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“Se la cerchi non la trovi…” – La poesia nel nostro tempo

Se la cerchi sui giornali non la trovi, eppure c’è. Nella classifica dei libri non esiste ma ognuno ne ha qualche traccia dentro di sé. A scuola te la insegnano e tu la snobbi, poi perlopiù la ignori ma quando te ne ricordi la rimpiangi. Tanti ne scrivono, ma pochi la leggono. Tutti ne parlano con riverenza e si sentono in colpa per la sua assenza. Qualcuno sostiene che vive altrove, nessuno osa dire che ha fatto il suo tempo. La mancanza di poesia è oggi la misura della nostra infelicità”.
Scriveva così Michele Trecca ben 18 anni fa su La Gazzetta del Mezzogiorno.

Ebbene, forse oggi più che la poesia, sembra prevalere la prosa, nel senso più deteriore del termine, il linguaggio pubblico è sceso a livelli di superficialità e volgarità insopportabili, quello privato si sta riducendo a balbettio, ma se si scava in profondità la si trova nascosta in tante situazioni, in momenti improvvisi di felicità, nel sorriso inaspettato di un bambino felice, nella bellezza di tanti dettagli spesso invisibili: “Ho conosciuto il mare meditando su una goccia di rugiada” scrive Khalil Gibran e questa è poesia, che sa “risvegliare dal nulla la parola” come recita il primo verso di una poesia di Alfonso Gatto, un poeta che amo, insieme a tanti altri e altre.

Io sono un’amante della poesia come lo era mia sorella Gabriella, con cui continuo a sentire un legame e una sintonia al di fuori del tempo.

Oggi non potrei vivere senza, la poesia è diventata con gli anni come l’aria che respiro, la sento quando guardo la luce del giorno che cambia ad ogni ora e ad ogni stagione, quando con passi lenti cammino in riva al mare e osservo l’orizzonte che lo unisce ai colori del cielo, la vivo lungo un sentiero in aperta campagna, tra terra rossa e germogli, fiorellini spontanei e maestosi ulivi secolari, la percepisco nel profumo inconfondibile dell’erba bagnata, immergendomi in un universo senza confini e distaccandomi da terra. Talvolta riesce anche a darmi pace, ma più spesso mi aggredisce e mi fa precipitare nel vuoto, si diverte a disorientarmi ed io mi perdo…

Mi fa bene anche quando i suoi versi sono duri e forti e fanno male al cuore, perché è vero che le parole a volte “sono pietre”. Le parole della poesia, quella vera, cadono ed affondano dentro di me, ad una ad una e tutte insieme mi regalano silenzio, quando scendono in me lente e leggere come piume che sembrano immobili e invece m’interrogano lasciandomi senza fiato, come sospesa e senza risposte…

Cantano a volte i versi della poesia ed io mi lascio andare seguendo l’armonia dei loro suoni, battendo il ritmo ora lento ora veloce, sono musica e colore, luce ombra e tenebra, gioia pura e improvviso dolore, sofferenza cupa sorda e amara, paura del nulla e speranza di vita!

Leggere poesia mi dà coraggio e forza, è la voce dei momenti sereni e felici ma anche di quelli oscuri, quelli più bui e più neri, che nascondo anche a me stessa.

A volte anche un’immagine come questa è poesia, forte e dura, senza bisogno di parole…

 Sabbia

Amore senza parole,

ma le parole d’amore
chi mai le canta nel sole?
Certo, qualcuno ne muore.

Parole senza l’amore,
il miele delle parole
è il verme del fiore
che muore.

Parole sole, più sole
sabbia di vita brulla,
il soffio delle parole
cadute nel nulla.

Alfonso Gatto

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“Avvolgi la tua lingua tra stoffe di seta…”


Ho tra le mani un piccolo libro La crudeltà ci colse di sorpresa – Poesie dal Kurdistan, un piccolo gioiello poetico, pubblicato lo scorso anno dalle Edizioni dell’Asino, una testarda casa editrice controcorrente.

I versi sono della poetessa curda Choman Hardi che ci racconta il dramma del suo popolo, la ricerca di una patria, di una famiglia scomparsa, tra mille persecuzioni. “E lo fa con una voce femminile che è forte, disperata e solitaria come le montagne del loro altipiano”.

 

Domani è di nuovo l’8 marzo e io scelgo la voce di una donna che “intreccia nei suoi versi memoria personale e storia collettiva, diventando cronista di distruzione e restituendo a un popolo cancellato la voce poetica di una lunga tradizione”.

È una testimonianza poetica in una lingua proibita, come ricorda Hevi Dilara nella sua palpitante nota in fondo al volume:
“poiché era vietato tramandare la storia del popolo curdo, la poesia si è appropriata di un ruolo fondamentale. Nel corso dell’ultimo secolo, infatti, la poesia d’autore curda è diventata, da genere elitario qual era, uno strumento per rivelare gli obiettivi, i dolori e la gioia di un popolo smembrato, ed è giunta a tutti trasformandosi in una potente arma indigena nella lotta per l’autodeterminazione, la libertà e la democrazia”.

 

Prima di partire

“Avvolgi la tua lingua tra stoffe di seta
ogni parola separata dall’altra
per non farle scontrare, graffiare.
Non dimenticare le parole che non usi mai,
col passare degli anni i dettagli svaniscono
e potrai averne bisogno.

Riempi una valigia
con le tue montagne assetate
prospereranno in quella pioggia.
Raccogli le voci del tuo quartiere
in un carillon, ben chiuso
per il lungo viaggio.
Prendi con te i dibattiti degli intellettuali,
le loro dispute appassionate, i libri pieni
delle loro discussioni.

Portati il calore di tua madre nella pelle,
il suo odore nelle sue vesti.

Donne combattenti kurde

Tuo padre sarà sempre con te
ogni passo che fai,
ogni decisione che prendi, o che non prendi.
I pianti delle vedove, i bambini
abortiti, e il cancro strisciante resteranno
nei tuoi sogni, non ne sentirai la mancanza.

Trascinati dietro le tue scuole mentre vai,
le panche imploranti,
le lezioni di lacrime.”

(Fotografie tratte dal web)

Sul sito de L’INDICE onlineF. Cavagnoli, scrittrice e traduttrice, ci ricorda che “senza la poesia nulla ricorderemmo di quanto accadde tra il 23 febbraio e il 6 settembre 1988 ad Anfal, quando l’Iraq diede inizio al genocidio contro sei regioni del Kurdistan rurale e l’esercito iracheno rovesciò su 281 insediamenti gas tossici che all’inizio odoravano di mele dolci.
Più di 2000 villaggi vennero distrutti, 182.000 civili persero la vita e finirono nelle fosse comuni, mentre un numero ancora più alto di persone fuggì.
Cosa è rimasto di tutti loro?
“Pettini, / rosari, specchi, carte d’identità, in un mucchio, a inzupparsi di pioggia”.

Bambini kurdi nei territori liberati

 

Poesia dei doni di Jorge Luis Borges*

Ringraziare voglio il divino labirinto degli effetti e delle cause…

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione,
che non cesserà di sognare

un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,

…per i fiumi segreti e immemorabili che convergono in me…

per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,

…per il mare, che è un deserto risplendente e una cifra di cose che non sappiamo…

per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

*Jorge Luis Borges,
Buenos Aires (Argentina) – 24 agosto 1899
Ginevra (Svizzera) – 14 giugno 1986
Divenne cieco verso la fine degli anni ’50
e da allora riuscì a trasformare in senso creativo la sua cecità,
in una potenza visionaria che si esprime nelle metafore e nei suoi scritti.

…per la musica, misteriosa forma del tempo.