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La mente che viaggia ad occhi chiusi

Quando la notte si allontana…

Capita sempre più spesso: appena apro gli occhi al mattino e guardo di sfuggita l’orologio, vedo che è troppo presto per alzarmi. La mente è sveglia ma il corpo è stanco. Allora rimango a letto con gli occhi chiusi e inizia uno strano lungo viaggio:
vicende personali e familiari si confondono tra loro, si affacciano i volti delle persone care e inizio dei ragionamenti mentre affiorano dei ricordi, disegno mentalmente immagini astratte e s’intrecciano in un groviglio contraddittorio emozioni diverse, la paura con la gioia, la tristezza e la rabbia con il senso di pace e di tranquillità che mi dona il buio della stanza, desideri che vorrei soddisfare, sogni che rimarranno tali e viaggi ormai impensabili.

Che strani percorsi fa la mente, io cerco di dare un ordine logico a ciò che sta passando in quel momento e poi mi ritrovo su un altro sentiero sconosciuto, vago senza meta mentre il tempo scorre ed io sono in compagnia di una folla multiforme, pensieri e parole, immagini e luoghi, persone e comunità, presente e passato insieme, tutto come in un immenso frullatore che talvolta mi stanca.
Ed è allora che dico: basta! e decido di alzarmi.

“L’alba è il momento in cui non si respira, l’ora del silenzio. Tutto è paralizzato, solo la luce si muove”.
L. Carrington

Lascio il buio della notte appena trascorsa e mi affaccio alla luce del nuovo giorno, con la testa ancora piena, il corpo stanco e il desiderio di una musica dolce che possa cullarmi fino a farmi arrivare ad una silenziosa pace, soprattutto con me stessa.

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25 nov. 2016: un grazie di cuore a Laura Boldrini e alle colleghe della mia scuola!

Il coraggio di una donna con una funzione pubblica, che dà il suo contributo al 25 nov. 2016!

Il coraggio di una donna con una funzione pubblica, che dà il suo contributo al 25 nov. 2016!

Spesso mi sembra di vivere ancora all’età della pietra, almeno per quanto riguarda il rapporto tra donne e uomini. Basta dare un’occhiata ai post che riceve ogni giorno una donna come Laura Boldrini con un’alta visibilità, a causa della sua funzione pubblica.

E invece siamo nel 2016… e la storia continua a fare passi indietro!

Perché proprio questa giornata?


Il 25 novembre ricorda il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui contrastarono il regime del dittatore Rafael Leonidas Trujillo nel 1960, colui che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.

Dal 1999, le Nazioni Unite hanno reso istituzionale questa giornata, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza di genere e creando consapevolezza del problema, protraendolo nel quotidiano.

Importante diventa allora il lavoro di ognuno di noi, uomini e donne, tutto l’anno nei nostri ambienti di vita, un lavoro di informazione civile sull’identità di ogni persona, di consapevolezza sulle dinamiche della relazione tra uomini e donne (quante volte se ne parla in famiglia?), il rispetto di ogni differenza e dell’alterità dei bambini e delle bambine da parte degli adulti e dell’ambiente in cui crescono. Le famiglie e la scuola (ma non solo) sono secondo me in prima linea, i canali privilegiati per sensibilizzare bambini e ragazzi, bambine e ragazze, per farli crescere e vivere in un mondo dove tutte le persone, in particolare le donne di qualsiasi continente, non debbano sempre sentirsi degli oggetti  sotto assedio.

Ho ammirato la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, che ha voluto rendere noto un piccolo campionario con tanto di nome e cognome degli insulti sessisti e volgari, che riceve ogni giorno sui social. Lo denuncia da tempo, ma oggi l’ha fatto a nome di tutte quelle ragazze e donne che tante volte subiscono in silenzio e soffrono, senza avere il coraggio di denunciare, paralizzate dalla paura.

Ho apprezzato molto la scuola dove prima insegnavo, la scuola media Carducci di Bari, che oggi, grazie ad alcune colleghe in gamba, ha fatto vivere agli studenti e alle studentesse una giornata da ricordare.

25 nov. 2016: scuola media Carducci di Bari

25 nov. 2016: scuola media Carducci di Bari

Le parole colorate di Frida!

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Una vita segnata dal dolore, dalla passione e dall’amore.

Dal dolore per la poliomielite fin da piccola e per un incidente stradale a 18 anni che la rende parzialmente invalida.
Dalla passione giovanile per Alejandro Gomez Arias al lacerante rapporto con Diego Rivera, il grande artista a cui dedicò tante lettere e una poesia struggente, fino ad altri amori e amicizie, vissuti sempre con disperata tenerezza.
Dall’amore tenace e visionario per la pittura e per la politica.

Sofferenza e gioia di vivere, vita e arte, tragedie e sogni si mescolano continuamente, soprattutto nelle sue “Lettere appassionate” (Cartas apasionadas), raccolte per la prima volta organicamente da Abscondita, un autoritratto vero e autentico come quelli in cui “Frida si dipingeva sulla carrozzella accanto al cavalletto, mentre intingeva il pennello non nella tavolozza, ma nel suo cuore”.
Le leggo di tanto in tanto, perché mi piacciono (attraverso anch’io momento di gioia intensa e di dolore e sofferenza) e poi… mi fanno compagnia sulla mia scrivania.

Sono il dono di una cara e dolcissima amica, una donna un po’ speciale, che mi ha regalato questo bel libro nel dicembre 2015 con una dedica affettuosa che mi piace rileggere spesso:
“… le parole colorate di Frida per dire la luce, l’ombra, il dolore, la terra, l’amore… la vita”.

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Logorare un po’ la nostra soglia

“Trovare pace nel respiro profondo dell’orizzonte”. 

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Chiara è una blogger che con ogni suo post riesce sempre a darmi qualcosa di cui sento il bisogno, è come un regalo inaspettato!
Ci pensavo in questi giorni, alla vita che lascia traccia sui nostri corpi e a tutti quei segni invisibili che rimangono impressi nel nostro cervello e condizionano emozioni, gesti, comportamenti e pensieri.
E poi, ecco il suo consiglio piú reale: dobbiamo respirare, anche se ci costa fatica, Respirare e basta, come si fa nello stretching, anche se il corpo duole… Ma è tremendamente vero ció che (mi) dice: “ad ogni soffio d’aria che esce dai polmoni la tensione si scioglie un poco … con la sensazione di benessere” che a poco a poco ci invade.
È ció che sto provando anch’io da quando sto imparando a respirare meglio e l’affanno lentamente sembra scomparire. È anche questo un modo per affrontare la mia malattia e non lasciarmi sopraffare: “fare pace con le nostre smanie, scrive ancora Chiara, i progetti falliti, le ferite, forse anche i dolori”. Per me, senza il “forse”, fare pace con il dolore psicologico e psichico, che non passa, e imparare ad accettare la paura come compagna.

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Oggi sono stanca e meditativa. Guardo le persone sul tram, osservo particolari, penso a quanto la vita lasci traccia sui nostri corpi. E penso alle tracce meno visibili -impresse nel nostro cervello- che segnano e guidano i nostri comportamenti, le emozioni, i pensieri. Le tracce di ciò che abbiamo vissuto, delle ferite, dei successi, degli apprendimenti.

“Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto consunta…”
Rilke, Nona elegia duinese

Mi vengono in mente questi versi, anche un po’ fuori dal contesto di quell’elegia.
La vita logora le nostre soglie: nel bene e nel male. Logora gli spigoli, ammorbidendoli, rendendoli più saggi, più ricchi di sfumature. Logora le difese, le asperità. A volte logora la pazienza, logora le forze, e da curve aggraziate tira fuori asprezze, spuntoni.
Guardo le persone e vedo le loro soglie consunte. Le ascolto, e…

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28 giugno: un anniversario

Davanzale della finestra della camera-studio, gerani rossi che guardo oggi come ogni mattina. Quel loro colore accende di gioia l’inizio della mia giornata, perché mi comunica l’amore e l’attenzione del mio compagno di vita, anche attraverso le sfumature verdi delle piante e il colore dei fiori, che non mancano mai in casa e fuori.

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani...

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani in fiore!

Oggi però, ma in realtà anche ieri e gli altri giorni ancora, penso anche a te mamma e al racconto di tanti e tanti anni fa, che mi divertiva un mondo, anche perché mentre ne parlavi avevi il viso allegro dell’adolescente che gode nel fare qualcosa di proibito.

Mi raccontavi un episodio della tua vita nel collegio di via Galliera a Bologna (il collegio, un destino comune per noi due…).

BOLOGNA

BOLOGNA

Eri una ragazza vivace, allegra e piena di vita! E in primavera prendevi di nascosto i petali rossi dei gerani (… ma c’era un giardino? Non te l’ho mai chiesto) e ti coloravi le labbra, insomma ti mettevi il rossetto, no?
Come dimenticare quella tua espressione birichina e adorabile!, mentre  ricordavi questo episodio di ragazzina “monella”? Monella naturalmente secondo le suore che, quando ti scoprivano, ti riprendevano severamente e tu le imitavi, ripetendo le loro reprimende: “Bice, tu finirai molto male, se continui così…” dicevano. E il viso sornione e divertito di papà, che commentava: “Peggio di così, con quattro figli… “ e ridevamo tutti insieme!

Quei petali rossi, che guardo ora con occhi dolci e sorridenti, mi ricordano il fatto che ti è sempre piaciuto mettere il rossetto, anche quando tanti anni più tardi sei stata afferrata nel gorgo oscuro e doloroso di una malattia che non perdona, ma che di tanto in tanto ti lasciava un po’ di tregua. Allora infatti, quando sembrava che “risorgessi”, curavi di più il tuo corpo dal punto di vista estetico, ti truccavi un po’ e ti mettevi un bel rossetto!

Ce l’hai infatti anche in una foto che ho qui sulla mia scrivania, ripresa sul ballatoio interno di casa nostra nella breve pausa che ti concedevi durante il lavoro casalingo, mentre tra le mani hai una sigaretta e sulle labbra un sorriso appena accennato con un po’ di rossetto chiaro.

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Vi guardo insieme oggi 28 giugno, cari papà e mamma, giorno in cui vi festeggiavamo (con il sole o con le nuvole, con la gioia e il dolore) per ricordare l’anniversario del vostro matrimonio.
Avete trascorso davvero una vita insieme (vi conoscevate sin da piccoli), con grandi momenti di gioia ma superando montagne di ostacoli, sopravvivendo a lunghe fasi di sofferenza fisica ed interiore, vi siete amati intensamente e ricordo commossa quei bacetti che tu, mamma, lanciavi con la mano – immobile su una poltrona – verso papà, che ti guardava cercando di sorriderti, nonostante il dolore immenso che a tratti lo sommergeva…

cuore (1)Buon anniversario a voi che non ci siete più da sei anni, con un pensiero costante anche a Gabriella, che è via da un anno: ogni mattina appena sveglia è lei il mio primo pensiero, quello che poi mi accompagna in tanti momenti delle mie giornate, non sempre facili.
Ma oggi voglio far prevalere la gioia del rosso di questi gerani, con l’amore e gli affetti di cui sono circondata e che mi fa sentire, come cantano dolcemente i Radiodervish, il “centro del mundo”!

Il mondo dei sani e il mondo dei malati

Viviamo in un mondo in cui si costruiscono muri sempre più invalicabili e si alzano barriere spinate per blindare i confini del proprio territorio, respingere i migranti in fuga e illudersi di sentirsi più sicuri. Ma ci sono anche mille altri tipi di barriere e le persone disabili ne sanno qualcosa, come c’è un abisso tra la vita dei benestanti e quella ogni giorno più difficile dei poveri.

Poi c’è anche una barriera spesso invisibile tra il mondo dei sani e quello dei malati: me ne sono accorta abbastanza presto quando ho scoperto di avere un tumore. Infatti prima di ammalarmi, ero e mi sentivo molto più attiva, cercavo di diffondere informazione come potevo, partecipavo a incontri per agire insieme ad altri, forse m’illudevo ma ho sempre cercato di credere di poter cambiare un pezzettino di questo mondo, governato da un’élite sempre più ristretta e invisibile. Nonostante questa consapevolezza, mi piaceva far la mia parte.

Ora il mio tempo viene regolarmente scandito da terapie periodiche e controlli quasi continui, i miei pensieri – se non riesco a dirottarli su altro – girano vorticosamente sempre intorno alla malattia che mi ha colpito. Infatti mi capita sempre più spesso di voler fare qualcosa, in casa e fuori, ma presto mi accorgo di essere stanca, di essere costretta ad interrompere ciò che sto facendo o di dover andare avanti a piccoli passi.
Se durante una passeggiata, chi mi accompagna cammina a passo svelto (come me un tempo) io cerco di tenere il passo, ma presto devo arrendermi: io ormai devo abituarmi ad avere un’andatura più lenta, perchè sento che il corpo non vuole più ubbidirmi come prima, diventa più pesante, le gambe fanno male, il respiro si fa più corto. Non sempre riesco a far notare queste mie difficoltà e quando lo faccio ne soffre soprattutto il mio umore: è come dichiarare una sconfitta. E faccio fatica ad accettare tante piccole e grandi sconfitte, faccio ogni sforzo per non rassegnarmi e continuare a credere di poter vivere come gli altri, i sani che ogni giorno lavorano o vanno in giro in cerca di lavoro, i sani che vanno dal medico una tantum, i sani che sono pieni di pensieri di tutti i generi.

Io invece penso che gli anni e soprattutto la malattia mi stiano lentamente sottraendo le energie vitali, dandomi l’impressione di vivere in un altro universo, in cui il tempo scorre con altri ritmi. Percepisco una barriera invisibile che divide il mio mondo, quello di chi è malato, dal mondo dei sani.
Esteriormente sembra tutto a posto (ed è già qualcosa…) ma a volte basta un nonnulla, l’inizio di un dolore, per cambiare completamente il mio stato d’animo, a volte l’intero corso della giornata. Magari mi alzo al mattino piena di forza e poi sento via via che la sto perdendo; mi alzo ottimista e poi invece il mio sguardo si appanna gradatamente; oppure l’inverso, mi alzo con fatica dopo una notte difficile, piena di dolori sparsi dalla testa ai piedi e come unico programma della giornata farmaci e riposo. La mia vita è come l’elettrocardiogramma di un cuore impazzito.

Nonostante tutto continuo a seguire da lontano le diverse iniziative che si programmano in città, segno in agenda quelle più interessanti ma sempre più spesso sono costretta a starmene a casa. E ogni volta che leggo la notizia di una manifestazione o di un incontro, penso: chissà come mi sentirò quel giorno e allora sono tentata dal non prenderne nota, per non far aumentare il carico di delusione e frustrazione.

Quando invece mi sento bene e ce la faccio a partecipare, mi sento in paradiso, come quando il 5 ottobre scorso ho potuto godere lo spettacolo di Roberto Bolle al teatro Petruzzelli. Volavo anch’io con lui su quel palcoscenico, mentre la musica e le immagini proiettate mi avvolgevano in un’atmosfera da sogno.
Poi ritorno alla mia routine e cerco di renderla piacevole con la lettura, i video musicali, i film, con quelle che sono le mie passioni.

Seguo con attenzione, indignazione e compassione l’odissea delle popolazioni migranti, leggo le loro storie dolorose, guardo le immagini di chi non ce l’ha fatta e penso a me, che nonostante il tumore, sono una persona fortunata, che si può curare circondata da affetti veri. Fra me e loro, i fiumi di persone in cammino, non sento barriere e se potessi farei qualcosa per andar loro incontro, capire di che cosa hanno bisogno e riuscire a strappargli un sorriso, stringendogli la mano.

Aylan, perdonami

Di fronte alla foto – tanto discussa e che non pubblico – del piccolo siriano senza vita sulla battigia della spiaggia di Bodrum, voglio condividere su questo mio blog le parole di Angela M. Lomoro,  una  giornalista che riesce ad esprimere con chiarezza e semplicità il suo dolore di fronte alla morte di un bimbo e di tanti bambini come lui, una donna che sa condividere la sua umanità in questo tempo di lupi, un tempo di impotenza di Stati cosiddetti civili, incapaci di passare all’azione per fermare questo genocidio: Aylan, perdonami

Che estate interessante la mia… Davvero!

Per chi, come me, sta facendo da tempo la chemioterapia, niente sole e – di conseguenza – niente mare! Anche stando rigorosamente all’ombra, la pelle si ribella e infatti mi ha punito con un bell’eritema, dopo qualche ora di immobilità sotto un ombrellone…

Quindi, dato che il caldo mi fiacca le energie, che sono giá al minimo, io sto vivendo la mia estate praticamente in casa. Sto sperimentando quanto possa essere profonda la noia, cerco di reprimere sentimenti non proprio positivi verso tutte le immagini vacanziere che affollano Facebook, mi sento molto vicina a tutti quelli che per i motivi più vari non vanno da nessuna parte.

Il tempo è lentissimo, sogno (ad occhi aperti) le lunghe passeggiate in riva al mare che facevo gli anni scorsi e guardo con occhi spenti la bellezza di certe immagini, che un tempo mi esaltavano, mentre oggi mi fanno star male. Cerco di farmene una ragione, non mi lamento, ma la tensione interna é alta e sfocia in
cefalee quasi quotidiane.

Mi chiedo perché parlarne su questo blog e forse la risposta sta nel fatto che vorrei che questo spazio rispecchi – sia pure in parte – la vita che faccio, insieme ai pensieri che vagano per la mente, sentimenti ed emozioni, insomma gioie e dolori, come nella vita di tutti.

sveti stefan