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#RestiamoUmani: le migrazioni, un fenomeno sempre più complesso nell’era della globalizzazione


Apriamo i Porti italiani:
questo l’appello lanciato ieri da un’associazione studentesca di Bari, Zona Franka, per una manifestazione a cui ho partecipato con convinzione.
Contro la decisione brutale del ministro dell’Interno, in accordo con quello ai Trasporti, di bloccare una nave con 629 persone a bordo, migranti che erano stati soccorsi in sei diverse operazioni, tra cui una particolarmente complessa, con un gommone che si è rovesciato facendo cadere in mare le 40 persone che lo stipavano. Tra questi 629, ben 123 sono minorenni non accompagnati, 11 sono i bambini e 7 le donne in stato di gravidanza. Per fortuna sulla nave è presente il personale di Medici senza frontiere e in seguito sono state inviate dall’Italia altre navi con scorte di viveri e di materiale per la sopravvivenza di persone, che si sono riparate dal sole, che batteva sulla loro pelle arsa dalla salsedine, sotto dei teli di fortuna, come si vede benissimo nei servizi che Sky TG24 ha mandato continuamente in onda dai suoi elicotteri.

Ci sono tanti e tanti modi per affrontare un fenomeno complesso come questo: secondo me, questa cinica prova muscolare paga elettoralmente ma non contribuisce a risolvere la questione; Salvini infatti ha usato 629 naufraghi come ostaggi per negoziare con l’Europa sull’immigrazione.

Se oggi potessi recuperare alla mia memoria tutte le lezioni sulla migrazione dei popoli nella storia del mondo, lo farei volentieri: da sempre infatti l’umanità si è spostata in cerca di migliori condizioni di vita per sé e per i propri cari; dai tempi più remoti le guerre hanno prodotto distruzioni, vittime e un gran numero di profughi, costretti ad abbandonare tutto pur di salvare almeno la loro vita, per non parlare dei morsi della fame, quella vera che forse molti di noi non hanno mai provato, che spinge le comunità a cercare altri luoghi in cui vivere senza l’incubo continuo di non avere nemmeno quel minimo di sostentamento per il giorno dopo. Anche i disastri ambientali flagellano soprattutto le fasce più povere di una popolazione, quelle che vivono sotto un tetto precario e fragile e non hanno nemmeno la possibilità di andare lontano dai luoghi della catastrofe.

In Italia siamo da anni alle prese con il fenomeno dei flussi migratori, sempre visti e affrontati come se ogni volta fossero un’emergenza.
Oggi più che mai siamo un popolo nettamente diviso non solo sulla visione del nostro futuro e sulla soluzione da dare ai diversi problemi da cui siamo afflitti, ma anche se e come organizzare seriamente la prima e la seconda accoglienza. Vedo classi politiche che si alternano al governo senza riuscire a trovare una strategia condivisa da percorrere senza tentennamenti (e senza fare infantili prove di forza sulla pelle delle persone) per affrontare questo fenomeno sempre più complesso, che interroga il nostro modo di vivere (sprechi compresi…) e di vedere il mondo.

Anni fa, quando ero più giovane, sognavo e credevo possibile un’Europa realmente unita, e non solo sotto bandiere economiche, ma come un insieme di Stati che sapessero responsabilmente trovare convergenze ideali e concrete su vari terreni di fronte alle sfide dei colossi mondiali, penso alla Cina ma anche alla potenza della finanza internazionale, capace di spostare in un baleno i suoi capitali, mettendo in ginocchio intere comunità. E invece la politica degli stati europei viene posta al di sopra delle vite delle persone: capitali e merci viaggiano senza confini, si delocalizzano imprese da un giorno all’altro mettendo sul lastrico migliaia di persone, mentre si innalzano muri che bloccano solo i più disperati, quelli che rischiano la loro vita in mare (o in montagna) pur di approdare in un posto sicuro per rifarsi una vita.

Vedere un ministro dell’Interno che costringe la nave Acquarius a fermarsi in mare aperto, in attesa di sapere dove poter attraccare, mi ha provocato un senso di profondo disagio, disorientamento e indignazione: è vero che l’Italia ha fatto sforzi enormi ed è stata costretta per anni – insieme alla povera Grecia – a far fronte in modo solitario all’ondata di persone, arrivate con tutti i mezzi possibili sulle nostre coste, dopo aver peregrinato nel deserto o essere stati rinchiusi in campi di detenzione e aver pagato cifre enormi ai trafficanti di “merce” umana; capisco la rabbia delle fasce più deboli della nostra popolazione, quella che arranca ogni giorno ed è indotta a credere che il “nemico” sia il migrante che viene qui da noi a “togliere lavoro”.

Ma non riesco ad accettare che chi sa e può continui a fingere di credere a questa versione di comodo dei fatti: in Italia per fortuna molti giovani oggi non vogliono (e non resisterebbero nemmeno a) lavorare ore e ore nei campi del sud, chini sotto il sole, a raccogliere e a trasportare pesanti cassoni di pomodori, per una paga da fame, che fa comodo e arricchisce i caporali e i proprietari di queste coltivazioni: non è un caso che la patria di Giuseppe Di Vittorio sia stata la piana di Cerignola, un paesone della provincia di Foggia.

Molti dei miei ex-alunni, dopo aver tentato di tutto per trovare un lavoro, piuttosto che adattarsi a condizioni degradanti e ad essere mal pagati (tra l’altro dopo aver studiato un bel numero di anni), hanno preferito prendere un trolley (non più una valigia di cartone, come i nostri migranti di un tempo) e andare lontano dalla famiglia e dal loro ambiente di vita per trovare non soltanto un’occupazione, ma anche un posto dignitoso nella società attuale: oggi vivono fuori, sparsi per l’Italia, l’Europa e qualcuno oltre oceano, si sono integrati spesso faticosamente e tornano per le vacanze nei luoghi di origine.

Continuerò a riflettere come ho sempre fatto, ma ciò che non mi piace è vedere riproposta nell’Italia (e nell’Europa) del 2018 l’antica e deleteria divisione in fazioni, come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini, non mi piace vedere tanti cittadini accontentarsi degli slogan semplicistici di fronte alle difficoltà che abbiamo davanti, non sopporto gli insulti e le ridicolizzazioni che si mettono in campo per evitare ragionamenti anche dialettici, ma civili.

Chi parla di “invasione” non sa (o finge di non sapere?) che in Europa su 500 milioni di abitanti il 93% è autoctono e solo il 7% immigrato; purtroppo proprio la nostrana legge Bossi-Fini produce essa stessa clandestinità e i media si prestano facilmente a diventare strumenti di propaganda di una fazione o dell’altra: non dimentico che la scorsa estate fu diffusa la paura dell’immigrato-stupratore per connetterla a quella dell’invasione…
Penso che sia ora che la complessità venga finalmente affrontata: non solo per quanto riguarda l’immigrazione, ma anche tante altre problematiche importanti: dalla presenza pervasiva del fenomeno mafioso e criminale fino al debito pubblico, dalla sburocratizzazione delle procedure fino alle innovazioni necessarie per rendere più competitivi tanti settori dell’economia italiana e poter dare maggiore serenità a tanti che vivono in una precarietà permanente. Non certo a causa degli immigrati, che se regolarizzati contribuiscono all’economia italiana e anche a pagare parte delle nostre pensioni.

#RestiamoUmani

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