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Back in time… passeggiata solitaria, immersa nella campagna pugliese

Soltanto un anno fa!
Era il giorno di Pasquetta, il 2 aprile 2018, ed io dopo il pranzo con i miei familiari, rigorosamente all’aperto, decisi di fare una passeggiata sola soletta nella campagna di Monopoli, una deliziosa cittadina sul mare in provincia di Bari.

Oggi, rivedendo alcune mie fotografie di quella bellissima giornata, ho pensato di pubblicare in questo spazio (consacrato soprattutto alle parole…) anche qualche scatto di quei momenti ricchi di bellezza e di emozioni.
Ricordo che mi fermavo a guardare il paesaggio nel suo complesso, ma mi fermavo anche ad osservare le rugosità dei tronchi di ulivo, le piantine spontanee, i primi papaveri, le bianche abitazioni rurali e soprattutto gustavo il silenzio vivo della campagna, i movimenti sotterranei di animaletti quasi invisibili tra le pietre dei muretti a secco.

Camminavo e sentivo il profumo dell’aria libera da smog, il fruscio della brezza pomeridiana e mi piaceva il fatto di essere da sola, tra alberi, fiori, l’azzurro del cielo e le mille sfumature di verde. Ciò che più mi incantava però era la luce di quel tranquillo pomeriggio primaverile!

Di tanto in tanto, arrivavano le voci attutite dalla distanza di persone che come me stavano trascorrendo la pasquetta in campagna, voci allegre, anche un po’ di musica. Voci che si integravano perfettamente in quel paesaggio.

Amo profondamente la campagna pugliese, i suoi ulivi, i muretti a secco che dividono i campi

Quest’anno la difficoltà di poter camminare in totale autonomia  mi impedirà certamente  di ripetere questa esperienza, ma rivedere queste immagini mi fa bene, riprovare quelle emozioni è salutare per me, non voglio che i bei momenti trascorsi finiscano nel dimenticatoio


Una delle abitazioni rurali sparse per le contrade della campagna di Monopoli. Qui siamo in Contrada Lamafico.

Un’edicola votiva.

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Non trovo più… “Le parole per dirlo”

Forse dovrei trovare un altro nome per questo blog!
Sì, perché sempre più spesso mi accorgo di non avere parole per commentare ciò che vedo succedere in giro per il mondo, oppure non riesco a descrivere i miei stati d’animo e la condizione difficile che sto vivendo in questa fase della vita.
Io che prima scrivevo facilmente di tutto e su tutto, inizio a pensare che non serva a nulla esprimermi per comunicare il mio punto di vista, io che ho sempre stimolato gli altri a far circolare idee e conoscenze, è come se fossi caduta in una bolla di silenzio. 

Sono frastornata dalla quantità di notizie e informazioni, di parole e immagini, che ogni giorno ci arrivano dai media e dai social. Sto provando a difendermi, selezionando al massimo ciò che leggo e ascolto, eppure ciò che mi ‘arriva’ mi sembra sempre troppo. Più gli altri parlano, più io provo la tentazione del silenzio, anche se a volte parlare e prendere posizione può diventare un dovere.

Chissà se questa afasia è temporanea, nel qual caso pazientemente cercherò di superare questa fase, ma se dovesse durare a lungo il mio disagio aumenterebbe: infatti a me piace il contatto con gli altri, lo scambio di idee, la circolazione delle informazioni, amo discutere e ragionare, raccontare ed esprimere ciò che penso e ciò che sono.

Ma a chi interessa oggi ciò che ho da dire? Forse è questa la domanda che mi blocca sul nascere qualsiasi tentativo di articolare dei pensieri…

 

“Forse la notte è vita…”

“Della notte so poco ma di me la notte sembra sapere di più ancora, mi assiste come se mi amasse, mi ammanta di stelle la coscienza. Forse la notte è la vita e il sole la morte”.

Foto tratta dal sito web teatroecritica.net

Oggi queste parole, tratte dallo spettacolo teatrale Dopo la battaglia di Pippo Delbono, mi sono tornate in mente all’improvviso, appena ho letto la notizia della morte di Bobò, l’attore (nella foto) sordomuto e analfabeta, una figura piccola e minuta, ma potente, che non dimenticherò mai.
Lo rivedo in una delle scene di quello spettacolo, che ora mi sembra attualissima.
Allora eravamo nel febbraio 2013: Bobò avanzava lento, vestito di bianco e sventolava il tricolore, era l’immagine dell’Italia di allora, ferita e irriconoscibile nella sua identità, un’Italia che camminava a fatica, dondolando passo dopo passo, con lo sguardo fisso verso il basso.

Foto tratta da Franzmagazine

Insieme a Bobò, mi torna in mente tutto lo spettacolo, fin dalla scena iniziale, grigia e plumbea, con porte che si chiudevano sbattendo violentemente, un luogo che rimandava ad una prigione o a un manicomio, dove regnano isolamento e solitudine: fui come trafitta da alcuni ricordi personali e familiari, improvvisamente vivi e nuovamente dolorosi, con quelle voci forti e disperate di chi prova a scappare e poi torna, urla e piange, voci di donne e uomini che sembravano perdersi per poi ritrovarsi, cercando le parole per comunicare tra loro le emozioni, con il corpo, con i suoni e con la danza.

La foto è tratta dal sito web “Il Cittadino Online”

Senza opporre alcuna resistenza, quella sera mi misi in viaggio lungo una strada che Pippo Delbono conosceva bene per esperienza personale, non ero più soltanto una spettatrice ma vivevo la sequenza dei quadri, provando emozioni fortissime. Corpo e mente totalmente coinvolti da ciò che accadeva sul palcoscenico: ricordo ancora oggi che ci fu un momento in cui provai il bisogno prepotente di unirmi alla danza delle tre donne in rosso che con Pippo Delbono si muovevano sulla scena sempre più velocemente, talvolta in modo parossistico e scomposto, mentre la musica si faceva via via sempre più forte. E davanti a un mare in tempesta rivedo la figura di Delbono che con le braccia verso l’alto urlava “stiamo naufragando”…

Pippo e Bobò
Foto di Karine de Villers e Mario Brenta

Anche oggi siamo alle prese con dolorosi naufragi, quelli di centinaia di persone in fuga dall’orrore e quello delle nostre idee di umana solidarietà.
In quello spettacolo Delbono raccontò la storia del suo incontro nel manicomio di Aversa con Vincenzo Cannavacciuolo, in arte Bobò, l’uomo senza voce, condannato al silenzio, che tuttavia riusciva sulla scena a comunicare con tutto il suo corpo e con le espressioni stralunate del suo viso, un piccolo grande uomo, che avanzava barcollando, incerto ma ipnotico, bellissimo e poetico, nella sua drammaticità. Era in ogni spettacolo l’alter ego di questo grande drammaturgo, fuori dagli schemi.
La sua morte improvvisa mi ha riportato indietro di sei anni, ma oggi capisco molto di più il senso delle parole citate in apertura: “Forse la notte è vita…”

Perché forse questo tempo passerà…

Da qualche mese stai ripetendo a te stessa che la realtà non è altro che ciò che accade, è la vita che scorre e ti porta lungo strade non sempre facili, anzi spesso impervie, ma obbligate. Il mantra però comincia a non funzionare come vorresti,  può succedere infatti di sentirsi e di essere impreparati ad affontare nuove difficoltà. Come sta capitando proprio a te questa volta!

Ti sentivi ormai sicura di poter superare tutto e invece inciampi in nuovi ostacoli, che durano oltre il tempo “previsto” (immaginato, più che altro…).

Ti rendi conto che dentro di te scricchiola qualcosa, che non promette nulla di buono.

Ti aggiri nel consueto paesaggio casalingo, di cui conosci ogni angolo, ogni particolare, è un paesaggio che ami per carità ma ti chiude lo sguardo in confini ristretti, non ti permette di partecipare alle iniziative che ti interessano, non incontri gente con cui puoi discutere e scambiare punti di vista, non ti permette di godere le variazioni della nuova stagione in arrivo, anche l’inverno al sud ha il suo fascino!

Quando ti trovi a vivere un percorso di malattia e di cura, fortemente limitata nella forza e nelle energie fisiche, provi la sensazione di essere bloccata in un lungo tunnel buio, guardi avanti per vedere se si riesce a vederne la fine ma niente… e allora anche la mente viene gradualmente invasa da un senso di ribellione, è sempre più restia ad accettare i limiti di quel corpo, prigioniero di una gabbia, perché vorrebbe continuare come prima a muoversi in autonomia, in lungo e in largo.

Forse però è arrivato il momento di ri-fare i conti con le nuove fragilità, di cercare un nuovo modo di esistere, un modo di vivere una condizione non nuova ma completamente diversa da un tempo, per niente facile e piacevole, lasciando andare la nostalgia di quella parte di te, che in fondo amavi: quella della donna attiva e presente in tante iniziative pubbliche, pronta a darsi da fare per una causa che riteneva giusta, a muoversi con gli altri e anche a sentirsi gratificata dai riconoscimenti che riceveva, contenta del fatto che la bambina timida e silenziosa di un tempo era riuscita a trasformarsi in una persona più sicura di sé.

Ecco perché oggi ti ritorna in mente proprio quella ragazzina bloccata, oggi che l’insicurezza fisica ti costringe ad accettare il ridimensionamento di tanti desideri, a vivere l’oggi, i giorni che si susseguono uno dopo l’altro, talvolta vuoti e sostanzialmente inutili, cercando un modo per valorizzare i momenti migliori, che non mancano, anche se rischiano di essere sepolti dalla forza distruttiva di quelli peggiori, che tendono a moltiplicarsi. Quelli in cui scopri che dolore e sofferenza assumono nuove forme, più mute e silenziose, quasi invisibili agli occhi degli altri che ti guardano senza riuscire a scorgere la tua rabbia nascosta mista a tristezza, la malinconia e il vuoto che lasciano tutte quelle aspirazioni inappagate, la maggiore difficoltà di convivere con un corpo che è proprio il tuo e sembra tradirti ogni momento…

Avevi smesso di chiederti perché, sapevi che non serve accavallare domande a cui non c’è risposta, ma ora è dura e vorresti tanto sapere quando finirà la notte e tornerà il sole! Perché forse questo tempo passerà…

Aveva ragione Fabrizio De André, il grande Faber: “Ci si crede sempre coraggiosi, però si spera di non doverlo mai verificare”.

30 luglio, una giornata che dedico alle amiche e agli amici!

30 luglio, giornata mondiale dell’amicizia!

Ho appena letto che oggi, 30 luglio, è la giornata mondiale dell’amicizia. Parola abusata, sgualcita e maltrattata, usata persino da un social come Fb per chiedere l’amicizia anche ad una persona sconosciuta. Una parola che usano moltissimo gli adolescenti, poi però solo con il passare del tempo ti accorgi che gli amici e le amiche, quelli veri, non sono molto numerosi e se hai la fortuna di incontrarli è come se avessi una seconda famiglia. Non importa se vivono nella stessa città o se sono lontani: tu sai che ci sono e che può bastare una telefonata, una mail, un incontro anche sporadico e il dialogo riprende, come se non si fosse mai interrotto.

Quando succede, le parole naturali scambiate con un’amica diventano davvero “creature viventi”, come le definisce Hugo von Hofmannsthal, un grande scrittore austriaco, che le chiama anche “prigioni sigillate dal mistero“…

Io ho sempre amato le parole e ricordo che con mio padre andavamo alla ricerca dei loro significati, cercavamo di conoscerne l’etimologia, i nostri pomeriggi erano fatti di parole che ci legavano e che cercavano di recuperare il tempo perduto negli anni della lontananza.
Ma ora so di amare soltanto parole vive, sincere e solidali, parole vere che si staccano dal gran rumore di fondo in cui siamo immersi, amo quelle parole che riescono ad aprire le nostre prigioni, parole semplici e talvolta impegnative, non numerose, ma rade e spesso anche intervallate da lunghi silenzi.

Quando mi parla un’amica vera, non conta più tanto ciò che mi sta dicendo, quanto il come: conta il linguaggio segreto del suo “corpo vivente” (come lo chiama Eugenio Borgna), i suoi gesti e gli sguardi, i sorrisi e le lacrime, i tremori e i silenzi, soprattutto ora amo il linguaggio del silenzio, che in pochi sanno ascoltare.

“Io sono una donna albero” (dipinto durante un incontro di musicoterapia di gruppo)

Nel mio silenzio interiore infatti sento che è in atto una trasformazione profonda, indefinibile, difficile e anche dolorosa da accettare, sento di trovarmi ad un giro di boa, ad un cambio di rotta che mi porta verso terre ancora ignote, territori tutti da esplorare. Per questo ora più che mai hanno importanza le persone amiche, ne sto facendo un inventario tra me e me e se potessi mi piacerebbe raccogliere tutti insieme i loro volti, perché è proprio la loro grande diversità la vera ricchezza.

Dedico a loro una gratitudine che non trova parole, sono persone amiche con cui è bello stare insieme senza alcuno scopo, basta la loro presenza per innescare un circuito virtuoso di affinità e di benessere, la ripresa di un dialogo senza fine, che mai si è interrotto!

Colazione per due, preparata dal mio amico speciale!

Tra tutti però ce n’è uno davvero unico e speciale, c’è lui, un amico che è diventato per me una vera e propria ragione di vita, soprattutto in alcuni momenti, quando mi sembra che si stia spegnendo il sole… ma anche quando esplodono la gioia o la commozione, nel percepire la sua vicinanza, nell’essere l’oggetto di cura e di pensieri (anche fioriti!) che dedica a me, sua compagna di vita e sua amica, per sempre!

Giorni di silenzio sul blog

Giorni di silenzio sul mio blog, chissà se qualcuno se n’è accorto!

Mi piacerebbe davvero riuscire oggi a fare un po’ di silenzio sia fuori che dentro di me, ma non ci riesco molto per essere sincera, sono davvero troppe le parole in libertà che volano attraverso l’etere, le “fazioni” in lotta – sui social ma anche nelle strade e nei luoghi più frequentati – che si combattono tra loro, i media polarizzati sui proclami di un unico muscoloso personaggio politico, che ogni giorno ne spara una. Ecco, tutto questo fracasso mi sta fiaccando, mi sta togliendo energia emotiva e forza fisica.

Se poi ci si mette anche la terapia in corso, allora la situazione si fa veramente critica e difficile da gestire. Perché il corpo (che va sempre ascoltato) mi manda segnali poco rassicuranti e la mente è così sovraffollata e confusa, che la miscela diventa a dir poco esplosiva.

Provo a leggere qualche post dei blogger che seguo più assiduamente e sono contenta se ne leggo qualcuno che esprime con chiarezza sdegno e indignazione per ciò che sta accadendo in Italia e in Europa, a proposito di respingimenti e delle morti in mare (evitabili) delle persone migranti, bambini compresi.

Anch’io sto male, veramente male, e mi sento ferita dai toni e dal linguaggio usati anche da persone miti (o almeno così mi sembravano), persone che tutt’a un tratto sfoderano un rancore represso verso i più fragili (migranti, rom) senza accorgersi del fatto che la nuova narrazione ci spinge ad accantonare molti dei veri grandi problemi, su cui dovremmo riprendere invece a ragionare: le percentuali altissime di giovani meridionali (ma anche di tanti settentrionali) che abbandonano per sempre l’Italia, per esempio, oppure i livelli crescenti di povertà o di occupazione precaria (contratti che si rinnovano, ma sempre a “tempo determinato”), la corruzione diffusa dal basso verso l’alto e viceversa, il lavoro nero spesso in mano alle organizzazioni criminali, che dimostrano un’enorme capacità di infiltrazione nell’economia del Paese, non più soltanto a sud ma anche in vasti territori del nord…  Ne ho già accennato in post precedenti.
Per fortuna, ci sono anche molte cose che funzionano grazie a larghi strati di popolazione che mandano avanti il funzionamento di scuole, ospedali, ecc.!
Oggi, il giorno delle magliette rosse, un segno simbolico, che spero venga seguito presto da azioni individuali e collettive, per farci sentire anche noi!

Però ci sono giorni così duri, in cui fa male tutto, compresi gli occhi. E allora, meglio mettersi in pausa per un po’, cercando di riprendere qualcuna delle attività capaci di rilassare la mente. In attesa però che passi almeno questo forte mal di testa, refrattario anche ai farmaci… 🤕

Il saluto di Elena con “parole-balsamo”…

Penso di essere stata molto fortunata ad avere la possibilità di partecipare ad un percorso di musicoterapia di gruppo, all’interno dell’Istituto Tumori presso il quale sto seguendo una terapia farmacologica. Infatti non si tratta soltanto di mettersi a suonare insieme strumenti nuovi o mai visti prima, c’è anche questo naturalmente ed è la parte più sperimentale e simpatica, a tratti ludica, del percorso, attentamente studiato e programmato in tandem da Fulvia, la musicoterapeuta e da Claudia, la psicologa, insieme con Sonia e Teresa, due giovanissime tirocinanti.

Onde sonore che diffondono pillole di luce

Suonare insieme cercando di armonizzare i suoni e i rumori e poi fare silenzio… e nel silenzio immaginare e a volte dipingere, suonare ancora con strumenti diversi significa iniziare ogni volta un viaggio interiore alla scoperta delle nostre risorse insospettate.
Nel cerchio che formano le nostre persone avviene contemporaneamente un dialogo tra il nostro mondo interno e quello esterno e uno scambio circolare e continuo, un flusso di emozioni e di sentimenti forti e condivisi (allegria e malinconia, nostalgia e speranza, gioia e dolore, tristezza e rabbia, serenità e paura, felicità e voglia di vivere), non vissuti separatamente ma come un unicum che abita nella nostra realtà psichica, stimolata a creare immagini e idee nuove, stati d’animo che ci permettono di far emergere persino (come mi è capitato recentemente) il lato estetico del dolore o della rabbia. Può sembrare strano, ma se invece di negarli o rimuoverli, li esprimiamo con la voce, con la musica o attraverso un dipinto, anche il dolore o la rabbia per esserci ammalati assumono un aspetto che ci aiuta ad accettarli, imparando a conviverci.

 

Durante ogni incontro di musicoterapia di gruppo, scendiamo nelle profondità di noi stessi e viviamo momenti di verità, di contrasti e di armonie, cerchiamo di raggiungere una sintonia che piano piano ci libera il corpo e la mente. Scrivo tutto questo, perché le parole-balsamo (come mi piace definirle) di Elena, che non potrà continuare a partecipare al percorso comune, hanno un senso che va oltre le parole stesse e fanno capire che tipo di conoscenza e di amicizia possono nascere tra chi vi partecipa.


Ecco il suo saluto a noi tutte, “Donne Amiche…”
(eh, sì, siamo tutte donne…)

“Oggi, dopo tantissime assenze, sono stata all’incontro di musicoterapia, avrei voluto incontrarvi tutte […] ma per impedimenti diversi di tante di noi, non è stato possibile.
Avrei voluto incontrarvi per abbracciarvi e portarmi a casa il “profumo” di ognuna di voi e la musica di ognuna di voi, dato che da oggi non farò più parte (ufficialmente) di questo meraviglioso cammino. Il lavoro non mi ha consentito e certamente non mi consentirà di essere lì, ma vi ringrazio tutte, e anche se il mio percorso quest’anno è stato davvero molto breve, da ciascuna di voi porterò con me un dono.

La fantasia travolgente di Enza, la mia sorellina e il mio carica-batterie, la “sapienza” e la dolcezza materna di Cristina, lo sguardo sereno e rassicurante di Rosa, la saggezza, concreta ma delicata di Rina, l’allegria scoppiettante di Kella, che stringo in un abbraccio fortissimo, la “generosa” presenza di Maddalena, la  luminosa partecipazione di Antonietta con la quale, da subito, nonostante le pochissime occasioni d’incontro, ho avvertito una gran sintonia, e sono contenta d’aver letto che è in “risalita”, la confortante pacatezza di Maria, la “colorata” vivacità di Marcella, il sorriso smagliante di nonna Giuseppina che in pochi giorni e per quell’inspiegabile sincronicità degli eventi, ha attraversato dolore e gioia accompagnando al passaggio e accogliendo alla vita, e poi Fulvia, Claudia, Sonia e Teresa le nostre guide, braccia sempre aperte, ad accogliere e coccolare, orecchie in ascolto dei nostri dolori e delle nostre debolezze espresse e non, cuori allegri per trasformare ogni nostro incontro in occasioni di festa, anime “generose” nel senso più ampio e completo del termine…

Grata sempre a ciascuna di voi! In attesa di rincontrarvi presto e se ancora avete voglia di trattenervi, vi dedico le parole attribuite a Charlie Chaplin, me le ripeto spesso sperando presto di cominciare ad amarmi davvero“-

  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama… Autostima.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità. Oggi so che questo si chiama… Autenticità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama… Maturità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io.
    Oggi so che questo si chiama… Rispetto.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso, all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma oggi so che questo è… Amore di sé.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama… Semplicità.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama… Umiltà.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo.
    È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo… Pienezza.
  • Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, mi sono reso conto che il mio Pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho imparato a farlo dialogare con il mio cuore, l’intelletto è diventato il mio migliore alleato.
    Oggi so che questo si chiama… Saper vivere!

Diventare una donna-albero…

Un luogo appartato, lontano dalle corsie e dagli ambulatori del grande ospedale, un luogo dove la grande farfalla sul pavimento ti comunica che lì dentro puoi provare a sentirti più leggera, dove chi ti accoglie riesce sempre a sorriderti e a farti sentire importante.

 

 

 

 

 

 


Sto parlando dello spazio colorato della Ludoteca dell’Istituto Tumori di Bari, dove per il secondo anno ho iniziato a vivere un’esperienza di gruppo di musicoterapia, felice di rivedere sia volti già noti e a me cari, sia volti nuovi che iniziano insieme un nuovo percorso di incontro e di ricerca, che durerà tutto l’anno, fino a giugno:
tra suoni rumori e improvvisi silenzi, tra parole risate e lacrime, abbracci sorrisi e strette di mano, viviamo esperienze inedite per noi, come singoli e come gruppo.

Lo scorso anno ho scritto qualcosa solo per me registrando con parole e disegni tanti momenti diversi, che mi hanno arricchita nella conoscenza di me stessa e degli altri. Ma ciò che ho vissuto stamattina mi piace condividerlo, anche se non so se troverò le parole giuste per esprimere il profondo senso di pace e di benessere provato al termine di una delle performance.

Ci siamo alternati in coppia ad essere e a sentirci un albero o un contadino, seguendo l’armonia di alcuni brani tratti dalle Quattro stagioni di Vivaldi, opportunamente scelti dalla nostra musicoterapeuta e guidati dalle parole lette lentamente dalla psicologa.

Il contadino si prende cura del suo albero e gli appoggia una mano sulla spalla, gli fa sentire la sua presenza, è sempre lì quando giunge l’inverno con il freddo e la neve, le sue dita picchiettano quel corpo ricordando le goccerelline di pioggia che bagnano i rami e il tronco per giungere fino alle radici più nascoste. E quando arrivano la primavera e l’estate, la musica si fa forte gioiosa ed elettrizzante, perchè nuovi germogli nascono e nuovi frutti crescono.
Ma il tempo passa, passa in fretta, l’autunno è già alle porte e la luce cambia, si trasformano i colori delle foglie quasi vivessero una seconda primavera e l’albero le lascia andare verso la terra che le raccoglie, mentre qualcuna innamorata del cielo vola verso l’alto, portata via dal vento.

Ritroviamo il silenzio, ritorniamo in noi stessi e nella nostra memoria, siamo stati contadini e siamo stati alberi.

Opera dell’artista LOREDANA SPIRINEO, in arte SPLO’

Ho provato una grande emozione a diventare una donna-albero,
a rimanere ritta con i piedi ben piantati per terra, a sentire e a riconoscere tutto il corpo finalmente mio, a sollevare lentamente la braccia come rami che guardano verso il cielo, a sentire le gocce di pioggia e a dondolare lentamente avanti e indietro, a destra e a sinistra, sicura della presenza e della cura delle mani del contadino, che accompagnava i movimenti delle fronde.

Ho avvertito, come poche altre volte, quello che Peter Handke chiama “il senso della durata”, “una sensazione, la più fugace delle sensazioni, spesso più veloce di un attimo, non prevedibile, non controllabile, non misurabile”. Una sensazione di ascolto ad occhi chiusi che è riuscita a raccogliere in me in un insieme unico l’armonia delle note musicali e delle parole, la leggerezza dei gesti e il senso di una presenza vigile, il respiro di noi tutti e tutte, mentre le stagioni della vita trascorrevano ed io mi trasformavo, provando “il brivido della durata” come “sensazione di vivere”, la durata come “l’avventura del passare degli anni, l’avventura della quotidianità… quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio!”

Momenti di solitudine e silenzio

Qualche giorno fa un’amica mi ha sorpreso in un momento di fragilità, quando in genere io mi nascondo anche a me stessa. Guardandomi mentre cadeva la “maschera”, mi ha detto che attraverso ciò che scrivo, io sembro una donna forte, senza cedimenti. Ho cercato di riprendermi subito, perché mi è difficile mostrare agli altri la mia fragilità. Non è un caso che per strada la gente rida quando si trova ad assistere alla caduta di una persona…

Un tronco forte e ruvido, ma ferito…

Bene, allora oggi, in questo spazio pubblico-privato, ho deciso di scrivere di getto e di non correggere, rivedere, limare, smussare, togliere un po’ qui un po’ là per poi pubblicare. Niente di tutto questo, scrivo e basta.

Perché oggi è uno di quei giorni di cui è difficile parlare, un giorno senza né capo né coda, un giorno iniziato abbastanza bene con mille desideri che via via sono rimasti tali. Ho colorato due disegni, colori forti e allegri, che non rispecchiano affatto il colore interiore, che nemmeno saprei definire. Infatti quando prendo uno di questi album da colorare, vuol dire che qualcosa scricchiola dentro di me, quindi meglio indirizzare e obbligare la mente verso colori, abbinamenti e margini da rispettare.

Le ore sono scivolate via un po’ leggere un po’ pesanti e mi ritrovo ora quasi al termine di questo giorno a sfogliare un pacco di piccoli libri (otto per essere precisi) appena consegnato: sono alcune opere di Christian Bobin, un autore che non conoscevo, nato nel 1951, lo stesso anno di nascita di mia sorella Gabriella, solo che lei non c’è più!

Li ho guardati, li ho sfogliati un po’, mi piace la carta spessa e un po’ ruvida con cui sono stati confezionati e mi sono piaciuti subito. Forse per dare un senso a questo giorno che muore, decido di leggerne uno, così senza dargli molta importanza. E invece qualcosa succede, come spesso capita con i libri e con certi autori. Me ne accorgo subito, fin dall’incipit. Mentre leggo, pagina dopo pagina, capisco che forse questa giornata non è del tutto persa, forse qualcosa si salva… Istintivamente, ho scelto come primo libro: Mozart e la pioggia.

E Bobin mi sta dando le parole per dirmi come mi sento oggi: ” A volte, scrive a pag. 27, perdo quel ritmo che mi si addice da sempre, un ritmo a due tempi, presenza-assenza, parola-silenzio, e non mi resta che uno solo di questi stati nel quale sprofondo all’infinito: un chiacchiericcio sordo, un silenzio respingente (“… un bavardage sourd, un silence refusant…”) – nient’altro che false note”. Mi piace anche il fatto di poter leggere il testo in lingua originale, il francese che amo e che – se non mi avesse sorpreso la malattia – avrei voluto riprendere a studiare per ricordarlo, magari arricchendolo ulteriormente.

Sul segnalibro, inserito tra le pagine, leggo altre sue considerazioni: “Scrivere è un modo di rispondere alla vita. Abbiamo sempre bisogno di rispondere a un dono con un altro dono, non per sdebitarci, ma per continuare a donare e ricevere, senza fine“.

Ecco, grazie a Bobin, ho capito perché stasera ho scritto qui in questo spazio virtuale, ma che in questo momento mi sembra molto più reale di tutto ciò che mi circonda. Domani continuerò a leggere.

“Per accogliere la luce di stasera… metto un disco, qualche aria di Mozart, poi mi allontano, vado in un’altra stanza”. Per questo mi fermo qui anch’io, esco dal mio studio, spengo il Pc e vado in un’altra stanza. Anche perché fortunatamente non sono sola, di là c’è chi mi aspetta. Pazientemente…

 

 

Incontri silenziosi con la poesia dei luoghi

Un invito in campagna, da una cara amica di vecchia data.


Sapeva già che avrebbe trascorso momenti di puro benessere, per l’accoglienza sempre affettuosa e per tutto il paesaggio intorno, che a lei piaceva ogni volta contemplare in silenzio, facendo spazio dentro di sé a sensazioni, pensieri ed emozioni in libertà.


Accolse con gioia l’invito a fare una passeggiata per quei viottoli, sicura di scoprire particolari nuovi e felice di rivedere ciò che amava, gli ulivi maestosi in particolare, alcuni sicuramente centenari, ben radicati in quella terra rossa tipica del Salento.


C’era una luce che ammorbidiva tutte le superfici, facendo brillare germogli e fogliame, una luce che variava di ora in ora e che ogni volta la stupiva, come fosse la prima volta.


Stavano camminando lentamente lungo un solitario sentiero campestre di terra battuta e passo dopo passo si guardava intorno alla scoperta dei piccoli tesori nascosti: le piaceva tutto di quei luoghi, il silenzio innanzitutto, l’orizzonte che cambiava continuamente e poi le antiche pietre dei muretti a secco, frutto del paziente lavoro e della fatica dei contadini, pietre ricche di vita silenziosa vegetale e animale, i cespugli solitari e quel fiore che si appoggiava ad un muretto bianco di calce, quasi volesse raggiungere il cielo.


Passo dopo passo, erano giunti davanti a un piccolo trullo e si erano fermati davanti alla sua vecchia porta d’ingresso, sbarrata sul buio, con un rametto secco di palme, forse benedette.


Intanto sentiva spirare una brezza leggera che finalmente si faceva largo nel caldo afoso di quei primi giorni di agosto, mentre il cielo si stava colorando di rosa, perdendo progressivamente la luce del giorno per fare spazio alle ombre della sera… Il silenzio della campagna di Contrada Cinera, vicino Ostuni, la stava avvolgendo, rendendo vellutate anche le parole, le voci amiche, un silenzio anche interiore che la isolava dal mondo circostante, da cui arrivavano attutiti tutti i rumori del mondo.


Si guardava intorno con stupore, osservava felice le piantine spontanee leggere come libellule, quel finocchietto selvatico e quelle foglie eleganti e affusolate e non riusciva a dire parola:
che nome dare alle emozioni che si facevano largo dentro di lei e a cui si lasciava andare segretamente?


Le piaceva aprire finestre interiori e farsi abitare pian piano da quegli incontri silenziosi, come li chiama Duccio Demetrio nella sua “Green Autobiography”, incontri con la poesia dei luoghi, con i colori, i profumi, le forme uniche delle piante selvatiche e il movimento delle lucertole, delle formiche e di tutti quei piccoli esseri, a noi spesso sconosciuti.


Tutto intorno a lei sembrava parlarle. Le era sembrata bella qualche giorno dopo persino una panchina di plastica bianca abbracciata dalle foglie di una rampicante, vista in un altro giardino a Monopoli, mentre le provocava rabbia e dolore la vista di un albero secco.

In questi incontri silenziosi, si accorgeva di oscillare continuamente dal particolare all’universale, sempre in bilico tra realtà e immaginazione. E pensava a come dipingere tanta bellezza, che guardava non più solo con gli occhi ma viveva con tutto il suo essere.

OMBRE