Archivi tag: bellezza

“Come un respiro interrotto”

Ci sono periodi della vita in cui un buon  libro ha il potere di staccarti da un corpo sofferente e di farti vivere momenti di benessere. E di questo sei grata a chi l’ha scritto!

“Come un respiro interrotto” è uno di questi libri, che mi ha colpito immediatamente non solo per il titolo poetico, ma anche perché non è il primo romanzo che leggo di Fabio Stassi, un autore che mi ha catturato con la qualità della sua scrittura, con lo stile delle parole e delle metafore mai banali, con  il suo modo di di scolpire i personaggi e di raccontare la vita, la gioia e il dolore, la solitudine e l’amicizia, il passato e il presente che si mescolano continuamente.

 

Raccontare la trama non aiuta a cogliere il valore di questo libro incantevole; a me poi è bastato iniziare a leggere l’incipit, come mi è già successo con un altro romanzo dello stesso autore, per essere immediatamente presa:
“Chi ti aveva sentita cantare diceva che davi a tutti la stessa sensazione: di mettere un piede nel vuoto. Una nota eri terra, e quella dopo spaesamento”.
Si parla di Sole, Soledad, un’artista, una bambina silenziosa, una ragazza che fa emozionare ed innamorare chiunque la incontri, una donna che ha molto vissuto e agli occhi del mondo una cantante, dalla voce magnifica.

La storia inizia negli anni Settanta e procede nel tempo attraverso i decenni, in un percorso che dura una vita e ruota intorno a lei e alla sua famiglia di migranti, tre nonni, due zii, un fratello e i genitori, ognuno con origini diverse, che si ritrovano casualmente prima a Palermo e poi tutti insieme in un quartiere di Roma, in una casa simile a “un alveare pieno di lingue”, “…un sanguemisto di parole che venivano da luoghi immaginari, Montevideo, Cartagine, l’Albania, si mischiava all’inglese storpio degli emigranti, allo spagnolo dei tanghi di Carlos Gardel, alla melodiosa inflessione portoghese. Un’Amazzonia misteriosa di suoni e nomi”.

Con lei viviamo la storia di Matteo, un ragazzo di grande talento musicale, il contrabbassista e l’amico più caro di Sole, dotato del dono raro di possedere l’orecchio assoluto. Il romanzo si apre con la sua immagine, quella di un ragazzo che insoddisfatto, stanco e deluso dal mondo che “ha troppe stonature” sta meditando il suicidio, dopo aver suonato un ultimo pezzo con suo fratello; ma sarà proprio mentre suona con il suo contrabbasso “la rivolta dei suoi vent’anni” che Sole inizia a cantare e con la sua voce unica e incredibile gli salva la vita.

La storia attraversa gli anni della lotta politica, quella di un movimento che ha infiammato e travolto un’intera generazione, i compagni e gli amici coetanei di Sole, dal periodo degli attacchi terroristici seguiti dagli anni delle comunità, quelle in cui è bandita ogni droga, anche leggera, dove Sole va a cantare accompagnata sempre da Matteo e dal suo inseparabile contrabbasso.
Ma anche questa esperienza s’interrompe, quando Sole deve occuparsi dei suoi genitori gravemente ammalati e Matteo è ormai lontano, anche se la passione per la musica li unisce al di là dello spazio e del tempo che passa.
Sono pagine tenere e poetiche, piene di amore.

Il romanzo narra quasi come un diario la storia semplice di due ragazzi, ma anche quella di un’intera generazione che per un momento ha la convinzione di poter fare qualsiasi cosa, anche quella di riuscire a cambiare il mondo con il proprio talento, la rabbia e la passione: Sole ormai donna canta anno dopo anno, accompagna e interpreta i cambiamenti sociali, quella della sua vita e quella dei tanti che ormai hanno smesso da tempo di far sentire la propria voce.

Mi sono letteralmente innamorata della prosa e del linguaggio di questo scrittore di origini arbëreshë della Sicilia, che vive a Viterbo e lavora a Roma e scrive le sue opere viaggiando in treno fra Viterbo, Orte e Roma. Mi piace il suo modo di farti entrare nelle storie che racconta, di come riesce a farti amare e sentire veri, vivi e vicini i suoi personaggi, che vorresti continuare a seguire anche quando sei purtroppo arrivata all’ultima pagina e trattieni il libro tra le mani perché non vorresti lasciarlo. Infatti ripercorro le pagine, dall’ultima alla prima, rileggendo qui e là, dove ho sottolineato o evidenziato i frammenti che mi hanno colpito, soprattutto per la cura e l’uso sapiente delle parole.

Le parole che secondo Fabio Stassi “sono la cosa più importante che abbiamo. Le parole ci salvano, come sostiene Eugenio Borgna che ha dedicato a questo tema dei libri molto belli. Ma le parole si ammalano anche: prendercene cura è il nostro compito.
(Esse) … vanno alla ricerca di un senso, di coincidenze.
Sono come le farfalle, con il loro impasto di fragilità, bellezza e solitudine. Se al linguaggio togliamo questa tensione verso il significato, consacrati alla divinità della comunicazione, come siamo, ho paura che finiremo per perdere quello che mi piace chiamare lo sguardo simbolico. Se si perde questo sguardo, cioè lo sguardo dei poeti, non sapremo più leggere il mondo e di conseguenza tutto quello che ci capita. E questo è pericoloso, perché così si lascia ad altri l’opportunità di attribuire i significati dei segni e di semplificare”.

Annunci

Momenti di non trascurabile felicità

Finalmente! È difficile oggi riuscire ad esprimere la gioia e la commozione che mi prende nel momento in cui mi accorgo di sentirmi un po’ meglio, dopo mesi e mesi di astenia profonda, di difficoltà di ogni genere e soprattutto di noiose giornate tutte uguali in casa, ferma su una poltrona, cercando di schivare pensieri negativi e talvolta catastrofici.

Il diagramma comincia a salire verso l’alto, sento ritornare un po’ di energia fisica e anche l’umore cambia e si adegua.

Oggi, finalmente immersa nel verde, godo della luce, dell’aria primaverile e del silenzio che mi avvolge.

Osservo con uno stupore nuovo il verde tenero delle foglie e l’intensità del colore di alcuni fiori, la roverella che è diventata altissima, l’imponente arbusto della canfora con i suoi rami che scendono leggeri, il melograno con le prime gemme rosa e il bellissimo colore rosso-violaceo del prunus, che contrasta con il verde e l’azzurro del cielo di oggi!

Tra i mattoncini della siepe sbuca con forza la pianta del cappero che ogni estate ci rallegra con la sua fioritura.

A momenti mi gira la testa, mi sento come se stessi su una giostra che gira e mi lascio andare finalmente al piacere di essere all’aperto.
Non m’importa il fatto che non posso espormi al sole, sto benissimo anche all’ombra. L’importante ora per me è che la terapia in corso sia efficace (come sembra) in modo da riprendere al più presto quella più importante contro la neoplasia.

Riesco a dire che mi sento felice! Almeno ora…

Per distrarre la mente

Quando mi accorgo che la mente diventa pericolosamente irrequieta, i pensieri iniziano ad affollarsi e si accavallano disordinati e invadenti, mi fermo e cerco una via di uscita. Provo ad aprire il libro che sto leggendo ma spesso le frasi, le parole e i personaggi rimangono lì sulla carta; forse ascoltare un po’ di musica mi farebbe bene, ma rimango ferma quasi catatonica ad aspettare. Non so nemmeno io cosa.

Ciò che sto pensando non mi piace, mi fa male e penso a come liberarmene. Allora, decido (saggiamente) di aprire un album da colorare, lo sfoglio alla ricerca del disegno che mi attrae maggiormente, guardo i pastelli, uno ad uno, ne scelgo qualcuno e inizio a riempire quegli spazi bianchi con un’attenzione e una precisione da certosina.

Vado avanti così, faccio trascorrere lentamente il tempo e intanto i colori mi attraggono, mi aiutano a non pensare, mi concentro sul lavoro con un impegno degno di miglior causa.

Intanto però mi accorgo che sono riuscita a distrarre il cervello, questo organo potente che vuole fare di testa sua, cavalcando praterie spesso piene di ostacoli e di difficoltà. Mi sento più tranquilla ora, guardo i colori, provo a sfumarli e lentamente la nebbia interiore si è un po’ diradata. Anche quei pensieri aggrovigliati come in una rete che mi ingabbiava si sono sciolti.
Colorare mi fa bene e quando serve è una terapia che funziona.
Con ottimi effetti collaterali!

25aprile2019 – Resistere alla “moda del disincanto”

Noi
abbiamo l’allegria delle nostre allegrie
e abbiamo pure
l’allegria dei nostri dolori.

Perché non ci interessa la vita indolore

che la civiltà del consumo
vende nei supermercati.

E siamo orgogliosi

del prezzo di tanto dolore
che per tanto amore abbiamo pagato.

Noi

abbiamo l’allegria dei nostri errori
dei ruzzoloni che provano la passione
dell’andare e l’amore verso il cammino.

Abbiamo l’allegria delle nostre sconfitte

perché la lotta
per la giustizia e la bellezza
vale la pena persino quando si perde.

E abbiamo sopra tutte le cose

l’allegria delle nostre speranze
mentre impazza la moda del disincanto
ora che il disincanto è diventato
un articolo di consumo massivo e universale.
Noi.

Eduardo Galeano (1940 – 2015)

Mentre nell’arena politica impazzano dichiarazioni ad uso e consumo dei fans, io oggi voglio – come ogni anno – stare un po’ in compagnia del ricordo di mio padre, che ha fatto parte di quella schiera di IMI (Internati Militari Italiani) che non ha aderito, nonostante le continue lusinghe, alla Repubblica Sociale di Salò, sopportando insieme ad altri ufficiali i morsi della fame, il freddo gelido dei campi tedeschi di internamento, le pesanti fatiche quotidiane, la privazione della sua libertà, rischiando la vita in nome di un giuramento fatto all’Italia (sono parole sue).

Sembra incredibile, l’ho scritto tempo fa in un breve post  https://maricri48.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=622&action=edit
in cui racconto qualche frammento della sua esperienza, che tanti uomini, educati fin da bambini dal fascismo, abbiano avuto la forza di accettare una prigionia durissima piuttosto che capitolare davanti al collasso della nazione, provare a resistere piuttosto che tradire la divisa e il giuramento al re (e non a Mussolini).

“Siamo soli, scrive il capitano medico Guglielmo Dothel, non combattiamo più per nessuno ma solo per noi stessi in nome della nostra coscienza, del nostro onore, della nostra dignità di uomini”.

Ciao papà, che bella e grande eredità che mi hai lasciato!

Back in time… passeggiata solitaria, immersa nella campagna pugliese

Soltanto un anno fa!
Era il giorno di Pasquetta, il 2 aprile 2018, ed io dopo il pranzo con i miei familiari, rigorosamente all’aperto, decisi di fare una passeggiata sola soletta nella campagna di Monopoli, una deliziosa cittadina sul mare in provincia di Bari.

Oggi, rivedendo alcune mie fotografie di quella bellissima giornata, ho pensato di pubblicare in questo spazio (consacrato soprattutto alle parole…) anche qualche scatto di quei momenti ricchi di bellezza e di emozioni.
Ricordo che mi fermavo a guardare il paesaggio nel suo complesso, ma mi fermavo anche ad osservare le rugosità dei tronchi di ulivo, le piantine spontanee, i primi papaveri, le bianche abitazioni rurali e soprattutto gustavo il silenzio vivo della campagna, i movimenti sotterranei di animaletti quasi invisibili tra le pietre dei muretti a secco.

Camminavo e sentivo il profumo dell’aria libera da smog, il fruscio della brezza pomeridiana e mi piaceva il fatto di essere da sola, tra alberi, fiori, l’azzurro del cielo e le mille sfumature di verde. Ciò che più mi incantava però era la luce di quel tranquillo pomeriggio primaverile!

Di tanto in tanto, arrivavano le voci attutite dalla distanza di persone che come me stavano trascorrendo la pasquetta in campagna, voci allegre, anche un po’ di musica. Voci che si integravano perfettamente in quel paesaggio.

Amo profondamente la campagna pugliese, i suoi ulivi, i muretti a secco che dividono i campi

Quest’anno la difficoltà di poter camminare in totale autonomia  mi impedirà certamente  di ripetere questa esperienza, ma rivedere queste immagini mi fa bene, riprovare quelle emozioni è salutare per me, non voglio che i bei momenti trascorsi finiscano nel dimenticatoio


Una delle abitazioni rurali sparse per le contrade della campagna di Monopoli. Qui siamo in Contrada Lamafico.

Un’edicola votiva.

“Forse la notte è vita…”

“Della notte so poco ma di me la notte sembra sapere di più ancora, mi assiste come se mi amasse, mi ammanta di stelle la coscienza. Forse la notte è la vita e il sole la morte”.

Foto tratta dal sito web teatroecritica.net

Oggi queste parole, tratte dallo spettacolo teatrale Dopo la battaglia di Pippo Delbono, mi sono tornate in mente all’improvviso, appena ho letto la notizia della morte di Bobò, l’attore (nella foto) sordomuto e analfabeta, una figura piccola e minuta, ma potente, che non dimenticherò mai.
Lo rivedo in una delle scene di quello spettacolo, che ora mi sembra attualissima.
Allora eravamo nel febbraio 2013: Bobò avanzava lento, vestito di bianco e sventolava il tricolore, era l’immagine dell’Italia di allora, ferita e irriconoscibile nella sua identità, un’Italia che camminava a fatica, dondolando passo dopo passo, con lo sguardo fisso verso il basso.

Foto tratta da Franzmagazine

Insieme a Bobò, mi torna in mente tutto lo spettacolo, fin dalla scena iniziale, grigia e plumbea, con porte che si chiudevano sbattendo violentemente, un luogo che rimandava ad una prigione o a un manicomio, dove regnano isolamento e solitudine: fui come trafitta da alcuni ricordi personali e familiari, improvvisamente vivi e nuovamente dolorosi, con quelle voci forti e disperate di chi prova a scappare e poi torna, urla e piange, voci di donne e uomini che sembravano perdersi per poi ritrovarsi, cercando le parole per comunicare tra loro le emozioni, con il corpo, con i suoni e con la danza.

La foto è tratta dal sito web “Il Cittadino Online”

Senza opporre alcuna resistenza, quella sera mi misi in viaggio lungo una strada che Pippo Delbono conosceva bene per esperienza personale, non ero più soltanto una spettatrice ma vivevo la sequenza dei quadri, provando emozioni fortissime. Corpo e mente totalmente coinvolti da ciò che accadeva sul palcoscenico: ricordo ancora oggi che ci fu un momento in cui provai il bisogno prepotente di unirmi alla danza delle tre donne in rosso che con Pippo Delbono si muovevano sulla scena sempre più velocemente, talvolta in modo parossistico e scomposto, mentre la musica si faceva via via sempre più forte. E davanti a un mare in tempesta rivedo la figura di Delbono che con le braccia verso l’alto urlava “stiamo naufragando”…

Pippo e Bobò
Foto di Karine de Villers e Mario Brenta

Anche oggi siamo alle prese con dolorosi naufragi, quelli di centinaia di persone in fuga dall’orrore e quello delle nostre idee di umana solidarietà.
In quello spettacolo Delbono raccontò la storia del suo incontro nel manicomio di Aversa con Vincenzo Cannavacciuolo, in arte Bobò, l’uomo senza voce, condannato al silenzio, che tuttavia riusciva sulla scena a comunicare con tutto il suo corpo e con le espressioni stralunate del suo viso, un piccolo grande uomo, che avanzava barcollando, incerto ma ipnotico, bellissimo e poetico, nella sua drammaticità. Era in ogni spettacolo l’alter ego di questo grande drammaturgo, fuori dagli schemi.
La sua morte improvvisa mi ha riportato indietro di sei anni, ma oggi capisco molto di più il senso delle parole citate in apertura: “Forse la notte è vita…”

Il tempo lento di una vacanza e le scoperte della “contemplazione”

A volte aiuta far emergere la rabbia e la delusione.
Non potendo godere dello splendido mare, che è a due passi da me, ho iniziato a guardarmi intorno e a osservare tutto, prima l’ambiente poi anche le persone, mi sono fermata su molti particolari e pian piano mi sono resa conto che mi trovo comunque circondata da tanta bellezza: guardare il cielo che cambia colore e sfumature col passare delle ore, le nuvole in viaggio che sembrano di panna e argento, costeggiare uno stagno dove placidamente una colonia di fenicotteri si fa contemplare e mentre li guardi, due spiccano il volo e tu rimani lì in silenzio, per non turbare la pace e la tranquillità di tutta la riserva marina. Sto godendo nel rispettare certi silenzi, le lunghe pause obbligate e aspettare il momento giusto anche per condividere pensieri e opinioni con chi mi sta vicino, mentre leggo le cronache dei giornali di questi giorni estivi, pieni di politica come non mai…

Anche osservare le persone è un ottimo passatempo: la loro diversità, la varietà dell’abbigliamento, il loro modo di parlare tra loro e con gli altri, vedere ridere e divertirsi con i loro bambini i papà e le mamme che ballano o giocano in piscina, genitori giovani molto diversi dai miei: ricordo che al mare era sempre mia madre che ci teneva d’occhio costantemente, mentre mio padre rimaneva seduto all’ombra a leggere.

Guardo il dépliant dell’albergo e non posso fare a meno di sorridere (un po’ amaramente): sì, perché dice “Il vostro passaporto per il sole”, proprio il sole da cui mi sto difendendo e che illumina tutto il mondo circostante, il verde intenso e compatto dei prati, i fiori e i rami degli alberi, il bordo della collinetta in fondo su cui spicca una piccola torre saracena e che al tramonto sembra quasi esplodere di luce che vira dal rosa carico al rosso, mentre si sentono nell’aria i pappagallini che volando si scambiano messaggi.

E poi naturalmente c’è il tempo trascorso a fare una colazione lenta, non devo andare in spiaggia…, a stare fermi che non è pigrizia ma imparare che il tempo trascorre positivamente anche in tanti modi non previsti, in compagnia di se stessi, non separata ma in connessione con il mondo. Un mondo che guardi con quel giusto distacco, che ti regala maggiore lucidità e chiarezza di pensiero.

Dedicato a Gabriella e al suo mondo…

Cara Gabriella, torna per il terzo anno il 2 giugno, tre anni che non ci sei più.
Se ci penso bene però, non è esatto dire che non ci sei, sei presente ogni giorno nella mia (e nella nostra) vita.
Credimi, ci sei ogni volta che mi capita tra le mani o se devo scegliere un libro di poesia, tu avevi una sensibilità particolare per il mondo dei poeti e delle donne-poeta.
Ti penso quando vedo il colore dei tulipani che amavi e poi ci sono gli oggetti che mi fanno compagnia, quelli che tu hai scelto e mi hai regalato, ci sei nei tuoi libri che parlano della tua curiosità e voglia di esplorare campi talvolta misconosciuti.

Su suggerimento di un’amica blogger (che non conosco di persona) ho viaggiato tra i tuoi libri, non so dirti cosa provavo, li ho guardati quasi tutti, ho letto non solo i titoli ma prendendone alcuni in particolare mi sono fermata su ciò che hai sottolineato. Mi sono soffermata molto sulle poesie che amavi e alcuni mi riprometto di riprenderli per leggerli e gustarli con calma in tua compagnia, mi piacerebbe infatti avere tutto il tempo per prenderli uno ad uno e leggerli con te accanto che magari sorridi…

Ci sono tra questi alcuni titoli che dopo la tua uscita di scena da questa vita acquistano un significato simbolico per me che sono rimasta qui, alludo a “Buio” di Paolo Mauri per esempio (“Ma lo sai che nei grandi spazi interstellari la luce viaggia nel buio?”) o a “Quello che ho amato”, “La vita vera” e poi quei volumetti di Sellerio i cui titoli esprimono bene il tuo interesse per il mondo dei libri, la collana di poesia inconfondibile nelle sue bianche copertine, e quella bellissima “Lettera ai disperati sulla primavera” del poeta Giuseppe Conte, sottolineato in tanti punti, da cui ho tratto solo qualche breve frammento che voglio inserire in questo post.

Oggi ti scrivo come se potessi leggermi, ma anche per dedicarti più tempo del solito; sapessi quante cose da dirti mi ha provocato questo strano “viaggio” attraverso i tuoi libri…

Ci hai lasciati  proprio in primavera, nella stagione che precede l’estate, a cui già guardavi con speranza, con la tua voglia di uscire all’aperto, dopo un autunno e un inverno difficilissimi, che sembravano non finire mai.

“La primavera… il sentiero per indicarci un futuro da inventare”.

“Le primavere – scrive ancora Conte – non le ho alle spalle, sono in me, sostanza della mia fiducia in tutto ciò che vive”: ci sei tu in queste parole che ci tengo a pubblicare, perché vedere le tue sottolineature e rileggerle mi commuove ogni volta!

Gabriella cara, ti sbagliavi quando dicevi (e ne eri anche convinta… o forse no?!?) che ci saremmo dimenticati presto di te! E invece ogni mattina al risveglio vieni a darmi il “buongiorno”, poi mi auguri una buona giornata dalla foto del soggiorno in cui agiti la mano in un saluto (che stretta al cuore ogni volta che la guardo), ci passo davanti ogni mattina per andare dalla camera da letto in cucina per la colazione e poi ancora mi capita spesso di vederti mentre mi guardi: è successo proprio qualche giorno fa, durante il cambio di stagione, mentre davanti allo specchio mi guardavo, mentre provavo e sceglievo cosa mi stava ancora bene e cosa invece mettere da parte. Guardavo me e vedevo te… risentendo certi tuoi commenti ironici sui vestiti ormai di parecchi anni prima che m’invecchiavano. Allora senza pensarci su li ho regalati.

Non morirai mai Gabriella cara, anche se non il vederti più tra noi è una sofferenza che non riesce ancora ad ammorbidirsi, mi manchi tu, mi manca tutto di te, il positivo e il negativo; era bello vederti scherzare, così com’era doloroso vederti soffrire per i colpi che la vita non ti ha risparmiato.

Ora mi accontento di guardare ciò che mi parla di te, di ricordare il tuo amore per la bellezza, come questi tre piccoli oggetti di cui ricordo i momenti in cui li hai scelti per regalarmeli, senza un motivo qualsiasi. Solo per il gusto di vedermi sorridere, forse!
Ma mi piace pubblicare anche le copertine del bel libro di Tadini, che ti piaceva tantissimo e di cui abbiamo parlato a proposito dell’arte e della sua influenza benefica su di noi. Ciao Gabry, a domattina, buonanotte!

 

Qual è il (vero) colore dei giorni?

Seduta al solito tavolo, sempre zeppo di giornali non letti e di libri iniziati, guardava il colore allegro di quel fiore reciso che le era stato offerto al mattino: le sembrava che fosse l’unica cosa che aveva avuto una vita in precedenza.
Sì, perché lei non si sentiva “viva” ormai da parecchi giorni, le sembrava di alzarsi al mattino già gravata di un enorme peso sulla testa, come se tutto il dolore del mondo si concentrasse su di lei. Provava ad indossare la sua maschera migliore, ma durava poco, lei non faceva parte di quella compagnia di persone capaci di bleffare; infatti arrivava presto la fatidica domanda: “Cosa c’è, non stai bene?”. Certe mattine non sapeva più cosa rispondere, anche perché non aveva voglia di ripetere il solito stanco ritornello, ma non le andava neanche di vedere l’espressione sconsolata di chi glielo chiedeva, affettuosamente…

Album Moleskine per acquerelli

Aveva provato ad aprire il nuovo album per acquerelli della Moleskine, aveva anche dipinto alcune pagine e ora guardandole si meravigliava lei stessa dei colori dei dipinti: da quali profondità interiori sbucavano se lei si sentiva tutta grigia?

Colori caldi, morbidi, luminosi, quelli che lei amava di più. Li guardava come fossero il prodotto di un’altra persona.
In realtà lei sapeva bene da tempo che quando aveva un pennello in mano, scompariva il grigio delle ansie e delle paure, era come se si vestisse di allegria rubando al giorno la sua luce e tutti i suoi colori.

Si era trascritta anche la frase di un autore francese scoperto da poco, Christian Bobin, trovata casualmente in uno dei suoi piccoli libri:
“È nostro compito – quando tutto ci viene a mancare e tutto s’allontana – dare alla nostra vita la pazienza di un’opera d’arte…”. Era stata colpita soprattutto dal termine “pazienza” e forse lo stava mettendo in pratica, quasi inconsciamente, per stare un po’ meglio. Solo così poteva spiegarsi la serenità di quei piccoli dipinti, realizzati nei momenti più bui e inquieti, quel senso di pace che forse era più un desiderio che una condizione.

In realtà, ripetendo l’inventario di tutto ciò che affollava quel tavolo, insieme al fiore, ai libri e ai giornali, c’erano anche un cordless e il suo cellulare, dei fogli sparsi, un’alzatina deliziosa – che ogni volta le ricordava sua nonna e sua madre – e soprattutto c’era un bel mazzo di fiorellini rosa.

 Non poteva ( e non voleva!) restare indifferente di fronte a quel pensiero dolce, a quella silenziosa ma concreta dichiarazione d’amore che riusciva a colorare suo malgrado il “paesaggio interiore”, quello che emergeva dai dipinti. Guardava quei fiorellini e si sentiva invasa da una serenità nuova, da un senso di tranquillità, che non aveva provato subito quando le era stato donato.

Si accorse di fronte a quei fiori rosa che stava cambiando repentinamente umore, come le capitava quando ascoltava certe canzoni: passava dalla malinconia alla gioia, dal senso di pienezza al vuoto improvviso, vestiva panni diversi e cambiava stato d’animo di volta in volta a seconda delle parole e della musica:
“Si muore un po’ per poter vivere…” cantava anni fa Caterina Caselli e con i Negramaro di oggi  “… resto qui sul filo di un rasoio ad asciugar parole che oggi ho steso…”.

Il saluto di Elena con “parole-balsamo”…

Penso di essere stata molto fortunata ad avere la possibilità di partecipare ad un percorso di musicoterapia di gruppo, all’interno dell’Istituto Tumori presso il quale sto seguendo una terapia farmacologica. Infatti non si tratta soltanto di mettersi a suonare insieme strumenti nuovi o mai visti prima, c’è anche questo naturalmente ed è la parte più sperimentale e simpatica, a tratti ludica, del percorso, attentamente studiato e programmato in tandem da Fulvia, la musicoterapeuta e da Claudia, la psicologa, insieme con Sonia e Teresa, due giovanissime tirocinanti.

Onde sonore che diffondono pillole di luce

Suonare insieme cercando di armonizzare i suoni e i rumori e poi fare silenzio… e nel silenzio immaginare e a volte dipingere, suonare ancora con strumenti diversi significa iniziare ogni volta un viaggio interiore alla scoperta delle nostre risorse insospettate.
Nel cerchio che formano le nostre persone avviene contemporaneamente un dialogo tra il nostro mondo interno e quello esterno e uno scambio circolare e continuo, un flusso di emozioni e di sentimenti forti e condivisi (allegria e malinconia, nostalgia e speranza, gioia e dolore, tristezza e rabbia, serenità e paura, felicità e voglia di vivere), non vissuti separatamente ma come un unicum che abita nella nostra realtà psichica, stimolata a creare immagini e idee nuove, stati d’animo che ci permettono di far emergere persino (come mi è capitato recentemente) il lato estetico del dolore o della rabbia. Può sembrare strano, ma se invece di negarli o rimuoverli, li esprimiamo con la voce, con la musica o attraverso un dipinto, anche il dolore o la rabbia per esserci ammalati assumono un aspetto che ci aiuta ad accettarli, imparando a conviverci.

 

Durante ogni incontro di musicoterapia di gruppo, scendiamo nelle profondità di noi stessi e viviamo momenti di verità, di contrasti e di armonie, cerchiamo di raggiungere una sintonia che piano piano ci libera il corpo e la mente. Scrivo tutto questo, perché le parole-balsamo (come mi piace definirle) di Elena, che non potrà continuare a partecipare al percorso comune, hanno un senso che va oltre le parole stesse e fanno capire che tipo di conoscenza e di amicizia possono nascere tra chi vi partecipa.


Ecco il suo saluto a noi tutte, “Donne Amiche…”
(eh, sì, siamo tutte donne…)

“Oggi, dopo tantissime assenze, sono stata all’incontro di musicoterapia, avrei voluto incontrarvi tutte […] ma per impedimenti diversi di tante di noi, non è stato possibile.
Avrei voluto incontrarvi per abbracciarvi e portarmi a casa il “profumo” di ognuna di voi e la musica di ognuna di voi, dato che da oggi non farò più parte (ufficialmente) di questo meraviglioso cammino. Il lavoro non mi ha consentito e certamente non mi consentirà di essere lì, ma vi ringrazio tutte, e anche se il mio percorso quest’anno è stato davvero molto breve, da ciascuna di voi porterò con me un dono.

La fantasia travolgente di Enza, la mia sorellina e il mio carica-batterie, la “sapienza” e la dolcezza materna di Cristina, lo sguardo sereno e rassicurante di Rosa, la saggezza, concreta ma delicata di Rina, l’allegria scoppiettante di Kella, che stringo in un abbraccio fortissimo, la “generosa” presenza di Maddalena, la  luminosa partecipazione di Antonietta con la quale, da subito, nonostante le pochissime occasioni d’incontro, ho avvertito una gran sintonia, e sono contenta d’aver letto che è in “risalita”, la confortante pacatezza di Maria, la “colorata” vivacità di Marcella, il sorriso smagliante di nonna Giuseppina che in pochi giorni e per quell’inspiegabile sincronicità degli eventi, ha attraversato dolore e gioia accompagnando al passaggio e accogliendo alla vita, e poi Fulvia, Claudia, Sonia e Teresa le nostre guide, braccia sempre aperte, ad accogliere e coccolare, orecchie in ascolto dei nostri dolori e delle nostre debolezze espresse e non, cuori allegri per trasformare ogni nostro incontro in occasioni di festa, anime “generose” nel senso più ampio e completo del termine…

Grata sempre a ciascuna di voi! In attesa di rincontrarvi presto e se ancora avete voglia di trattenervi, vi dedico le parole attribuite a Charlie Chaplin, me le ripeto spesso sperando presto di cominciare ad amarmi davvero“-

  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama… Autostima.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità. Oggi so che questo si chiama… Autenticità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama… Maturità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io.
    Oggi so che questo si chiama… Rispetto.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso, all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma oggi so che questo è… Amore di sé.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama… Semplicità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama… Umiltà.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo.
    È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo… Pienezza.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, mi sono reso conto che il mio Pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho imparato a farlo dialogare con il mio cuore, l’intelletto è diventato il mio migliore alleato.
    Oggi so che questo si chiama… Saper vivere!