per continuare a donare e ricevere, senza fine“.

Ecco, grazie a Bobin, ho capito perché stasera ho scritto qui in questo spazio virtuale, ma che in questo momento mi sembra molto più reale di tutto ciò che mi circonda. Domani continuerò a leggere.

“Per accogliere la luce di stasera… metto un disco, qualche aria di Mozart, poi mi allontano, vado in un’altra stanza”. Per questo mi fermo qui anch’io, esco dal mio studio, spengo il Pc e vado in un’altra stanza. Anche perché fortunatamente non sono sola, di là c’è chi mi aspetta. Pazientemente…

 

 

Incontri silenziosi con la poesia dei luoghi

Un invito in campagna, da una cara amica di vecchia data.


Sapeva già che avrebbe trascorso momenti di puro benessere, per l’accoglienza sempre affettuosa e per tutto il paesaggio intorno, che a lei piaceva ogni volta contemplare in silenzio, facendo spazio dentro di sé a sensazioni, pensieri ed emozioni in libertà.


Accolse con gioia l’invito a fare una passeggiata per quei viottoli, sicura di scoprire particolari nuovi e felice di rivedere ciò che amava, gli ulivi maestosi in particolare, alcuni sicuramente centenari, ben radicati in quella terra rossa tipica del Salento.


C’era una luce che ammorbidiva tutte le superfici, facendo brillare germogli e fogliame, una luce che variava di ora in ora e che ogni volta la stupiva, come fosse la prima volta.


Stavano camminando lentamente lungo un solitario sentiero campestre di terra battuta e passo dopo passo si guardava intorno alla scoperta dei piccoli tesori nascosti: le piaceva tutto di quei luoghi, il silenzio innanzitutto, l’orizzonte che cambiava continuamente e poi le antiche pietre dei muretti a secco, frutto del paziente lavoro e della fatica dei contadini, pietre ricche di vita silenziosa vegetale e animale, i cespugli solitari e quel fiore che si appoggiava ad un muretto bianco di calce, quasi volesse raggiungere il cielo.


Passo dopo passo, erano giunti davanti a un piccolo trullo e si erano fermati davanti alla sua vecchia porta d’ingresso, sbarrata sul buio, con un rametto secco di palme, forse benedette.


Intanto sentiva spirare una brezza leggera che finalmente si faceva largo nel caldo afoso di quei primi giorni di agosto, mentre il cielo si stava colorando di rosa, perdendo progressivamente la luce del giorno per fare spazio alle ombre della sera… Il silenzio della campagna di Contrada Cinera, vicino Ostuni, la stava avvolgendo, rendendo vellutate anche le parole, le voci amiche, un silenzio anche interiore che la isolava dal mondo circostante, da cui arrivavano attutiti tutti i rumori del mondo.


Si guardava intorno con stupore, osservava felice le piantine spontanee leggere come libellule, quel finocchietto selvatico e quelle foglie eleganti e affusolate e non riusciva a dire parola:
che nome dare alle emozioni che si facevano largo dentro di lei e a cui si lasciava andare segretamente?


Le piaceva aprire finestre interiori e farsi abitare pian piano da quegli incontri silenziosi, come li chiama Duccio Demetrio nella sua “Green Autobiography”, incontri con la poesia dei luoghi, con i colori, i profumi, le forme uniche delle piante selvatiche e il movimento delle lucertole, delle formiche e di tutti quei piccoli esseri, a noi spesso sconosciuti.


Tutto intorno a lei sembrava parlarle. Le era sembrata bella qualche giorno dopo persino una panchina di plastica bianca abbracciata dalle foglie di una rampicante, vista in un altro giardino a Monopoli, mentre le provocava rabbia e dolore la vista di un albero secco.

In questi incontri silenziosi, si accorgeva di oscillare continuamente dal particolare all’universale, sempre in bilico tra realtà e immaginazione. E pensava a come dipingere tanta bellezza, che guardava non più solo con gli occhi ma viveva con tutto il suo essere.

OMBRE

Curare i luoghi della cura

Il “Giardino Perenne” del sant’Anna di Torino

So che l’estate è la stagione delle vacanze, dei pensieri in libertà e della leggerezza. Ma la malattia non va in vacanza…

Un giorno, sfogliando pigramente un magazine dello scorso mese di aprile (Vanity Fair) vengo attratta da un titolo: L’arte che ti cura.
Si parla dell’Ospedale sant’Anna di Torino, che ha recentemente riqualificato i propri spazi, coinvolgendo dipendenti, pazienti e familiari.


Sale di attesa con pareti variopinte e fiorite, ringhiere e scale dipinte con colori energetici per le migliaia di persone che vi transitano, con particolare cura per alcuni luoghi simbolici: il Giardino Perenne, per esempio, “luogo dell’origine del mondo e della sua cultura, sintesi perfetta tra artificio e natura, per allietare le attese, che sono spesso percepite come un’eternità”.


«L’arte, scrive una paziente, ci fa sempre vedere il verde nel nero. Il giardino perenne mi ha fatto compagnia».

Oggi si parla molto di umanizzare la medicina, sempre più tecnologica, di curare i luoghi della cura, cioè gli ambienti ospedalieri spesso tristi e anonimi, di come rendere meno freddo il rapporto medico-paziente e anche quello tra i medici stessi e gli altri operatori della sanità. Si parla di medicina narrativa, di terapie complentari ed io sono particolarmente sensibile a questo argomento, dato che da circa sei anni frequento periodicamente questi luoghi – l’Oncologico di Bari in particolare – e noto come sono arredati gli ambienti, il modo di fare del personale sanitario, quali ricerche sono in atto e così via…

foto del dr. D. Galetta in un corridoio dell’Oncologico di Bari

Chi come me frequenta questi luoghi  attraversa momenti di grande fragilità, in cui basta un nonnulla per sentirsi a disagio, per stare male o viceversa per riacquistare calma e tranquillità. L’essere bene accolta aiuta a sentirsi a proprio agio, un semplice sguardo o un sorriso riesce spesso a domare l’ansia, mentre un comportamento brusco ha una risonanza molto negativa.


Nelle attese, mi guardo intorno e osservo non solo le persone, ma tutto l’ambiente intorno a me: le pareti e il loro colore, se sono nude o arricchite di manifesti o di immagini significative, la comodità di sedie e poltroncine, come si forma una lunga fila ad uno sportello…


Io ho avuto la fortuna di incontrare un oncologo che non ha bisogno di manuali per instaurare con i pazienti dei rappporti umani ricchi di empatia, improntati alla condivisione reale del percorso di cura. Il mio dottor G. – fin dal primo momento – ha intuito di che pasta sono fatta ed è riuscito a farmi digerire, con parole chiare, oneste e corrette, anche “medicine” piuttosto amare… Lui è uno che non ti abbandona, ti segue passo dopo passo e tu sai che non sei sola ad affrontare una patologia così difficile da trattare.
Gli altri medici della sua équipe lo affiancano con vera passione e talvolta mi “leggono” nei pensieri, in particolare una dolcissima oncologa.


Infatti la dr.ssa A.C. in un periodo molto difficile per me, accorgendosi che avevo bisogno di aiuto, mi ha consigliato (e permesso) di inserirmi in un Progetto di Terapie Complementari, che mi hanno fatto scoprire nuove possibilità e nuove strade per aprire finestre interiori e riuscire piano piano a conquistare un nuovo benessere.


Mi riferisco in particolare all’Armonizzazione sonora e alla Musicoterapia, che prima singolarmente poi in gruppo sono state per me come un balsamo.


Ho riempito un quaderno con un po’ di appunti e di disegni dopo ogni incontro ed ora che siamo in estate, rileggo ciò che ho scritto a caldo, risento quei suoni e quelle vibrazioni, il canto della dr.ssa L., musicoterapeuta, che mi aiutano a rilassarmi, riuscendo a scoprire dentro di me potenzialità nuove.

Suoni e colori, come “vitamine musicali”, perchè qualcosa di bello può germogliare. Anche dal dolore!

L’albero visualizzato dopo il primo incontro di “massaggi sonori”, coccole musicali li chiama la bravissima musicoterapeuta dr.ssa F.L.

Comunicazione inconscia

Leggendo leggendo, mi sono accorta che il post che segue forse parla anche di me, almeno in questa difficile fase della mia vita. Spesso infatti mi rendo conto che le parole che talvolta cerco di dire, come fossero S.O.S. o messaggi in bottiglia…, non vengono accolte (disturbano, anzi, forse perché esprimono un profondo disagio interiore…).
Sono davvero rare le persone che – quando ti guardano – riescono a cogliere il tuo sguardo e tutto ciò che esso vorrebbe comunicare. Anch’io, come dice Gigi, l’autore di questo post che ringrazio, cerco di sorridere, ma senza fingere, solo… quel mio sorriso nasconde me stessa a chi non (mi) sa leggere!

gecolife

A volte capita di percepire la presenza di persone che comunicano, senza volerlo, qualcosa di importante anche senza che le conosciate, anche se le vedete per la prima volta, anche se non sapete affatto chi sono, perchè misteriosamente stimolano la vostra curiosità, da come si muovono, dagli sguardi che hanno, che non sono adatti a quelle persone con cui si accompagnano in quel momento, perchè c’è un velo di insoddisfazione che voi percepite e quegli altri no. Semplicemente non sono nel contesto adatto a loro. Sanno fingere abilmente e col sorriso, perchè sono forti, sanno che nella vita ci può essere di più di quello che stanno vivendo, ma si vivono il momento e va bene così.
Si capisce che forse sono prigioniere di una situazione che non hanno cercato ma che si fanno andar bene perchè hanno abbastanza forza per reagire ed aspettare che qualcuno, arrivato chissà come e…

View original post 155 altre parole

Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.