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La voce dei colori e il mio viaggio nella vita…

Ecco una delle pagine di un libro stupefacente…

Il regalo di un’amica di vecchia data, una di quelle persone che c’è sempre, anche quando è lontana migliaia di chilometri. Sa dimostrare il suo affetto in tanti modi diversi: intanto con la sua presenza appena può, poi con un pensierino piccolo ma di quelli che puoi guardare ogni giorno e pensare a lei, come una calamita da mettere sulla porta del frigo, e potrei continuare con i messaggi brevissimi ma intensi che mi arrivano sul cellulare.
Ecco la copertina del libro:

La copertina è tutto un programma…

Pochi giorni fa è venuta a trovarmi e mi ha portato questo libro che sembra per ragazzi, ma che in realtà è per tutti. Già il titolo “La voce dei colori” mi ha colpito, perché – grazie ad un’altra cara e dolcissima amica – ho riscoperto tardivamente il gusto di colorare e di dipingere con gli acquerelli, un’attività che mi piaceva da ragazzina quand’ero alle medie e che poi ho abbandonato, presa da ben altro tipo di studi.

Un mio acquerello dipinto dopo un incontro di musicoterapia all’Istituto Tumori di Bari

Ora riesco a dimenticare in alcune ore preziose la mia malattia, che spero almeno diventi cronica, quando coloro e dipingo, quando faccio musicoterapia di gruppo, se ascolto la musica che amo o leggo un libro che riesce a distaccarmi dal mio mondo.

Bene, “La voce dei colori” di Jimmy Liao è uno di quei libri in cui mi sono lentamente immersa, presa dalle immagini e dal contrappunto delle brevi frasi del racconto, un libro così bello che è riuscito a provocarmi quello stupore che provavo da bambina di fronte a qualcosa di inaspettato!


Dedicato ai “poeti”, non racconterò molto della trama, solo pochi accenni, perché preferisco che parlino alcune immagini estrapolate dal libro, in cui si racconta del percorso di una ragazzina che, in seguito alla perdita della vista, comincia un viaggio reale ed immaginario insieme. Con un paio di occhiali e un bastone.


La metropolitana sempre affollata di una città la porta in giro tra stazioni e cunicoli, dove scopre mondi fantastici e irreali, quasi archetipici: cammina e cammina, pensa riflette e sogna, immagina di volare o di prendere il sole sul dorso di una balena ricordando le forme delle nuvole.


Immagina di trovare conforto a cavallo di un cigno su un lago misterioso, attraversa il buio e la solitudine, perdendosi e ritrovandosi, si confonde ma riprende il suo viaggio in cerca di un po’ di compagnia e di speranza.

Riesce a “vedere” la bellezza della città, talvolta piangendo sotto la pioggia, arrivando a scoprire mondi colorati, ricchi di emozioni che riescono ad illuminare la sua esistenza. A tratti si sente disorientata come in un labirinto… ma poi riesce sempre a trovare una via d’uscita!

“In realtà, dice ad un tratto, non voglio andare in nessun posto, ma poi si chiede: ci sarà qualcuno che mi starà aspettando? qualcuno che reggerà l’ombrello per me, stringerà forte la mia mano, mi indicherà la direzione delle stelle, mi accompagnerà lungo la strada? A volte, ho la sensazione di aver raggiunto i confini del mondo”.


Non continuo, perché poi cambia umore, ridiventa allegra, canta e balla, leggera e piena di colori come una farfalla… così come mi sento anch’io in questo viaggio dal buio verso la luce!


“Sogno da sempre – continua la bambina senza nome – di allevare un piccolo pesce che sappia parlare per nuotare insieme nelle profondità del mare  e sussurrarci i nostri segreti”.
Ma forse è meglio sederci…

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25 nov. 2016: un grazie di cuore a Laura Boldrini e alle colleghe della mia scuola!

Il coraggio di una donna con una funzione pubblica, che dà il suo contributo al 25 nov. 2016!

Il coraggio di una donna con una funzione pubblica, che dà il suo contributo al 25 nov. 2016!

Spesso mi sembra di vivere ancora all’età della pietra, almeno per quanto riguarda il rapporto tra donne e uomini. Basta dare un’occhiata ai post che riceve ogni giorno una donna come Laura Boldrini con un’alta visibilità, a causa della sua funzione pubblica.

E invece siamo nel 2016… e la storia continua a fare passi indietro!

Perché proprio questa giornata?


Il 25 novembre ricorda il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui contrastarono il regime del dittatore Rafael Leonidas Trujillo nel 1960, colui che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.

Dal 1999, le Nazioni Unite hanno reso istituzionale questa giornata, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza di genere e creando consapevolezza del problema, protraendolo nel quotidiano.

Importante diventa allora il lavoro di ognuno di noi, uomini e donne, tutto l’anno nei nostri ambienti di vita, un lavoro di informazione civile sull’identità di ogni persona, di consapevolezza sulle dinamiche della relazione tra uomini e donne (quante volte se ne parla in famiglia?), il rispetto di ogni differenza e dell’alterità dei bambini e delle bambine da parte degli adulti e dell’ambiente in cui crescono. Le famiglie e la scuola (ma non solo) sono secondo me in prima linea, i canali privilegiati per sensibilizzare bambini e ragazzi, bambine e ragazze, per farli crescere e vivere in un mondo dove tutte le persone, in particolare le donne di qualsiasi continente, non debbano sempre sentirsi degli oggetti  sotto assedio.

Ho ammirato la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, che ha voluto rendere noto un piccolo campionario con tanto di nome e cognome degli insulti sessisti e volgari, che riceve ogni giorno sui social. Lo denuncia da tempo, ma oggi l’ha fatto a nome di tutte quelle ragazze e donne che tante volte subiscono in silenzio e soffrono, senza avere il coraggio di denunciare, paralizzate dalla paura.

Ho apprezzato molto la scuola dove prima insegnavo, la scuola media Carducci di Bari, che oggi, grazie ad alcune colleghe in gamba, ha fatto vivere agli studenti e alle studentesse una giornata da ricordare.

25 nov. 2016: scuola media Carducci di Bari

25 nov. 2016: scuola media Carducci di Bari

28 giugno: un anniversario

Davanzale della finestra della camera-studio, gerani rossi che guardo oggi come ogni mattina. Quel loro colore accende di gioia l’inizio della mia giornata, perché mi comunica l’amore e l’attenzione del mio compagno di vita, anche attraverso le sfumature verdi delle piante e il colore dei fiori, che non mancano mai in casa e fuori.

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani...

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani in fiore!

Oggi però, ma in realtà anche ieri e gli altri giorni ancora, penso anche a te mamma e al racconto di tanti e tanti anni fa, che mi divertiva un mondo, anche perché mentre ne parlavi avevi il viso allegro dell’adolescente che gode nel fare qualcosa di proibito.

Mi raccontavi un episodio della tua vita nel collegio di via Galliera a Bologna (il collegio, un destino comune per noi due…).

BOLOGNA

BOLOGNA

Eri una ragazza vivace, allegra e piena di vita! E in primavera prendevi di nascosto i petali rossi dei gerani (… ma c’era un giardino? Non te l’ho mai chiesto) e ti coloravi le labbra, insomma ti mettevi il rossetto, no?
Come dimenticare quella tua espressione birichina e adorabile!, mentre  ricordavi questo episodio di ragazzina “monella”? Monella naturalmente secondo le suore che, quando ti scoprivano, ti riprendevano severamente e tu le imitavi, ripetendo le loro reprimende: “Bice, tu finirai molto male, se continui così…” dicevano. E il viso sornione e divertito di papà, che commentava: “Peggio di così, con quattro figli… “ e ridevamo tutti insieme!

Quei petali rossi, che guardo ora con occhi dolci e sorridenti, mi ricordano il fatto che ti è sempre piaciuto mettere il rossetto, anche quando tanti anni più tardi sei stata afferrata nel gorgo oscuro e doloroso di una malattia che non perdona, ma che di tanto in tanto ti lasciava un po’ di tregua. Allora infatti, quando sembrava che “risorgessi”, curavi di più il tuo corpo dal punto di vista estetico, ti truccavi un po’ e ti mettevi un bel rossetto!

Ce l’hai infatti anche in una foto che ho qui sulla mia scrivania, ripresa sul ballatoio interno di casa nostra nella breve pausa che ti concedevi durante il lavoro casalingo, mentre tra le mani hai una sigaretta e sulle labbra un sorriso appena accennato con un po’ di rossetto chiaro.

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Vi guardo insieme oggi 28 giugno, cari papà e mamma, giorno in cui vi festeggiavamo (con il sole o con le nuvole, con la gioia e il dolore) per ricordare l’anniversario del vostro matrimonio.
Avete trascorso davvero una vita insieme (vi conoscevate sin da piccoli), con grandi momenti di gioia ma superando montagne di ostacoli, sopravvivendo a lunghe fasi di sofferenza fisica ed interiore, vi siete amati intensamente e ricordo commossa quei bacetti che tu, mamma, lanciavi con la mano – immobile su una poltrona – verso papà, che ti guardava cercando di sorriderti, nonostante il dolore immenso che a tratti lo sommergeva…

cuore (1)Buon anniversario a voi che non ci siete più da sei anni, con un pensiero costante anche a Gabriella, che è via da un anno: ogni mattina appena sveglia è lei il mio primo pensiero, quello che poi mi accompagna in tanti momenti delle mie giornate, non sempre facili.
Ma oggi voglio far prevalere la gioia del rosso di questi gerani, con l’amore e gli affetti di cui sono circondata e che mi fa sentire, come cantano dolcemente i Radiodervish, il “centro del mundo”!

Cara Gabriella, sei nei miei occhi…

Come tradurre il dolore enorme per la tua morte, Gabriella, sorella mia?
Sei nei miei occhi, sento le tue parole, vedo la tua immensa tristezza per essere stata colpita – anche tu come me – da un tumore che ti ha portata via in un baleno. Insieme alla tua voglia di vivere, di uscire e di girare per le strade guardando le vetrine, insieme alla tua consuetudine di entrare in libreria e parlare poi anche con me di libri e di poesia.

Con quanta curiosità guardavi le belle vetrine!

Con quanta curiosità guardavi le belle vetrine!

Ricordo il messaggio su WhatsApp in cui ti parlavo dell’ ultimo libro che mi hai regalato, La nostalgia felice, letto quasi tutto durante la chemio e che mi ha aiutata a riprendere a leggere (la malattia fa anche questi scherzi, ti fa mulinare la mente senza farti capire una parola di quelle righe scritte… e anche a te è successo!).

la-nostalgia-felice-amelie-nothomb

Sulla mia scrivania c’è ancora l’ultimo libro “Il giudizio del poeta – Immaginazione letteraria e vita civile”, prestato l’11 marzo scorso e da te sottolineato in più punti (ora riesco a leggere solo quelli), e forse solo ora capisco qual era il senso profondo del tuo amore per la letteratura.

Qui l’autrice, Martha C. Nussbaum, esplora l’idea di un’etica della letteratura fondata sul suo carattere di conoscenza tipicamente affettiva, empatica e identificativa: il lettore di un romanzo entra infatti nei panni dei diversi personaggi, ne condivide le esperienze e impara a conoscere dall’interno i loro sentimenti e le loro idee e questa sua abitudine ad immedesimarsi negli altri non può che aumentare la sua tolleranza e la sua comprensione nella vita quotidiana, rendendolo meno dogmatico e più democratico, com’eri tu.

libro Gabry

Presentando ogni personaggio nella sua individualità, il romanzo aiuta ad eliminare quegli stereotipi che spesso condizionano l’opinione diffusa, in cui di frequente una singola persona, con la sua storia e la sua specificità, viene ricondotta a una categoria generale (ad es. gli immigrati).
La letteratura, per la ricchezza e la specificità delle conoscenze umane che trasmette, si oppone di fatto a queste semplificazioni descrittive, che in genere preludono all’esclusione, all’emarginazione e alla violenza.
E’ di questo che si è nutrito il tuo spirito libero, non giudicante.

Cara Gabriella, ti rivedo con i tuoi libri (una selezione mai banale) e ripenso ai discorsi che facevamo quasi sempre in perfetta sintonia.
Tu sei stata un mix ben riuscito di profondità e leggerezza, di informalità ed eleganza, ironica e dolce, capace di regalare agli altri la migliore immagine di te, nascondendo ben bene ciò che ti angustiava.

Milano, 23 novembre 2013 Immersa nei tuoi cari libri...

Milano, 23 novembre 2013
Immersa nei tuoi cari libri…

Ti sei circondata di cose belle e ho nella mente il tuo occhio infallibile che mi scrutava con affetto e severità insieme, quando vedevi che mi lasciavo andare e mi vestivo sempre con la stessa ‘divisa’… Ora proverò a guardarmi con i tuoi occhi, che sapevano scovare una bella camicia o una sciarpetta carina anche in mezzo ad un mucchio di stracci.
Non hai avuto una vita facile, ciò nonostante sei stata la mia sorellina allegra, vivace e stimolante, amante della compagnia e ti ho perduta proprio quando – dopo anni di lontananza e di separazione – ci eravamo ritrovate!

Dicono tutti che sono una donna forte…

18 giugno 2016 – Questa riflessione la dedico (postuma…) a Gabriella, una sorella piena di vita (nella foto mi abbraccia), che scoprì nel mese di ottobre 2014 di avere – come me – un cancro al polmone, ma questa scoperta l’ha distrutta psicologicamente, prima che fisicamente. Non ha accettato, dopo tante difficili prove della sua vita, anche questo colpo basso!
In soli sette mesi, mi/ci ha lasciati ed io, che le sopravvivo, mi rileggo di tanto in tanto questo post, cercando di “essere forte”… e di contenere il dolore immenso della sua assenza, che mi assale continuamente.

cris e gabry
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Eh sì, dicono tutti che sono una donna forte, una roccia addirittura!

Se fosse vivo mio padre, sorriderebbe senz’altro di soddisfazione. Lui che ha voluto mandarmi a centinaia di chilometri da casa a soli 11 anni, lontana da tutto (casa, famiglia, abitudini, luogo natìo, compagne di scuola, clima meridionale, ecc.) per correggere la mia timidezza patologica e l’insicurezza che mi affliggeva persino quando venivano gli zii a trovarci…
Purtroppo il blasonato collegio milanese non si è rivelato l’ambiente più idoneo per migliorare questi aspetti del mio carattere, anzi! Mi sentivo sempre un moscerino, avevo paura di tutto e questo terribile senso di continua inadeguatezza che mi bloccava veniva scambiato per mitezza. Poi qualche altro anno in un altro collegio – questa volta più a sud – e infine l’università.

Ero finalmente libera?
Facile a dirsi, ma provate a pensare ad una ragazza che ha sempre frequentato istituti privati di suore: dalla scuola dell’infanzia (che allora si chiamava “asilo” alle elementari e poi dalle medie alle superiori in un collegio, giorno e notte…

Timidezza, insicurezza e senso di inadeguatezza sono diventati scomodi compagni di vita. Non mi sono mai abituata ai sudori freddi, al tremolìo delle mani, al cuore che salta in gola all’improvviso, al timore incomprensibile (una fobia?) che mi prende quando devo telefonare a qualcuno. Mi fermo qui per pudore, non posso mettere in piazza tutta me stessa, no?

Però se vado indietro nel tempo, devo riconoscere che ho incontrato tante persone (a cui sono veramente grata) che mi hanno dato una bella spinta in avanti: ho imparato a chiedere la parola e a parlare in pubblico (con apparente tranquillità), a presiedere un’assemblea, a coordinare gruppi di lavoro nel mio ambito professionale, a intervenire in un dibattito politico (in uno sindacale, mai!), riuscendo a contenere l’ansia che faceva di tutto per bloccarmi. Tanti tasselli che mi hanno reso via via un po’ più sicura, solo un po’ non tantissimo.

E allora, da dove viene la forza che gli altri, mia sorella compresa, mi riconoscono oggi?
Me lo sono chiesto anch’io, tante e tante volte. Non trovavo una risposta, finché non ho capito che la forza (almeno la mia) non sta da nessuna parte, non è un deposito a cui puoi attingere se e quando vuoi.

Nel mio caso particolare, la scoperta di avere il cancro ha frullato tutto ciò che ero con tutte le esperienze vissute, è come se avesse fatto piazza pulita della bambina, della ragazza, della donna che ero stata. Ho visto davanti a me (non subito, certamente) un bivio: una strada che mi portava ad abbandonarmi al destino cinico e baro, a lasciarmi andare alla rabbia e alla delusione, al disorientamento e allo sconforto, a farmi invadere e distruggere dal dolore immenso che questa scoperta ti provoca. L’altra strada (molto meno chiara) era
quella in cui potevo decidere che forse per me era la volta buona per affrontare la (nuova) vita, la malattia, le terapie, la paura della morte, senza la spinta di nessuno, ma accogliendo l’aiuto di tutti quelli che mi vogliono bene.

mano-nella-manoNon sono una donna forte, non lo sono mai stata ma sto provando ad esserlo e vedo che spesso mi riesce bene.

Sto scoprendo la mia forza interiore volta per volta, situazione per situazione, ma sto scoprendo anche che è un dono prezioso che mi fa chi mi vuol bene e trova un suo modo tutto personale per dimostrarmelo, anche da lontano.

Imparare a pretendere dalla realtà…

Leggo spesso le lettere che tanti inviano ai giornali, talvolta mi fermo su quelle parole e provo ad immaginare la vita di chi le scrive.
Questa che pubblico mi ha sicuramente colpito, ma mi piace molto di più il tono sommesso, discreto e coinvolto di Natalia Aspesi che le risponde con un incoraggiamento finale…

“Sono un’insegnante in pensione e il mio problema è il senso di inutilità e di vuoto. Non sposata e senza figli, non me ne lamento, visto che ero una perfezionista. “Chi troppo vuole nulla stringe” e una salute non perfetta sono state la causa della mia situazione attuale, compresa una famiglia di origine regolare ma problematica. Ho amato molto i miei genitori, mia sorella e mio fratello. I primi se lo meritavano, gli altri no! Hanno sempre e soltanto pensato a se stessi con atteggiamenti da vittime della vita.

Mi manca qualcuno a cui dire Buongiorno la mattina e Buonanotte la sera, qualcuno a cui raccontare di me e ascoltare di lei/lui. Le relazioni o sono troppo superficiali e deludenti, o non esistono. Faccio parte di associazioni culturali e vado a conferenze. Non faccio più volontariato per limitata autonomia di salute, ma l’ho fatto. Nella prospettiva di ancora vent’anni di vita, è il vuoto che mi spaventa. Come riempire questa mancanza di senso? E’ come se avessi sempre bisogni superiori a ciò che la realtà può darmi, e vivessi in apnea, come una pianta cui hanno tagliato le radici, non so dove abbeverarmi”.
Barbara – Brescia

La risposta di Natalia Aspesi
Il suo modo di raccontare il senso della solitudine è esemplare, nel senso che lei è riuscita a comunicarmi il vuoto in cui le sembra di vivere, a rendermi partecipe di questo suo vivere di cui non sente né il senso né lo scopo, né quei momenti di luce che ci illuminano quando parole e pensieri si intrecciano a quelli degli altri creando mutua comprensione, emozione, conforto, serenità.

Ho riflettuto sulla mia di solitudine, sul mio muovermi in una casa vuota, dove ogni oggetto nasceva dal desiderio e dal gusto e dal piacere di due persone, e adesso, soli anche loro, hanno perso ogni ragione di esserci, riconquistando la loro povertà di cose.
Però io non sono mai sola perché ho la grande fortuna di convivere con un lavoro che mi piace tanto, e soprattutto di sentirmi parte di una grande calda ragnatela di sentimenti, dubbi, dolori, felicità, attesa, delusioni, speranze, che tanta gente mi comunica scrivendo a questa rubrica. Anche la sua lettera, così bella e spietata, mi ha procurato commozione e vicinanza. Lei sa che non ho il potere di cambiare la sua vita, ma di ascoltarla sì, e capirla, e sentirla vicino.

Penso però che da quell’apnea bisogna uscire superando anche una forma di depressione e riacquistando la capacità di pretendere dalla realtà ciò che richiedono i suoi bisogni.

Il Venerdì di Repubblica, n. 1343

cuore

Dedicato ad Anna!

Che bella domenica ho trascorso ieri a Foggia! Voglio lasciarne traccia perchè ho riassaporato un calore familiare che mi ha fatto fare un balzo all’indietro, al tempo in cui ero una ragazzina che amava gironzolare in cucina, mentre mia madre era tutta intenta a preparare qualcosa di buono.

Più il tempo passa e più mi scopro sensibile alla dolcezza e alla passione di chi dedica una parte del proprio tempo per prepararti dei piatti antichi e gustosi, i sapori tipici del nostro territorio come le cicorielle selvatiche, deliziose se ammorbidite col purè di fave, o i troccoli foggiani conditi con il sugo delle seppie ripiene, un piatto che mio padre accoglieva sempre con un sorriso largo di pura beatitudine.

Cicorielle selvatiche

Cicorielle selvatiche

Ieri osservavo Anna, che dalla cucina portava in tavola questi cibi genuini e leggevo nei suoi movimenti e nello sguardo un’attenzione a tutti i particolari (la tavola apparecchiata sembrava un’armonia…), ci scrutava per scoprire il grado di gradimento di ciò che aveva preparato ed io mi sono accorta di non saper dire un granché, di fronte all’atmosfera che si era creata, al gusto unico di piatti sapientemente preparati, al piacere di essere tutti lì insieme, in famiglia, a condividere lo stesso cibo senza pensare a nulla.

Io, se devo essere sincera, guardando Anna rivedevo mia madre da giovane e mi sentivo così intimamente commossa da non riuscire a trovare le parole per dirglielo…  Dedico questo post a lei, che possiede questa antica sapienza culinaria!

2 novembre: il bisogno di ricordare i defunti

Stoccolma-estate-2011Pensando intensamente ai miei genitori, alla loro vita prima di me e dopo la mia nascita, alle tappe della loro esistenza, alle gioie e ai viaggi che hanno vissuto insieme, ai grandi dolori che non li hanno risparmiati.
Pensando anche alla dolce presenza, discreta e affettuosa, della mia nonna materna, che ha vissuto i suoi ultimi anni di vita con la mia famiglia.

“… ricordando chi non c’è più noi veniamo a patti con la presenza dell’invisibile”.
Emanuele Trevi, Corriere della Sera, sabato 2 novembre 2013

Amour, un film imperdibile

Un grigio pomeriggio di pioggia a Roma. Il desiderio di andare al cinema ed eccomi a vedere “Amour”. Un film imperdibile, secondo me. L’ho seguito momento per momento, scena dopo scena, vivendo la vita e il dramma di una coppia ormai molto avanti negli anni.
Avevo bisogno di vedere un film come questo, tenero e “straziante”, avevo bisogno di osservare la vita di due vecchi dopo aver vissuto, totalmente coinvolta, lo scorrere del tempo e le ingiurie degli anni nella vita insieme dei miei genitori, soprattutto di mia madre.
Mi sono commossa spesso, a tratti avevo paura di ciò che vedevo sullo schermo, senza filtro e senza censura, ma è stato anche bello vedere l’amore vero, fatto di gesti quotidiani, tra disperazione e speranza.

Mi ha colpito lo scorrere quieto della vicenda di Anne e Georges, insegnanti di musica in pensione (interpretati da due splendidi vecchi protagonisti come Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva).
Un ictus colpisce Anne sconvolgendo quel tranquillo tran tran fatto di amore e devozione, di storie raccontate per la prima volta, di tanti momenti vissuti insieme. Sconvolge lei che dopo il ricovero in ospedale torna a casa paralizzata e sconvolge lui che l’ama e che decide di assumersi personalmente il peso della difficile assistenza.  Su richiesta di Anne, le promette che non la porterà mai più in ospedale.
Haneke, il regista, ci fa vivere questa tragedia familiare attraverso sguardi e parole, lunghi silenzi e tempi colmi di tensione altissima ma lenti, come sono i tempi dei vecchi, quasi al rallentatore. Ci mostra la loro casa borghese, i paesaggi dei loro quadri, il pianoforte a coda, i libri e gli spartiti musicali, l’angolo luminoso della cucina dove mangiavano insieme fino al giorno in cui tutto questo si spezza.

Mentre scorrevano le scene impietose e non edulcorate di questo film feroce e coraggioso, riandavo alle parole di mio padre sulla vecchiaia, “una brutta bestia”, che agisce giorno dopo giorno con effetti a volte devastanti (ora ho negli occhi mia madre ferma ed immobile in poltrona, con lo sguardo fisso nel vuoto). L’amore dolce e tenero dei due vecchi ottuagenari viene messo a dura prova dalla rabbia, la disperazione e il senso di ribellione che ti prende quando vedi il corpo di Anne umiliato ogni giorno.

Il film ci dice senza mezzi termini che non abbiamo il controllo del nostro corpo, della nostra vita, ci racconta il dolore di Georges che vive e vede deperire la sua Anne, ammalandosi anche lui, preda di incubi e ossessioni.
Appena uscita dal cinema, non sono riuscita ad articolare parola, ho camminato in silenzio per le strade di Roma tra chiasso e rumori, avvolta in una nebbia di silenzio.