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Momenti di solitudine e silenzio

Qualche giorno fa un’amica mi ha sorpreso in un momento di fragilità, quando in genere io mi nascondo anche a me stessa. Guardandomi mentre cadeva la “maschera”, mi ha detto che attraverso ciò che scrivo, io sembro una donna forte, senza cedimenti. Ho cercato di riprendermi subito, perché mi è difficile mostrare agli altri la mia fragilità. Non è un caso che per strada la gente rida quando si trova ad assistere alla caduta di una persona…

Un tronco forte e ruvido, ma ferito…

Bene, allora oggi, in questo spazio pubblico-privato, ho deciso di scrivere di getto e di non correggere, rivedere, limare, smussare, togliere un po’ qui un po’ là per poi pubblicare. Niente di tutto questo, scrivo e basta.

Perché oggi è uno di quei giorni di cui è difficile parlare, un giorno senza né capo né coda, un giorno iniziato abbastanza bene con mille desideri che via via sono rimasti tali. Ho colorato due disegni, colori forti e allegri, che non rispecchiano affatto il colore interiore, che nemmeno saprei definire. Infatti quando prendo uno di questi album da colorare, vuol dire che qualcosa scricchiola dentro di me, quindi meglio indirizzare e obbligare la mente verso colori, abbinamenti e margini da rispettare.

Le ore sono scivolate via un po’ leggere un po’ pesanti e mi ritrovo ora quasi al termine di questo giorno a sfogliare un pacco di piccoli libri (otto per essere precisi) appena consegnato: sono alcune opere di Christian Bobin, un autore che non conoscevo, nato nel 1951, lo stesso anno di nascita di mia sorella Gabriella, solo che lei non c’è più!

Li ho guardati, li ho sfogliati un po’, mi piace la carta spessa e un po’ ruvida con cui sono stati confezionati e mi sono piaciuti subito. Forse per dare un senso a questo giorno che muore, decido di leggerne uno, così senza dargli molta importanza. E invece qualcosa succede, come spesso capita con i libri e con certi autori. Me ne accorgo subito, fin dall’incipit. Mentre leggo, pagina dopo pagina, capisco che forse questa giornata non è del tutto persa, forse qualcosa si salva… Istintivamente, ho scelto come primo libro: Mozart e la pioggia.

E Bobin mi sta dando le parole per dirmi come mi sento oggi: ” A volte, scrive a pag. 27, perdo quel ritmo che mi si addice da sempre, un ritmo a due tempi, presenza-assenza, parola-silenzio, e non mi resta che uno solo di questi stati nel quale sprofondo all’infinito: un chiacchiericcio sordo, un silenzio respingente (“… un bavardage sourd, un silence refusant…”) – nient’altro che false note”. Mi piace anche il fatto di poter leggere il testo in lingua originale, il francese che amo e che – se non mi avesse sorpreso la malattia – avrei voluto riprendere a studiare per ricordarlo, magari arricchendolo ulteriormente.

Sul segnalibro, inserito tra le pagine, leggo altre sue considerazioni: “Scrivere è un modo di rispondere alla vita. Abbiamo sempre bisogno di rispondere a un dono con un altro dono, non per sdebitarci, ma per continuare a donare e ricevere, senza fine“.

Ecco, grazie a Bobin, ho capito perché stasera ho scritto qui in questo spazio virtuale, ma che in questo momento mi sembra molto più reale di tutto ciò che mi circonda. Domani continuerò a leggere.

“Per accogliere la luce di stasera… metto un disco, qualche aria di Mozart, poi mi allontano, vado in un’altra stanza”. Per questo mi fermo qui anch’io, esco dal mio studio, spengo il Pc e vado in un’altra stanza. Anche perché fortunatamente non sono sola, di là c’è chi mi aspetta. Pazientemente…

 

 

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Curare i luoghi della cura

Il “Giardino Perenne” del sant’Anna di Torino

So che l’estate è la stagione delle vacanze, dei pensieri in libertà e della leggerezza. Ma la malattia non va in vacanza…

Un giorno, sfogliando pigramente un magazine dello scorso mese di aprile (Vanity Fair) vengo attratta da un titolo: L’arte che ti cura.
Si parla dell’Ospedale sant’Anna di Torino, che ha recentemente riqualificato i propri spazi, coinvolgendo dipendenti, pazienti e familiari.


Sale di attesa con pareti variopinte e fiorite, ringhiere e scale dipinte con colori energetici per le migliaia di persone che vi transitano, con particolare cura per alcuni luoghi simbolici: il Giardino Perenne, per esempio, “luogo dell’origine del mondo e della sua cultura, sintesi perfetta tra artificio e natura, per allietare le attese, che sono spesso percepite come un’eternità”.


«L’arte, scrive una paziente, ci fa sempre vedere il verde nel nero. Il giardino perenne mi ha fatto compagnia».

Oggi si parla molto di umanizzare la medicina, sempre più tecnologica, di curare i luoghi della cura, cioè gli ambienti ospedalieri spesso tristi e anonimi, di come rendere meno freddo il rapporto medico-paziente e anche quello tra i medici stessi e gli altri operatori della sanità. Si parla di medicina narrativa, di terapie complentari ed io sono particolarmente sensibile a questo argomento, dato che da circa sei anni frequento periodicamente questi luoghi – l’Oncologico di Bari in particolare – e noto come sono arredati gli ambienti, il modo di fare del personale sanitario, quali ricerche sono in atto e così via…

foto del dr. D. Galetta in un corridoio dell’Oncologico di Bari

Chi come me frequenta questi luoghi  attraversa momenti di grande fragilità, in cui basta un nonnulla per sentirsi a disagio, per stare male o viceversa per riacquistare calma e tranquillità. L’essere bene accolta aiuta a sentirsi a proprio agio, un semplice sguardo o un sorriso riesce spesso a domare l’ansia, mentre un comportamento brusco ha una risonanza molto negativa.


Nelle attese, mi guardo intorno e osservo non solo le persone, ma tutto l’ambiente intorno a me: le pareti e il loro colore, se sono nude o arricchite di manifesti o di immagini significative, la comodità di sedie e poltroncine, come si forma una lunga fila ad uno sportello…


Io ho avuto la fortuna di incontrare un oncologo che non ha bisogno di manuali per instaurare con i pazienti dei rappporti umani ricchi di empatia, improntati alla condivisione reale del percorso di cura. Il mio dottor G. – fin dal primo momento – ha intuito di che pasta sono fatta ed è riuscito a farmi digerire, con parole chiare, oneste e corrette, anche “medicine” piuttosto amare… Lui è uno che non ti abbandona, ti segue passo dopo passo e tu sai che non sei sola ad affrontare una patologia così difficile da trattare.
Gli altri medici della sua équipe lo affiancano con vera passione e talvolta mi “leggono” nei pensieri, in particolare una dolcissima oncologa.


Infatti la dr.ssa A.C. in un periodo molto difficile per me, accorgendosi che avevo bisogno di aiuto, mi ha consigliato (e permesso) di inserirmi in un Progetto di Terapie Complementari, che mi hanno fatto scoprire nuove possibilità e nuove strade per aprire finestre interiori e riuscire piano piano a conquistare un nuovo benessere.


Mi riferisco in particolare all’Armonizzazione sonora e alla Musicoterapia, che prima singolarmente poi in gruppo sono state per me come un balsamo.


Ho riempito un quaderno con un po’ di appunti e di disegni dopo ogni incontro ed ora che siamo in estate, rileggo ciò che ho scritto a caldo, risento quei suoni e quelle vibrazioni, il canto della dr.ssa L., musicoterapeuta, che mi aiutano a rilassarmi, riuscendo a scoprire dentro di me potenzialità nuove.

Suoni e colori, come “vitamine musicali”, perchè qualcosa di bello può germogliare. Anche dal dolore!

L’albero visualizzato dopo il primo incontro di “massaggi sonori”, coccole musicali li chiama la bravissima musicoterapeuta dr.ssa F.L.

#WeAreInPuglia? Il rifiuto della bellezza (la mostra)

Ebbene sì, “siamo in Puglia, dove spesso gli Ori e gli orrori sono uno accanto all’altro” spiega nelle sue note di ‘regia’ Giovanni Rinaldi , che si è impegnato quotidianamente per ben cinque mesi nel suo lungo réportage, che parte da Foggia e dalle strade di ogni giorno, per spostarsi man mano verso le periferie residenziali, strade comunali e provinciali, fin dentro il cuore dei Monti Dauni e del Gargano, nel paesaggio oscuro dei rifiuti, degli scarti, dell’inquinamento e del degrado.
“Le ‘cose’ in sé, conclude l’autore di questa mostra un po’ atipica, non hanno colpa… noi ci passiamo accanto, con l’abitudine di spuntare le spine che sentiamo dentro…”

MemoRandom

Presentazione

Saverio Russo
Presidente Fondazione Banca del Monte di Foggia

Dopo tante mostre dedicate alla bellezza, dell’arte, dei volti fotografati, dei paesaggi, dei libri, una mostra dedicata alla bruttezza e al rifiuto, sia pure riprese da un grande fotografo, Giovanni Rinaldi. Non sembri fuori tema per la nostra Fondazione: siamo da sempre impegnati nella promozione del territorio e non può essere fuori tema dare maggiore diffusione alla denuncia del degrado, che ci impoverisce tutti e che non ha un solo responsabile, ma tanti.

Vogliamo dare, con questa mostra itinerante, un sostegno a quanti si battono per contrastare questa pericolosa deriva, a quelli che non si limitano al post su facebook e allo strillo qualunquista, ma dedicano il loro tempo a “pulire il mondo”, agli amministratori spesso soli a risanare gravi situazioni che hanno ereditato. Per far capire a tutti che l’immondizia depositata nel greto del torrente, come i rifiuti pericolosi…

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Riemerge da un cassetto l’agenda di mio padre…

Un collage di pagine di un'agenda, che mio padre intitolò Enciclopedia "fai da te"

Un collage di pagine di un’agenda, che mio padre intitolò Enciclopedia “fai da te”

Riposta in un cassetto, cedo di tanto in tanto alla tentazione di prenderla tra le mani. Si tratta di un’agenda di mio padre, piena di frasi, scritte a mano, articoli, ritagli di giornali, pubblicità, che sono messi insieme senza alcuna gerarchia, tutti i contenuti sullo stesso piano.
Eppure lui era ordinato e preciso, tutto doveva trovarsi al suo posto… Qui invece sembra che abbia voglia di sbizzarrirsi in piena libertà e questo mi diverte moltissimo.
Trovo ritagli di articoli non certo leggeri che parlano di patologie come la depressione – con tanto di volti noti che ne soffrono – e di quel grande tabù che è ancora oggi il disturbo bipolare, che “uccide più del cancro”, la malattia del grande Hemingway, di Cesare Pavese, di Virginia Woolf o di Van Gogh, giganti che hanno sperimentato l’insopportabilità del dolore psichico che li ha schiacciati fino a portarli al suicidio.

Due pagine con i volti noti di chi è stato colpito dalla depressione.

Due pagine con i volti noti di chi è stato colpito dalla depressione.

In un ritaglio, piccolo rispetto agli altri, si parla anche di come una diagnosi di tumore possa sconvolgere la vita di una persona e poi nella pagina seguente ritrovo l’elenco di ciò che può servire in ospedale: ricordo che glielo scrissi io al Pc, in modo che non si trovasse in difficoltà ogni volta che capitava un ricovero improvviso. Se sapesse che ben due figlie avrebbero incontrato questa malattia e una ne sarebbe morta prestissimo…

la-malattia
Lui ha saputo stare vicino a mia madre per tutta la vita, nei tempi felici come nella sofferenza più profonda, e certe pagine la testimoniano. Ma giro pagina e non c’è tempo per cedere alla tristezza o alla malinconia, perché trovi ritagli con belle interviste a grandi vecchi come Vittorio Foa, Margherita Hack, Giancarlo Menotti, Dino Risi e Giorgio Albertazzi.

vecchiaia

Persone in cui si identificava, lui così curioso, sempre attento a cercare di capire cosa si muoveva nel presente, a tenere la mente sempre allenata anche nella memoria, citando a noi aneddoti e riflessioni, etimologie di parole a noi sconosciute: chi erano per esempio i “nomenclatores”? E lui: “Coloro che affiancavano gli imperatori romani per ricordare loro i nomi delle persone che incontravano”. Esistono ancora oggi, diceva, indicando i suggeritori vicini ai capi di stato in visita in altri Paesi e negli incontri di vertice.
Ma l’agenda è anche piena di vignette (soprattutto quelle di Altan o di Elle Kappa), di ricette, di battute di spirito che amava ripeterci sorridendo sornione, come quelle di Woody Allen: “Nella vita l’amore è importante, ma anche il colesterolo”…

Guardo alcune pagine fitte della sua minuscola scrittura, altre con glossari di vario tipo (significati di “califfo”, “imam”, “sultano” o “emiro”), classifiche dei film più visti, detti latini o frasi celebri, una foto di Raffaele La Capria che gli piaceva moltissimo, vicino all’elenco dei vari tipi di acque minerali, pesi e misure in uso nel mondo, la storia dell’elettronica in quattro tappe e via dicendo. Una miniera da cui attingere, anche perché non mancano le pagine dedicate ai controlli medici da fare nelle diverse fasi della vita! e così, avanti fino al termine:

Così si chiude questa agenda, questo insieme di "pensieri... in prestito", con la foto dei suoi 90 anni, chino sul computer portatile, una delle sue ultime scoperte che io gli ho insegnato ad usare.

Così si chiude questa agenda, questo insieme di “pensieri… in prestito”, con la foto dei suoi 90 anni, chino sul computer portatile, una delle sue ultime scoperte che io gli ho insegnato ad usare.

“Se si ama la vita, tutte le età sono belle”, lo hai sottolineato tu, caro papà, ed io ora attingo a questo tuo tesoro di esperienza, a questa tua libertà nello spaziare in tutti i campi del sapere, senza gerarchie di sorta, alla tua capacità di sentirti sempre contemporaneo, nonostante l’accumulo degli anni e le sofferenze che non ti sono state risparmiate, dalla prigionia nei campi di internamento tedeschi alla “prigionia” legata alla malattia di mamma che – da un certo punto in poi – ci ha impedito di allontanarci da casa, di viaggiare tutti insieme, come avevamo fatto per tanti anni felici!

Hai cercato di “entrare nella morte a occhi aperti” come fa dire all’imperatore Adriano la scrittrice che io amo di più, Marguerite Yourcenar, ne “Le memorie di Adriano”, uno dei libri più belli di tutti i tempi.

Oggi, una bella mattinata di terapia

Generalmente arrivo la mattina della mia terapia all’Istituto Oncologico quasi sempre con uno stato d’animo sospeso, perché non so mai bene come andrà, con quali persone mi troverò a condividere questi momenti di vita piuttosto delicati: infatti a volte ci si guarda e si rimane tutti in religioso silenzio, in compagnia dei propri pensieri o di una lettura, mentre in altri giorni c’è qualcuno/a che inizia a parlare, ma… non sempre è piacevole ascoltare ciò che dice.

Stamattina mi sentivo bene e sono arrivata in ospedale con uno spirito positivo, che non mi ha abbandonata (come spesso mi succede) nemmeno di fronte a persone che stavano visibilmente male. Poi dopo un po’ di attesa, mi hanno chiamata e mi sono sistemata sulla mia poltrona, dopo aver salutato tutte le donne presenti con un sorriso.

Lentamente, non so ad opera di chi, è partita una conversazione, ma io sono rimasta inizialmente in silenzio per capire quale piega stava prendendo il fiume di parole che da un lato all’altro della stanza s’incrociavano e si moltiplicavano.
Nell’aria però sentivo parole di coraggio, di forza e di speranza, qualche semplice consiglio che qualcuna delle pazienti stava dando ad una giovane mamma che si/ci chiedeva come si fa a non piangere davanti ai propri figli…

È stato allora che ho guardato il viso di ognuna di loro, persone molto diverse per età, abbigliamento e per atteggiamento, ma in ognuna di loro ho visto la bellezza di tutte noi! Noi che, pur toccate da un tumore, eravamo lì a curarci, con la consapevolezza di ciò che stavamo facendo e con un pensiero, esplicito e detto a voce chiara, a chi non ce l’ha fatta, a chi ha iniziato le cure e ha dovuto interromperle, a tutte quelle persone che non hanno fatto nemmeno in tempo a capire il terremoto che le avrebbe annientate. Io pensavo ovviamente anche a Gabriella, mia sorella, che non ha retto a una randellata così forte…

sala infusione
Ciononostante, è stata bella una mattinata di terapia, sembravamo un gruppo di auto-aiuto senza una leader, ma tutte tacitamente d’accordo ad esprimere con onestà i nostri vissuti e a dare forza con le parole e gli sguardi a questa giovane mamma che ci ascoltava, ci sorrideva e sembrava liberarsi delle sue paure: ascoltava me che da cinque anni mi curo con tutti gli alti e bassi, me che come le altre sono passata dalla terribile esperienza di veder cadere tutti i capelli con la gioia poi di vederli ricrescere più forti di prima, ascoltava un’altra occasionale compagna d’avventura che le raccontava del tatuaggio perfetto (praticamente invisibile) delle sue sopracciglia e di un’altra che le confessava l’emozione di aspettare un nipotino da sua figlia e questo le dava una forza immensa…

L’infermiera, giovanissima e brava, ci ascoltava continuando a fare il suo lavoro senza distrarsi e ogni tanto ci regalava uno sguardo, un cenno di assenso o un sorriso. Ammalarsi di cancro ti sconvolge la vita, ma può regalare momenti indimenticabili di gioia e di solidarietà non esibita, ti fa scoprire l’essenza delle persone che incontri e ti aiuta a capire veramente chi sei e quanto sei fortunata se non sei sola in questa sfida spesso impari!

Logorare un po’ la nostra soglia

“Trovare pace nel respiro profondo dell’orizzonte”. 

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Chiara è una blogger che con ogni suo post riesce sempre a darmi qualcosa di cui sento il bisogno, è come un regalo inaspettato!
Ci pensavo in questi giorni, alla vita che lascia traccia sui nostri corpi e a tutti quei segni invisibili che rimangono impressi nel nostro cervello e condizionano emozioni, gesti, comportamenti e pensieri.
E poi, ecco il suo consiglio piú reale: dobbiamo respirare, anche se ci costa fatica, Respirare e basta, come si fa nello stretching, anche se il corpo duole… Ma è tremendamente vero ció che (mi) dice: “ad ogni soffio d’aria che esce dai polmoni la tensione si scioglie un poco … con la sensazione di benessere” che a poco a poco ci invade.
È ció che sto provando anch’io da quando sto imparando a respirare meglio e l’affanno lentamente sembra scomparire. È anche questo un modo per affrontare la mia malattia e non lasciarmi sopraffare: “fare pace con le nostre smanie, scrive ancora Chiara, i progetti falliti, le ferite, forse anche i dolori”. Per me, senza il “forse”, fare pace con il dolore psicologico e psichico, che non passa, e imparare ad accettare la paura come compagna.

sguardiepercorsi

Oggi sono stanca e meditativa. Guardo le persone sul tram, osservo particolari, penso a quanto la vita lasci traccia sui nostri corpi. E penso alle tracce meno visibili -impresse nel nostro cervello- che segnano e guidano i nostri comportamenti, le emozioni, i pensieri. Le tracce di ciò che abbiamo vissuto, delle ferite, dei successi, degli apprendimenti.

“Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto consunta…”
Rilke, Nona elegia duinese

Mi vengono in mente questi versi, anche un po’ fuori dal contesto di quell’elegia.
La vita logora le nostre soglie: nel bene e nel male. Logora gli spigoli, ammorbidendoli, rendendoli più saggi, più ricchi di sfumature. Logora le difese, le asperità. A volte logora la pazienza, logora le forze, e da curve aggraziate tira fuori asprezze, spuntoni.
Guardo le persone e vedo le loro soglie consunte. Le ascolto, e…

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Il mondo dei sani e il mondo dei malati

Viviamo in un mondo in cui si costruiscono muri sempre più invalicabili e si alzano barriere spinate per blindare i confini del proprio territorio, respingere i migranti in fuga e illudersi di sentirsi più sicuri. Ma ci sono anche mille altri tipi di barriere e le persone disabili ne sanno qualcosa, come c’è un abisso tra la vita dei benestanti e quella ogni giorno più difficile dei poveri.

Poi c’è anche una barriera spesso invisibile tra il mondo dei sani e quello dei malati: me ne sono accorta abbastanza presto quando ho scoperto di avere un tumore. Infatti prima di ammalarmi, ero e mi sentivo molto più attiva, cercavo di diffondere informazione come potevo, partecipavo a incontri per agire insieme ad altri, forse m’illudevo ma ho sempre cercato di credere di poter cambiare un pezzettino di questo mondo, governato da un’élite sempre più ristretta e invisibile. Nonostante questa consapevolezza, mi piaceva far la mia parte.

Ora il mio tempo viene regolarmente scandito da terapie periodiche e controlli quasi continui, i miei pensieri – se non riesco a dirottarli su altro – girano vorticosamente sempre intorno alla malattia che mi ha colpito. Infatti mi capita sempre più spesso di voler fare qualcosa, in casa e fuori, ma presto mi accorgo di essere stanca, di essere costretta ad interrompere ciò che sto facendo o di dover andare avanti a piccoli passi.
Se durante una passeggiata, chi mi accompagna cammina a passo svelto (come me un tempo) io cerco di tenere il passo, ma presto devo arrendermi: io ormai devo abituarmi ad avere un’andatura più lenta, perchè sento che il corpo non vuole più ubbidirmi come prima, diventa più pesante, le gambe fanno male, il respiro si fa più corto. Non sempre riesco a far notare queste mie difficoltà e quando lo faccio ne soffre soprattutto il mio umore: è come dichiarare una sconfitta. E faccio fatica ad accettare tante piccole e grandi sconfitte, faccio ogni sforzo per non rassegnarmi e continuare a credere di poter vivere come gli altri, i sani che ogni giorno lavorano o vanno in giro in cerca di lavoro, i sani che vanno dal medico una tantum, i sani che sono pieni di pensieri di tutti i generi.

Io invece penso che gli anni e soprattutto la malattia mi stiano lentamente sottraendo le energie vitali, dandomi l’impressione di vivere in un altro universo, in cui il tempo scorre con altri ritmi. Percepisco una barriera invisibile che divide il mio mondo, quello di chi è malato, dal mondo dei sani.
Esteriormente sembra tutto a posto (ed è già qualcosa…) ma a volte basta un nonnulla, l’inizio di un dolore, per cambiare completamente il mio stato d’animo, a volte l’intero corso della giornata. Magari mi alzo al mattino piena di forza e poi sento via via che la sto perdendo; mi alzo ottimista e poi invece il mio sguardo si appanna gradatamente; oppure l’inverso, mi alzo con fatica dopo una notte difficile, piena di dolori sparsi dalla testa ai piedi e come unico programma della giornata farmaci e riposo. La mia vita è come l’elettrocardiogramma di un cuore impazzito.

Nonostante tutto continuo a seguire da lontano le diverse iniziative che si programmano in città, segno in agenda quelle più interessanti ma sempre più spesso sono costretta a starmene a casa. E ogni volta che leggo la notizia di una manifestazione o di un incontro, penso: chissà come mi sentirò quel giorno e allora sono tentata dal non prenderne nota, per non far aumentare il carico di delusione e frustrazione.

Quando invece mi sento bene e ce la faccio a partecipare, mi sento in paradiso, come quando il 5 ottobre scorso ho potuto godere lo spettacolo di Roberto Bolle al teatro Petruzzelli. Volavo anch’io con lui su quel palcoscenico, mentre la musica e le immagini proiettate mi avvolgevano in un’atmosfera da sogno.
Poi ritorno alla mia routine e cerco di renderla piacevole con la lettura, i video musicali, i film, con quelle che sono le mie passioni.

Seguo con attenzione, indignazione e compassione l’odissea delle popolazioni migranti, leggo le loro storie dolorose, guardo le immagini di chi non ce l’ha fatta e penso a me, che nonostante il tumore, sono una persona fortunata, che si può curare circondata da affetti veri. Fra me e loro, i fiumi di persone in cammino, non sento barriere e se potessi farei qualcosa per andar loro incontro, capire di che cosa hanno bisogno e riuscire a strappargli un sorriso, stringendogli la mano.

Cara Gabriella, sei nei miei occhi…

Come tradurre il dolore enorme per la tua morte, Gabriella, sorella mia?
Sei nei miei occhi, sento le tue parole, vedo la tua immensa tristezza per essere stata colpita – anche tu come me – da un tumore che ti ha portata via in un baleno. Insieme alla tua voglia di vivere, di uscire e di girare per le strade guardando le vetrine, insieme alla tua consuetudine di entrare in libreria e parlare poi anche con me di libri e di poesia.

Con quanta curiosità guardavi le belle vetrine!

Con quanta curiosità guardavi le belle vetrine!

Ricordo il messaggio su WhatsApp in cui ti parlavo dell’ ultimo libro che mi hai regalato, La nostalgia felice, letto quasi tutto durante la chemio e che mi ha aiutata a riprendere a leggere (la malattia fa anche questi scherzi, ti fa mulinare la mente senza farti capire una parola di quelle righe scritte… e anche a te è successo!).

la-nostalgia-felice-amelie-nothomb

Sulla mia scrivania c’è ancora l’ultimo libro “Il giudizio del poeta – Immaginazione letteraria e vita civile”, prestato l’11 marzo scorso e da te sottolineato in più punti (ora riesco a leggere solo quelli), e forse solo ora capisco qual era il senso profondo del tuo amore per la letteratura.

Qui l’autrice, Martha C. Nussbaum, esplora l’idea di un’etica della letteratura fondata sul suo carattere di conoscenza tipicamente affettiva, empatica e identificativa: il lettore di un romanzo entra infatti nei panni dei diversi personaggi, ne condivide le esperienze e impara a conoscere dall’interno i loro sentimenti e le loro idee e questa sua abitudine ad immedesimarsi negli altri non può che aumentare la sua tolleranza e la sua comprensione nella vita quotidiana, rendendolo meno dogmatico e più democratico, com’eri tu.

libro Gabry

Presentando ogni personaggio nella sua individualità, il romanzo aiuta ad eliminare quegli stereotipi che spesso condizionano l’opinione diffusa, in cui di frequente una singola persona, con la sua storia e la sua specificità, viene ricondotta a una categoria generale (ad es. gli immigrati).
La letteratura, per la ricchezza e la specificità delle conoscenze umane che trasmette, si oppone di fatto a queste semplificazioni descrittive, che in genere preludono all’esclusione, all’emarginazione e alla violenza.
E’ di questo che si è nutrito il tuo spirito libero, non giudicante.

Cara Gabriella, ti rivedo con i tuoi libri (una selezione mai banale) e ripenso ai discorsi che facevamo quasi sempre in perfetta sintonia.
Tu sei stata un mix ben riuscito di profondità e leggerezza, di informalità ed eleganza, ironica e dolce, capace di regalare agli altri la migliore immagine di te, nascondendo ben bene ciò che ti angustiava.

Milano, 23 novembre 2013 Immersa nei tuoi cari libri...

Milano, 23 novembre 2013
Immersa nei tuoi cari libri…

Ti sei circondata di cose belle e ho nella mente il tuo occhio infallibile che mi scrutava con affetto e severità insieme, quando vedevi che mi lasciavo andare e mi vestivo sempre con la stessa ‘divisa’… Ora proverò a guardarmi con i tuoi occhi, che sapevano scovare una bella camicia o una sciarpetta carina anche in mezzo ad un mucchio di stracci.
Non hai avuto una vita facile, ciò nonostante sei stata la mia sorellina allegra, vivace e stimolante, amante della compagnia e ti ho perduta proprio quando – dopo anni di lontananza e di separazione – ci eravamo ritrovate!