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Momenti di solitudine e silenzio

Qualche giorno fa un’amica mi ha sorpreso in un momento di fragilità, quando in genere io mi nascondo anche a me stessa. Guardandomi mentre cadeva la “maschera”, mi ha detto che attraverso ciò che scrivo, io sembro una donna forte, senza cedimenti. Ho cercato di riprendermi subito, perché mi è difficile mostrare agli altri la mia fragilità. Non è un caso che per strada la gente rida quando si trova ad assistere alla caduta di una persona…

Un tronco forte e ruvido, ma ferito…

Bene, allora oggi, in questo spazio pubblico-privato, ho deciso di scrivere di getto e di non correggere, rivedere, limare, smussare, togliere un po’ qui un po’ là per poi pubblicare. Niente di tutto questo, scrivo e basta.

Perché oggi è uno di quei giorni di cui è difficile parlare, un giorno senza né capo né coda, un giorno iniziato abbastanza bene con mille desideri che via via sono rimasti tali. Ho colorato due disegni, colori forti e allegri, che non rispecchiano affatto il colore interiore, che nemmeno saprei definire. Infatti quando prendo uno di questi album da colorare, vuol dire che qualcosa scricchiola dentro di me, quindi meglio indirizzare e obbligare la mente verso colori, abbinamenti e margini da rispettare.

Le ore sono scivolate via un po’ leggere un po’ pesanti e mi ritrovo ora quasi al termine di questo giorno a sfogliare un pacco di piccoli libri (otto per essere precisi) appena consegnato: sono alcune opere di Christian Bobin, un autore che non conoscevo, nato nel 1951, lo stesso anno di nascita di mia sorella Gabriella, solo che lei non c’è più!

Li ho guardati, li ho sfogliati un po’, mi piace la carta spessa e un po’ ruvida con cui sono stati confezionati e mi sono piaciuti subito. Forse per dare un senso a questo giorno che muore, decido di leggerne uno, così senza dargli molta importanza. E invece qualcosa succede, come spesso capita con i libri e con certi autori. Me ne accorgo subito, fin dall’incipit. Mentre leggo, pagina dopo pagina, capisco che forse questa giornata non è del tutto persa, forse qualcosa si salva… Istintivamente, ho scelto come primo libro: Mozart e la pioggia.

E Bobin mi sta dando le parole per dirmi come mi sento oggi: ” A volte, scrive a pag. 27, perdo quel ritmo che mi si addice da sempre, un ritmo a due tempi, presenza-assenza, parola-silenzio, e non mi resta che uno solo di questi stati nel quale sprofondo all’infinito: un chiacchiericcio sordo, un silenzio respingente (“… un bavardage sourd, un silence refusant…”) – nient’altro che false note”. Mi piace anche il fatto di poter leggere il testo in lingua originale, il francese che amo e che – se non mi avesse sorpreso la malattia – avrei voluto riprendere a studiare per ricordarlo, magari arricchendolo ulteriormente.

Sul segnalibro, inserito tra le pagine, leggo altre sue considerazioni: “Scrivere è un modo di rispondere alla vita. Abbiamo sempre bisogno di rispondere a un dono con un altro dono, non per sdebitarci, ma per continuare a donare e ricevere, senza fine“.

Ecco, grazie a Bobin, ho capito perché stasera ho scritto qui in questo spazio virtuale, ma che in questo momento mi sembra molto più reale di tutto ciò che mi circonda. Domani continuerò a leggere.

“Per accogliere la luce di stasera… metto un disco, qualche aria di Mozart, poi mi allontano, vado in un’altra stanza”. Per questo mi fermo qui anch’io, esco dal mio studio, spengo il Pc e vado in un’altra stanza. Anche perché fortunatamente non sono sola, di là c’è chi mi aspetta. Pazientemente…

 

 

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La voce dei colori e il mio viaggio nella vita…

Ecco una delle pagine di un libro stupefacente…

Il regalo di un’amica di vecchia data, una di quelle persone che c’è sempre, anche quando è lontana migliaia di chilometri. Sa dimostrare il suo affetto in tanti modi diversi: intanto con la sua presenza appena può, poi con un pensierino piccolo ma di quelli che puoi guardare ogni giorno e pensare a lei, come una calamita da mettere sulla porta del frigo, e potrei continuare con i messaggi brevissimi ma intensi che mi arrivano sul cellulare.
Ecco la copertina del libro:

La copertina è tutto un programma…

Pochi giorni fa è venuta a trovarmi e mi ha portato questo libro che sembra per ragazzi, ma che in realtà è per tutti. Già il titolo “La voce dei colori” mi ha colpito, perché – grazie ad un’altra cara e dolcissima amica – ho riscoperto tardivamente il gusto di colorare e di dipingere con gli acquerelli, un’attività che mi piaceva da ragazzina quand’ero alle medie e che poi ho abbandonato, presa da ben altro tipo di studi.

Un mio acquerello dipinto dopo un incontro di musicoterapia all’Istituto Tumori di Bari

Ora riesco a dimenticare in alcune ore preziose la mia malattia, che spero almeno diventi cronica, quando coloro e dipingo, quando faccio musicoterapia di gruppo, se ascolto la musica che amo o leggo un libro che riesce a distaccarmi dal mio mondo.

Bene, “La voce dei colori” di Jimmy Liao è uno di quei libri in cui mi sono lentamente immersa, presa dalle immagini e dal contrappunto delle brevi frasi del racconto, un libro così bello che è riuscito a provocarmi quello stupore che provavo da bambina di fronte a qualcosa di inaspettato!


Dedicato ai “poeti”, non racconterò molto della trama, solo pochi accenni, perché preferisco che parlino alcune immagini estrapolate dal libro, in cui si racconta del percorso di una ragazzina che, in seguito alla perdita della vista, comincia un viaggio reale ed immaginario insieme. Con un paio di occhiali e un bastone.


La metropolitana sempre affollata di una città la porta in giro tra stazioni e cunicoli, dove scopre mondi fantastici e irreali, quasi archetipici: cammina e cammina, pensa riflette e sogna, immagina di volare o di prendere il sole sul dorso di una balena ricordando le forme delle nuvole.


Immagina di trovare conforto a cavallo di un cigno su un lago misterioso, attraversa il buio e la solitudine, perdendosi e ritrovandosi, si confonde ma riprende il suo viaggio in cerca di un po’ di compagnia e di speranza.

Riesce a “vedere” la bellezza della città, talvolta piangendo sotto la pioggia, arrivando a scoprire mondi colorati, ricchi di emozioni che riescono ad illuminare la sua esistenza. A tratti si sente disorientata come in un labirinto… ma poi riesce sempre a trovare una via d’uscita!

“In realtà, dice ad un tratto, non voglio andare in nessun posto, ma poi si chiede: ci sarà qualcuno che mi starà aspettando? qualcuno che reggerà l’ombrello per me, stringerà forte la mia mano, mi indicherà la direzione delle stelle, mi accompagnerà lungo la strada? A volte, ho la sensazione di aver raggiunto i confini del mondo”.


Non continuo, perché poi cambia umore, ridiventa allegra, canta e balla, leggera e piena di colori come una farfalla… così come mi sento anch’io in questo viaggio dal buio verso la luce!


“Sogno da sempre – continua la bambina senza nome – di allevare un piccolo pesce che sappia parlare per nuotare insieme nelle profondità del mare  e sussurrarci i nostri segreti”.
Ma forse è meglio sederci…

Le parole colorate di Frida!

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Una vita segnata dal dolore, dalla passione e dall’amore.

Dal dolore per la poliomielite fin da piccola e per un incidente stradale a 18 anni che la rende parzialmente invalida.
Dalla passione giovanile per Alejandro Gomez Arias al lacerante rapporto con Diego Rivera, il grande artista a cui dedicò tante lettere e una poesia struggente, fino ad altri amori e amicizie, vissuti sempre con disperata tenerezza.
Dall’amore tenace e visionario per la pittura e per la politica.

Sofferenza e gioia di vivere, vita e arte, tragedie e sogni si mescolano continuamente, soprattutto nelle sue “Lettere appassionate” (Cartas apasionadas), raccolte per la prima volta organicamente da Abscondita, un autoritratto vero e autentico come quelli in cui “Frida si dipingeva sulla carrozzella accanto al cavalletto, mentre intingeva il pennello non nella tavolozza, ma nel suo cuore”.
Le leggo di tanto in tanto, perché mi piacciono (attraverso anch’io momento di gioia intensa e di dolore e sofferenza) e poi… mi fanno compagnia sulla mia scrivania.

Sono il dono di una cara e dolcissima amica, una donna un po’ speciale, che mi ha regalato questo bel libro nel dicembre 2015 con una dedica affettuosa che mi piace rileggere spesso:
“… le parole colorate di Frida per dire la luce, l’ombra, il dolore, la terra, l’amore… la vita”.

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Intervista a un giovane libraio

Avevo bisogno di riposarmi un po’ oggi pomeriggio, ma mentre la mia poltrona rimaneva vuota ho iniziato a girovagare in rete, di blog in blog, cercando chissà cosa… e poi, potenza della serendipity, ho trovato questa bella intervista al giovane libraio Giuseppe Avigliano, raccolta da Annalisa De Stefano.
Non ho resistito a condividerla con chi passerà di qui…
Mentre la leggevo, pensavo al mio amore per i libri e alla difficoltà che sto incontrando in questa fase della vita e della mia malattia a prenderne in mano uno tra quelli che mi chiamano e mi aspettano. Ci sono infatti momenti in cui guardi le pagine scritte e la tua mente va altrove. Ma l’ho ribloggata anche pensando al sogno (di cui ho già parlato in un post precedente: vedi il link) di mia sorella Gabriella, che non è più con noi da poco più di un anno, di aprire una libreria  Aprire una libreria, il sogno di Gabriella

Rivista Fralerighe

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Da qualche tempo sta girando in rete una bellissima lettera aperta, scritta da un giovane libraio, alla fine di un’esperienza di lavoro nella piccola libreria di Eboli, dove ha lavorato per alcuni anni. Si può leggere al seguente link:

https://www.facebook.com/GiuseppeAvigliano2/posts/1771811179704829

Giuseppe Avigliano, così si chiama questo romantico libraio, ha una idea tutta sua della lettura e della capacità di aggregazione dei libri.
Non ho resistito e ho voluto conoscerlo meglio.

A.D. Giuseppe, allora, benvenuto su RIVISTA FRALERIGHE. La prima cosa che desidero chiederti è di raccontarmi come è nata la bella lettera che abbiamo visto circolare sui social. Ti aspettavi tanta attenzione?

G.A. Da pochi giorni avevo smesso di lavorare in libreria. Avevo la necessità di salutare tutte le persone che non avrei incontrato, in particolar modo quelle più timide, con le quali non avevo mai instaurato vere e proprie conversazioni. Un pomeriggio scrissi il post, lasciandomi andare a tutti i…

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Aprire una libreria, il sogno di Gabriella

insegna libreriaIl quotidiano di ieri mattina riportava la notizia di un nuovo corso di formazione per giovani librai della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri a Venezia. Leggevo l’articolo e pensavo a te, Gabriella. Quante volte ne hai parlato e ti sei informata dei loro corsi che avevi in mente di frequentare.

Perchè era questo il tuo sogno: aprire una tua libreria indipendente, stare in mezzo ai libri e avere il piacere non solo di conoscerli, ma di consigliarli.

Ti vedevi come una libraia appassionata e competente, aperta al futuro, ma senza dimenticare la bella atmosfera delle librerie di un tempo: un ambiente tranquillo e non troppo pieno di offerte, per non disorientare il cliente, un ambiente che favorisse il contatto umano e uno scambio tra libraio e lettore, che uscendo potesse sentire il desiderio di ritornare.

interno piccola libreria

 

Ricordi? Parlavamo delle vetrine, dei cataloghi (dei libri che non muoiono) e del mestiere del libraio, “fondamentale – dice Donato Carrisi, uno scrittore – perchè si prende la responsabilità e il rischio di consigliare al lettore una parte del mistero che avvolge ogni libro e su cui lo invita a investire il suo tempo.”

libri in bluGabriella era una vera lettrice, una lettrice forte che sognava di proporre ai suoi lettori-clienti i libri che amava e magari accettare da loro anche dei consigli di letture interessanti; criticavamo insieme le vetrine confuse di qualche libreria cittadina per l’accozzaglia di proposte disomogenee, libri messi lì a caso, alla rinfusa, un libro di cucina vicino ad un romanzo e a un libro di storia.
Ed io un giorno le raccontai le vetrine di alcune librerie parigine…

Mentre parlavamo tra noi di tutto questo, mi piaceva ascoltare le sue idee nuove per gli incontri in libreria; prendeva parte a molti di essi e mi diceva talvolta che erano stati noiosi, troppo seriosi e un po’ tristi, che gli interventi di alcuni presenti (spesso sempre gli stessi) erano un fiume di parole che metteva a tacere l’autore!
Come se la sua libreria esistesse già, si sforzava di pensare a nuovi modi per comunicare la bellezza o la profondità di un libro, l’interesse per la sua storia e per lo stile della scrittura.
comunità di lettoriPer formare una comunità di lettori, magari riuniti in rete da una mailing list (questa era una mia idea) a cui inviare periodicamente informazioni, suggerimenti, articoli e link interessanti.

Sapeva bene che il libraio oggi è un mestiere in continuo mutamento.
Ne parlava con me ammettendo di sentirsi inadeguata in campo tecnologico e voleva colmare questa carenza, tanto che aveva iniziato ad usare il Pc e a frequentare Facebook, anche perchè vedeva che molte realtà dialogano con i loro lettori per informarli delle iniziative attraverso i social network.

Era il suo progetto di vita, ma rimaneva con i piedi per terra, sapeva che se in Italia si legge poco, al Sud la situazione è a dir poco disastrosa e le sembrava una sfida troppo difficile da intraprendere da sola. Valutavamo le strade e i quartieri della nostra città, chiedendoci dove trovare il locale giusto per realizzare questo suo lungo sogno e in tanti momenti la vedevo scoraggiata.

chiusura libreria

 

Sai Gabriella, non avevi tutti i torti, poichè negli anni tante piccole librerie si sono chiuse, mentre avanza sia pur lentamente l’e-book e l’e-commerce.

Ma – e questo lo aggiungo io oggi che purtroppo lei non c’è più – i librai indipendenti più bravi ed appassionati al loro lavoro stanno esprimendo tutta la loro creatività per mantenere e possibilmente allargare il loro spazio e contrastare l’avanzata dei colossi mondiali.
Mi piace citare l’iniziativa recente di un gruppo di librerie indipendenti italiane che ha lanciato un nuovo hashtag, #altrocheamazon chiedendo di segnalare tutto ciò che i lettori possono trovare da loro (un sorriso, un consiglio, la competenza, gli incontri con gli autori…) e non nei negozi online, che cosa cioè le rende diverse e decisamente migliori.

Se tu fossi ancora qui, ti farei leggere ciò che ha raccontato Carrisi al termine del suo articolo: “Ho conosciuto a New York il libraio che tenne aperto il suo negozio nella sera dell’11 settembre. Era l’unico in quella notte orrenda, diffondeva musica di Mozart e dava caffè a chi lo volesse. Con quel gesto ha offerto un rifugio contro la paura e questo, in fondo, è quello che può accadere a chiunque quando apre un libro dopo una giornata triste, in cui magari è crollato un grattacielo personale”.

libreria

La gioia, un’arte che s’impara. Una non recensione

Poche volte mi è capitato nella vita di non riuscire a staccarmi da un libro, come se esercitasse su di me un magnetismo nascosto. Ora mi succede
nuovamente con L’arte della gioia di Goliarda Sapienza; sono quasi al termine delle sue 500 pagine e non voglio che finisca, non mi decido a
completarlo, perché poi non avrei più alibi: dovrebbe raggiungere gli altri suoi compagni nella mia libreria. Perciò leggo e poi rileggo, torno indietro e
poi mi fermo.

arte gioia copertinaE’ un libro così diverso da tutti quelli letti finora, difficile da definire, un romanzo intenso e memorabile, di una strana bellezza, che è qui con me sulla scrivania e mi tiene compagnia.

Stavolta non trovo le parole per dirlo, per esprimere ciò che mi ha provocato la lettura di questa saga, tanto che prendo in prestito qualche osservazione che mi ha colpito:
“L’arte della gioia – scrive Domenico Scarpa – è un romanzo spazioso, e intimo come una cesta per i gatti. Questo libro è un grembo dove non si è costretti a stare rannicchiati“.  “… è un romanzo, secondo Patrizia Tufo, che racconta il “diritto alla Vita”, alla libertà e all’accettazione di se stessi e degli altri”.
“Un romanzo vero – scrive ancora Catherine David, sul Nouvel Observateur – che vi trascina e vi scombussola, un romanzo pieno di febbre e d’intelligenza, concreto al massimo, visivo al massimo, erotico e famigliare, psicologico e politico, radicato in un’isola popolata di mandorli selvatici e di vendette. Un romanzo che ci presenta lo sguardo di una donna eccezionale sulla nostra vita, i nostri pregiudizi, la nostra attualità”.

Sono ben pochi i libri che mi sono rimasti attaccati, che sono ormai parte di me: penso a Memorie di Adriano della ‘mia’  Yourcenar, penso a La lingua salvata di un grande come Elias Canetti, a La donna abitata di Gioconda Belli…  Li metterò tutti insieme questi libri, entrati prepotentemente nella mia vita, perché mi sono cari.

Ora finalmente ho incontrato un altro libro straordinario, in una fase della mia vita in cui stanno cadendo ad uno ad uno tutti i pregiudizi, una fase in cui non sopporto lo smantellamento sistematico o la noncuranza per i diritti civili. Una fase della vita più solitaria, dove paradossalmente mi sento più aperta al mondo, più di quando nel mondo ci vivevo da soggetto attivo…

L’arte della gioia (che ha richiesto ben dieci anni della vita di Goliarda per la sua stesura) è con me da un anno (con altri libri che si sono alternati),
l’ho iniziato il 15 ottobre 2013 e so che tra un po’ me ne dovrò staccare, mi aspettano altri mondi da esplorare e chissà che tra di essi non ci sia qualcun
altro capace di rapirmi e di trascinarmi fuori dal mio mondo per poi riportarmi dentro me stessa.

Ecco il suo incipit folgorante:
“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace”.

Mia madre è un fiume

Il titolo di questo libro mi ha immediatamente colpita, è bellissimo!
L’ho memorizzato subito, in attesa di fare quattro passi in libreria per sfogliarlo, leggere qua e là qualche brano e vedere se provavo l’impulso di acquistarlo.

Una sera ero a Roma e passeggiavo con tranquillità, quando ho visto una libreria aperta, una libreria invitante. Entro e mi aggiro come faccio sempre tra i libri per il gusto di vedere titoli, copertine, la loro disposizione, prenderne qualcuno e leggere di che cosa si tratta. Poi mi sono ricordata del titolo di questo libro ed ho chiesto se era disponibile. Eccolo!

Anche la copertina è molto curata, con una bella foto di Francesco Paolo Michetti scattata del 1892 circa. E’ un nome che mi riporta ai miei genitori, ai tempi in cui andavamo in villeggiatura a Francavilla al mare. Michetti infatti, pittore e fotografo, ha lavorato ed è morto lì e ricordo che visitai una mostra delle sue tele con mio padre.
Oggi questo libro è nelle mie mani, l’ho letto lentamente, ho riletto tante pagine, ho sottolineato (come faccio spesso) ciò che non voglio dimenticare, ciò che mi ha riportato a mia madre.
“Di lei è rimasta l’assenza” scrive Donatella Di Pietrantonio, l’autrice abruzzese (che nella vita fa la dentista per bambini!), e poi ancora della madre divorata lentamente dalla malattia, “ha quella faccia di luna dolorosa” e noi “siamo malati, con lei”.

Quante volte mi sono seduta accanto a lei, muta ed impenetrabile, alla ricerca delle parole che potessero raggiungerla. Quante volte io e mio padre siamo rimasti seduti “a lungo in silenzio,” evitando “d’incrociare gli sguardi per non specchiarci nel dolore dell’altro”.
Poi a pag. 133 ritrovo il titolo “Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili… […] Mia madre era un fiume di parole, ora di frasi stereotipate. […] E’ un fiume in secca…”. E poi ancora a pag. 147 “Mia madre era una piccola farfalla… […] E’ stata il principio di tutti i miei desideri, la madre di ogni solitudine”.
Come non pensare a lei, che sentivo cantare a bocca chiusa il coro della Butterfly o canticchiare le vecchie canzoni del suo tempo giovanile, quando leggo a pag. 163 che “mia madre era strumento della musica, una viola il suo corpo, quando cantava a labbra chiuse vibrando le corde”?

Questo libro mi è entrato nel cuore anche per la scrittura poetica, ma sofferta, “un dialogo per voce sola” com’è adesso il mio “dialogo” con una mamma da cui sono stata allontanata molto presto (avevo solo 11 anni), mentre crescevo ed avevo bisogno di lei, della sua presenza e del suo calore, dell’affetto profondo e gratuito che solo lei ti sa dare. Un rapporto complesso ed affascinante quello tra madre e figlia, che non ci stancheremo mai di indagare…

Il bell’INCIPIT del libro

Certi giorni la malattia si mangia anche i sentimenti. È un corpo apatico, emana l’assenza che lo svuota. Ha perso la capacità di provare. Allora non soffre, non vive. Le visite di controllo servono a me. Mi rassicurano, non l’ho ammalata io e l’evoluzione è lenta. Alcune abilità sono in parte conservate. L’accompagno, mi occupo di lei, sono una figlia sufficientemente buona.
Il lungomare è deserto a quest’ora, arriva il rumore buio delle onde e l’acqua della risacca che macina sabbia e conchiglie. Ho parcheggiato lontano per passeggiare un po’ insieme. Mia madre cammina separata, ma ha rallentato il ritmo.  La prendo sottobraccio, la manica della giacca sa di Adriatico. Sulla sponda opposta Fioravante prigioniero soffriva la fame di una patata lessa al giorno. Si rilassa, accordiamo l’andatura. Chiedo se le piace l’odore del mare. Dice che sì, insomma, ma lei è nata in montagna, preferisce il profumo delle erbe, dei fiori, non si è mai distesa su una spiaggia. Le avrebbe fatto bene alle ossa, osservo. Ride, adesso è tardi, non se lo metterebbe un costume da bagno.[…]

“Un mondo che non esiste più”

E’ il titolo di un libro che mi ha regalato Simona, uno di quelli che non puoi mettere in libreria tra gli altri volumi. Intanto, appena ricevuto ho incominciato subito a sfogliarlo, a guardarlo e a leggerlo. E’ un libro affascinante questo!

Folco, il figlio di Tiziano Terzani, ci restituisce – selezionando foto e testi – la personalità del padre che faceva il giornalista, andando in giro con una vecchia Leica al collo.

«L’immagine è un’esigenza, diceva, là dove le parole da sole non bastano». E ancora, per farci capire meglio il senso di quegli scatti: «Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e i filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea. Bisogna capire cosa c’è dietro i fatti per poterli rappresentare. La fotografia – clic! – quella la sanno fare tutti».

Ecco che cosa c’è in questo libro, «… trent’anni di fotografie in bianco e nero di un mondo che non esiste più» con i commenti che Tiziano Terzani stesso scriveva la sera, quando si fermava dopo il suo peregrinare tra la gente del Vietnam, della Cina, del Mustang, del Laos e della Birmania. 
«Le due cose sembravano scorrere in parallelo: quel che vedeva nella luce del sole era quel che la sera, sotto una zanzariera, appuntava nel suo blocchetto o raccontava intorno alla nostra tavola. Mentre con le foto inchiodava l’impressione del momento, le parole gli servivano per rifletterci sopra. … Queste foto – conclude suo figlio con grande amore – sono il ritratto di un mondo, ma anche di lui stesso, come quella faccia pensosa, malinconica e serena, del rinunciatario con la barba bianca nel tempio indiano. E non solo di quello che ha cercato, ma di quello che ha trovato. È questo il bello delle fotografie, che non sono idee astratte, invenzioni. Hanno qualcosa di concreto. Il mondo è stato proprio così, almeno per un attimo».

Libri dell’estate 2010

Non riesco a rimettere a posto dei libri che ho letto l’estate scorsa, continuo a tenerli sul comodino o sulla mia scrivania. Guardo le loro copertine, li riapro leggendo qua e là qualche pagina…

Uno di questi è “Con Hanka” di Jacques Le Goff, un libro “d’amore e di memoria, il tentativo – sono parole dell’autore – di far rivivere una donna, nell’individualità della persona e della sua esistenza”.
Ma è chiaro che lo storico vuole prolungare con la scrittura la sua stessa vita con una donna che ha amato profondamente. La bellezza del libro è nel tentativo (riuscito, secondo me) di scrivere una biografia umana, ma anche la storia di una coppia, inserita però in un contesto storico, anche se non fatto nulla di significativo dal punto di vista della ‘grande storia’.

Un altro libro che mi ha preso è “La scomparsa dell’alfabeto” di Milena Milani. Mi piace il fatto che la protagonista sia una donna anziana. Sa che sta per perdere la memoria, una cosa che mi terrorizza al solo pensarci, e decide quindi di raccontare la storia della sua vita, l’amore per la sua psicanalista, ad un amico psicologo, che giorno dopo giorno diventa testimone di una relazione pericolosa, una vera passione, travolgente e piena di rabbia.
Un libro bellissimo, una scrittura originale (tante volte ritornavo indietro per rileggere), perchè il romanzo si svolge su due livelli narrativi, uno ambientato nel presente, l’altro nel passato. E’ un viaggio nell’io più profondo, attravero i ricordi che la malattia sta per cancellare. Ma la parola li salverà, perchè i ricordi personali raccontati ad altri non muoiono.

Insieme a questi, ho letto anche “Paula” di Isabel Allende e “L’estranea” di Elisabetta Rasy.

Quanta compagnia mi hanno fatto questi bei libri! Mi hanno aiutato a staccarmi da terra, ad isolarmi dal resto del mondo, anche quando “il mondo” era una spiaggia affollata e rumorosa…

“Il prof è sordo”.

E’ il titolo di un libro malinconico ed ironico al tempo stesso, appena pubblicato da Bompiani. Un libro di David Lodge, scrittore critico e docente very british, di anni 74!

Il protagonista è un professore, andato precocemente e svogliatamente in pensione perchè afflitto da una sordità che gli rende via via la vita sociale un inferno. Un romanzo sulla vecchiaia e la morte, il “lungo silenzio, in cui tutti alla fine ci ritroveremo”. E’ il silenzio sempre più profondo che avvolge le persone sorde. Non sentire (o non capire) le parole che gli altri si dicono, non ridere alla battuta fulminea che chiude una barzelletta, non partecipare agli scambi quotidiani pieni di parole, veder scorrere le immagini della Tv scrutando i gesti, gli sguardi, i movimenti della bocca (se non c’è doppiaggio) di chi parla, è una condizione frustrante che isola e confina nella solitudine.

E’ questo infatti che risponde il nostro autore a chi gli chiede cosa si prova, perchè la sordità è anche un suo problema, che – egli dice – “aumenta la consapevolezza sulla mortalità, come ogni altra menomazione della vecchiaia, ma più pervasivamente”.

La sordità è una condanna e lo so bene anch’io, che ho visto piombare progressivamente nel silenzio mia madre.

Di cosa parli quando non sai più di cosa parla il mondo intorno a te? Come puoi godere dell’armonia della musica se non riesci più a sentirla? Come fai ad essere allegra e a ridere con gli altri, se per te le persone si muovono come fantasmi?

“Non ci capisco niente” dice spesso mia madre cercando ogni tanto di attirare la nostra attenzione. Ed io la guardo piena di amore, ma con un grande senso di colpa: come faccio a sintetizzarle in poche, scarne parole la ricchezza di ciò che ci siamo detti? E’ difficile parlare con una persona sorda, il linguaggio parlato è ricco di sfumature e di significati nascosti, di monosillabi o di parole sottovoce che perdono senso e significato se devi “tradurle” in una comunicazione telegrafica.

Sono molto sensibile a questo problema perchè anche le mie orecchie non funzionano più bene come un tempo. E’ solo un inizio, ma sempre più spesso mi capita di sentirmi a disagio, di provare un sottile turbamento, quando non riesco a chiedere di ripetere ciò che mi è sfuggito. E sempre più di frequente mi accorgo di chi vicino a me guarda gli altri con occhi smarriti, perchè intuisco che forse non riesce a distinguere l’intreccio confuso di voci, di suoni e rumori che avvolgono questo nostro pianeta.