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Back in time… passeggiata solitaria, immersa nella campagna pugliese

Soltanto un anno fa!
Era il giorno di Pasquetta, il 2 aprile 2018, ed io dopo il pranzo con i miei familiari, rigorosamente all’aperto, decisi di fare una passeggiata sola soletta nella campagna di Monopoli, una deliziosa cittadina sul mare in provincia di Bari.

Oggi, rivedendo alcune mie fotografie di quella bellissima giornata, ho pensato di pubblicare in questo spazio (consacrato soprattutto alle parole…) anche qualche scatto di quei momenti ricchi di bellezza e di emozioni.
Ricordo che mi fermavo a guardare il paesaggio nel suo complesso, ma mi fermavo anche ad osservare le rugosità dei tronchi di ulivo, le piantine spontanee, i primi papaveri, le bianche abitazioni rurali e soprattutto gustavo il silenzio vivo della campagna, i movimenti sotterranei di animaletti quasi invisibili tra le pietre dei muretti a secco.

Camminavo e sentivo il profumo dell’aria libera da smog, il fruscio della brezza pomeridiana e mi piaceva il fatto di essere da sola, tra alberi, fiori, l’azzurro del cielo e le mille sfumature di verde. Ciò che più mi incantava però era la luce di quel tranquillo pomeriggio primaverile!

Di tanto in tanto, arrivavano le voci attutite dalla distanza di persone che come me stavano trascorrendo la pasquetta in campagna, voci allegre, anche un po’ di musica. Voci che si integravano perfettamente in quel paesaggio.

Amo profondamente la campagna pugliese, i suoi ulivi, i muretti a secco che dividono i campi

Quest’anno la difficoltà di poter camminare in totale autonomia  mi impedirà certamente  di ripetere questa esperienza, ma rivedere queste immagini mi fa bene, riprovare quelle emozioni è salutare per me, non voglio che i bei momenti trascorsi finiscano nel dimenticatoio


Una delle abitazioni rurali sparse per le contrade della campagna di Monopoli. Qui siamo in Contrada Lamafico.

Un’edicola votiva.

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“Forse la notte è vita…”

“Della notte so poco ma di me la notte sembra sapere di più ancora, mi assiste come se mi amasse, mi ammanta di stelle la coscienza. Forse la notte è la vita e il sole la morte”.

Foto tratta dal sito web teatroecritica.net

Oggi queste parole, tratte dallo spettacolo teatrale Dopo la battaglia di Pippo Delbono, mi sono tornate in mente all’improvviso, appena ho letto la notizia della morte di Bobò, l’attore (nella foto) sordomuto e analfabeta, una figura piccola e minuta, ma potente, che non dimenticherò mai.
Lo rivedo in una delle scene di quello spettacolo, che ora mi sembra attualissima.
Allora eravamo nel febbraio 2013: Bobò avanzava lento, vestito di bianco e sventolava il tricolore, era l’immagine dell’Italia di allora, ferita e irriconoscibile nella sua identità, un’Italia che camminava a fatica, dondolando passo dopo passo, con lo sguardo fisso verso il basso.

Foto tratta da Franzmagazine

Insieme a Bobò, mi torna in mente tutto lo spettacolo, fin dalla scena iniziale, grigia e plumbea, con porte che si chiudevano sbattendo violentemente, un luogo che rimandava ad una prigione o a un manicomio, dove regnano isolamento e solitudine: fui come trafitta da alcuni ricordi personali e familiari, improvvisamente vivi e nuovamente dolorosi, con quelle voci forti e disperate di chi prova a scappare e poi torna, urla e piange, voci di donne e uomini che sembravano perdersi per poi ritrovarsi, cercando le parole per comunicare tra loro le emozioni, con il corpo, con i suoni e con la danza.

La foto è tratta dal sito web “Il Cittadino Online”

Senza opporre alcuna resistenza, quella sera mi misi in viaggio lungo una strada che Pippo Delbono conosceva bene per esperienza personale, non ero più soltanto una spettatrice ma vivevo la sequenza dei quadri, provando emozioni fortissime. Corpo e mente totalmente coinvolti da ciò che accadeva sul palcoscenico: ricordo ancora oggi che ci fu un momento in cui provai il bisogno prepotente di unirmi alla danza delle tre donne in rosso che con Pippo Delbono si muovevano sulla scena sempre più velocemente, talvolta in modo parossistico e scomposto, mentre la musica si faceva via via sempre più forte. E davanti a un mare in tempesta rivedo la figura di Delbono che con le braccia verso l’alto urlava “stiamo naufragando”…

Pippo e Bobò
Foto di Karine de Villers e Mario Brenta

Anche oggi siamo alle prese con dolorosi naufragi, quelli di centinaia di persone in fuga dall’orrore e quello delle nostre idee di umana solidarietà.
In quello spettacolo Delbono raccontò la storia del suo incontro nel manicomio di Aversa con Vincenzo Cannavacciuolo, in arte Bobò, l’uomo senza voce, condannato al silenzio, che tuttavia riusciva sulla scena a comunicare con tutto il suo corpo e con le espressioni stralunate del suo viso, un piccolo grande uomo, che avanzava barcollando, incerto ma ipnotico, bellissimo e poetico, nella sua drammaticità. Era in ogni spettacolo l’alter ego di questo grande drammaturgo, fuori dagli schemi.
La sua morte improvvisa mi ha riportato indietro di sei anni, ma oggi capisco molto di più il senso delle parole citate in apertura: “Forse la notte è vita…”

Qual è il (vero) colore dei giorni?

Seduta al solito tavolo, sempre zeppo di giornali non letti e di libri iniziati, guardava il colore allegro di quel fiore reciso che le era stato offerto al mattino: le sembrava che fosse l’unica cosa che aveva avuto una vita in precedenza.
Sì, perché lei non si sentiva “viva” ormai da parecchi giorni, le sembrava di alzarsi al mattino già gravata di un enorme peso sulla testa, come se tutto il dolore del mondo si concentrasse su di lei. Provava ad indossare la sua maschera migliore, ma durava poco, lei non faceva parte di quella compagnia di persone capaci di bleffare; infatti arrivava presto la fatidica domanda: “Cosa c’è, non stai bene?”. Certe mattine non sapeva più cosa rispondere, anche perché non aveva voglia di ripetere il solito stanco ritornello, ma non le andava neanche di vedere l’espressione sconsolata di chi glielo chiedeva, affettuosamente…

Album Moleskine per acquerelli

Aveva provato ad aprire il nuovo album per acquerelli della Moleskine, aveva anche dipinto alcune pagine e ora guardandole si meravigliava lei stessa dei colori dei dipinti: da quali profondità interiori sbucavano se lei si sentiva tutta grigia?

Colori caldi, morbidi, luminosi, quelli che lei amava di più. Li guardava come fossero il prodotto di un’altra persona.
In realtà lei sapeva bene da tempo che quando aveva un pennello in mano, scompariva il grigio delle ansie e delle paure, era come se si vestisse di allegria rubando al giorno la sua luce e tutti i suoi colori.

Si era trascritta anche la frase di un autore francese scoperto da poco, Christian Bobin, trovata casualmente in uno dei suoi piccoli libri:
“È nostro compito – quando tutto ci viene a mancare e tutto s’allontana – dare alla nostra vita la pazienza di un’opera d’arte…”. Era stata colpita soprattutto dal termine “pazienza” e forse lo stava mettendo in pratica, quasi inconsciamente, per stare un po’ meglio. Solo così poteva spiegarsi la serenità di quei piccoli dipinti, realizzati nei momenti più bui e inquieti, quel senso di pace che forse era più un desiderio che una condizione.

In realtà, ripetendo l’inventario di tutto ciò che affollava quel tavolo, insieme al fiore, ai libri e ai giornali, c’erano anche un cordless e il suo cellulare, dei fogli sparsi, un’alzatina deliziosa – che ogni volta le ricordava sua nonna e sua madre – e soprattutto c’era un bel mazzo di fiorellini rosa.

 Non poteva ( e non voleva!) restare indifferente di fronte a quel pensiero dolce, a quella silenziosa ma concreta dichiarazione d’amore che riusciva a colorare suo malgrado il “paesaggio interiore”, quello che emergeva dai dipinti. Guardava quei fiorellini e si sentiva invasa da una serenità nuova, da un senso di tranquillità, che non aveva provato subito quando le era stato donato.

Si accorse di fronte a quei fiori rosa che stava cambiando repentinamente umore, come le capitava quando ascoltava certe canzoni: passava dalla malinconia alla gioia, dal senso di pienezza al vuoto improvviso, vestiva panni diversi e cambiava stato d’animo di volta in volta a seconda delle parole e della musica:
“Si muore un po’ per poter vivere…” cantava anni fa Caterina Caselli e con i Negramaro di oggi  “… resto qui sul filo di un rasoio ad asciugar parole che oggi ho steso…”.

Quando ricevi una diagnosi di cancro…

Cosa si prova quando un’amica di vecchia data, che ammiri e a cui vuoi bene, ti comunica che un suo familiare ha ricevuto una diagnosi di cancro? Provo a pensarci, ma non ci riesco, davvero non trovo “le parole per dirlo”…

Difficile riuscire a dire ciò che ho provato anche questa volta (e che provo ogni volta), perché mi sento sempre coinvolta e torno indietro al momento in cui anch’io ho avuto tra le mani un foglio con tutti i particolare dell’esame istologico e quindi della diagnosi.

So bene invece ciò che mi piacerebbe che accadesse.
Intanto vorrei per prima cosa farmi in quattro per far sentire la mia vicinanza, poi vorrei che la persona investita dal ciclone di una diagnosi di cancro insieme ai suoi familiari non si sentissero soli, vorrei che chi si trova improvvisamente scaraventato dal mondo dei sani a quello dei malati fosse riconosciuto e accolto nel suo disorientamento, impigliato com’è tra timori, preoccupazioni e paure, vorrei che trovasse medici che gli dedicassero il tempo necessario per capire la strada da percorrere, vorrei che il suo dolore (psichico) e la sua rabbia (a volte inconfessata) trovassero i canali giusti per esprimersi…

Gabriele Munter, La malade, 1917

Forse voglio troppo, ma in questi anni trascorsi tra ininterrotte terapie, analisi periodiche e controlli continui, compreso qualche intervento dovuto anche agli effetti collaterali, ho letto e continuo a leggere articoli sull’importanza della medicina narrativa e sul rapporto tra medico e paziente, leggo e immagino (sì, mi lascio andare a immaginare e a sperare) che la realtà quotidiana della routine ospedaliera possa finalmente cambiare.

In effetti, cambia la realtà, cambia ogni giorno lentamente, molto lentamente, e a macchia di leopardo anche! Intanto però chi si ammala di una patologia seria come il cancro (e sono in tanti ogni giorno in Puglia come in Italia), si trova quasi sempre come se fosse improvvisamente chiamato suo malgrado… a scalare una montagna e si ritrova davanti alla roccia a mani nude, senza gli attrezzi necessari e privo di una guida che gli indichi qual è il percorso più facilmente abbordabile, per iniziare ad incamminarsi, preparandosi a superare gli inevitabili e numerosi ostacoli (non ultimi quelli di ordine psicologico). 

“Siamo la Pioggia e siamo il Sole”. Lettera a me stessa

“Siamo la Pioggia e siamo il Sole”

Ascolti per caso una canzone e ti ritrovi improvvisamente immersa nella tua quotidianità, quella fatta di certe mattine in cui ti alzi dal letto e riesci a sorridere, piena di forza e di energia verso la luce del nuovo giorno che ti viene incontro, pieno di promesse. La notte è passata, anche questa che la sera prima sembrava incerta, come quelle altre notti trascorse ad occhi aperti a colorare e a sognare sogni mai sognati…

“Siamo leoni e siamo conigli”, come quelle altre mattine, iniziate invece con altri risvegli, quelli in cui stai bene soltanto se rimani al riparo nel buio, coperta e difesa dal tuo piumino, a far finta di dormire mentre il pensiero corre affannato alla giornata da affrontare, una giornata difficile che comincia male, desiderosa di gioia ma piena di dolore. Perché senti che tutto il corpo ti fa male, lo senti respirare silenziosamente in modo dolente, ma non vuoi incrinare la serenità di chi viene a sedersi sul letto per darti il suo “buongiorno”, vuole starti vicina perché ti vuol bene ed è felice se tu ti senti e stai bene.

“Siamo la Pioggia e siamo il Sole” sta cantando Luca Bassanese, quell’impasto di gioia e di dolore che tu conosci bene, la gioia di sentire l’amore dei tuoi cari, la vicinanza degli amici e soprattutto delle amiche, la gioia di essere e di sentirti viva e pronta a metterti in gioco, un misto di allegria buonumore e di improvvisa tristezza. Sì, perché dal mondo ti giungono certe notizie (come quella che si legge più in basso) che ti toccano in profondità e ti pungono, ti fanno più male ora che anche tu lotti ogni giorno contro quella massa che ti abita e non sai mai se sta ferma o se sta riprendendo a muoversi e a moltiplicarsi. Non ti va di parlarne e di essere sempre sincera, non ha molto senso allarmare chi ti vede e dice che stai bene, lo so che sono contenti tutti quando ti vedono sorridere, ma le lacrime a volte scendono e ti sorprendono, non ti chiedono il permesso, fanno rabbia a te e sconcertano gli altri.

Ecco che “a volte siamo buffoni”, maschere costrette a recitare la loro parte migliore, mentre dentro ti senti un blocco unico e duro come il tronco di un albero e altre volte invece instabile e fragile come una foglia che anche una brezza leggera può portar via, improvvisamente lontano.

Un’alternanza continua di giornate ricche e di giornate “vuote”, vuote di azioni ma colme di pensieri e di domande a cui cerchi risposta, momenti in cui senti qualcosa – e non sai nemmeno bene cos’è – che ti rode dentro.
Ma come tutte le altre mattine, anche in quelle strane è tempo di alzarsi e di affrontare le ore che verranno, è tempo mia cara di mettere giù quelle gambe che fanno male, di camminare e di metterti alla prova, senza farsi sopraffare dai grovigli interni.

La tua vita è un continuo saliscendi, come quella di tutti mi dicono, ma tu sai bene che la tua è come un diagramma impazzito, linee spezzate che salgono per un po’ per poi precipitare improvvisamente per un pensiero nero che ti assale, una notizia che ti capita sotto gli occhi, ma che lo dici a fare?

E allora ti aggrappi a ciò che ti piace e ti fa star bene, ti tieni stretta la tua copertina di Linus, ti scegli il libro che stai leggendo, qualche verso che ti ripeti in silenzio perché fa bene al cuore, ti metti ad ascoltare la musica o la canzone che ti piace e ti aiuta, perché – come questa bellissima di Luca Bassanese – riesce a dire talvolta ciò che non ti va di rivelare, soprattutto il pensiero di chi ora non c’è più, i tuoi genitori, tua sorella Gabriella… sì perché è proprio vero che “siamo l’amore che ci hanno lasciato, il resto e il futuro che avremmo sognato”…

Momenti di solitudine e silenzio

Qualche giorno fa un’amica mi ha sorpreso in un momento di fragilità, quando in genere io mi nascondo anche a me stessa. Guardandomi mentre cadeva la “maschera”, mi ha detto che attraverso ciò che scrivo, io sembro una donna forte, senza cedimenti. Ho cercato di riprendermi subito, perché mi è difficile mostrare agli altri la mia fragilità. Non è un caso che per strada la gente rida quando si trova ad assistere alla caduta di una persona…

Un tronco forte e ruvido, ma ferito…

Bene, allora oggi, in questo spazio pubblico-privato, ho deciso di scrivere di getto e di non correggere, rivedere, limare, smussare, togliere un po’ qui un po’ là per poi pubblicare. Niente di tutto questo, scrivo e basta.

Perché oggi è uno di quei giorni di cui è difficile parlare, un giorno senza né capo né coda, un giorno iniziato abbastanza bene con mille desideri che via via sono rimasti tali. Ho colorato due disegni, colori forti e allegri, che non rispecchiano affatto il colore interiore, che nemmeno saprei definire. Infatti quando prendo uno di questi album da colorare, vuol dire che qualcosa scricchiola dentro di me, quindi meglio indirizzare e obbligare la mente verso colori, abbinamenti e margini da rispettare.

Le ore sono scivolate via un po’ leggere un po’ pesanti e mi ritrovo ora quasi al termine di questo giorno a sfogliare un pacco di piccoli libri (otto per essere precisi) appena consegnato: sono alcune opere di Christian Bobin, un autore che non conoscevo, nato nel 1951, lo stesso anno di nascita di mia sorella Gabriella, solo che lei non c’è più!

Li ho guardati, li ho sfogliati un po’, mi piace la carta spessa e un po’ ruvida con cui sono stati confezionati e mi sono piaciuti subito. Forse per dare un senso a questo giorno che muore, decido di leggerne uno, così senza dargli molta importanza. E invece qualcosa succede, come spesso capita con i libri e con certi autori. Me ne accorgo subito, fin dall’incipit. Mentre leggo, pagina dopo pagina, capisco che forse questa giornata non è del tutto persa, forse qualcosa si salva… Istintivamente, ho scelto come primo libro: Mozart e la pioggia.

E Bobin mi sta dando le parole per dirmi come mi sento oggi: ” A volte, scrive a pag. 27, perdo quel ritmo che mi si addice da sempre, un ritmo a due tempi, presenza-assenza, parola-silenzio, e non mi resta che uno solo di questi stati nel quale sprofondo all’infinito: un chiacchiericcio sordo, un silenzio respingente (“… un bavardage sourd, un silence refusant…”) – nient’altro che false note”. Mi piace anche il fatto di poter leggere il testo in lingua originale, il francese che amo e che – se non mi avesse sorpreso la malattia – avrei voluto riprendere a studiare per ricordarlo, magari arricchendolo ulteriormente.

Sul segnalibro, inserito tra le pagine, leggo altre sue considerazioni: “Scrivere è un modo di rispondere alla vita. Abbiamo sempre bisogno di rispondere a un dono con un altro dono, non per sdebitarci, ma per continuare a donare e ricevere, senza fine“.

Ecco, grazie a Bobin, ho capito perché stasera ho scritto qui in questo spazio virtuale, ma che in questo momento mi sembra molto più reale di tutto ciò che mi circonda. Domani continuerò a leggere.

“Per accogliere la luce di stasera… metto un disco, qualche aria di Mozart, poi mi allontano, vado in un’altra stanza”. Per questo mi fermo qui anch’io, esco dal mio studio, spengo il Pc e vado in un’altra stanza. Anche perché fortunatamente non sono sola, di là c’è chi mi aspetta. Pazientemente…

 

 

Cara mamma che non sei più qui con me…

Oggi, 14 maggio 2017, è la festa della mamma e naturalmente stamattina, sulle chat, gli auguri alle mamme s’incrociavano con immagini colorate e frasi un po’ scontate. Poi alle 10.18 mi è arrivato un augurio finalmente diverso da tutti da tutti gli altri, un po’ speciale come lo è la persona che me lo ha inviato.

“Tanti auguri alla mamma della sapienza di cui il numero dei figli, tra cui ci sono anch’io, è seminato in ogni angolo del mondo… terreno e ultraterreno”.

Non ho saputo rispondere, forse perché non me l’aspettavo ed ero un po’ commossa! Grazie cara amica, diventi ogni giorno più importante per me.

Il pensiero poi è volato, come ogni mattina, a te mamma che non sei più qui con me dalla notte del 19 febbraio 2010 ed è stata tale la nostalgia e il desiderio di te, che per non turbarmi ancora di più (sto vivendo giorni complicati ed è meglio che tu non ne sappia nulla…) ho preso uno dei miei album da colorare.

Uno dei regali della mia “amica geniale”

Sfogliando le pagine, ho scelto quella che volevo dedicarti:
tu amavi le piante e i fiori, alcuni in particolare come gli anemoni, ed allora mi sono immersa nei colori delle farfalle e dei fiori, sempre pensando a te!

Il mio regalo per te, mamma!

Sono stata con te tutta la mattinata, mi sembrava di sentirti accanto, presente più che mai ed ho preferito un colloquio silenzioso, tutto interiore, perché non ho parole in questo periodo e poi ricordo che soprattutto nell’ultima fase della tua lunga vita, forse la più dolorosa e triste, ci parlavamo con gli sguardi, stando vicine, mano nella mano.
Ecco il mio piccolo regalo: un disegnino colorato che mi ha aiutato a non raccogliere i pensieri negativi, ma mi ha obbligato a concentrarmi sui colori dei fiori e su di te, che ogni giorno ti fermavi a guardare se la grande felce sul ballatoio di casa aveva bisogno di un po’ d’acqua e giravi tra le altre piante, riposandoti dalla routine quotidiana, con una sigaretta in mano.
Il tuo unico vizio, dicevi…

Gli anemoni che amavi tanto!

Malinconia di una penna in cerca di parole…

MALINCONIA DI UNA PENNA IN CERCA DI PAROLE
TRA LA SOLITUDINE DI DUE FOGLI BIANCHI

malinconia-di-una-penna
SCRIVI CANCELLA RISCRIVI
PENSA RIFLETTI RIPENSA

PAUSA

COMINCIANO I FOGLI A SPORCARSI
D’INCHIOSTRO ANNERITI
È CHINA
SPORCO CREATIVO
A VOLTE SPORCO DAVVERO
SPORCO DI UMANO

Da wisesociety.it

Da wisesociety.it

BALLA TRA LE DITA INDECISE
ATTENDE UN PENSIERO SOTTILE
LIBERO FUGACE VIVACE
SFUGGE AL LABIRINTO
DI SOLITUDINE
CHE CIRCONDA UNO SCRITTO
SOLITUDINE DI PERSA SPERANZA
IDEALE AGOGNATO
RAGGIUNTO PERDUTO

PAUSA

ph. Barbara Garlaschelli

ph. Barbara Garlaschelli

SCIVOLA LA PUNTA
SFERA CHE S’IMPUNTA
S’INCUNEA
TRA UN AMORE ANELATO
E UNO SCARABOCCHIO
TRASANDATO
TRA UNA LUCIDA LACRIMA
E UN RICORDO APPASSITO

E SCRIVE CANCELLA RISCRIVE
PENSA RIFLETTE RIPENSA
CAVALCA I FOGLI
TRACCIATE PISTE DI FANTASIE
ONDE DI MARE IN TEMPESTA

disegno di M.C. R.

disegno di M.C. R.

CAREZZE MEMORIE ODORI
E BACI ABBRACCI
LONTANI NEL TEMPO
E CORSE E CADUTE
E ALBERI E FIORI
E CANZONI E DOLCI VISI
E PIANTI E SORRISI
E ADESSO…

E ADESSO…

fogli-bianchi-con-disegno
TU LEGGI
E FORSE RIFLETTI
NON SO SE HAI TEMPO
E FERMI IL TUO SGUARDO
AD ASCOLTARE
TRA DESIDERI DI SOGNI
E CELATE NEVROSI
LA MALINCONIA DI UNA PENNA
IN CERCA DI PAROLE
TRA LA SOLITUDINE
DI DUE FOGLI BIANCHI

BRUNO CARAVELLA*, Fg – 1 MARZO 2017

*musicoterapeuta, autore di racconti, poesie e ballate

Domenica

08-rami

andò a trovare i suoi
da tanto vivevano in collina
vento
foglie
fiori secchi
facce sempre uguali intorno
fisse
come stai uaglio’
così
ma sempre la giacca aperta
chiudila
va bene
queste giornate
sono già fredde
devi stare coperto
prenditi cura di te
fra poco
sarà inverno
lo sai
lo so
mi raccomando
il freddo è traditore
va bene sì
state tranquilli
ci vediamo presto
inutili foglie
scricchiolavano
fingendo di essere romantiche
un suono acido
il concerto delle assenze
e nemmeno un vento forte
a dare poesia alla scena
a consolare
ad accarezzare
il tempo

ALESSIO VIOLA
giornalista e scrittore

“Del mero essere”

“La palma alla fine della mente,
oltre l’ultimo pensiero, sorge
nella scena bronzea,

un uccello dalle piume d’oro
canta nella palma, senza senso umano,
senza sentimento umano, un canto strano.

uccello

Sai allora che non è la ragione
a farci felici o infelici.
L’uccello canta.
Le piume splendono.

La palma svetta al limite dello spazio.
Il vento muove piano nei rami.
Le piume infuocate dondolano giù”.

Wallace Stevens, ultima poesia  
(1879 – 1955)