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La voce dei colori e il mio viaggio nella vita…

Ecco una delle pagine di un libro stupefacente…

Il regalo di un’amica di vecchia data, una di quelle persone che c’è sempre, anche quando è lontana migliaia di chilometri. Sa dimostrare il suo affetto in tanti modi diversi: intanto con la sua presenza appena può, poi con un pensierino piccolo ma di quelli che puoi guardare ogni giorno e pensare a lei, come una calamita da mettere sulla porta del frigo, e potrei continuare con i messaggi brevissimi ma intensi che mi arrivano sul cellulare.
Ecco la copertina del libro:

La copertina è tutto un programma…

Pochi giorni fa è venuta a trovarmi e mi ha portato questo libro che sembra per ragazzi, ma che in realtà è per tutti. Già il titolo “La voce dei colori” mi ha colpito, perché – grazie ad un’altra cara e dolcissima amica – ho riscoperto tardivamente il gusto di colorare e di dipingere con gli acquerelli, un’attività che mi piaceva da ragazzina quand’ero alle medie e che poi ho abbandonato, presa da ben altro tipo di studi.

Un mio acquerello dipinto dopo un incontro di musicoterapia all’Istituto Tumori di Bari

Ora riesco a dimenticare in alcune ore preziose la mia malattia, che spero almeno diventi cronica, quando coloro e dipingo, quando faccio musicoterapia di gruppo, se ascolto la musica che amo o leggo un libro che riesce a distaccarmi dal mio mondo.

Bene, “La voce dei colori” di Jimmy Liao è uno di quei libri in cui mi sono lentamente immersa, presa dalle immagini e dal contrappunto delle brevi frasi del racconto, un libro così bello che è riuscito a provocarmi quello stupore che provavo da bambina di fronte a qualcosa di inaspettato!


Dedicato ai “poeti”, non racconterò molto della trama, solo pochi accenni, perché preferisco che parlino alcune immagini estrapolate dal libro, in cui si racconta del percorso di una ragazzina che, in seguito alla perdita della vista, comincia un viaggio reale ed immaginario insieme. Con un paio di occhiali e un bastone.


La metropolitana sempre affollata di una città la porta in giro tra stazioni e cunicoli, dove scopre mondi fantastici e irreali, quasi archetipici: cammina e cammina, pensa riflette e sogna, immagina di volare o di prendere il sole sul dorso di una balena ricordando le forme delle nuvole.


Immagina di trovare conforto a cavallo di un cigno su un lago misterioso, attraversa il buio e la solitudine, perdendosi e ritrovandosi, si confonde ma riprende il suo viaggio in cerca di un po’ di compagnia e di speranza.

Riesce a “vedere” la bellezza della città, talvolta piangendo sotto la pioggia, arrivando a scoprire mondi colorati, ricchi di emozioni che riescono ad illuminare la sua esistenza. A tratti si sente disorientata come in un labirinto… ma poi riesce sempre a trovare una via d’uscita!

“In realtà, dice ad un tratto, non voglio andare in nessun posto, ma poi si chiede: ci sarà qualcuno che mi starà aspettando? qualcuno che reggerà l’ombrello per me, stringerà forte la mia mano, mi indicherà la direzione delle stelle, mi accompagnerà lungo la strada? A volte, ho la sensazione di aver raggiunto i confini del mondo”.


Non continuo, perché poi cambia umore, ridiventa allegra, canta e balla, leggera e piena di colori come una farfalla… così come mi sento anch’io in questo viaggio dal buio verso la luce!


“Sogno da sempre – continua la bambina senza nome – di allevare un piccolo pesce che sappia parlare per nuotare insieme nelle profondità del mare  e sussurrarci i nostri segreti”.
Ma forse è meglio sederci…

Rintanata tra le pagine di un libro, al sicuro tra i neri caratteri stampati

Stoner è il titolo di un libro, che mi è piombato in dono da un mio amico amante della lettura di buoni libri. Chissà, forse in libreria non l’avrei notato o forse sì. L’ho iniziato al termine di una notte quasi insonne, alle cinque del mattino e ho continuato a leggerlo, senza pause, a tratti con la testa tra le mani, fino alla fine.

Stoner è un uomo che vive una vita qualunque, quasi banale come sono un po’ le nostre vite, “una vita che sembra essere assai piatta e desolata”, come ci suggerisce Peter Cameron nella sua bella postfazione. Una trama che non attirerebbe nessuno. Ma la scrittura di John Williams rende unico questo personaggio, la sua vita “una storia appassionante, profonda e straziante”.
Mi sono ritrovata a volergli bene, a seguirlo passo passo nei suoi tentativi e negli errori madornali che compie, accorgendosene quasi subito dopo.

libri

 

Mi sono rintanata tra le pagine di questo libro come in un rifugio, Stoner mi ha portata lontana da me, in un altro mondo davvero. Ed è questo di cui ho bisogno ora, di leggere storie che non mi lascino il tempo di pensare troppo o forse no, forse ho bisogno di libri come Stoner che mi aiutino ad accettare i miei pensieri.

Libri come amici presso cui rifugiarsi, a cui aggrapparsi in un momento complicato da vivere, libri come Piangi pure di Lidia Ravera, una storia delicata e struggente, a tratti divertente, una storia d’amore tra due vecchi che non vogliono rinunciare a vivere il loro ultimo tratto.
Iris è una donna di 79 anni, che “custodisce, dentro di sé, una donna molto
più giovane di lei” come le dice C., lo psicoterapeuta che incontra al bar ogni giorno alla stessa ora per un caffè o per un Pernod e che – giorno dopo giorno – diventerà un amico prima, un amore più tardi, quando ormai la malattia di lui sta per strapparlo al mondo. La loro è una storia piena di vita, che non si lascia ingabbiare nei luoghi comuni e negli stereotipi di cui siamo spesso prigionieri.

Due libri che mi hanno aiutato a trascorrere il difficile tempo delle feste natalizie, che mi hanno reso un po’ più sopportabile la tristezza e il senso di solitudine, che le ultime parole del mio oncologo mi hanno provocato. Ed ora mi butto a capofitto tra le parole di un librone di quasi 900 pagine: Il cardelllino di Donna Tartt.

Alla scoperta del silenzio nascosto

silenzio - copertinaIl suo titolo “Silenzio” (una parola controtempo) e il verde della copertina mi hanno fatto scegliere d’istinto questo volumetto, un libro, “più da ascoltare che da leggere. Nel silenzio”, come suggerisce Mario Brunello, grande violoncellista, all’inizio delle sue riflessioni sull’elogio del silenzio, che sembra quasi cancellato dal nostro tempo.
Forse per questo ho letto queste pagine, ascoltando l’eco delle parole dentro di me, rivivendo momenti di vita, come quando nello spazio aperto del Wadi Rum, il deserto giordano, ho sentito il silenzio della natura, dove “al cospetto di così ampi orizzonti, scrive Brunello, solo il silenzio offre un appiglio per non perdersi”.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Il libro è suddiviso come una Sonata in quattro movimenti:
I. Sonata. Il silenzio nella musica degli uomini; II. Lied. Il silenzio nella musica della natura; III. Scherzo. Il silenzio nella musica delle cose; IV. Finale: Tema e Variazioni. Il silenzio nella musica dei sensi.
E conclude inaspettatamente con un Bis. In favore del rumore.

Sorprendente la sua conclusione: “Amo la musica, mi piacciono i rumori, adoro il silenzio”.
Lasciamo parlare – egli dice – i rumori che sono vita, quei rumori che ci comunicano significati. Il rumore che diventa “suono” quando è un qualcosa a cui si dà un valore, come quando meccanici e piloti ascoltano il rumore assordante di una Ferrari in pista o il martello nell’officina di un fabbro che fa rumore e diventa il suono che fa “cantare” il ferro.
La “musica di sottofondo” invece è una nemica per Brunello, che odia questa “salsa indistinta che omologa tutti i gusti”, che confonde le differenze, presente ovunque…

brunello in un bosco

Ci sono pagine che non dimenticherò, come quelle in cui parla della montagna, “una massa silenziosa, una buca scavata all’incontrario nel cielo” o quella in cui parla del ragno che “in un silenzio apparente costruisce la sua ragnatela, una geometria che lo fa sopravvivere.
Più poeticamente, ricamare lo spazio”.

Indimenticabili le pagine che parlano del silenzio nella musica delle “cose”, da intuire e percepire per cogliere il senso del perché esistono.
Lo specchio, per esempio, è magico perché “il silenzio dell’immagine riflessa è totale, anche se solo noi, con la nostra presenza, con l’uso degli occhi, gli diamo un senso”. Ma anche la penna è un’altra di quelle innumerevoli “cose” silenti o un muro, come quello di Berlino o di ciò che oggi ne resta, un muro che “è stato pensato come un silenzio continuo, senza pause e respiri, simbolo di un’autorità che non sente né domande né risposte, solo un sordo silenzio”.

La gioia, un’arte che s’impara. Una non recensione

Poche volte mi è capitato nella vita di non riuscire a staccarmi da un libro, come se esercitasse su di me un magnetismo nascosto. Ora mi succede
nuovamente con L’arte della gioia di Goliarda Sapienza; sono quasi al termine delle sue 500 pagine e non voglio che finisca, non mi decido a
completarlo, perché poi non avrei più alibi: dovrebbe raggiungere gli altri suoi compagni nella mia libreria. Perciò leggo e poi rileggo, torno indietro e
poi mi fermo.

arte gioia copertinaE’ un libro così diverso da tutti quelli letti finora, difficile da definire, un romanzo intenso e memorabile, di una strana bellezza, che è qui con me sulla scrivania e mi tiene compagnia.

Stavolta non trovo le parole per dirlo, per esprimere ciò che mi ha provocato la lettura di questa saga, tanto che prendo in prestito qualche osservazione che mi ha colpito:
“L’arte della gioia – scrive Domenico Scarpa – è un romanzo spazioso, e intimo come una cesta per i gatti. Questo libro è un grembo dove non si è costretti a stare rannicchiati“.  “… è un romanzo, secondo Patrizia Tufo, che racconta il “diritto alla Vita”, alla libertà e all’accettazione di se stessi e degli altri”.
“Un romanzo vero – scrive ancora Catherine David, sul Nouvel Observateur – che vi trascina e vi scombussola, un romanzo pieno di febbre e d’intelligenza, concreto al massimo, visivo al massimo, erotico e famigliare, psicologico e politico, radicato in un’isola popolata di mandorli selvatici e di vendette. Un romanzo che ci presenta lo sguardo di una donna eccezionale sulla nostra vita, i nostri pregiudizi, la nostra attualità”.

Sono ben pochi i libri che mi sono rimasti attaccati, che sono ormai parte di me: penso a Memorie di Adriano della ‘mia’  Yourcenar, penso a La lingua salvata di un grande come Elias Canetti, a La donna abitata di Gioconda Belli…  Li metterò tutti insieme questi libri, entrati prepotentemente nella mia vita, perché mi sono cari.

Ora finalmente ho incontrato un altro libro straordinario, in una fase della mia vita in cui stanno cadendo ad uno ad uno tutti i pregiudizi, una fase in cui non sopporto lo smantellamento sistematico o la noncuranza per i diritti civili. Una fase della vita più solitaria, dove paradossalmente mi sento più aperta al mondo, più di quando nel mondo ci vivevo da soggetto attivo…

L’arte della gioia (che ha richiesto ben dieci anni della vita di Goliarda per la sua stesura) è con me da un anno (con altri libri che si sono alternati),
l’ho iniziato il 15 ottobre 2013 e so che tra un po’ me ne dovrò staccare, mi aspettano altri mondi da esplorare e chissà che tra di essi non ci sia qualcun
altro capace di rapirmi e di trascinarmi fuori dal mio mondo per poi riportarmi dentro me stessa.

Ecco il suo incipit folgorante:
“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace”.

Guardando i miei libri…

la mia libreria

Stamattina, intorno alle 5.30, mi sono quasi commossa a guardare i miei libri, tutti insieme uno vicino all’altro nella mia libreria che ha gli stessi anni del mio matrimonio. Stanno lì, uno diverso dall’altro, ognuno con il suo mondo tutto da scoprire, da leggere, da decifrare e gustare. Me li guardavo i miei libri perchè ne stavo leggendo uno preso quasi d’istinto per far passare un po’ il tempo e dare modo alla luce del giorno di dilagare. Ho iniziato il bel libro di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, un titolo giusto per quest’ora al confine tra la notte e il giorno.

E mentre leggevo parole piene di risonanza, lanciavo sguardi agli altri libri, tanti già letti e chissà, forse desiderosi di essere nuovamente ripresi, altri invece ordinati e in paziente attesa del loro turno, pronti a farsi prendere e sfogliare, leggere e sottolineare, estrapolare frasi e farsi percorrere accompagnando il mio viaggio tra le pagine, parole e pensieri mescolati così strettamente da allontanarmi da tutto per entrare in me stessa e vivere momenti soltanto miei. Momenti in cui presente e passato spesso si confondono e riemergono persone di un altro tempo, situazioni di vita che credevo sepolte per sempre nella memoria.

Mi guardo intorno e questi miei libri mi fanno sentire a casa, ognuno di essi può essere una promessa o una delusione e quando accade rimango veramente male, mi sento presa in giro. Ma stamattina (ormai è giorno e le rondini già sfrecciano in tondo nel cielo della piazzetta per la loro prima colazione) ho pescato un libro che mi trascina a condividere una storia affascinante, un viaggio avventuroso, difficile e imprevedibile. Un po’ come quello che è iniziato per me da quando ho scoperto la mia malattia. Ma forse anche il mio viaggio, come quello del papà di Andrea, ragazzo autistico, era già iniziato tanto tempo prima…

“Nella misteriosa dinamica di certe partenze, vai a capire che cosa si muove dentro, tra la pancia e il cervello. Vai a capirlo…”.

la-mia-libreria

Stagioni, un piccolo libro

MI SONO RESA CONTO SEMPRE PIU’ CHE IL MODO
PIU’ PROFONDO PER ENTRARE IN UN ESSERE E’ ANCORA
DI ASCOLTARE LA SUA VOCE, DI COMPRENDERE
IL CANTO STESSO DI CUI E’ FATTO.

M. Yourcenar, Les yeux ouverts
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Non mi era mai capitato di scegliere il libro da leggere, di sfogliarlo e di tenerlo stretto tra le mani e di non riuscire ad iniziare, seguendo il ritmo ordinato delle pagine, che il suo autore ha costruito con pazienza, mettendo in fila pensieri, intrecciando connessioni, correggendo intere frasi o singole parole, sforbiciando virgole e punti tra le pagine.

Mi sta capitando con un volumetto che un pomeriggio del 2007 mi regalò mio padre. “Stagioni” di Mario Rigoni Stern, un librettino leggero, piacevole al tatto, che solo ora ho ripreso tra le mani. 
Vago tra le pagine, leggiucchio qui e là ed è come se lentamente capissi il perchè di questo dono inaspettato.
Vi si parla tra l’altro di esperienze paterne, come quella della guerra e del Lager, ma ci sono anche molti momenti poetici (“E’ profondo il silenzio della neve; quando cade, anche la notte diventa più silenziosa e dolcissimo il sonno. E’ diversa pure la luce….”), in cui questo caro vecchio autore di libri indimenticabili  parla dei silenzi della natura, della neve, delle persone familiari, dei ricordi di una vita, dando lo stesso spazio, la stessa dignità ad ogni frammento della memoria.

Non so quando riuscirò a superare le prime dolcissime pagine, che leggo e poi rileggo, mi fanno pensare ai nostri vecchi ma anche all’infanzia… la mia infanzia, quando anch’io imparavo canzoncine da ripetere, ascoltavo le fiabe che hanno popolato e nutrito il mio immaginario di bambina, imparavo a memoria versi poetici che non capivo bene. 

So che leggerò questo mio caro librettino, che mi riporta alla memoria papà che gira in libreria, talvolta seduto sui divanetti della Feltrinelli, in mezzo a giovani e donne, che poi talvolta mi descriveva. Non era infastidito dal movimento, era vita per lui…