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Qual è il (vero) colore dei giorni?

Seduta al solito tavolo, sempre zeppo di giornali non letti e di libri iniziati, guardava il colore allegro di quel fiore reciso che le era stato offerto al mattino: le sembrava che fosse l’unica cosa che aveva avuto una vita in precedenza.
Sì, perché lei non si sentiva “viva” ormai da parecchi giorni, le sembrava di alzarsi al mattino già gravata di un enorme peso sulla testa, come se tutto il dolore del mondo si concentrasse su di lei. Provava ad indossare la sua maschera migliore, ma durava poco, lei non faceva parte di quella compagnia di persone capaci di bleffare; infatti arrivava presto la fatidica domanda: “Cosa c’è, non stai bene?”. Certe mattine non sapeva più cosa rispondere, anche perché non aveva voglia di ripetere il solito stanco ritornello, ma non le andava neanche di vedere l’espressione sconsolata di chi glielo chiedeva, affettuosamente…

Album Moleskine per acquerelli

Aveva provato ad aprire il nuovo album per acquerelli della Moleskine, aveva anche dipinto alcune pagine e ora guardandole si meravigliava lei stessa dei colori dei dipinti: da quali profondità interiori sbucavano se lei si sentiva tutta grigia?

Colori caldi, morbidi, luminosi, quelli che lei amava di più. Li guardava come fossero il prodotto di un’altra persona.
In realtà lei sapeva bene da tempo che quando aveva un pennello in mano, scompariva il grigio delle ansie e delle paure, era come se si vestisse di allegria rubando al giorno la sua luce e tutti i suoi colori.

Si era trascritta anche la frase di un autore francese scoperto da poco, Christian Bobin, trovata casualmente in uno dei suoi piccoli libri:
“È nostro compito – quando tutto ci viene a mancare e tutto s’allontana – dare alla nostra vita la pazienza di un’opera d’arte…”. Era stata colpita soprattutto dal termine “pazienza” e forse lo stava mettendo in pratica, quasi inconsciamente, per stare un po’ meglio. Solo così poteva spiegarsi la serenità di quei piccoli dipinti, realizzati nei momenti più bui e inquieti, quel senso di pace che forse era più un desiderio che una condizione.

In realtà, ripetendo l’inventario di tutto ciò che affollava quel tavolo, insieme al fiore, ai libri e ai giornali, c’erano anche un cordless e il suo cellulare, dei fogli sparsi, un’alzatina deliziosa – che ogni volta le ricordava sua nonna e sua madre – e soprattutto c’era un bel mazzo di fiorellini rosa.

 Non poteva ( e non voleva!) restare indifferente di fronte a quel pensiero dolce, a quella silenziosa ma concreta dichiarazione d’amore che riusciva a colorare suo malgrado il “paesaggio interiore”, quello che emergeva dai dipinti. Guardava quei fiorellini e si sentiva invasa da una serenità nuova, da un senso di tranquillità, che non aveva provato subito quando le era stato donato.

Si accorse di fronte a quei fiori rosa che stava cambiando repentinamente umore, come le capitava quando ascoltava certe canzoni: passava dalla malinconia alla gioia, dal senso di pienezza al vuoto improvviso, vestiva panni diversi e cambiava stato d’animo di volta in volta a seconda delle parole e della musica:
“Si muore un po’ per poter vivere…” cantava anni fa Caterina Caselli e con i Negramaro di oggi  “… resto qui sul filo di un rasoio ad asciugar parole che oggi ho steso…”.

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Il saluto di Elena con “parole-balsamo”…

Penso di essere stata molto fortunata ad avere la possibilità di partecipare ad un percorso di musicoterapia di gruppo, all’interno dell’Istituto Tumori presso il quale sto seguendo una terapia farmacologica. Infatti non si tratta soltanto di mettersi a suonare insieme strumenti nuovi o mai visti prima, c’è anche questo naturalmente ed è la parte più sperimentale e simpatica, a tratti ludica, del percorso, attentamente studiato e programmato in tandem da Fulvia, la musicoterapeuta e da Claudia, la psicologa, insieme con Sonia e Teresa, due giovanissime tirocinanti.

Onde sonore che diffondono pillole di luce

Suonare insieme cercando di armonizzare i suoni e i rumori e poi fare silenzio… e nel silenzio immaginare e a volte dipingere, suonare ancora con strumenti diversi significa iniziare ogni volta un viaggio interiore alla scoperta delle nostre risorse insospettate.
Nel cerchio che formano le nostre persone avviene contemporaneamente un dialogo tra il nostro mondo interno e quello esterno e uno scambio circolare e continuo, un flusso di emozioni e di sentimenti forti e condivisi (allegria e malinconia, nostalgia e speranza, gioia e dolore, tristezza e rabbia, serenità e paura, felicità e voglia di vivere), non vissuti separatamente ma come un unicum che abita nella nostra realtà psichica, stimolata a creare immagini e idee nuove, stati d’animo che ci permettono di far emergere persino (come mi è capitato recentemente) il lato estetico del dolore o della rabbia. Può sembrare strano, ma se invece di negarli o rimuoverli, li esprimiamo con la voce, con la musica o attraverso un dipinto, anche il dolore o la rabbia per esserci ammalati assumono un aspetto che ci aiuta ad accettarli, imparando a conviverci.

 

Durante ogni incontro di musicoterapia di gruppo, scendiamo nelle profondità di noi stessi e viviamo momenti di verità, di contrasti e di armonie, cerchiamo di raggiungere una sintonia che piano piano ci libera il corpo e la mente. Scrivo tutto questo, perché le parole-balsamo (come mi piace definirle) di Elena, che non potrà continuare a partecipare al percorso comune, hanno un senso che va oltre le parole stesse e fanno capire che tipo di conoscenza e di amicizia possono nascere tra chi vi partecipa.


Ecco il suo saluto a noi tutte, “Donne Amiche…”
(eh, sì, siamo tutte donne…)

“Oggi, dopo tantissime assenze, sono stata all’incontro di musicoterapia, avrei voluto incontrarvi tutte […] ma per impedimenti diversi di tante di noi, non è stato possibile.
Avrei voluto incontrarvi per abbracciarvi e portarmi a casa il “profumo” di ognuna di voi e la musica di ognuna di voi, dato che da oggi non farò più parte (ufficialmente) di questo meraviglioso cammino. Il lavoro non mi ha consentito e certamente non mi consentirà di essere lì, ma vi ringrazio tutte, e anche se il mio percorso quest’anno è stato davvero molto breve, da ciascuna di voi porterò con me un dono.

La fantasia travolgente di Enza, la mia sorellina e il mio carica-batterie, la “sapienza” e la dolcezza materna di Cristina, lo sguardo sereno e rassicurante di Rosa, la saggezza, concreta ma delicata di Rina, l’allegria scoppiettante di Kella, che stringo in un abbraccio fortissimo, la “generosa” presenza di Maddalena, la  luminosa partecipazione di Antonietta con la quale, da subito, nonostante le pochissime occasioni d’incontro, ho avvertito una gran sintonia, e sono contenta d’aver letto che è in “risalita”, la confortante pacatezza di Maria, la “colorata” vivacità di Marcella, il sorriso smagliante di nonna Giuseppina che in pochi giorni e per quell’inspiegabile sincronicità degli eventi, ha attraversato dolore e gioia accompagnando al passaggio e accogliendo alla vita, e poi Fulvia, Claudia, Sonia e Teresa le nostre guide, braccia sempre aperte, ad accogliere e coccolare, orecchie in ascolto dei nostri dolori e delle nostre debolezze espresse e non, cuori allegri per trasformare ogni nostro incontro in occasioni di festa, anime “generose” nel senso più ampio e completo del termine…

Grata sempre a ciascuna di voi! In attesa di rincontrarvi presto e se ancora avete voglia di trattenervi, vi dedico le parole attribuite a Charlie Chaplin, me le ripeto spesso sperando presto di cominciare ad amarmi davvero“-

  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama… Autostima.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità. Oggi so che questo si chiama… Autenticità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama… Maturità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io.
    Oggi so che questo si chiama… Rispetto.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso, all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma oggi so che questo è… Amore di sé.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama… Semplicità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama… Umiltà.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo.
    È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo… Pienezza.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, mi sono reso conto che il mio Pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho imparato a farlo dialogare con il mio cuore, l’intelletto è diventato il mio migliore alleato.
    Oggi so che questo si chiama… Saper vivere!

Il concerto-evento dei Radiodervish, una festa collettiva

Ho vissuto martedì sera (10 aprile), al teatro Petruzzelli di Bari, una serata musicale ricca di felicità, quella che riconosci subito e che provi magicamente in alcuni momenti della vita!
Si festeggiavano i vent’anni di musica e di vita artistica dei Radiodervish, il gruppo italo-palestinese formato inizialmente da due giovanissimi Michele Lobaccaro e Nabil Salameh che nel 1997 iniziarono in Italia la world music mediterranea.

Foto tratta dal sito web della Camerata musicale barese

Un concerto-evento, perché per la prima volta hanno suonato con l’Orchestra sinfonica ICO Magna Grecia: il risultato è stato un concerto assolutamente diverso e innovativo, un’immersione totale in musiche e sonorità esaltate dai nuovi arrangiamenti proposti da Valter Sivilotti, musicista e direttore d’orchestra raffinato e appassionato oltre che simpatico, dagli strumenti dell’orchestra e dalla bellissima e inconfondibile voce di Nabil che ci ha fatto ripercorrere tutti insieme il loro cammino di ricerca e di esplorazione di mondi, di culture e tempi differenti.

 

Generalmente cerco di rimanere distaccata dall’enfasi a buon mercato, soprattutto televisiva, che accompagna spesso la descrizione di alcuni eventi, ma ieri sera aleggiava nell’aria del grande teatro un’atmosfera un po’ magica che abbiamo avvertito un po’ tutti, dai più giovani ai più anziani, la magia di un incontro tra Oriente e Occidente che la musica rende reale e palpabile, una musica ricca di poesia e di reciproco ascolto e incontro tra persone, che amano condividere l’esperienza della bellezza, quella citata più volte da Nabil, la bellezza di canzoni che riescono a toccare le corde più profonde di noi esseri umani.

Un momento del concerto-evento

Amo i Radiodervish da quando sono nati, ho seguito la loro evoluzione e il coraggio continuo di esplorare e di aprirsi sempre a nuovi approcci, ma ieri sera i versi e la musica delle loro canzoni sono stati esaltati come non mai da quell’insieme armonico di strumenti che è un’orchestra sinfonica: in alcuni momenti ho provato la sensazione di potermi sollevare dalla poltrona del teatro, di poter volare fuori da quegli stucchi e da quei velluti per cantare fuori e tutti insieme i bellissimi versi di “lingua contro lingua/labbra contro labbra/cuore contro cuore/fiore d’ogni fiore…”.

 

Non è stata una sensazione soggettiva, tutto il pubblico fino al loggione pieno di giovanissimi era tutt’uno con ciò che stava accadendo su quel pacoscenico, dove si alternavano la gioia e il dolore, la poesia e il racconto, la malinconia e la tristezza dell’esilio e lo smarrimento del viaggio verso l’ignoto: “Viaggio con la mia anima/Giro con la mia anima/Viaggio all’infinito”, cantava Nabil, che alle 22.00 circa ha intonato la splendida Ave Maria.
E mentre l’ascoltavo commossa, mi è venuto in mente che cantavamo e pregavamo, al di là di ogni credo politico e religioso, per la sofferenza di migliaia di bambini, di donne e uomini della Siria martoriata, che chiedono aiuto a un mondo che non li ascolta, a noi che assistiamo impotenti ad un massacro che sembra non avere fine.

Il teatro Petruzzelli dopo il concerto

La musica ha un potere enorme, può essere anche un rifugio e una consolazione, ma ha la forza di esprimere sentimenti e passioni intraducibili, riesce a unire al di là delle parole e a superare qualunque barriera come capita agli aquiloni, la musica ti fa ridere commuovere e piangere contemporaneamente.

 

Cantando interiormente con Nabil, ieri sera ho espresso a tratti anche il dolore della malattia e la paura della morte che mi porto dentro e che non scompaiono mai, ma ho anche avvertito la forza della speranza in un “centro del mundo” in cui potremo un giorno incontrarci. Mi sono sentita felice di essere ancora viva, di essere lì in quel teatro, in armonia con una parte di mondo, chissà… forse con quella parte che cerca in ogni occasione di costruire ponti e relazioni. Ostinatamente!

Nel ritornare a casa, custodivo dentro di me questa serata per non dimenticarla, ho guardato la mia città con occhi sereni, tutto mi sembrava più bello e sfumato nelle strade quasi deserte della notte ormai alle porte…

Le luci che illuminano sapientemente palazzo Mincuzzi


Davanti ad un filo d’erba…

Questo è un blog pieno di parole,
di frammenti di vita che non vorrei dimenticare,
di pensieri
e di riflessioni
che amo condividere,
di silenzi
che a volte
non trovano le parole
per esprimere
stati d’animo,
non sempre
ben chiari
nemmeno
a me stessa.

Mi è capitato ieri, andando in una casa di campagna
che mi è cara,
dove sono arrivata con la testa pesante e un corpo
che si muoveva
a scatti
come un robot,
dove ho iniziato
a camminare
a piccoli passi
e di rimanere folgorata dalla luce del cielo
e delle nuvole bianche
di questo inverno meridionale.

Mi sono guardata intorno e
pure un po’ intontita…
mi sono sentita
più leggera
davanti ai rami
di un albero,
quasi commossa guardando i fili d’erba tra luce e ombra, curiosa
di vedere
se riuscivo
a scoprire
un quadrifoglio nascosto in un prato di trifogli. 

Mi accade
sempre più spesso
di rimanere attonita davanti
allo spettacolo cangiante
della natura,
che non ha
come noi
le parole,
ma che scrive
a modo suo
un racconto.

Lo scrive
con i colori
delle acque
e delle piante,
della roccia
della pietra
e del terreno,
con i colori del cielo mai uguale
a se stesso,
così ricco
di sfumature

e di tonalità diverse a seconda della luce o dell’ombra,
solcato da gabbiani
o da uccelli in volo.

Un racconto
pieno d’aria
grazie alla bellezza invisibile del vento 
che muove le foglie
e i rami di un albero

e che senti
sulla pelle, un racconto tenace come le radici nascoste nel buio o di quelle lunghe, forti e dirompenti che emergono in superficie, aprendosi un varco verso la luce persino attraverso l’asfalto delle strade.

Vivo sempre più spesso la natura come una ricchezza che mi viene donata e m’immergo in essa, provando ad immaginare,  come scrive Edmond Jabes,  “il pensiero come una pianta, come un albero,
come un fiore, come un frutto.
E anche come un filo d’erba
e l’impensato come il cielo”.

Diventare una donna-albero…

Un luogo appartato, lontano dalle corsie e dagli ambulatori del grande ospedale, un luogo dove la grande farfalla sul pavimento ti comunica che lì dentro puoi provare a sentirti più leggera, dove chi ti accoglie riesce sempre a sorriderti e a farti sentire importante.

 

 

 

 

 

 


Sto parlando dello spazio colorato della Ludoteca dell’Istituto Tumori di Bari, dove per il secondo anno ho iniziato a vivere un’esperienza di gruppo di musicoterapia, felice di rivedere sia volti già noti e a me cari, sia volti nuovi che iniziano insieme un nuovo percorso di incontro e di ricerca, che durerà tutto l’anno, fino a giugno:
tra suoni rumori e improvvisi silenzi, tra parole risate e lacrime, abbracci sorrisi e strette di mano, viviamo esperienze inedite per noi, come singoli e come gruppo.

Lo scorso anno ho scritto qualcosa solo per me registrando con parole e disegni tanti momenti diversi, che mi hanno arricchita nella conoscenza di me stessa e degli altri. Ma ciò che ho vissuto stamattina mi piace condividerlo, anche se non so se troverò le parole giuste per esprimere il profondo senso di pace e di benessere provato al termine di una delle performance.

Ci siamo alternati in coppia ad essere e a sentirci un albero o un contadino, seguendo l’armonia di alcuni brani tratti dalle Quattro stagioni di Vivaldi, opportunamente scelti dalla nostra musicoterapeuta e guidati dalle parole lette lentamente dalla psicologa.

Il contadino si prende cura del suo albero e gli appoggia una mano sulla spalla, gli fa sentire la sua presenza, è sempre lì quando giunge l’inverno con il freddo e la neve, le sue dita picchiettano quel corpo ricordando le goccerelline di pioggia che bagnano i rami e il tronco per giungere fino alle radici più nascoste. E quando arrivano la primavera e l’estate, la musica si fa forte gioiosa ed elettrizzante, perchè nuovi germogli nascono e nuovi frutti crescono.
Ma il tempo passa, passa in fretta, l’autunno è già alle porte e la luce cambia, si trasformano i colori delle foglie quasi vivessero una seconda primavera e l’albero le lascia andare verso la terra che le raccoglie, mentre qualcuna innamorata del cielo vola verso l’alto, portata via dal vento.

Ritroviamo il silenzio, ritorniamo in noi stessi e nella nostra memoria, siamo stati contadini e siamo stati alberi.

Opera dell’artista LOREDANA SPIRINEO, in arte SPLO’

Ho provato una grande emozione a diventare una donna-albero,
a rimanere ritta con i piedi ben piantati per terra, a sentire e a riconoscere tutto il corpo finalmente mio, a sollevare lentamente la braccia come rami che guardano verso il cielo, a sentire le gocce di pioggia e a dondolare lentamente avanti e indietro, a destra e a sinistra, sicura della presenza e della cura delle mani del contadino, che accompagnava i movimenti delle fronde.

Ho avvertito, come poche altre volte, quello che Peter Handke chiama “il senso della durata”, “una sensazione, la più fugace delle sensazioni, spesso più veloce di un attimo, non prevedibile, non controllabile, non misurabile”. Una sensazione di ascolto ad occhi chiusi che è riuscita a raccogliere in me in un insieme unico l’armonia delle note musicali e delle parole, la leggerezza dei gesti e il senso di una presenza vigile, il respiro di noi tutti e tutte, mentre le stagioni della vita trascorrevano ed io mi trasformavo, provando “il brivido della durata” come “sensazione di vivere”, la durata come “l’avventura del passare degli anni, l’avventura della quotidianità… quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio!”

Momenti di solitudine e silenzio

Qualche giorno fa un’amica mi ha sorpreso in un momento di fragilità, quando in genere io mi nascondo anche a me stessa. Guardandomi mentre cadeva la “maschera”, mi ha detto che attraverso ciò che scrivo, io sembro una donna forte, senza cedimenti. Ho cercato di riprendermi subito, perché mi è difficile mostrare agli altri la mia fragilità. Non è un caso che per strada la gente rida quando si trova ad assistere alla caduta di una persona…

Un tronco forte e ruvido, ma ferito…

Bene, allora oggi, in questo spazio pubblico-privato, ho deciso di scrivere di getto e di non correggere, rivedere, limare, smussare, togliere un po’ qui un po’ là per poi pubblicare. Niente di tutto questo, scrivo e basta.

Perché oggi è uno di quei giorni di cui è difficile parlare, un giorno senza né capo né coda, un giorno iniziato abbastanza bene con mille desideri che via via sono rimasti tali. Ho colorato due disegni, colori forti e allegri, che non rispecchiano affatto il colore interiore, che nemmeno saprei definire. Infatti quando prendo uno di questi album da colorare, vuol dire che qualcosa scricchiola dentro di me, quindi meglio indirizzare e obbligare la mente verso colori, abbinamenti e margini da rispettare.

Le ore sono scivolate via un po’ leggere un po’ pesanti e mi ritrovo ora quasi al termine di questo giorno a sfogliare un pacco di piccoli libri (otto per essere precisi) appena consegnato: sono alcune opere di Christian Bobin, un autore che non conoscevo, nato nel 1951, lo stesso anno di nascita di mia sorella Gabriella, solo che lei non c’è più!

Li ho guardati, li ho sfogliati un po’, mi piace la carta spessa e un po’ ruvida con cui sono stati confezionati e mi sono piaciuti subito. Forse per dare un senso a questo giorno che muore, decido di leggerne uno, così senza dargli molta importanza. E invece qualcosa succede, come spesso capita con i libri e con certi autori. Me ne accorgo subito, fin dall’incipit. Mentre leggo, pagina dopo pagina, capisco che forse questa giornata non è del tutto persa, forse qualcosa si salva… Istintivamente, ho scelto come primo libro: Mozart e la pioggia.

E Bobin mi sta dando le parole per dirmi come mi sento oggi: ” A volte, scrive a pag. 27, perdo quel ritmo che mi si addice da sempre, un ritmo a due tempi, presenza-assenza, parola-silenzio, e non mi resta che uno solo di questi stati nel quale sprofondo all’infinito: un chiacchiericcio sordo, un silenzio respingente (“… un bavardage sourd, un silence refusant…”) – nient’altro che false note”. Mi piace anche il fatto di poter leggere il testo in lingua originale, il francese che amo e che – se non mi avesse sorpreso la malattia – avrei voluto riprendere a studiare per ricordarlo, magari arricchendolo ulteriormente.

Sul segnalibro, inserito tra le pagine, leggo altre sue considerazioni: “Scrivere è un modo di rispondere alla vita. Abbiamo sempre bisogno di rispondere a un dono con un altro dono, non per sdebitarci, ma per continuare a donare e ricevere, senza fine“.

Ecco, grazie a Bobin, ho capito perché stasera ho scritto qui in questo spazio virtuale, ma che in questo momento mi sembra molto più reale di tutto ciò che mi circonda. Domani continuerò a leggere.

“Per accogliere la luce di stasera… metto un disco, qualche aria di Mozart, poi mi allontano, vado in un’altra stanza”. Per questo mi fermo qui anch’io, esco dal mio studio, spengo il Pc e vado in un’altra stanza. Anche perché fortunatamente non sono sola, di là c’è chi mi aspetta. Pazientemente…

 

 

Incontri silenziosi con la poesia dei luoghi

Un invito in campagna, da una cara amica di vecchia data.


Sapeva già che avrebbe trascorso momenti di puro benessere, per l’accoglienza sempre affettuosa e per tutto il paesaggio intorno, che a lei piaceva ogni volta contemplare in silenzio, facendo spazio dentro di sé a sensazioni, pensieri ed emozioni in libertà.


Accolse con gioia l’invito a fare una passeggiata per quei viottoli, sicura di scoprire particolari nuovi e felice di rivedere ciò che amava, gli ulivi maestosi in particolare, alcuni sicuramente centenari, ben radicati in quella terra rossa tipica del Salento.


C’era una luce che ammorbidiva tutte le superfici, facendo brillare germogli e fogliame, una luce che variava di ora in ora e che ogni volta la stupiva, come fosse la prima volta.


Stavano camminando lentamente lungo un solitario sentiero campestre di terra battuta e passo dopo passo si guardava intorno alla scoperta dei piccoli tesori nascosti: le piaceva tutto di quei luoghi, il silenzio innanzitutto, l’orizzonte che cambiava continuamente e poi le antiche pietre dei muretti a secco, frutto del paziente lavoro e della fatica dei contadini, pietre ricche di vita silenziosa vegetale e animale, i cespugli solitari e quel fiore che si appoggiava ad un muretto bianco di calce, quasi volesse raggiungere il cielo.


Passo dopo passo, erano giunti davanti a un piccolo trullo e si erano fermati davanti alla sua vecchia porta d’ingresso, sbarrata sul buio, con un rametto secco di palme, forse benedette.


Intanto sentiva spirare una brezza leggera che finalmente si faceva largo nel caldo afoso di quei primi giorni di agosto, mentre il cielo si stava colorando di rosa, perdendo progressivamente la luce del giorno per fare spazio alle ombre della sera… Il silenzio della campagna di Contrada Cinera, vicino Ostuni, la stava avvolgendo, rendendo vellutate anche le parole, le voci amiche, un silenzio anche interiore che la isolava dal mondo circostante, da cui arrivavano attutiti tutti i rumori del mondo.


Si guardava intorno con stupore, osservava felice le piantine spontanee leggere come libellule, quel finocchietto selvatico e quelle foglie eleganti e affusolate e non riusciva a dire parola:
che nome dare alle emozioni che si facevano largo dentro di lei e a cui si lasciava andare segretamente?


Le piaceva aprire finestre interiori e farsi abitare pian piano da quegli incontri silenziosi, come li chiama Duccio Demetrio nella sua “Green Autobiography”, incontri con la poesia dei luoghi, con i colori, i profumi, le forme uniche delle piante selvatiche e il movimento delle lucertole, delle formiche e di tutti quei piccoli esseri, a noi spesso sconosciuti.


Tutto intorno a lei sembrava parlarle. Le era sembrata bella qualche giorno dopo persino una panchina di plastica bianca abbracciata dalle foglie di una rampicante, vista in un altro giardino a Monopoli, mentre le provocava rabbia e dolore la vista di un albero secco.

In questi incontri silenziosi, si accorgeva di oscillare continuamente dal particolare all’universale, sempre in bilico tra realtà e immaginazione. E pensava a come dipingere tanta bellezza, che guardava non più solo con gli occhi ma viveva con tutto il suo essere.

OMBRE

Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

La voce dei colori e il mio viaggio nella vita…

Ecco una delle pagine di un libro stupefacente…

Il regalo di un’amica di vecchia data, una di quelle persone che c’è sempre, anche quando è lontana migliaia di chilometri. Sa dimostrare il suo affetto in tanti modi diversi: intanto con la sua presenza appena può, poi con un pensierino piccolo ma di quelli che puoi guardare ogni giorno e pensare a lei, come una calamita da mettere sulla porta del frigo, e potrei continuare con i messaggi brevissimi ma intensi che mi arrivano sul cellulare.
Ecco la copertina del libro:

La copertina è tutto un programma…

Pochi giorni fa è venuta a trovarmi e mi ha portato questo libro che sembra per ragazzi, ma che in realtà è per tutti. Già il titolo “La voce dei colori” mi ha colpito, perché – grazie ad un’altra cara e dolcissima amica – ho riscoperto tardivamente il gusto di colorare e di dipingere con gli acquerelli, un’attività che mi piaceva da ragazzina quand’ero alle medie e che poi ho abbandonato, presa da ben altro tipo di studi.

Un mio acquerello dipinto dopo un incontro di musicoterapia all’Istituto Tumori di Bari

Ora riesco a dimenticare in alcune ore preziose la mia malattia, che spero almeno diventi cronica, quando coloro e dipingo, quando faccio musicoterapia di gruppo, se ascolto la musica che amo o leggo un libro che riesce a distaccarmi dal mio mondo.

Bene, “La voce dei colori” di Jimmy Liao è uno di quei libri in cui mi sono lentamente immersa, presa dalle immagini e dal contrappunto delle brevi frasi del racconto, un libro così bello che è riuscito a provocarmi quello stupore che provavo da bambina di fronte a qualcosa di inaspettato!


Dedicato ai “poeti”, non racconterò molto della trama, solo pochi accenni, perché preferisco che parlino alcune immagini estrapolate dal libro, in cui si racconta del percorso di una ragazzina che, in seguito alla perdita della vista, comincia un viaggio reale ed immaginario insieme. Con un paio di occhiali e un bastone.


La metropolitana sempre affollata di una città la porta in giro tra stazioni e cunicoli, dove scopre mondi fantastici e irreali, quasi archetipici: cammina e cammina, pensa riflette e sogna, immagina di volare o di prendere il sole sul dorso di una balena ricordando le forme delle nuvole.


Immagina di trovare conforto a cavallo di un cigno su un lago misterioso, attraversa il buio e la solitudine, perdendosi e ritrovandosi, si confonde ma riprende il suo viaggio in cerca di un po’ di compagnia e di speranza.

Riesce a “vedere” la bellezza della città, talvolta piangendo sotto la pioggia, arrivando a scoprire mondi colorati, ricchi di emozioni che riescono ad illuminare la sua esistenza. A tratti si sente disorientata come in un labirinto… ma poi riesce sempre a trovare una via d’uscita!

“In realtà, dice ad un tratto, non voglio andare in nessun posto, ma poi si chiede: ci sarà qualcuno che mi starà aspettando? qualcuno che reggerà l’ombrello per me, stringerà forte la mia mano, mi indicherà la direzione delle stelle, mi accompagnerà lungo la strada? A volte, ho la sensazione di aver raggiunto i confini del mondo”.


Non continuo, perché poi cambia umore, ridiventa allegra, canta e balla, leggera e piena di colori come una farfalla… così come mi sento anch’io in questo viaggio dal buio verso la luce!


“Sogno da sempre – continua la bambina senza nome – di allevare un piccolo pesce che sappia parlare per nuotare insieme nelle profondità del mare  e sussurrarci i nostri segreti”.
Ma forse è meglio sederci…

Tullio De Mauro. Per me è come se fosse morto un amico…

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È morto Tullio De Mauro, mi ha laconicamente detto stamattina mio marito, non sapendo che mi stava comunicando la morte di una persona, che è stata fondamentale sia nella mia vita professionale da insegnante di italiano, sia come cittadina che ama con passione tutto ciò che riguarda la lingua che noi usiamo.

Una passione che forse ho ereditato da mio padre, che amava scavare nelle parole, andando alla ricerca dei legami con la storia, la cultura e il fluire delle società umane. Aveva sempre a sua disposizione un mare di libri da consultare su etimologie (il passato che vive nel presente), frasi celebri e modi di dire, significati e contesti delle citazioni, libri che oggi io conservo come un’eredità preziosa. “L’avventura delle parole” (è uno dei titoli) è stata una ricerca costante della sua vita, perennemente curiosa del mistero che ogni parola nasconde nel percorso tortuoso che l’ha modificata nel tempo, nella forma come nei significati.

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Ho sempre seguito Tullio De Mauro nella sua vita di linguista, come lui amava definirsi, uno studioso militante di sinistra senza camuffamenti di sorta; l’ho visto, ascoltato, letto e studiato per una vita con interesse, simpatia e grandissima stima. Uno dei pochi grandi che non era mai arrogante, pur non sottraendosi mai ad esprimere con chiarezza e onestà intellettuale il suo pensiero e i suoi punti di vista. Come quando ultimamente ha definito la “Buona scuola” come “un passo nel vuoto” o si lamentava giustamente dell’abuso delle parole, in particolare della parola “riforma” per ogni provvedimento, anche il più banale! Per non parlare dell’alluvione di inglese, “la nuova antilingua – diceva – che imbroglia ma non spiega”, non solo nel testo della “Buona scuola”: comfort zone, problem solving, design challenge, digital divide, gamification, nudging, digital makers e via dicendo, ma anche nella definizione dei vari provvedimenti governativi, come l’ormai famoso “Jobs act”, con l’introduzione dei “voucher”…

Alcuni dei suoi libri.

Alcuni dei suoi libri.

E intanto mentre dilagava l’inglese maccheronico con l’uso delle slide, cioè delle vecchie diapositive, Tullio De Mauro lanciava l’allarme sull’analfabetismo di ritorno, mettendo in relazione questo fenomeno grave e preoccupante con la situazione politica italiana. Infatti molti anni fa, uno studio condotto su un campione significativo aveva portato a conclusioni poco confortanti per quanto riguarda la capacità di comprensione degli italiani: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”.
Apro e chiudo una parentesi: ricordo ancora quando insegnavo con quanta testardaggine cercavo di trovare strategie efficaci per migliorare i vari livelli di comprensione di un testo, mettendo in evidenza le difficoltà e i processi interessati. Un lavoro lungo e spesso oscuro, che tanti genitori ignoravano, pretendendo dai figli risultati che non potevano al momento realizzare.

Insomma, le ricerche di De Mauro ci dicevano che “più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta e molti anche quella parlata”. È chiaro quindi che chiunque abbia in mano le leve del potere e quindi anche dell’informazione (che da noi non è completamente libera, come si dice…) riesca furbamente a pilotare una larga parte dell’opinione pubblica, con slogan semplici da bravo venditore e frasi fatte ripetute all’infinito, orientando di conseguenza anche le scelte elettorali.
Il quadro che emerge (pubblicato tempo fa da Il fatto quotidiano) è davvero preoccupante: il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni è sostanzialmente analfabeta, cioé non in grado di distinguere lettere e cifre; il 38% degli italiani sa leggere, cioé riconoscere lettere e numeri, ma ha difficoltà evidenti di lettura; il 33% degli italiani che sa leggere con fluenza ha difficoltà di comprensione del testo. Di fatto, il 76% degli italiani non riesce a comprendere concetti scritti e a rielaborarli in forma autonoma.

Il  ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Il ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante la relazione del presidente del consiglio Giuliano Amato, 27 aprile 2000. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Come insegnante, queste cifre mi hanno sempre colpito al cuore, facendomi capire tante cose della nostra società: la bassa diffusione della lettura di quotidiani e di libri, soprattutto al sud, il degrado inarrestabile del parlare e del vivere quotidiano, infarcito di parolacce, insulti e cattive maniere, che dilagano anche in Tv, sui giornali e in politica. È un fatto che non mi piace naturalmente, ma che De Mauro (che amo anche per questo) sdrammatizza con la sua proverbiale ironia: ammette infatti che sono fenomeni sicuramente sgradevoli, ma poi con la saggezza di chi studia e vede lontano li bolla come marginali, ricordandoci che “la lingua di Dante è molto più complicata e non si lascia sconvolgere tanto facilmente, neanche dalle cattive abitudini e dalle parolacce dei politici”.