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Una donna di Annie Ernaux, un bel libro da leggere e non solo…

Mentre infuriano le polemiche politiche e i conflitti istituzionali, un libro può essere anche un buon rifugio. Questo mi ha colpito fin dalla prima frase, su cui mi sono fermata pensando: Che faccio, continuo o lascio perdere, almeno per ora?

“Mia madre è morta lunedì 7 aprile nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo portata due anni fa”:
è questo l’incipit di Una donna, il libro autobiografico di Annie Ernaux (L’Orma editore) che ho scelto impulsivamente in una bella libreria molto particolare di Milano, che consiglio a chi può di visitare, la Open di viale Monte Nero.

Una copertina particolarmente bella nella sua sobrietà grafica quasi austera, una carta che mi piace toccare e poi questa grande autrice, di cui avevo sentito parlare per aver vinto il Premio Yourcenar (la scrittrice che io amo pù di tutte in assoluto!): tutti elementi che sicuramente mi hanno spinto a comprare senza pensarci due volte questo splendido libro.

Non sono qui per farne una recensione, non ne sarei capace, vorrei invece scrivere (se ci riuscirò) ciò che ha provocato in me come semplice lettrice, niente di più e già questo mi sembra arduo.

Ovviamente non mi sono fermata all’incipit e ho deciso di condividere con lei il difficile percorso della memoria di sua madre, che ritrovava quella donna nel suo immaginario, ma l’intenzione del libro è chiara ed esplicita:
“Vorrei cogliere anche la donna che è esistita al di fuori di me, la donna reale… Il mio progetto, continua, è di natura letteraria, poiché si tratta di cercare una verità su mia madre che può essere raggiunta solo attraverso le parole” e più avanti (a pag. 40) una dichiarazione che mi commuove: “Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo”.

Immagine tratta da Il LIbraio.it

Durante la lettura, non riuscivo a fare a meno di confrontare continuamente la donna di cui la scrittrice parla con la donna che è stata mia madre: le differenze tra loro, il diverso carattere e la provenienza sociale, una vita differente tra queste due donne. Eppure leggendo questa ricostruzione “tra Storia e affetto”, riemergevano spesso numerosi flashback, la memoria e il ricordo di mia madre si sono popolati di vecchie immagini, situazioni vissute, atteggiamenti e stati d’animo che sembravano destinati all’oblio. Alcuni ricordi sono per me particolarmente dolorosi, altri per fortuna invece ricchi di luce e di sorrisi, sono tornati vivi nella mia memoria alcuni dettagli tragici insieme ad altri divertenti e teneri: una lettura per me quasi provocante, ad ogni pagina, a momenti paragrafo per paragrafo, una lettura scorrevole che però mi ha costretto spesso a ritornare indietro per fermarmi a pensare…

Per esempio, suggerite dal testo, mi sono fatta delle domande, mi sono chiesta che infanzia ha vissuto mia madre, ultima di nove figli, se aveva avuto una cameretta o divideva il suo spazio con le sorelle maggiori, se a lei facevano indossare i vestiti smessi delle sue sorelle, come andava a scuola e poi ancora tante altre. A me ha raccontato pochi frammenti della sua vita in collegio, dove era stata con la sorella Maria per alcuni anni lontana da casa (proprio come me!), a Bologna in via Galliera. E sul significato (Galliera, galera…) di questo nome scherzava spesso! Un giorno mi raccontò ridendo che lei cercava di colorarsi le labbra di nascosto con i petali dei gerani, con grande disapprovazione delle suore che vedevano per lei un futuro da “donna perduta“…


Questo libro si legge immergendosi totalmente nella sua scrittura, limpida e lucida, chiara e senza giri di parole, da cui traspare un dolore profondo, quello  che non si esaurisce con il pianto, il dolore di chi sa e scrive (per imporre davanti a sé la realtà dell’assenza):
“Non sarà più in nessun luogo del mondo”.

Mia madre morì nell’inverno del 2010 e da allora sono trascorsi otto anni, non mi servono le fotografie per ricordarla, mi piacerebbe invece poter ritornare indietro nel tempo per conoscerla meglio, per fare a lei le domande che oggi rimangono senza risposta. “Dei suoi desideri non so nulla” scrive Annie Ernaux e io penso come lei di trovarmi nella medesima situazione.

C’è una pagina del libro, dove la scrittrice elenca le immagini così come le tornano in mente, dei flash di sua madre ancora giovane, quando camminava in riva al mare o andava periodicamente in chiesa, cosa faceva durante un pranzo e via avanti così. Ed io mentalmente ho fatto la stessa operazione, riesumare dall’oscurità tanti momenti della vita di mia madre, cercando di non darmi spiegazioni di senso, solo lasciandoli fluire così come venivano a galla.

La rivedo sul ballatoio di casa china ad innaffiare le sue piante, mentre approfitta per fare una pausa dai lavori casalinghi e fumarsi anche una sigaretta, la sento nella sua perenne insicurezza mentre chiede sempre a mio padre un parere o il consenso, per qualcosa da fare o da non fare, gioisco della sua gioia di uscire di casa per una passeggiata e per dare uno sguardo alle vetrine dei negozi, rientrando contenta di qualche nuovo acquisto, la rivedo ancora nel tinello di casa seduta al tavolo tondo con la nonna (sua madre) che parla di tanti argomenti, che legge avidamente i giornali che mio padre le comprava, sento stringermi in un abbraccio forte, quasi disperato, quando sto per partire (dalla stazione di Foggia) per andare in collegio a Milano (decisione di mio padre) e con disagio rivivo quello strano senso di “estraneità” quando ritornavo finalmente a casa, dopo mesi di lontananza. Per me uno strappo dolorosissimo, forse il sacrificio più grande della mia vita. “Per anni, scrive Annie Ernaux, con lei ho avuto soltanto dei ritorni”: sembra quasi che stia parlando anche di me.

Citazione che apre il libro

Oggi, sulla scia delle parole del libro, guardo anch’io gli oggetti che mia madre mi ha lasciato, belli e cari dal punto di vista affettivo, ma ogni sguardo rimarca la sua assenza, mi ricorda la sua preoccupazione per me sempre china sui libri, mi vedeva come un’intellettuale e non era consapevole invece che lei aveva, come mia sorella Gabriella, una dote straordinaria: sapeva essere leggera e profonda nello stesso tempo senza un briciolo di arroganza, riusciva a cogliere sfumature impercettibili senza farle mai pesare, anzi a volte soffrendo molto per questa sua acuta sensibilità: “Le piaceva più dare, a tutti, che ricevere” scrive in seguito Annie Ernaux di sua madre e forse questa potrebbe essere stata una delle cause della lunga vita di sofferenza anche di mia madre.
“Non ascolterò più la sua voce”… termina il libro, ma io continuo la mia lettura, continuo a condividere questa operazione di verità, lo sforzo di ridisegnare il ritratto di una donna a cui si è legati più di ogni altra persona al mondo.

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Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

Cara mamma che non sei più qui con me…

Oggi, 14 maggio 2017, è la festa della mamma e naturalmente stamattina, sulle chat, gli auguri alle mamme s’incrociavano con immagini colorate e frasi un po’ scontate. Poi alle 10.18 mi è arrivato un augurio finalmente diverso da tutti da tutti gli altri, un po’ speciale come lo è la persona che me lo ha inviato.

“Tanti auguri alla mamma della sapienza di cui il numero dei figli, tra cui ci sono anch’io, è seminato in ogni angolo del mondo… terreno e ultraterreno”.

Non ho saputo rispondere, forse perché non me l’aspettavo ed ero un po’ commossa! Grazie cara amica, diventi ogni giorno più importante per me.

Il pensiero poi è volato, come ogni mattina, a te mamma che non sei più qui con me dalla notte del 19 febbraio 2010 ed è stata tale la nostalgia e il desiderio di te, che per non turbarmi ancora di più (sto vivendo giorni complicati ed è meglio che tu non ne sappia nulla…) ho preso uno dei miei album da colorare.

Uno dei regali della mia “amica geniale”

Sfogliando le pagine, ho scelto quella che volevo dedicarti:
tu amavi le piante e i fiori, alcuni in particolare come gli anemoni, ed allora mi sono immersa nei colori delle farfalle e dei fiori, sempre pensando a te!

Il mio regalo per te, mamma!

Sono stata con te tutta la mattinata, mi sembrava di sentirti accanto, presente più che mai ed ho preferito un colloquio silenzioso, tutto interiore, perché non ho parole in questo periodo e poi ricordo che soprattutto nell’ultima fase della tua lunga vita, forse la più dolorosa e triste, ci parlavamo con gli sguardi, stando vicine, mano nella mano.
Ecco il mio piccolo regalo: un disegnino colorato che mi ha aiutato a non raccogliere i pensieri negativi, ma mi ha obbligato a concentrarmi sui colori dei fiori e su di te, che ogni giorno ti fermavi a guardare se la grande felce sul ballatoio di casa aveva bisogno di un po’ d’acqua e giravi tra le altre piante, riposandoti dalla routine quotidiana, con una sigaretta in mano.
Il tuo unico vizio, dicevi…

Gli anemoni che amavi tanto!

Riemerge da un cassetto l’agenda di mio padre…

Un collage di pagine di un'agenda, che mio padre intitolò Enciclopedia "fai da te"

Un collage di pagine di un’agenda, che mio padre intitolò Enciclopedia “fai da te”

Riposta in un cassetto, cedo di tanto in tanto alla tentazione di prenderla tra le mani. Si tratta di un’agenda di mio padre, piena di frasi, scritte a mano, articoli, ritagli di giornali, pubblicità, che sono messi insieme senza alcuna gerarchia, tutti i contenuti sullo stesso piano.
Eppure lui era ordinato e preciso, tutto doveva trovarsi al suo posto… Qui invece sembra che abbia voglia di sbizzarrirsi in piena libertà e questo mi diverte moltissimo.
Trovo ritagli di articoli non certo leggeri che parlano di patologie come la depressione – con tanto di volti noti che ne soffrono – e di quel grande tabù che è ancora oggi il disturbo bipolare, che “uccide più del cancro”, la malattia del grande Hemingway, di Cesare Pavese, di Virginia Woolf o di Van Gogh, giganti che hanno sperimentato l’insopportabilità del dolore psichico che li ha schiacciati fino a portarli al suicidio.

Due pagine con i volti noti di chi è stato colpito dalla depressione.

Due pagine con i volti noti di chi è stato colpito dalla depressione.

In un ritaglio, piccolo rispetto agli altri, si parla anche di come una diagnosi di tumore possa sconvolgere la vita di una persona e poi nella pagina seguente ritrovo l’elenco di ciò che può servire in ospedale: ricordo che glielo scrissi io al Pc, in modo che non si trovasse in difficoltà ogni volta che capitava un ricovero improvviso. Se sapesse che ben due figlie avrebbero incontrato questa malattia e una ne sarebbe morta prestissimo…

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Lui ha saputo stare vicino a mia madre per tutta la vita, nei tempi felici come nella sofferenza più profonda, e certe pagine la testimoniano. Ma giro pagina e non c’è tempo per cedere alla tristezza o alla malinconia, perché trovi ritagli con belle interviste a grandi vecchi come Vittorio Foa, Margherita Hack, Giancarlo Menotti, Dino Risi e Giorgio Albertazzi.

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Persone in cui si identificava, lui così curioso, sempre attento a cercare di capire cosa si muoveva nel presente, a tenere la mente sempre allenata anche nella memoria, citando a noi aneddoti e riflessioni, etimologie di parole a noi sconosciute: chi erano per esempio i “nomenclatores”? E lui: “Coloro che affiancavano gli imperatori romani per ricordare loro i nomi delle persone che incontravano”. Esistono ancora oggi, diceva, indicando i suggeritori vicini ai capi di stato in visita in altri Paesi e negli incontri di vertice.
Ma l’agenda è anche piena di vignette (soprattutto quelle di Altan o di Elle Kappa), di ricette, di battute di spirito che amava ripeterci sorridendo sornione, come quelle di Woody Allen: “Nella vita l’amore è importante, ma anche il colesterolo”…

Guardo alcune pagine fitte della sua minuscola scrittura, altre con glossari di vario tipo (significati di “califfo”, “imam”, “sultano” o “emiro”), classifiche dei film più visti, detti latini o frasi celebri, una foto di Raffaele La Capria che gli piaceva moltissimo, vicino all’elenco dei vari tipi di acque minerali, pesi e misure in uso nel mondo, la storia dell’elettronica in quattro tappe e via dicendo. Una miniera da cui attingere, anche perché non mancano le pagine dedicate ai controlli medici da fare nelle diverse fasi della vita! e così, avanti fino al termine:

Così si chiude questa agenda, questo insieme di "pensieri... in prestito", con la foto dei suoi 90 anni, chino sul computer portatile, una delle sue ultime scoperte che io gli ho insegnato ad usare.

Così si chiude questa agenda, questo insieme di “pensieri… in prestito”, con la foto dei suoi 90 anni, chino sul computer portatile, una delle sue ultime scoperte che io gli ho insegnato ad usare.

“Se si ama la vita, tutte le età sono belle”, lo hai sottolineato tu, caro papà, ed io ora attingo a questo tuo tesoro di esperienza, a questa tua libertà nello spaziare in tutti i campi del sapere, senza gerarchie di sorta, alla tua capacità di sentirti sempre contemporaneo, nonostante l’accumulo degli anni e le sofferenze che non ti sono state risparmiate, dalla prigionia nei campi di internamento tedeschi alla “prigionia” legata alla malattia di mamma che – da un certo punto in poi – ci ha impedito di allontanarci da casa, di viaggiare tutti insieme, come avevamo fatto per tanti anni felici!

Hai cercato di “entrare nella morte a occhi aperti” come fa dire all’imperatore Adriano la scrittrice che io amo di più, Marguerite Yourcenar, ne “Le memorie di Adriano”, uno dei libri più belli di tutti i tempi.

28 giugno: un anniversario

Davanzale della finestra della camera-studio, gerani rossi che guardo oggi come ogni mattina. Quel loro colore accende di gioia l’inizio della mia giornata, perché mi comunica l’amore e l’attenzione del mio compagno di vita, anche attraverso le sfumature verdi delle piante e il colore dei fiori, che non mancano mai in casa e fuori.

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani...

Colorarsi le labbra con i petali rossi dei gerani in fiore!

Oggi però, ma in realtà anche ieri e gli altri giorni ancora, penso anche a te mamma e al racconto di tanti e tanti anni fa, che mi divertiva un mondo, anche perché mentre ne parlavi avevi il viso allegro dell’adolescente che gode nel fare qualcosa di proibito.

Mi raccontavi un episodio della tua vita nel collegio di via Galliera a Bologna (il collegio, un destino comune per noi due…).

BOLOGNA

BOLOGNA

Eri una ragazza vivace, allegra e piena di vita! E in primavera prendevi di nascosto i petali rossi dei gerani (… ma c’era un giardino? Non te l’ho mai chiesto) e ti coloravi le labbra, insomma ti mettevi il rossetto, no?
Come dimenticare quella tua espressione birichina e adorabile!, mentre  ricordavi questo episodio di ragazzina “monella”? Monella naturalmente secondo le suore che, quando ti scoprivano, ti riprendevano severamente e tu le imitavi, ripetendo le loro reprimende: “Bice, tu finirai molto male, se continui così…” dicevano. E il viso sornione e divertito di papà, che commentava: “Peggio di così, con quattro figli… “ e ridevamo tutti insieme!

Quei petali rossi, che guardo ora con occhi dolci e sorridenti, mi ricordano il fatto che ti è sempre piaciuto mettere il rossetto, anche quando tanti anni più tardi sei stata afferrata nel gorgo oscuro e doloroso di una malattia che non perdona, ma che di tanto in tanto ti lasciava un po’ di tregua. Allora infatti, quando sembrava che “risorgessi”, curavi di più il tuo corpo dal punto di vista estetico, ti truccavi un po’ e ti mettevi un bel rossetto!

Ce l’hai infatti anche in una foto che ho qui sulla mia scrivania, ripresa sul ballatoio interno di casa nostra nella breve pausa che ti concedevi durante il lavoro casalingo, mentre tra le mani hai una sigaretta e sulle labbra un sorriso appena accennato con un po’ di rossetto chiaro.

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Buon anniversario a voi due che avete trascorso davvero una vita insieme!

Vi guardo insieme oggi 28 giugno, cari papà e mamma, giorno in cui vi festeggiavamo (con il sole o con le nuvole, con la gioia e il dolore) per ricordare l’anniversario del vostro matrimonio.
Avete trascorso davvero una vita insieme (vi conoscevate sin da piccoli), con grandi momenti di gioia ma superando montagne di ostacoli, sopravvivendo a lunghe fasi di sofferenza fisica ed interiore, vi siete amati intensamente e ricordo commossa quei bacetti che tu, mamma, lanciavi con la mano – immobile su una poltrona – verso papà, che ti guardava cercando di sorriderti, nonostante il dolore immenso che a tratti lo sommergeva…

cuore (1)Buon anniversario a voi che non ci siete più da sei anni, con un pensiero costante anche a Gabriella, che è via da un anno: ogni mattina appena sveglia è lei il mio primo pensiero, quello che poi mi accompagna in tanti momenti delle mie giornate, non sempre facili.
Ma oggi voglio far prevalere la gioia del rosso di questi gerani, con l’amore e gli affetti di cui sono circondata e che mi fa sentire, come cantano dolcemente i Radiodervish, il “centro del mundo”!

Giorni di festa, di chiasso, di gente per le strade…

cosa ti mancaA me manca un po’ di silenzio, le musiche antiche del Natale di quando ero piccola, l’ansia della letterina sotto il piatto, i dolci che faceva mia madre, le battute ironiche sulla mezzanotte che puntualmente faceva mio padre, mi manca la salute di un tempo…

Cara, dolce mamma… nostalgia di lei

“Ferma.
Immobile.
Per anni.
Chiusa in una stanza.
Non più
Primavere
Da guardare
Vita
Da sperimentare.
Solo buio.
E’ mia madre”.

L. Ravasi Bellocchio, DI MADRE IN FIGLIA, R. Cortina ed.

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Le morbide caramelle Elah

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La grande festa

Non si può leggere questo strano libro (che mi ha prestato Gabry) senza parteciparvi in prima persona, richiamando alla memoria pagina dopo pagina le persone care che ci hanno preceduto.

Non si può leggere questo libro così intimo senza farsi domande sul “dopo”, il “giardino dei pensieri lontani”, luogo magico e accogliente, come lo immagina Dacia Maraini, in cui i nostri amati morti, fatti leggeri e savi, camminano agili, riflettendo. E dove forse sarà la voce della poesia a tenere in movimento le menti. E le parole penderanno dai rami come frutti e si faranno canto mentre la lira di Orfeo riprenderà a suonare scendendo dal cielo stellato.

E’ così che termina il libro, mentre mi viene in mente mia madre distesa nel silenzio della sua casa e l’immagine dolcissima di mio suocero nel suo letto, circondato dall’amore dei suoi figli.
Scorrere le pagine è far rivivere passato e presente insieme, pensare al significato della morte e della vita, al legame forte che lega tra loro le persone che si amano e che sopravvive alla perdita e al tempo inesorabile. I morti – scrive Dacia – hanno qualcosa di profondo da dire ai vivi, si tratta di intenderli. Non sempre è facile, perchè il loro linguaggio è come il posto in cui abitano: isole sospese sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati.

Sono grata a questo libro, che mi ha emozionato profondamente e mi ha fatto riprendere la lettura che amo dopo un periodo difficile, in cui non riuscivo ad andare oltre l’incipit.

Nel silenzio di una mattina invernale…

Gironzolando un po’ per casa tra un servizio e l’altro,  improvviso s’accende un flashback.

Interno giorno, ora pomeridiana, ambiente spoglio e poco accogliente:
le persone sono sedute sulle sedie le une di fronte alle altre, due sorelline uscite dal collegio per vedere la mamma da tempo ricoverata in una clinica.
Si guardano, forse vorrebbero avvicinarsi, abbracciarsi, parlare, scambiarsi gesti affettuosi. Invece sono lì come impietrite.

E’ un’immagine dolorosa, la mamma – con un’aria tristissima – guarda smarrita le due figlie prima di rientrare come loro entro le mura: che gelo nell’aria, cliniche e collegi hanno il potere di ibernare i sentimenti, riducendo le persone a comparse che scivolano silenziose su un palcoscenico vuoto.

Se potessi tornare indietro (lo so che non si può, ma se potessi…) , non rimarrei  seduta brava brava su quella sedia, timorosa di tutto, con mille domande mute a cui non sarà mai più data una risposta. Mi alzerei, mi stringerei forte a mamma, cercherei di farle sentire che le le voglio bene, proverei a scuotere quel sentimento disperato che ci bloccava, prigioniere inconsapevoli – almeno in quel momento – di noi stesse e dei luoghi in cui eravamo costrette a vivere.