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Il saluto di Elena con “parole-balsamo”…

Penso di essere stata molto fortunata ad avere la possibilità di partecipare ad un percorso di musicoterapia di gruppo, all’interno dell’Istituto Tumori presso il quale sto seguendo una terapia farmacologica. Infatti non si tratta soltanto di mettersi a suonare insieme strumenti nuovi o mai visti prima, c’è anche questo naturalmente ed è la parte più sperimentale e simpatica, a tratti ludica, del percorso, attentamente studiato e programmato in tandem da Fulvia, la musicoterapeuta e da Claudia, la psicologa, insieme con Sonia e Teresa, due giovanissime tirocinanti.

Onde sonore che diffondono pillole di luce

Suonare insieme cercando di armonizzare i suoni e i rumori e poi fare silenzio… e nel silenzio immaginare e a volte dipingere, suonare ancora con strumenti diversi significa iniziare ogni volta un viaggio interiore alla scoperta delle nostre risorse insospettate.
Nel cerchio che formano le nostre persone avviene contemporaneamente un dialogo tra il nostro mondo interno e quello esterno e uno scambio circolare e continuo, un flusso di emozioni e di sentimenti forti e condivisi (allegria e malinconia, nostalgia e speranza, gioia e dolore, tristezza e rabbia, serenità e paura, felicità e voglia di vivere), non vissuti separatamente ma come un unicum che abita nella nostra realtà psichica, stimolata a creare immagini e idee nuove, stati d’animo che ci permettono di far emergere persino (come mi è capitato recentemente) il lato estetico del dolore o della rabbia. Può sembrare strano, ma se invece di negarli o rimuoverli, li esprimiamo con la voce, con la musica o attraverso un dipinto, anche il dolore o la rabbia per esserci ammalati assumono un aspetto che ci aiuta ad accettarli, imparando a conviverci.

 

Durante ogni incontro di musicoterapia di gruppo, scendiamo nelle profondità di noi stessi e viviamo momenti di verità, di contrasti e di armonie, cerchiamo di raggiungere una sintonia che piano piano ci libera il corpo e la mente. Scrivo tutto questo, perché le parole-balsamo (come mi piace definirle) di Elena, che non potrà continuare a partecipare al percorso comune, hanno un senso che va oltre le parole stesse e fanno capire che tipo di conoscenza e di amicizia possono nascere tra chi vi partecipa.


Ecco il suo saluto a noi tutte, “Donne Amiche…”
(eh, sì, siamo tutte donne…)

“Oggi, dopo tantissime assenze, sono stata all’incontro di musicoterapia, avrei voluto incontrarvi tutte […] ma per impedimenti diversi di tante di noi, non è stato possibile.
Avrei voluto incontrarvi per abbracciarvi e portarmi a casa il “profumo” di ognuna di voi e la musica di ognuna di voi, dato che da oggi non farò più parte (ufficialmente) di questo meraviglioso cammino. Il lavoro non mi ha consentito e certamente non mi consentirà di essere lì, ma vi ringrazio tutte, e anche se il mio percorso quest’anno è stato davvero molto breve, da ciascuna di voi porterò con me un dono.

La fantasia travolgente di Enza, la mia sorellina e il mio carica-batterie, la “sapienza” e la dolcezza materna di Cristina, lo sguardo sereno e rassicurante di Rosa, la saggezza, concreta ma delicata di Rina, l’allegria scoppiettante di Kella, che stringo in un abbraccio fortissimo, la “generosa” presenza di Maddalena, la  luminosa partecipazione di Antonietta con la quale, da subito, nonostante le pochissime occasioni d’incontro, ho avvertito una gran sintonia, e sono contenta d’aver letto che è in “risalita”, la confortante pacatezza di Maria, la “colorata” vivacità di Marcella, il sorriso smagliante di nonna Giuseppina che in pochi giorni e per quell’inspiegabile sincronicità degli eventi, ha attraversato dolore e gioia accompagnando al passaggio e accogliendo alla vita, e poi Fulvia, Claudia, Sonia e Teresa le nostre guide, braccia sempre aperte, ad accogliere e coccolare, orecchie in ascolto dei nostri dolori e delle nostre debolezze espresse e non, cuori allegri per trasformare ogni nostro incontro in occasioni di festa, anime “generose” nel senso più ampio e completo del termine…

Grata sempre a ciascuna di voi! In attesa di rincontrarvi presto e se ancora avete voglia di trattenervi, vi dedico le parole attribuite a Charlie Chaplin, me le ripeto spesso sperando presto di cominciare ad amarmi davvero“-

  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama… Autostima.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità. Oggi so che questo si chiama… Autenticità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama… Maturità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io.
    Oggi so che questo si chiama… Rispetto.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso, all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma oggi so che questo è… Amore di sé.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama… Semplicità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama… Umiltà.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo.
    È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo… Pienezza.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, mi sono reso conto che il mio Pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho imparato a farlo dialogare con il mio cuore, l’intelletto è diventato il mio migliore alleato.
    Oggi so che questo si chiama… Saper vivere!
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Il concerto-evento dei Radiodervish, una festa collettiva

Ho vissuto martedì sera (10 aprile), al teatro Petruzzelli di Bari, una serata musicale ricca di felicità, quella che riconosci subito e che provi magicamente in alcuni momenti della vita!
Si festeggiavano i vent’anni di musica e di vita artistica dei Radiodervish, il gruppo italo-palestinese formato inizialmente da due giovanissimi Michele Lobaccaro e Nabil Salameh che nel 1997 iniziarono in Italia la world music mediterranea.

Foto tratta dal sito web della Camerata musicale barese

Un concerto-evento, perché per la prima volta hanno suonato con l’Orchestra sinfonica ICO Magna Grecia: il risultato è stato un concerto assolutamente diverso e innovativo, un’immersione totale in musiche e sonorità esaltate dai nuovi arrangiamenti proposti da Valter Sivilotti, musicista e direttore d’orchestra raffinato e appassionato oltre che simpatico, dagli strumenti dell’orchestra e dalla bellissima e inconfondibile voce di Nabil che ci ha fatto ripercorrere tutti insieme il loro cammino di ricerca e di esplorazione di mondi, di culture e tempi differenti.

 

Generalmente cerco di rimanere distaccata dall’enfasi a buon mercato, soprattutto televisiva, che accompagna spesso la descrizione di alcuni eventi, ma ieri sera aleggiava nell’aria del grande teatro un’atmosfera un po’ magica che abbiamo avvertito un po’ tutti, dai più giovani ai più anziani, la magia di un incontro tra Oriente e Occidente che la musica rende reale e palpabile, una musica ricca di poesia e di reciproco ascolto e incontro tra persone, che amano condividere l’esperienza della bellezza, quella citata più volte da Nabil, la bellezza di canzoni che riescono a toccare le corde più profonde di noi esseri umani.

Un momento del concerto-evento

Amo i Radiodervish da quando sono nati, ho seguito la loro evoluzione e il coraggio continuo di esplorare e di aprirsi sempre a nuovi approcci, ma ieri sera i versi e la musica delle loro canzoni sono stati esaltati come non mai da quell’insieme armonico di strumenti che è un’orchestra sinfonica: in alcuni momenti ho provato la sensazione di potermi sollevare dalla poltrona del teatro, di poter volare fuori da quegli stucchi e da quei velluti per cantare fuori e tutti insieme i bellissimi versi di “lingua contro lingua/labbra contro labbra/cuore contro cuore/fiore d’ogni fiore…”.

 

Non è stata una sensazione soggettiva, tutto il pubblico fino al loggione pieno di giovanissimi era tutt’uno con ciò che stava accadendo su quel pacoscenico, dove si alternavano la gioia e il dolore, la poesia e il racconto, la malinconia e la tristezza dell’esilio e lo smarrimento del viaggio verso l’ignoto: “Viaggio con la mia anima/Giro con la mia anima/Viaggio all’infinito”, cantava Nabil, che alle 22.00 circa ha intonato la splendida Ave Maria.
E mentre l’ascoltavo commossa, mi è venuto in mente che cantavamo e pregavamo, al di là di ogni credo politico e religioso, per la sofferenza di migliaia di bambini, di donne e uomini della Siria martoriata, che chiedono aiuto a un mondo che non li ascolta, a noi che assistiamo impotenti ad un massacro che sembra non avere fine.

Il teatro Petruzzelli dopo il concerto

La musica ha un potere enorme, può essere anche un rifugio e una consolazione, ma ha la forza di esprimere sentimenti e passioni intraducibili, riesce a unire al di là delle parole e a superare qualunque barriera come capita agli aquiloni, la musica ti fa ridere commuovere e piangere contemporaneamente.

 

Cantando interiormente con Nabil, ieri sera ho espresso a tratti anche il dolore della malattia e la paura della morte che mi porto dentro e che non scompaiono mai, ma ho anche avvertito la forza della speranza in un “centro del mundo” in cui potremo un giorno incontrarci. Mi sono sentita felice di essere ancora viva, di essere lì in quel teatro, in armonia con una parte di mondo, chissà… forse con quella parte che cerca in ogni occasione di costruire ponti e relazioni. Ostinatamente!

Nel ritornare a casa, custodivo dentro di me questa serata per non dimenticarla, ho guardato la mia città con occhi sereni, tutto mi sembrava più bello e sfumato nelle strade quasi deserte della notte ormai alle porte…

Le luci che illuminano sapientemente palazzo Mincuzzi


Cantavo un tempo…

Cantavo un tempo,
un tempo ormai lontano
io cantavo e
non sapevo,

no, non sapevo proprio di essere felice.
Mi sembrava quasi di volare quando

cantavo in coro,
ma anche per voce sola.
Cantavo

parole in musica,
la musica che amo
quella che ho sempre amato
e che volevo
imparare a suonare.

Cantavo un tempo
e oggi invece

non canto più,
non posso, non riesco più
a cantare,
balbetto triste
frammenti di parole,

batto il ritmo sì,
con tutto il corpo
e
muovo le dita
sui tasti di un pianoforte
immaginario,
quello che fin da bambina
volevo
imparare
a suonare.

Ora io forse riesco
ancora un po’
a cantare, 

canto dentro di me,
canto la gioia
e canto il dolore,
la nostalgia e la malinconia
di una voce che
nessuno più
potrà
ascoltare.

“Siamo la Pioggia e siamo il Sole”. Lettera a me stessa

“Siamo la Pioggia e siamo il Sole”

Ascolti per caso una canzone e ti ritrovi improvvisamente immersa nella tua quotidianità, quella fatta di certe mattine in cui ti alzi dal letto e riesci a sorridere, piena di forza e di energia verso la luce del nuovo giorno che ti viene incontro, pieno di promesse. La notte è passata, anche questa che la sera prima sembrava incerta, come quelle altre notti trascorse ad occhi aperti a colorare e a sognare sogni mai sognati…

“Siamo leoni e siamo conigli”, come quelle altre mattine, iniziate invece con altri risvegli, quelli in cui stai bene soltanto se rimani al riparo nel buio, coperta e difesa dal tuo piumino, a far finta di dormire mentre il pensiero corre affannato alla giornata da affrontare, una giornata difficile che comincia male, desiderosa di gioia ma piena di dolore. Perché senti che tutto il corpo ti fa male, lo senti respirare silenziosamente in modo dolente, ma non vuoi incrinare la serenità di chi viene a sedersi sul letto per darti il suo “buongiorno”, vuole starti vicina perché ti vuol bene ed è felice se tu ti senti e stai bene.

“Siamo la Pioggia e siamo il Sole” sta cantando Luca Bassanese, quell’impasto di gioia e di dolore che tu conosci bene, la gioia di sentire l’amore dei tuoi cari, la vicinanza degli amici e soprattutto delle amiche, la gioia di essere e di sentirti viva e pronta a metterti in gioco, un misto di allegria buonumore e di improvvisa tristezza. Sì, perché dal mondo ti giungono certe notizie (come quella che si legge più in basso) che ti toccano in profondità e ti pungono, ti fanno più male ora che anche tu lotti ogni giorno contro quella massa che ti abita e non sai mai se sta ferma o se sta riprendendo a muoversi e a moltiplicarsi. Non ti va di parlarne e di essere sempre sincera, non ha molto senso allarmare chi ti vede e dice che stai bene, lo so che sono contenti tutti quando ti vedono sorridere, ma le lacrime a volte scendono e ti sorprendono, non ti chiedono il permesso, fanno rabbia a te e sconcertano gli altri.

Ecco che “a volte siamo buffoni”, maschere costrette a recitare la loro parte migliore, mentre dentro ti senti un blocco unico e duro come il tronco di un albero e altre volte invece instabile e fragile come una foglia che anche una brezza leggera può portar via, improvvisamente lontano.

Un’alternanza continua di giornate ricche e di giornate “vuote”, vuote di azioni ma colme di pensieri e di domande a cui cerchi risposta, momenti in cui senti qualcosa – e non sai nemmeno bene cos’è – che ti rode dentro.
Ma come tutte le altre mattine, anche in quelle strane è tempo di alzarsi e di affrontare le ore che verranno, è tempo mia cara di mettere giù quelle gambe che fanno male, di camminare e di metterti alla prova, senza farsi sopraffare dai grovigli interni.

La tua vita è un continuo saliscendi, come quella di tutti mi dicono, ma tu sai bene che la tua è come un diagramma impazzito, linee spezzate che salgono per un po’ per poi precipitare improvvisamente per un pensiero nero che ti assale, una notizia che ti capita sotto gli occhi, ma che lo dici a fare?

E allora ti aggrappi a ciò che ti piace e ti fa star bene, ti tieni stretta la tua copertina di Linus, ti scegli il libro che stai leggendo, qualche verso che ti ripeti in silenzio perché fa bene al cuore, ti metti ad ascoltare la musica o la canzone che ti piace e ti aiuta, perché – come questa bellissima di Luca Bassanese – riesce a dire talvolta ciò che non ti va di rivelare, soprattutto il pensiero di chi ora non c’è più, i tuoi genitori, tua sorella Gabriella… sì perché è proprio vero che “siamo l’amore che ci hanno lasciato, il resto e il futuro che avremmo sognato”…

Diventare una donna-albero…

Un luogo appartato, lontano dalle corsie e dagli ambulatori del grande ospedale, un luogo dove la grande farfalla sul pavimento ti comunica che lì dentro puoi provare a sentirti più leggera, dove chi ti accoglie riesce sempre a sorriderti e a farti sentire importante.

 

 

 

 

 

 


Sto parlando dello spazio colorato della Ludoteca dell’Istituto Tumori di Bari, dove per il secondo anno ho iniziato a vivere un’esperienza di gruppo di musicoterapia, felice di rivedere sia volti già noti e a me cari, sia volti nuovi che iniziano insieme un nuovo percorso di incontro e di ricerca, che durerà tutto l’anno, fino a giugno:
tra suoni rumori e improvvisi silenzi, tra parole risate e lacrime, abbracci sorrisi e strette di mano, viviamo esperienze inedite per noi, come singoli e come gruppo.

Lo scorso anno ho scritto qualcosa solo per me registrando con parole e disegni tanti momenti diversi, che mi hanno arricchita nella conoscenza di me stessa e degli altri. Ma ciò che ho vissuto stamattina mi piace condividerlo, anche se non so se troverò le parole giuste per esprimere il profondo senso di pace e di benessere provato al termine di una delle performance.

Ci siamo alternati in coppia ad essere e a sentirci un albero o un contadino, seguendo l’armonia di alcuni brani tratti dalle Quattro stagioni di Vivaldi, opportunamente scelti dalla nostra musicoterapeuta e guidati dalle parole lette lentamente dalla psicologa.

Il contadino si prende cura del suo albero e gli appoggia una mano sulla spalla, gli fa sentire la sua presenza, è sempre lì quando giunge l’inverno con il freddo e la neve, le sue dita picchiettano quel corpo ricordando le goccerelline di pioggia che bagnano i rami e il tronco per giungere fino alle radici più nascoste. E quando arrivano la primavera e l’estate, la musica si fa forte gioiosa ed elettrizzante, perchè nuovi germogli nascono e nuovi frutti crescono.
Ma il tempo passa, passa in fretta, l’autunno è già alle porte e la luce cambia, si trasformano i colori delle foglie quasi vivessero una seconda primavera e l’albero le lascia andare verso la terra che le raccoglie, mentre qualcuna innamorata del cielo vola verso l’alto, portata via dal vento.

Ritroviamo il silenzio, ritorniamo in noi stessi e nella nostra memoria, siamo stati contadini e siamo stati alberi.

Opera dell’artista LOREDANA SPIRINEO, in arte SPLO’

Ho provato una grande emozione a diventare una donna-albero,
a rimanere ritta con i piedi ben piantati per terra, a sentire e a riconoscere tutto il corpo finalmente mio, a sollevare lentamente la braccia come rami che guardano verso il cielo, a sentire le gocce di pioggia e a dondolare lentamente avanti e indietro, a destra e a sinistra, sicura della presenza e della cura delle mani del contadino, che accompagnava i movimenti delle fronde.

Ho avvertito, come poche altre volte, quello che Peter Handke chiama “il senso della durata”, “una sensazione, la più fugace delle sensazioni, spesso più veloce di un attimo, non prevedibile, non controllabile, non misurabile”. Una sensazione di ascolto ad occhi chiusi che è riuscita a raccogliere in me in un insieme unico l’armonia delle note musicali e delle parole, la leggerezza dei gesti e il senso di una presenza vigile, il respiro di noi tutti e tutte, mentre le stagioni della vita trascorrevano ed io mi trasformavo, provando “il brivido della durata” come “sensazione di vivere”, la durata come “l’avventura del passare degli anni, l’avventura della quotidianità… quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio!”

Poesia dei doni di Jorge Luis Borges*

Ringraziare voglio il divino labirinto degli effetti e delle cause…

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione,
che non cesserà di sognare

un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,

…per i fiumi segreti e immemorabili che convergono in me…

per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,

…per il mare, che è un deserto risplendente e una cifra di cose che non sappiamo…

per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

*Jorge Luis Borges,
Buenos Aires (Argentina) – 24 agosto 1899
Ginevra (Svizzera) – 14 giugno 1986
Divenne cieco verso la fine degli anni ’50
e da allora riuscì a trasformare in senso creativo la sua cecità,
in una potenza visionaria che si esprime nelle metafore e nei suoi scritti.

…per la musica, misteriosa forma del tempo.

Gracias a la vida: il potere di un canto

La lettura di un buon libro, i colori e i pennelli e poi… e poi c’è la musica, quella che amo, che mi dà gioia, che mi aiuta a smaltire la malinconia, mi regala benessere, porta via la tristezza e talvolta anche il dolore.

…quando il sonno tarda a venire

Mi è successo stamattina, la giornata non si presentava delle migliori per dei dolori odiosi e sciocchi. Ho dato un’occhiata distratta al cellulare e su WhatsApp, dove c’era un link che non avevo aperto. L’ha inviato al gruppo di musicoterapia la carissima E.T., una ragazza aperta e piena di energia, anche se la vita le ha teso una trappola com’è capitato a me.


Ho iniziato ad ascoltare la voce dolcissima di Mercedes Sosa e una dopo l’altra ho ascoltato tutte le sue canciones, da Todo Cambia fino a quella che mi cattura l’anima: Gracias a la vida, che ha cantato con Joan Baez, un’altra grande cantautrice di cui amo lo stile vocale, la sua tenacia nel perseguire l’impegno pacifista per i diritti civili e che mi ricorda quando da ragazza cantavo anch’io con lei la ballata di Sacco e Vanzetti Here’s to You o We Shall Overcome


Non ho perso l’entusiasmo e la voglia di lottare, ma ora devo fare i conti con molti limiti come un corpo che non risponde più come prima, con la voce che rimane in gola, con terapie che hanno i loro effetti collaterali, ecc.
Ma stamattina quel link aperto quasi svogliatamene ha dato inizio ad un concerto costruito su misura per me, quella musica è riuscita a cambiare verso alla giornata, almeno una metà, poi il pomeriggio è andato in un’altra direzione.
Grazie cara amica, che generosamente ci mandi dei link musicali e le foto dei luoghi in cui ti trovi, io viaggio con te, sull’onda della musica che parla il suo linguaggio universale!

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me dio dos luceros, que cuando los abro,

Perfecto distingo lo negro del blanco
Y en el alto cielo su fondo estrellado

Y en las multitudes el hombre que yo amo

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado el oido que en todo su ancho

Graba noche y dia, grillos y canarios,
Martillos, turbinas, ladridos, chubascos,

Y la voz tan tierna de mi bien amado

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado el sonido y el abecedario;

Con el las palabras que pienso y declaro:
Madre, amigo, hermano, y luz alumbrando
La ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la marcha de mis pies cansados;
Con ellos anduve ciudades y charcos,

Playas y desiertos, montanas y llanos,
Y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me dio el corazon que agita su marco

Cuando miro el fruto del cerebro humano,
Cuando miro al bueno tan lejos del malo,
Cuando miro al fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la risa y me ha dado el llanto

Asi yo distingo dicha de quebranto,
Los dos materiales que forman mi canto,

Y el canto de ustedes que es mi mismo canto,
Y el canto de todos que es mi propio canto
Gracias a la vida que me ha dado tanto

Alla scoperta del silenzio nascosto

silenzio - copertinaIl suo titolo “Silenzio” (una parola controtempo) e il verde della copertina mi hanno fatto scegliere d’istinto questo volumetto, un libro, “più da ascoltare che da leggere. Nel silenzio”, come suggerisce Mario Brunello, grande violoncellista, all’inizio delle sue riflessioni sull’elogio del silenzio, che sembra quasi cancellato dal nostro tempo.
Forse per questo ho letto queste pagine, ascoltando l’eco delle parole dentro di me, rivivendo momenti di vita, come quando nello spazio aperto del Wadi Rum, il deserto giordano, ho sentito il silenzio della natura, dove “al cospetto di così ampi orizzonti, scrive Brunello, solo il silenzio offre un appiglio per non perdersi”.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Mario Brunello che suona il suo violoncello tra le cime dolomitiche.

Il libro è suddiviso come una Sonata in quattro movimenti:
I. Sonata. Il silenzio nella musica degli uomini; II. Lied. Il silenzio nella musica della natura; III. Scherzo. Il silenzio nella musica delle cose; IV. Finale: Tema e Variazioni. Il silenzio nella musica dei sensi.
E conclude inaspettatamente con un Bis. In favore del rumore.

Sorprendente la sua conclusione: “Amo la musica, mi piacciono i rumori, adoro il silenzio”.
Lasciamo parlare – egli dice – i rumori che sono vita, quei rumori che ci comunicano significati. Il rumore che diventa “suono” quando è un qualcosa a cui si dà un valore, come quando meccanici e piloti ascoltano il rumore assordante di una Ferrari in pista o il martello nell’officina di un fabbro che fa rumore e diventa il suono che fa “cantare” il ferro.
La “musica di sottofondo” invece è una nemica per Brunello, che odia questa “salsa indistinta che omologa tutti i gusti”, che confonde le differenze, presente ovunque…

brunello in un bosco

Ci sono pagine che non dimenticherò, come quelle in cui parla della montagna, “una massa silenziosa, una buca scavata all’incontrario nel cielo” o quella in cui parla del ragno che “in un silenzio apparente costruisce la sua ragnatela, una geometria che lo fa sopravvivere.
Più poeticamente, ricamare lo spazio”.

Indimenticabili le pagine che parlano del silenzio nella musica delle “cose”, da intuire e percepire per cogliere il senso del perché esistono.
Lo specchio, per esempio, è magico perché “il silenzio dell’immagine riflessa è totale, anche se solo noi, con la nostra presenza, con l’uso degli occhi, gli diamo un senso”. Ma anche la penna è un’altra di quelle innumerevoli “cose” silenti o un muro, come quello di Berlino o di ciò che oggi ne resta, un muro che “è stato pensato come un silenzio continuo, senza pause e respiri, simbolo di un’autorità che non sente né domande né risposte, solo un sordo silenzio”.

Ho perso la mia voce di un tempo :-(

Mentre ascolto musica non riesco a fare a meno di cantare, l’ho sempre fatto, disturbando talvolta chi mi era vicino.  Avevo una bella voce. Ora invece…

Ora non disturbo più nessuno, non ho più l’estensione di voce che avevo prima, anzi più che cantare mi sento gracchiare e trattengo a stento la rabbia che mi prende. Mi piaceva molto cantare, mi faceva sentire bene, riuscivo a raggiungere toni molto alti e questo mi liberava.

dance

 

A Milano e a Torino si parla in questi giorni del potere emozionale e terapeutico di qualsiasi melodia, della musica come “farmaco ineguagliabile per il cervello”. A me piace molto ascoltarla, ma seguendola con la voce. Ora invece devo accontentarmi di canticchiare con la mente, muovo le labbra e canto in silenzio, dentro di me. Ho appena finito di ascoltare la voce unica di Mia Martini che canta E non finisce mica il cielo, una canzone bellissima di Ivano Fossati, ho provato a cantare con lei e i suoni mi son rimasti in gola.

E allora mi faccio sempre la stessa domanda: è il cancro polmonare o sono i miei numerosi anni che mi privano di questa gioia? In realtà, credo di non volere una risposta…